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Illustrazioni di Manet per l'egloga di Mallarmé

Debussy, o dell’importanza di non andare da nessuna parte

Il Maestro: ha calendarizzato.
L’Arcivescovo: ha inaugurato.
Il Sovrintendente: ha restaurato.
Il Sindaco: si è pavoneggiato.
Il Presidente: ha polemizzato.
Il Magnifico: ha comunicato.
Il sottoscritto: si è informato.

Claude Debussy è qualche passo oltre, più vicino a noi rispetto a Fauré. Dove quest’ultimo si sforza, da allievo, e amico di Saint-Saëns, di modernizzare le regole del gioco della musica occidentale con qualche iniezione di antiquariato e la sua sensibilità moderna, Debussy decide che è ora di cambiare gioco del tutto.

Scale pentatoniche (ad esempio nella Cathédrale engloutie), esatoniche (in Voiles, Cloches à travers les feuilles) alternate con episodi più tradizionali o addirittura diatonici, allentano le tensioni tonali: non ci sono i mezzi toni che puntano verso la tonica e la terza maggiore: la funzione delle note non è più dettata da un sistema di regole esterne al brano, onnipresente e sempre uguale, ma è il sistema di valori interni al brano a definire tensioni, stasi, passaggi liberi e necessari.

Ogni brano è un piccolo mondo con regole proprie. Regole semplici, ma spesso ferree: la logica è quella dell’evocazione e non dello sviluppo, o della descrizione, e questo richiede una costruzione particolarmente accurata.

Un parallelo che i contemporanei hanno spesso trovato calzante, ma che mandava in bestia Debussy, è, pittoricamente parlando, con gli impressionisti. Lo faceva arrabbiare perché riteneva il termine usato a sproposito: era convinto di fare altro rispetto ai pittori del movimento di Monet, Manet e Renoir. Anche da un punto di vista cronologico, Debussy sarebbe stato un impressionista un po’ fuori tempo massimo. Sembra più sensato accostarlo alla poesia simbolista: Debussy, ad esempio, frequenta i mardis letterari a casa di Stéphane Mallarmé.

Evocare, e smettere di farlo appena prima che l’evocazione diventi presenza: potremmo dire che è questa la poetica di Debussy. E in mezzo qualche espediente nuovo e qualche perla antica. Ad esempio, nella Cathédrale, riesuma un movimento di accordi paralleli, pratica medievale poi vietata dalle sacre leggi della polifonia dal Rinascimento in avanti. Debussy infrange deliberatamente questa regola contrappuntistica per costruire i pilastri sonori della sua cattedrale sommersa, intanto che la mano sinistra, a tratti, muove il fondo con arpeggi che evocano il moto ondoso.

Un punto di contatto molto evidente con la poesia simbolista di Mallarmé riguarda l’egloga “L’après-midi d’un faune”, pubblicata nel 1876, in cui il poeta tratteggia sensazioni ed emozioni di un fauno che si sveglia dal pisolino pomeridiano pensando alle ninfe di cui si è invaghito. Non c’è trama, solo sensazioni e pensieri liberi. E Debussy, una quindicina d’anni dopo la pubblicazione (1892-94) compone un “Prélude à l’après-midi d’un faune”. Da notare: non è una resa musicale dell’egloga, non è un accompagnamento. Un preludio: un brano animato dallo stesso spirito, che dovrebbe introdurre l’ascoltatore alla lettura individuale o recitata del componimento poetico. Un contrappeso d’atmosfera.

E con l’egloga condivide anche le caratteristiche salienti: non accade nulla, non ci sono tensioni, tranne in un inciso centrale che ha qualche tratto dell’idillio romantico; gli episodi melodici sono molto fluidi e si trasformano prima di concretizzarsi in temi veri e propri. L’armonia è sospesa, quasi sempre, e la ritmica estremamente libera, ma non è saltata: il tempo conta ancora, conta i battiti ma non li scandisce.

Debussy scrive molto per pianoforte, ma il suo universo comprende anche la voce e l’orchestra. E lo fa in modo da allargare l’orizzonte della musica a programma: non solo descrizioni o narrazioni, ma anche atmosfere, simboli, evocazioni. I suoi Préludes per pianoforte hanno tutti un titolo, ma è un titolo posto tra parentesi, dopo puntini di sospensione, alla fine del brano, a posteriori. Un suggerimento tardivo per chi volesse dare una fisionomia specifica all’indefinito delle immagini che mira a suscitare.

Ecco allora la consegna del piccolo esercizio di scrittura che apre questo post. Scrivi una frase di un numero fissato di sillabe metriche (ad esempio, endecasillabi), con gli accenti dove li vuoi tu: sarà il tuo blocco. Ora spostalo: riscrivila sei volte, sostituendo ogni volta le parole piene (nomi, verbi, aggettivi) con altre della stessa categoria grammaticale, con lo stesso numero di sillabe e lo stesso accento finale, e se ci riesci gli stessi accenti anche all’interno.

La forma deve restare identica, cambiano solo i suoni e le immagini. Puoi restare nello stesso mondo, come in una pagina di titoli di giornale, oppure farlo scivolare piano piano da una riga all’altra, ma senza costruire una storia: nessuna causa, nessuna conseguenza, nessun punto d’arrivo. Prova a rimescolare le righe: se il senso non cambia, hai traslato. Leggi tutto di seguito, ad alta voce. Se senti che stai andando da qualche parte, stai sviluppando e non traslando: rifai.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Gabriel Fauré. Quello successivo un altro francese, Maurice Ravel.

La Madeleine, a Parigi, nel 1911

Fauré, o della promessa presa sul serio

Ti ho tradito, Ermanno,
e mi dispiace molto.
Ti ho tradito, Ermanno,
e sono morta dentro.
Ti ho tradito, Ermanno,
e dovevo… ammetterlo.
Questo gli dirò, al nostro incontro.
Ho pensato a come vestirmi. Semplice.
Come mi vestivo allora. Niente
trucco, beh, quasi, non ho più diciannove anni.
Vorrei che rivedesse, devastante, la mia immagine di allora.
Che sentisse il ricordo di me che l’amavo, che amava.
Il profumo che avevo su di me quando lui era vicino a me,
intorno a me, dentro di me.
Il mio corpo, ai sensi;
alla mente, parole.
Ti ho tradito, Manno,
ma non ho per un attimo
smesso d’amarti.

Gabriel Fauré, organista alla Madeleine di Parigi. Come il vecchio brontolone, Saint-Saëns. E come il vecchio brontolone restio a prendere per buone le forme della tradizione straniera.

Usa scale modali, usa espedienti compositivi ormai non originali, ma sicuramente in modo originale ed estensivo. A differenza di altri, compreso Saint-Saëns, usa le regole dell’armonia non per tracciare il confine del proprio mondo musicale, ma piuttosto, come abbiamo già visto per Rimskij-Korsakov, per creare lo scarto tra la normalità e l’altro.

Una delle sue composizioni più emblematiche (perché piena di qualcosa che è definitivamente altro) e più famose, è il suo Requiem. Il Requiem è un genere musicale: una selezione canonica (quasi sempre gli stessi) di brani composti per accompagnare una liturgia funebre, una messa da funerale o una messa in suffragio di un defunto.

Si tratta di un genere perché diversi compositori si sono cimentati in questa serie di composizioni. Celeberrimi sono i Requiem di Mozart (1791), Cherubini (1816), Berlioz (1837), Liszt (1868), Verdi (1874), Dvořák (1890). A questi si può aggiungere Brahms, con Ein Deutsches Requiem, non canonico, non cattolico ma luterano, 1868-69. Ciascuno dei compositori interpreta il genere secondo la propria sensibilità, la propria spiritualità, e il gusto dei fedeli che dovevano apprezzare l’opera prodotta.

Fauré, tra il 1887 e il 1900, dice la propria. Intanto, di funerali se ne intende: da organista di una chiesa, accompagnare le esequie è uno dei suoi compiti. E probabilmente sente la distanza tra la voce liturgica e il suo sentire, il sentire del citoyen della Troisième République, oltre che del cattolico francese. Un sentire laico, che non avverte più il ricatto del giudizio finale come ragione principale per un agire etico, per fare il bene.

Ne esce un Requiem senza Dies irae, la sequenza medievale con le trombe del Giudizio universale, Cristo Re e Giudice, i pianti e le suppliche dei defunti che attendono la sentenza e di chi intercede per loro. In realtà un frammento della sequenza, il Pie Jesu, sopravvive, ma è un distico e viene inglobato in uno degli altri testi, senza alterare il mood generale del tutto.

Ne esce un Requiem per cui viene criticato: ne parla lui stesso in un’intervista. C’è chi gli fa notare che manchi il terrore della morte, che il suo Requiem sembri più una ninna-nanna per la morte. Il motivo, risponde, è come lui concepisce la morte. Ossia, il luogo del conseguimento del riposo, e forse della realizzazione di una serissima promessa, quella della felicità eterna. Questo è lo spazio in cui si muove: tra la laicità di chi vede nella morte la conclusione nel riposo di una vita spesso ricca di fatiche, e la fede intima di chi attende il realizzarsi di una promessa di una felicità in vita solo intuita.

Alla struttura canonica Fauré aggiunge, in coda, due brani, che sono tipici della messa funebre (e non ci sono invece nelle messe di suffragio), e in particolare riguardano il momento della benedizione del feretro e la sua uscita dalla chiesa. Libera me e In paradisum. Nella matematica che Fauré usa qui c’è un’intera teologia.

Libera me è diviso in quattro parti. La prima, in 2/2, inizia con un basso ostinato che batte un ritmo molto riconoscibile, tre colpi uguali, di cui è il secondo ad essere accentato, il quarto è vuoto. Il baritono canta la strofa, una compunta preghiera di liberazione dalla morte eterna. Nel frattempo, qualche armonia insolita qua e là, ma il tutto è udibilmente ancorato intorno alla tonalità iniziale, Re minore.

Nella seconda parte (stesso tempo) entra il coro (Tremens), con una modulazione a salire in cui ancora la tonalità iniziale ha un ruolo di richiamo.

La terza parte, preannunciata da una sorta di squillo di trombe e da un cambio di tempo (6/4), richiama, nel testo Dies illa dies irae, la sequenza (che lui stesso ha espunto dall’elenco dei brani). Il Giudizio Universale entra qui, in questo brano. Fauré lo traduce, senza mai eccedere nei toni, in una serie di modulazioni che portano lontanissimo dal Re minore, fino a un improbabile Fa# maggiore. Il timore, il terrore del giudizio è nascosto in un labirinto armonico: la dannazione è perdersi e non arrivare all’appuntamento col divino.

E così, dalle plaghe più lontane, Fauré aggancia un La maggiore, fa ripartire il basso ostinato, torna al tempo primo, e ci riporta al Libera me. Che questa volta è cantato da tutti, non solo dal baritono, all’unisono, partendo pianissimo. E salendo in un accorato crescendo, che tuttavia rimane misurato, senza dinamiche estreme. Chiudono una piccola coda del baritono e un’armonia finale del coro.

In paradisum, al commiato del feretro, è un abbraccio musicale. I soprani inizialmente mantengono una melodia molto lineare nel registro acuto, poi iniziano a salire, con il resto del coro che armonizza. L’accompagnamento in parte scende nelle note più profonde e in parte arpeggia in alto. E poi la forbice si chiude, in un’armonia fondamentalmente ancorata sul Re maggiore, nel registro intermedio. Staticità armonica, gli estremi che si aprono, e poi si richiudono, alcuni elementi melodici un tantino alieni ci dicono che non siamo a casa. Tutto il resto parla di un abbraccio accogliente in cui vorremmo essere.

Fauré, dalla Francia di fine Ottocento, ci consegna una struttura compositiva che parla della sua spiritualità moderna, misurata, drammatica ma intima, in cui anche la morte conserva una sua tenerezza. La matematica è quella della regola e delle eccezioni.

La consegna del lavoro di scrittura di questo post. Scrivi un testo di 15-20 righe (prosa o versi) con una “tonalità”: una frase di sette sillabe metriche, il tuo ostinato, che apre il testo e ritorna ogni due righe. È la tua casa. Per due o tre volte si mantiene identico, mentre nelle righe intermedie poco per volta e con variazioni evidenti, qualcosa viene raccontato.

Poi, per qualche riga, allontanati verso un secondo registro, lontano dal primo (un altro luogo, un’altra voce, un altro lessico): togli l’ostinato e cambia la misura, con versi di nove sillabe o frasi lunghe e prive di un punto d’appoggio. Chiudi con una frase aperta, che lasci qualcosa in sospeso o contenga una parola o un’espressione ambigua, che appartenga a entrambi i registri e magari riporti al metro iniziale. Subito dopo riscrivi l’ostinato di partenza, identico alla prima volta, o con una lieve variazione che ne modifichi il senso alla luce di ciò che è intercorso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il precedente parlava di Rachmaninov. Il successivo di Claude Debussy.

Il sistema a quattro pentagrammi nella parte terza del preludio

Rachmaninov (2), o dell’importanza di arrivare

Consolato Generale d’Ucraina nel Regno Unito – 78 Kensington Park Rd
Alla sig.ra Natasha Krilenko
70, Porchester Terrace
W2 3TP Londra
Gentile signora, è attesa presso questo consolato il giorno 13 luglio 2026, ore 14:30, per importanti comunicazioni concernenti la sua recente richiesta di visto.
La prego di recare con sé la presente comunicazione, di mostrarlo agli addetti alla sicurezza all’ingresso, e sarà condotta all’ufficio consolare competente.
Cordiali saluti,
col. Vasily Tkachenko, ufficio affari generali
Londra, 10 luglio 2026

Tam, così la conosciamo, aperta la busta con il simbolo della repubblica ucraina in azzurro in alto a sinistra, rabbrividì. Perché veniva convocata? Perché era sfuggita all’arresto, non era caduta nella trappola? Neanche a dirlo, non c’era alcuna richiesta di visto. Neanche a dirlo, il colonnello Tkachenko non esisteva. Era evidentemente una convocazione da parte dei servizi. Ma perché non era Ivan? Perché i capi di Ivan la chiamavano? Lei non aveva ricevuto nessun ordine da Ivan, se non quello di far avere la lettera ai servizi britannici. E questo aveva fatto. Anche se in modo diverso da come l’aveva concordato con Ivan. Possibile che fosse questo il problema? Ma il piano di Ivan era di sacrificarla, era evidentemente una trappola, e si era assicurata lei stessa di verificarlo: c’era, nascosta, quando avevano preso Myk e Dima. Poi li avevano rilasciati, non avevano nulla in mano, ma la sua intuizione era stata giusta. No, qui c’era qualcosa di più grosso in ballo. Ivan era fuori controllo? Forse volevano sapere cosa stava facendo, da solo? Ma lei non sapeva nulla… Andrò, si disse, non posso andare avanti qui, e nemmeno tornare a casa, senza il loro supporto.

Partì alla volta del Consolato Generale d’Ucraina nel Regno Unito lunedì alle 14:00.
Si vestì in modo sportivo, senza travestimenti particolari: era se stessa, una studentessa universitaria straniera.
Salutò il custode del palazzo, come ogni mattina in cui usciva come Natasha dal suo appartamento, in Porchester Terrace. Il consolato distava poco più di un miglio, andò a piedi.
Era a Londra da tre anni, ormai, e per la sua vita da studentessa, e soprattutto per quella di agente dei servizi ucraini, conosceva ormai Londra, le sue vie principali e quelle più strette, quasi come conosceva Kiev.
Arrivò a destinazione alle 14:23. Suonò e disse, in ucraino, di essere attesa per importanti comunicazioni concernenti la sua recente richiesta di visto. Tutto come da copione.
Le chiesero la lettera di convocazione, che lei mostrò; un’addetta piccola e bruna uscì dalla stanza della sorveglianza e la accompagnò. Scesero una rampa di scale, lungo le quali l’addetta stette rigorosamente in silenzio. Si fermò davanti a una porta in fondo a un corridoio piuttosto buio, e bussò. Quando da dentro si sentì qualcuno rispondere, l’addetta si fece da parte e indicò a Tam la porta.
Tam la aprì, entrò e si vide di fronte a una ampia scrivania, con tre uomini sconosciuti in uniforme seduti di fronte a una sedia vuota che l’attendeva. Tam salutò deglutendo.
Buongiorno, Tam, disse il graduato in mezzo. Si sieda. Si sarà chiesta il motivo di questa convocazione. Ci parli di Vladimir Semyonovic Richter, a lei forse noto con il nome di battaglia di Ivan, vuole?
Tam disse tutto ciò che sapeva; poi parlarono loro.

Rachmaninov l’abbiamo visto nel post scorso come il compositore che riprende la liturgia ortodossa, che finisce negli USA suo malgrado, che ha l’ossessione per il Dies irae gregoriano.

Però è prima di tutto un pianista inarrivabile. Dotato di mani incredibilmente grandi e veloci, scrive non esclusivamente ma principalmente musica in cui il pianoforte è presente e ha un ruolo centrale, e in cui le sue doti di esecutore risplendono. Ed è come pianista che si guadagna da vivere negli States quando vi arriva da profugo.

Una serie di preludi (24, in totale, secondo lo schema tipico dei preludi: tutte le dodici tonalità maggiori e le dodici tonalità minori vengono esplorate); due densissime sonate per pianoforte, due cicli di Études-Tableaux due grandi cicli di Variazioni per pianoforte solo, su un tema di Chopin e su un tema di Corelli Op. 42, per parlare del pianoforte solista. Quattro concerti per pianoforte e orchestra, e la Rapsodia su un tema di Paganini per quanto riguarda il pianoforte in orchestra. Tutto questo, insieme a qualche altro brano giovanile o occasionale, rappresenta il corpo della produzione di Rachmaninov per pianoforte.

Il primo dei suoi preludi, op. 3 n. 2, in Do# minore, è quello da cui prende avvio la serie dei 24. Il preludio è tripartito.

C’è una prima parte, lenta, costruita su uno schema che comprende un motivo al basso e una sequenza di accordi nella parte superiore. Il ritmo è trattenuto, la dinamica è contenuta, l’armonia molto ricca. A questo segue una seconda parte agitata, con un tratto che poi Rachmaninov svilupperà sempre più nella sua scrittura: un andamento arabescato, nel quale alcune note, grazie anche alla regolarità con cui vengono accentate, danno luogo a voci melodiche che spiccano nell’armonia dinamica creata dall’incessante rapido fluire del discorso.

Infine, la terza parte ci riporta alla prima. Ma questa volta raddoppiandola sistematicamente. Anche visivamente sulla partitura, a ogni mano viene dedicato un intero doppio rigo, perché ogni mano fa quello che insieme le due facevano nella prima parte. Il pianoforte raddoppiato moltiplica gli armonici, le armonie, già piene, saturano lo spazio auditivo, mentre gli aspetti melodici e ritmici sono esattamente quelli di prima.

Rachmaninov costruisce il brano pensando a questa tempesta armonica che addensa nel finale, ma la tempesta si calma, le nuvole rimangono; la forza, la violenza da cui il brano era partito, si stemperano in un finale che lascia forse un senso di incompiutezza: non tonale, ma emozionale.

Questo è un altro tratto della scrittura che, a partire da qui, sviluppa in modo originale. Rachmaninov costruisce melodie, se si guarda complessivamente, ma a blocchi, sviluppando frasi fino al momento epifanico della melodia piena. Ma spesso l’accrescimento crea un’aspettativa che poi il momento di rivelazione non è in grado di soddisfare. L’onda di piena ha un picco che porta poi inevitabilmente a un riequilibrio, a volte molto rapido, repentino, che lascia scoperte, isolate, le passioni forti di poco prima.

Qualche altro esempio di questa dinamica. Il preludio in Si minore, op. 32 n. 10.

Dopo l’introduzione di elementi diversi, è al minuto 1:40 che inizia la grande volata melodica, dal registro medio-basso in una ascesa che promette tanto, e che però s’infrange al minuto 2:45 come un’onda sulla spiaggia; da quel punto in avanti riaffiorano elementi di schiuma, disgregazione di quel momento chiave culminante, finché non si torna alla quiete dell’inizio, e a una chiusura incerta tra maggiore e minore, in cui non ci si ricorda quasi più di quel momento di grande aspettativa, ormai delusa.

O ancora nel secondo concerto per pianoforte e orchestra, il II movimento è costruito nello stesso modo. Elementi di epifania vengono presentati fin dall’inizio, ma è solo nell’ultimo minuto (20:44), in una struttura semplicissima, con gli archi che tengono note lunghissime e il pianoforte che arpeggia, che si arriva al disvelamento finale. Che però si scioglie subito, con il pianoforte che continua in arpeggi privi di appoggio, fino all’attacco del successivo terzo movimento.

Si potrebbe dire che a Rachmaninov manca il lieto fine. O che manca la fine, anche non lieta. Forse vuole attirare la nostra attenzione sul crescendo, sugli elementi che portano al climax, sul fatto che ci si arrivi. Forse gli interessa meno cosa accada dopo, come se fosse rassegnato al fatto che la normalità prenderà il sopravvento, lasciando però nudo nella memoria il momento in cui all’espressione estrema si è comunque arrivati.

Ecco allora la consegna dell’esercizio di scrittura da cui questo post ha preso l’avvio. Scrivi un testo in tre sezioni. La prima sezione è densa e verticale: poche frasi, molte parole per frase, molto peso. La seconda sezione è agitata e orizzontale: molte frasi brevi, veloci, frammentate, che destabilizzano ciò che la prima sezione aveva costruito. La terza sezione riprende la struttura della prima, ma con una densità ancora maggiore: le stesse frasi, ma con più strati, più subordinate, più peso. Il finale poi non dev’essere a effetto, ma dare un senso di incompiutezza, di qualcosa che è finito, ma di cui non si vuol parlare più, perché l’importante veniva prima.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente era ancora su Rachmaninov. Il prossimo, invece, riguarderà Gabriel Fauré.

L'isola dei morti, terza versione, di Arnold Bocklin

Rachmaninov, o di quando Caronte rema

La signora riparte
di fretta, per lavoro;
per lavoro, è sempre
eppure, nei suoi occhi
questa volta, ho letto
speranza, desideri,
emozioni nascoste,
che dire per lavoro
suggerisce menzogna.
Ritorna, il signore
questa sera; ma lui le
racconta, ogni volta,
costruzioni, imprese,
passione declinando
per lavoro, persone
e per lei, che per prima
rientrando, ricerca.
Stasera rincasando
nessuno troverà.

Tra i compositori russi di questa serie, Sergej Vasil’evič Rachmaninov è il primo ad aver attraversato la Rivoluzione d’Ottobre e, da aristocratico, ad aver abbandonato la Russia nel 1917, già famoso, a quarantaquattro anni. Si costruisce una seconda vita da immigrato di lusso negli Stati Uniti. Il concertista e compositore più famoso dei suoi giorni muore infine quasi settantenne nel 1943, poche settimane dopo aver ottenuto la cittadinanza americana.

Con Čajkovskij ha diversi punti di contatto. Uno riguarda la musica liturgica. Rachmaninov, con le Veglie, porta avanti l’interazione, incontrata parlando della Liturgia di San Giovanni Crisostomo, tra la musica occidentale e la religiosità cristiana orientale.

Un’altro è quello sui ritmi “strani”. Se Čajkovskij nella Sinfonia n. 6 aveva scritto un intero movimento usando il ritmo bizzarro di 5/4, producendo una danza graziosa ma inevitabilmente “aliena”, e un po’ zoppa, Rachmaninov, specialmente nell’ultima parte della sua produzione, fa lo stesso, e va anche oltre.

L’Isola dei morti è un poema sinfonico ispirato ai dipinti di Arnold Böcklin. Caronte porta la barca, remando, verso l’isola di cui parla il titolo. Il ritmo è in 5/4. Ora, l’effetto della divisione in 5 parti del tempo della battuta, essendo 5 dispari, introduce degli accenti che l’orecchio percepisce o come 3+2 o come 2+3. E questa ambiguità, con continuo spostamento degli accenti, è il tratto principale della composizione: l’ondeggiare della barca su un mare calmo è descritto strutturalmente con questo fondo, rigoroso complessivamente, ma essenzialmente liquido al suo interno.

Anche l’aspetto melodico, oltre a quello ritmico, è interessante. Il tema non è altro che una rielaborazione della più evidente ossessione di Rachmaninov: il tema del Dies Irae gregoriano. Se non fosse un topos romantico abbastanza diffuso (ad esempio Berlioz nell’ultimo tempo della sua Symphonie Fantastique, Liszt nella Totentanz; il già incontrato Saint-Saëns nella Danse macabre lo cita in modo parodico, quasi amichevole), dalla frequenza con cui il nostro Sergej lo introduce, potremmo definirlo una sorta di firma.

Lo sviluppa nelle Rapsodia su un tema di Paganini, come un elemento nascosto nella scrittura del grande violinista, che lui scopre e porta alla luce: prima in modo solenne nella variazione 7, poi nella variazione 10 in modo quasi diabolico. E infine nella variazione 24, agile e saltellante, il tema compare come un macigno sonoro nell’intervento degli ottoni, appena prima della cadenza finale.

Lo inserisce nella sua ultima composizione, le Danze sinfoniche, nell’ultima in particolare. Le Danze vengono considerate il testamento musicale di Rachmaninov, in cui condensa la sua esperienza compositiva in una serie di tre brani-epilogo. Tutto ciò che caratterizza la scrittura di Rachmaninov, torna dentro queste danze.

Torna la liturgia: il Dies Irae, ma anche l’Allelujah della Risurrezione, ed è quest’ultimo tema quello che vince, alla fine, su quello del giudizio dell’ultimo giorno.

Torna l’instabilità ritmica, con frequenti transizioni, nella terza danza, tra 9/8 e 6/8.

Matematicamente, i momenti di transizione realizzano macroritmi instabili in 15/8. Torna il 5.

Il finale della terza Danza è un momento straniante. Indubbiamente è una danza. Macabra perché sulle note del Dies Irae inestricabilmente unito all’Allelujah della Veglia per tutta la durata della notte. Fino al vortice finale e al colpo di tam-tam “Laissez vibrer” con cui, in cui, tutto si spegne.

Una vita musicale riassunta in tre brani, un’ossessione che trova pace, si spegne in un gong percosso tre volte e risuona fino al silenzio. Un coro di liturgia ortodossa della sua mai così lontana Russia tradotto in una danza sinfonica completata a Long Island. E in calce alla sua ultima pagina orchestrale, le parole “I thank thee, Lord”, invece del solito “Slava Bogu”.

Ecco la consegna dell’esercizio di scrittura iniziale. Scegli un verso dispari della tradizione italiana, il quinario (5 sillabe) o il settenario (7), e costruisci una sequenza di versi con esattamente quel numero di sillabe, verificando l’accento secondo le regole della metrica italiana (verso piano: accento obbligato sulla penultima sillaba). Il vincolo è assoluto: non si aggiunge né si toglie.

Cerca di fare in modo che in ogni verso ci sia un secondo accento principale, oltre a quello obbligato sulla penultima sillaba; possilmente cerca di alternare la caduta del primo accento a volte sulla seconda, a volte sulla terza sillaba. Leggi poi la sequenza battendo a mano le sillabe e con forza maggiore i due accenti, verificando cosa succede alla musicalità del verso e della sequenza con uno schema degli accenti che cambia in continuazione (nel quinario, 3+2 oppure 2+3; nel settenario, 3+4 oppure 4+3).


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Rimskij-Korsakov, mentre anche il prossimo si soffermerà su Rachmaninov.

Il tema immutabile di Antar

Rimskij-Korsakov, o delle magie musicali

Quando ero giovane, mi chiedevano sempre: qual è il segreto? Giocavamo ai messaggi segreti e riuscivo sempre a decifrare. E anche negli ultimi anni, ho collaborato con Londra, per qualcosa di più professionale (e remunerativo), che riguarda le loro intercettazioni. Non ne ho viste tantissime, ma quasi sempre gli autori ricorrono, per comunicazioni rapide e manoscritte, a codici che è più facile rompere “a mano” piuttosto che usare dei software di decrittazione. Non so, a me vengono così. Certo non si tratta di messaggi provenienti da centrali spionistiche: sono i mezzi fai-da-te di gruppi che non pensano di essere controllati e che prendono le precauzioni che possono permettersi. Qual è il segreto: non lo so, riesco a vedere l’invisibile.
“Change – jewel – 189 – Naples” è quello che sono riuscito a leggere. Qual è il segreto? Quale? Beh premesso che non sta a me interpretarlo, io devo solo dire cosa ho trovato. Però “jewel” è la bomba. “Change” mi sembra un cambio di piani. “Naples” non è mai stata menzionata, ma non sono nemmeno state citate altre città: questa è una novità. “189” è il formato che usano per le date: si direbbe il 18 settembre. Qual è il segreto? Hanno cambiato data, l’ultima era il 22 settembre. E parlano di Napoli, mentre prima non menzionavano città, ma monumenti, come “Colosseum” (tra l’altro, anche scritto male). Non si capisce l’obiettivo. Bisognerebbe capire che cosa c’è in comune tra Napoli 18 settembre e Roma 22 settembre. Qualche cantante in tournée? Ma perché dovrebbero colpirebbero un cantante in tournée?
E però qualcosa non mi torna. Questo nessaggio è stato trovato tre giorni dopo che mi hanno fatto scappare di casa. Tre giorni. Sapevano che leggiamo, sapevano anche che capiamo quel che leggiamo. E perché continuare con messaggi della stessa forma? Qual è il segreto qui? Che usano gente poco addestrata? Che sapevano che mi avevano scaricato? Sì, ma non sanno forse che ci sono altri al mio posto? Qual è il segreto? Io temo che sia un diversivo: li mandano a Napoli, e intanto che questi studiano come operare laggiù, loro infiltrano, comprano, e piazzano i loro dispositivi. Dovrò dirglielo, a Crawley. Se non hanno altro, secondo me, hanno perso il contatto.

Rompere con una tradizione senza aver nulla di nuovo da dire è uno spreco di energie e di occasioni. Però quando è un gruppo di musicisti russi, dotati di talento e di disciplina, a volersi sbarazzare dell’egemonia centroeuropea per promuovere una nuova concezione musicale russa, qualcosa di buono può uscirne. Il papà nobile è Mikhail Ivanovič (di cognome Glinka): l’abbiamo già incontrato qui.

A seguirne le orme il Gruppo dei Cinque: Milij Alekseevič (Balakirev – un po’ Bob Rock, irascibile e intransigente, il catalizzatore ideologico), César Antonovič (Kjui – vediamolo come Cariatide, di professione ingegnere militare, il conservatore del gruppo), Aleksandr Porfir’evič (Borodin – il Conte Oliver, chimico e compositore di nobili origini, eleganza e talento), Modest Petrovič (Musorgskij – Alan Ford, l’anti-eroe, apparentemente ingenuo ma portatore della cultura popolare), e infine Nikolaj Andreevič (Rimskij-Korsakov, Numero Uno, architetto e cartografo militare, il custode delle regole del gioco).

Questi, insieme, riinventano la musica russa e crescono i musicisti del Novecento russo e sovietico. Non senza critiche, ovviamente. Il buon Pëtr Il’ic (Čajkovskij) con l’amica e mecenate Nadežda von Meck si permette qualche giudizio tranchant. I Cinque sono, per lui, giovani di talento, ma un po’ presuntuosetti e tecnicamente analfabeti. Rimskij-Korsakov, dice, è l’unico che si è reso conto di essere un ignorante e si è messo a studiare a trent’anni come se volesse recuperare, ma poi riempie di pedanteria accademica il vuoto lasciato dalla mancanza di una scuola giovanile.

Non proprio un commento ammirato. Dietro ci sono modi diametralmente opposti di concepire la musica. Pëtr Il’ic è tutto sommato un musicista occidentale. I suoi temi, per quanto imbevuti di cultura russa, vivono come i temi della musica europea: crescono, si scontrano, evolvono nel conflitto e nella dialettica. Ma è proprio questo il punto di scarto con i “dilettanti” del Gruppo, che perseguono la rottura con la dinamica europea, l’abbandono di un certo sviluppo dei temi, la messa in discussione dell’armonia tonale. Ed è proprio su quest’ultimo punto che ci soffermiamo, parlando di “quello che studia”, Nikolaj Andreevič.

La pedanteria accademica di cui si parlava è forse il tentativo di teorizzare un modo diverso di scrivere musica. La sua Sinfonia n. 2, iniziamo bene, è in realtà un poema sinfonico. Basato sulla favola “Antar” dello scrittore Osip Ivanovič Senkovskij. Antar è un poeta guerriero arabo pre-islamico, e visitando Palmira nel deserto vede una gazzella, la salva da un belva. La gazzella altri non è che la regina di Palmira, la fata Gul-Nazar, che concede tre piaceri ad Antar, come segno di riconoscenza.

I piaceri sono: il piacere della vendetta, il piacere del potere e il piacere dell’amore. Tuttavia Antar, poeta saggio, sa che l’amore gli verrà a noia, e fa un patto con la fata. Quando tutto il resto sarà noia, lei gli darà la morte. E ovviamente questo è ciò che avviene: un bacio finale all’ultimo respiro (letteralmente) e lui muore non più annoiato ma felice tra le braccia di lei.

Ecco, Antar compare costantemente in tutti e quattro i movimenti di questa “sinfonia”. E il suo tema è sempre, sempre identico. Altro che Bildungsroman. Antar è un mito, la figura bidimensionale di un codice miniato o un dipinto medievale. Non cambia, non evolve: come lo incontriamo nel deserto di Palmira, così lo salutiamo nel suo affettuoso ultimo abbraccio con la fata. E qui la maestria tecnica non c’entra: l’effetto è deliberato, anche perché in qualche punto si trovano esempi di contrappunto, di fugato, rispetto a brandelli del tema dell’eroe mitico, ma portano sempre alla riproposizione del tema immutabile nella sua interezza.

L’altra feature di Antar è ancora più sorprendente. Ricordate Mikhail Ivanovič, il nonno della musica russa? Ruslan e Ludmila è il suo capolavoro. C’è un mago, Černomor, un nanetto dalla barba lunga. Glinka lo descrive usando una scala esatonica, fatta solo di intervalli di toni interi (TTTTTT, ad esempio Do-Re-Mi-Fa#-Sol#-La#-Do, che ha come intervallo centrale il tritono – il diabolus in musica). Una scala “aliena” rispetto alle scale che abbiamo incontrato, aliena e artificiale.

Nikolaj Andreevič qui ha a che fare con una fata: anche se non è diabolica come il nanetto, è comunque un essere magico, soprannaturale e comunque ambiguo, visto che alla fine è lei a dare la morte all’eroe (o anti-eroe). E così coglie l’idea del bisnonno Mikhail Ivanovič e inventa una scala ottatonica: toni e semitoni alternati in modo simmetrico: TSTSTSTS. Anche in questo caso si tratta di una scala artificiale e aliena, con cui Rimskij-Korsakov, è in grado di abolire la qualità tonale della musica composta su questa scala.

E poi, con questi due elementi, gioca: fa danzare un tema sempre uguale a se stesso con uno che non è mai uguale a se stesso perché fluttua in tante tonalità diverse senza appartenere a nessuna di esse.

Forse Pëtr Il’ic non capiva la necessità di stravolgere anche le regole più basilari che i Cinque sembrano propugnare. Ma Nikolaj Andreevič non si mette a studiare per colmare la propria ignoranza. Piuttosto lo fa per poter teorizzare con credibilità e autorevolezza il nuovo modo di scrivere. Un modo che trasmetterà a tutta la generazione successiva: Prokof’ev e Stravinskij in primis. Un modo di scrivere che inizia a costruire con Antar e continua a perfezionare lungo tutta la sua produzione, compreso il famosissimo ciclo di Shéhérazade. In questo poema sinfonico, di nuovo in ambiente arabo (da Mille e una notte, per la precisione), Rimskij-Korsakov non sfoggia soltanto la sua rivoluzione permanente, ma anche una capacità di uso dei timbri orchestrali unica, precisissima e lussureggiante. Un’altra eredità che lascia in particolare a Glazunov e Ippolitov-Ivanov.

La consegna del lavoro di scrittura iniziale: scegli un enunciato testuale: una frase di cinque o sei parole, precisa e geometricamente definita. Questa è il tuo invariante. Costruisci tre brevi testi in cui questa frase viene inserita senza alcuna modifica interna, ma in contesti di tono o semantici diversi: ad esempio, un contesto concitato e frammentato, uno lento e dilatato e uno ironico o straniante, oppure riferendo la stessa frase ad ambiti semantici differenti. La variazione e il senso del movimento devono derivare esclusivamente dal contesto che edifichi intorno all’invariante e non dall’invariante stesso.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Glinka, mentre il prossimo parlerà di Sergej Rachmaninov.

La scala esatonica divide lo spazio delle note in due sezioni

Glinka, o delle scale sdrucciolevoli

Ginevra dice che Ermanno accetta di vedermi presto.
Dice che Manno acconsente a un incontro; infine ci riesce, Ginevra.
Manno ha intenzione di incontrarmi a breve, Ginz ne è certa.
Ha detto di sì, vuole parlarmi, finalmente, e Ginz parla del mio Manno!
Parlarci, dopo tanto tempo, Ginevra c’è riuscita, Manno ha acconsentito.
Alla fine, Ginevra convince. Ermanno ha deciso di non fuggire più.
Ginevra dice che Ermanno accetta di vedermi presto.

Mikhail Ivanovič Glinka nasce nel 1804. Effettivamente è un bel salto indietro rispetto a Čajkovskij, che è del 1840. Mikhail Ivanovič potrebbe essere il padre, se non il nonno, di Pëtr Il’ič. Vedremo che è un salto all’indietro necessario per il prossimo in avanti.

Mikhail Ivanovič studia, ma siccome in Russia l’educazione musicale è ancora agli inizi, è a Berlino che trova una formazione che lo soddisfa. Eppure torna in patria con idee rivoluzionarie: una musica nuova, tecnicamente ineccepibile, ma riconoscibilmente russa.

Ne ha gli strumenti. La sua prima opera, Una vita per lo zar (1836), è un successo enorme, di pubblico e critica. All’improvviso Mikhail Ivanovič diventa il riferimento, il padre della musica russa.

Cosa vuol dire “riconoscibilmente russa”? Questo è l’epilogo dell’opera, con l’apoteosi dello Zar. Pare facile sentire una differenza piuttosto evidente tra questa apoteosi, con coro e campane, rispetto, ad esempio, al finale di un’altra opera, che ha lo stesso stampo italiano su cui anche Glinka si è formato, ma in cui un espertissimo Rossini non risparmia nulla del suo repertorio: il finale del Guglielmo Tell (1829).

Coro e campane, ma anche armonie molto meno “filanti” al nostro orecchio rispetto alla rigorosa tenuta tonale rossiniana, che si inceppa ad arte solo quando Rossini vuol inserire una cadenza d’inganno, per giocare con le aspettative del pubblico pagante. L’alienità dell’armonia di Glinka è legata a un frasare diverso, prima di tutto per la lingua e per la sua diversa musicalità. Ma anche per una tradizione corale nata e sviluppatasi nella millenaria liturgia (della cui centralità abbiamo letto anche recentemente), testimoniata dal suono degli zvon, le campane monastiche.

Ma Una vita per lo zar, tutto sommato, è opera oggi quasi sconosciuta. Glinka è invece ancora famoso per la sua seconda opera, Ruslan e Ljudmila, del 1842, tratta da un poema giovanile di Puškin. Purtroppo per Glinka, la sua seconda non riscuote altrettanto successo della prima. E alla fine scompare dai cartelloni per lasciare, ironicamente, spazio all’opera all’italiana da cui Glinka cercava di distanziarsi.

Il fatto che manchi una vera e propria trama all’interno di un lavoro di dimensioni pachidermiche probabilmente gioca un ruolo centrale nel mancato successo. Tuttavia Glinka non perde, tra i musicisti, il suo ruolo di padre fondatore, per questo insuccesso. Ci sono almeno due motivi ulteriori, rispetto al modo di scrivere musica incorporando una tradizione propria del mondo russo.

Uno è il tema. L’idea della fiaba, dell’opera-fiaba è vincente, perché è centrale nel panorama letterario russofono il mondo fiabesco, la magia, lo sguardo infantile nei confronti dell’insolito e dell’inspiegabile. Baba Yaga per Musorgskij, Sadko ma anche il mondo arabo di Shéhérazade e di Antar per Rimskij-Korsakov, l’Uccello di Fuoco e Petrushka per Stravinskij, ma anche i famossissimi tre balletti di Čajkovskij: tutte testimonianze di una dimensione culturale di particolare presenza. Russlan e Ljudmila è l’inizio.

E poi c’è il punto matematicamente rilevante. Glinka ha imparato a comporre in modo tecnicamente ineccepibile, ma ha anche intuito dove può inserire un po’ di sabbia per far uscire qualche scintilla dall’ingranaggio della musica europea. Dove può scardinare il sistema tonale senza far troppi danni. E usa, per la prima volta in modo intenzionale e sistematico, la scala esatonica.

A differenza della scala tonale (ad esempio, la scala maggiore è fatta da una sequenza TTSTTTS di Toni e Semitoni), che essendo asimmetrica nella distribuzione di toni e semitoni caratterizza le sue note con ruoli funzionali ben precisi, la scala esatonica è fatta di soli toni: TTTTTT. Pertanto è simmetrica. E pertanto non ha un inizio o una fine, non ha una nota fondamentale, una tonica. E ce ne sono solo due, ciascuna esclusiva rispetto all’altra: le note della prima scala non appartengono alla seconda e viceversa.

Glinka deve descrivere Černomor, un mago nano barbuto che rapisce Ljudmila. Un villain della situazione. Glinka lo descrive usando questa scala, che ancora oggi sentiamo “strana”, magica, sospesa. Prima di tutto perché abolisce i riferimenti tonali, ci proietta in un mondo binario diverso da quello musicale a cui siamo abituati. Nonostante ce ne sia una sporadica e occasionale attestazione precedente in un Sanctus di Schubert, i musicisti russi chiamano questa scala gamma Černomora, perché è dal Ruslan, e dalla descrizione del nano, che inizia effettivamente la sua storia nella musica occidentale.

La troviamo oggi nella sigla dei Simpson o nella canzone (ad esempio, negli inserti di You are the sunshine of my life, di Stevie Wonder). La troviamo, un po’ più indietro, nella musica di Debussy e di altri compositori che la sfruttano senza bisogno di magia o di cattivi da descrivere: semplicemente per uscire dal mondo tonale ed entrare in un mondo geometrico, di specchi e di illusioni.

E questo fatto è tanto più significativo se si pensa che l’ouverture del Ruslan, forse la pagina più famosa di Glinka ancora oggi, inizia con la ripetizione della stessa figura ritmico-armonica nelle tre posizioni Re maggiore, Sol maggiore e La maggiore, per poi tornare al Re maggiore d’impianto. Apparentemente una professione di fede nella struttura tonale: I-IV-V-I, la base dell’armonia europea. Il gesto dell’introduzione della scala di Černomor nella stessa opera è quindi un passaggio deliberato e sovversivo. Il buon padre fondatore ha seminato un ordine diverso nella nascente musica russa.

Ecco allora la consegna da cui è nato l’esercizio di scrittura che apre questo post. Scrivi un testo di sei frasi che non abbiano alcun nesso temporale o causale, ogni frase comprensibile isolatamente. Individua sei elementi semantici ricorrenti e permutali ciclicamente attraverso le sei frasi, in modo che ciascuna prospettiva sullo stesso nucleo di significato risulti equivalente alle altre: nessuna frase deve fungere da premessa, da culmine o da conclusione rispetto alle altre.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Čajkovskij, il prossimo Nikolaj Rimskij-Korsakov.

Prime battute dell'Inno dei Cherubini

Čajkovskij, o del divino di sfuggita

I piedi sul letto, finalmente ascolto gli ultimi minuti.
Sanctus Sanctus Sanctus, eco dopo eco, sempre più piano.
Sull’unisono degli archi.
Immagini e suoni di un futuro ancora solo previsto.
Nell’attesa di un colpo di pianoforte, ecco il mio accordo mancante.
Nient’altro.
In una palla di fuoco. Con le orecchie piene di bellezza. Una piccola consolazione.

Poco prima del Natale 1880, Pëtr Il’ič Čajkovskij scrive alla sua benefattrice ed amica Nadežda von Meck, raccontandole come per inciso di un concerto di un mesetto prima. La Liturgia è stata presentata all’Associazione Musicale di Mosca, che l’ha trovata interessante. Tutto qui.

La Liturgia a cui fa riferimento è la “Liturgia di San Giovanni Crisostomo”, op. 41. Si tratta del frutto della curiosità dell’autore per un mondo, quello della liturgia ortodossa, che aveva conosciuto come fedele praticante. E che ora, da compositore di un certo successo, ha affrontato dal lato autoriale.

Si tratta di un modo agli antipodi rispetto allo stile di Čajkovskij. Che è uno stile fatto di tensioni e di risoluzioni, di melodie cantabili indimenticabili, di dispiego di forze orchestrali finalizzate a suscitare passione nell’ascoltatore. Un grande compositore romantico in stile occidentale, con qualche parzialità verso il folklore russo (e italiano).

Ecco, la liturgia ortodossa tutto questo lo nega. Non ci sono tensioni e risoluzioni: solo la stasi del canto che accompagna parti specifiche dei riti. Né melodie indimenticabili, solo un testo antichissimo che richiede di essere sostenuto e valorizzato da un corpo musicale che deve sparire sotto le parole. Non ci sono nemmeno le passioni individuali, solo l’adesione del singolo al canto collettivo. Una musica concepita secoli prima, ciclica come è ciclica la liturgia, che gravita intorno ad eventi extramusicali e li accompagna.

Che ci fa Čajkovskij in questo mondo? Perché arriva ad entrarci? Per curiosità. E anche per provare il piacere di poter usare la propria cassetta degli attrezzi in una situazione nuova, che si nutre di una retorica diversa da quella per cui i suoi attrezzi sono stati messi a punto. Probabilmente è il sistema di vincoli nuovi, diversi dal solito, ad affascinarlo. E ad inquietarlo lo stato di congelamento di questo mondo musicale imposto dalla Cappella Imperiale di San Pietroburgo. Lo stile dettato da quest’ultima probabilmente non risonava con la spiritualità tormentata, o con le memorie infantili, di Čajkovskij. E infine probabilmente anche la necessità di entrare con la propria creazione in quella che considerava una forma d’arte totale, tra architettura, arti visive e musica.

Čajkovskij entra, forse invade, in un campo che non è il suo, e questo gli causa qualche grattacapo legale. Ma alla fine può pubblicare quello che è il primo esempio di musica liturgica ortodossa scritta da un compositore sinfonico, formatosi all’occidentale. Altri seguiranno, tra cui forse il caso più brillante sono le Veglie (Vespri) di Sergei Rachmaninov, una quarantina d’anni dopo.

Cosa ascoltiamo di questa serie di brani? Il brano in cui si staglia evidente la logica di Čajkovskij, l’artigiano esperto che il destino sfida ad usare la sua precisione confezionando qualcosa di totalmente altro rispetto al solito. L’Inno dei Cherubini. Niente orchestra, solo coro. Niente melodia cantabile: una serie di scampoli di scala discendente, appoggiati l’uno sull’altro. E giù da questa scala scendono i Cherubini, per suscitare la comunione del canto dei fedeli con quello delle schiere celesti.

Questa discesa sfrutta le capacità del coro russo, senza esagerare. Sono sempre quattro voci, ma sparse e allargate, per dare l’idea di un muro sonoro compatto, senza buchi. Non c’è costruzione ritmica: l’omofonia e la variazione ritmica per divisione semplice sono gli unici principi di movimento. Čajkovskij usa accordi semplici ma larghi, e li fa arrivare fino al punto in cui emergono gli oktavisty, i bassi profondi russi, le cui voci sono fondamentali, nel senso tecnico: le note da loro emesse, le più basse, risuonano nella cattedrale, eccitano armonici nell’edificio, rendendolo una cassa di risonanza di pietre. E la pienezza di un’armonia scarna, con accordi di quattro note, si spiega con il cantare della terra stessa, delle sue ossa, della chiesa fisica, alla discesa dell’annuncio recato dai messaggeri della gloria divina.

Un esperimento, forse, per Čajkovskij. Che però lascia il segno di una logica matematica e fisica che rivela consapevolezza e padronanza, tecnica prima di tutto. Čajkovskij artigiano, ho scritto, ma nel senso dell’artigiano medievale, custode di un’arte che può mettere a disposizione di qualunque creazione.

Ecco allora la consegna del brano con cui si apre il post. La sottrazione come metodo. Scrivi un testo di dieci frasi su un tema che normalmente ti verrebbe da sviluppare, argomentare, costruire — una convinzione, un’emozione, un’idea complessa. Poi riscrivilo eliminando tutto ciò che è sviluppo, tutto ciò che è argomentazione, tutto ciò che è tensione verso una conclusione. Quello che rimane deve essere solo presenza: affermazioni senza contrasto, immagini senza movimento, frasi che esistono invece di andare da qualche parte. Il vincolo: nessuna frase può contenere un verbo di movimento o di trasformazione.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente parlava di Sibelius. Il successivo introdurrà Mikhail Glinka.

Il tema di Tapiola

Sibelius (2), o della foresta frattale

Il capo non comunica.
Ivan, il nostro capo e riferimento, manda un messaggio in cui non c’è scritto nulla.
Una trappola, certamente. Ma il capo, oltre alla trappola, non sembra avere un piano. O se ce l’ha, non ce lo dice. Non me lo dice.
Non lo dice a me. Non dico il capo, ma nemmeno l’ispiratore, il mentore, l’amante. Il compagno. Non lo dice nemmeno a me, in nessuna delle sue qualità.
Il capo non comunica con il resto del suo corpo. E forse ci ho messo un po’ troppo tempo ad accorgermene.
Eppure qualcuno ha parlato, ha comunicato. Secondo me è da lì che Ivan ha smesso di fidarsi. Non comunica più.
Nemmeno con me? A questo punto, no, nemmeno con me, se è solo ora, incaricata di una missione inutile, che mi accorgo che non so dove ci sta guidando.
Me l’ha detto lui, questo sì, che la lettera non conteneva messaggi. Ma qualcosa doveva dirmi. Non è solo il mio capo. Io sono qualcosa in più per lui. Non poteva non dirmi qualcosa.
Il capo ha smesso di comunicare. Cosa vuol dire?
Abbiamo rinunciato? Direi di no. Ce l’avrebbe detto, quello sì. Avrebbe tenuto compatto il gruppo, per il prossimo incarico.
No, il capo è rimasto il capo. Ha preso tutto sulle sue spalle. Non ha detto nulla a nessuno perché non si fida.
Nemmeno di me? Impossibile. Ivan sa che di me si può fidare fino in fondo. Non ha dubbi. Ha smesso di comunicare perché…
Perché sa di non tornare. Perché sa che il capo che prende tutto sulle sue spalle non ha vie di ritorno. Non ha più bisogno di noi. Non comunica perché non è più il nostro capo.
Non è stato un addio. Lo rivedrò. Ma se fosse stata l’ultima volta, il capo non mi avrebbe detto addio. Non comunica. Non mi avrebbe fatto capire.
Forse è stato un addio. Forse il messaggio vuoto, senza comunicazione, non è per il destinatario, ma per levarmi dal campo. Come faccio a saperlo? Non mi ha detto nulla.
Forse è un messaggio per me. Il capo tace, il mentore mi dice di sparire, se sono in grado di capirlo. Sono in grado di capirlo?
Il messaggio senza comunicazione deve arrivare a destinazione, dice il capo. Ma Tam deve stare attenta. Perché il capo non parla più, non le parla più.
Tam non torna a casa stasera. E Tam non cercherà il contatto a cui dare la lettera. E Tam non si farà beccare, caro, caro Ivan. La lettera in cui non dici nulla raggiungerà l’obiettivo, ma per un’altra strada. So come fare. Questo pezzettino lo decido io. D’altra parte, il capo non comunica.

“Tapiola”, op. 112, è un’opera di Sibelius che vale la pena menzionare in questo percorso per almeno due motivi.

Quello musicale per primo. Si tratta di un poema sinfonico, quindi dovrebbe rappresentare qualcosa. L’idea viene da una citazione che il sessantenne Sibelius fa apporre alla partitura:

Sorgono ampie le foreste del Nord nel loro sogno antico,
dentro vi dimorano i cupi spiriti dei boschi;
fantasmi tessono nell’ombra risposte segrete,
e un potere immenso si cela nel buio primordiale.

Tapio è lo spirito protettore delle foreste della mitologia finnica del Kalevala. Questo poema sinfonico parla della natura primordiale, della foresta nordica impenetrabile e preesistente rispetto alla presenza umana.

Sibelius interpreta questo concetto in senso radicale. Non c’è una descrizione pittorica, uno stereotipo umanizzante, la luce tremula tra le foglie, il suono della pioggia. Manca ciò che l’orecchio umano riconosce come musica nei suoni del bosco.

C’è, invece, la vita. Quattro note sono il seme generatore di venti minuti di musica. Tutto nasce da lì, come da un seme vegetale. Ogni combinazione, ogni frase, ogni trasformazione, è di quel seme di quattro note. La descrizione della foresta non come dato sensoriale, ma come fatto genetico.

Ovviamente la musica poi risulta autosimile: nasce tutta dallo stesso germe.

Il secondo motivo è più aneddotico, ma forse ha anche una profonda base musicale.

“Tapiola” è l’ultima opera di Sibelius. L’ultima che pubblica, all’apice della gloria in patria e all’estero. E non perché poi muore. A “Tapiola” seguono alcuni anni di promesse, ma in definitiva trent’anni di silenzio.

Alcuni anni di promesse perché diverse persone, direttori ed editori, gli chiedono un’Ottava sinfonia. Lui pare ci lavori, ma il perfezionismo e il peso delle precedenti sette conducono, probabilmente, il manoscritto alla stufa accesa piuttosto che alla pubblicazione. E dalla metà degli anni Trenta fino alla morte nulla più. Perciò, dal 1926 (pubblicazione di “Tapiola”) al 1957, anno della morte, silenzio assoluto, musicalmente parlando.

Questo periodo è detto il “silenzio di Ainola”, dal nome della tenuta di Järvenpää dove vive con la moglie Aino. Silenzio musicale che si apre, se vogliamo simbolicamente, con la foresta primordiale, priva di musica, ma ricca di vita, di “Tapiola”.

Ecco allora la consegna del lavoro di scrittura che apre il post. Scegli una frase di quattro parole che contenga una tensione interna: due parole che si attraggono e due che si respingono, oppure un soggetto e un’azione che non sembrano compatibili. Questa è la tua cellula. Scrivi un testo di almeno una pagina in cui ogni frase, ogni immagine, ogni svolta narrativa nasca esclusivamente da quella cellula: per espansione, per frammentazione, per sovrapposizione, per inversione. Non puoi introdurre idee esterne: tutto deve essere già contenuto nelle quattro parole di partenza. Alla fine, torna alla cellula originale, ma in un contesto in cui pesa diversamente da come pesava all’inizio.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente era ancora su Sibelius. Il successivo riguarderà Pjotr I. Čajkovskij.

Il vero tema della sinfonia n. 2

Sibelius, o la strategia della tensione

Le ruote sono ormai in movimento.
Il movimento è quello del falso messaggio, che è partito.
Il falso messaggio è partito, Tam lo farà arrivare a destinazione, è lei il movimento.
Il falso messaggio è in movimento, Tam lo sta portando, e sa un piccolo pezzo della verità.
Il messaggio vuoto si muove verso i Servizi, ed è Tam, la bella Tam, a fare da postina; ho dovuto dirle che il messaggio non c’è, lei lo sa.
Il messaggio esca è sulla strada dei Servizi, che non sanno che noi sappiamo; Tam, la bionda Tam, lo farà scoprire; era sospettosa, ho dovuto rivelarle che è una trappola, una presa in giro.
Il messaggio trappola è in viaggio verso quegli incapaci che ci controllano ogni istante; Tam sarà presa col messaggio addosso. Qualcosa ho dovuto dirle, ma ormai sono io l’unico che conosce ogni dettaglio del piano. Lei sarà presa col messaggio addosso.
Il messaggio trappola è ormai quasi in mano agli inglesi, che ci sono sempre addosso; Tam la perquisiranno appena mette il naso fuori di casa, e troveranno il messaggio. Dirà che lo deve consegnare a Myk, a Regents’ Park, e prenderanno pure Myk. Lei sa, ma non sa tutto. Solo io so tutto, ormai.
E a quel punto, qualcosa dirà. Ci penserà il suo amante inglese a farla parlare.
Ma non avrà tempo.
Mi sarebbe piaciuto fare un po’ di movimento con te, per l’ultima volta, Tam. Bella Tam, povera Tam.
Ma avresti capito.

Jean Sibelius è, in questo percorso, una voce solitaria: non appartiene né alla tradizione tedesca né a quella francese, non risponde a Wagner né a Debussy, non fa parte di nessuna scuola. È finlandese, e la sua poetica, e così la sua matematica, è quella del paesaggio nordico: vasta, lenta, costruita su materiali tematici scarni che si accumulano con la pazienza di chi sa aspettare.

Ed è proprio l’attesa l’elemento che in alcuni dei suoi brani più celebri si può sperimentare. Un’attesa tonale, come spesso avviene nelle sinfonie di stampo ottocentesco, l’attesa di una risoluzione che non solo non arriva, ma ci fa spazientire per quanto la tensione si possa accumulare in questa aspettativa.

Non la dialettica di Beethoven, non l’accumulo di densità di Brahms, ma qualcosa
di più fisico e più elementare: quanto si può tendere l’elastico prima che la risoluzione diventi
inevitabile?

La Seconda sinfonia, in Re maggiore, è uno dei due esempi che vedremo. E in particolare, il finale, tanto per cambiare. Già l’arrivo di questo quarto movimento è preannunciato da figure di tre note ascendenti per gradi nella conclusione del tempo precedente. Non c’è soluzione di continuità: il modello di cellula melodica viene accumulato e ripetuto finché non risulta inevitabile partire con un tema che questo modello usa e ripete. Il blocco Re-Mi-Fa# è il cuore di questo movimento: apparentemente semplicissimo, ma nasconde un segreto.

Il tempo è in forma-sonata. C’è un secondo tema più lirico, c’è un ponte, importantissimo, e questo si riconosce perché è in minore. Si minore, facile da raggiungere, la relativa minore della tonalità d’impianto. Al ponte, la prima volta, si aggancia lo sviluppo, anche questo basato sulla cellula di tre note, ripetute all’infinito in diverse posizioni e tonalità. Finché si torna, con lo stesso tipo di costruzione di tensione già visto per l’inizio del movimento, al riepilogo.

Tutto come prima, ma l’orchestrazione è più ricca: l’accompagnamento ripete in modo ostinato (ossessivo si può dire?) le stesse figure. Ogni gruppo strumentale dice qualcosa a suo modo, intanto che i temi vengono ripresi e tutto torna come nell’esposizione. Ma il secondo tema finisce, stranamente, in una tonalità lontana, in Si bemolle maggiore. E da qui il ponte. In Re minore: Sibelius ha girato la sinfonia ed è finito nel secondo lato del nastro di Moebius.

E questo ponte non finisce più. Famiglia per famiglia, gli strumenti aggiungono strati di accompagnamento. La stessa ostinazione (ossessività?) nell’esecuzione qui linkata porta a quattro minuti il crescendo. Che è fisico, timbrico: non solo gli strumenti suonano sempre più forte, ma sempre più strumenti suonano a supporto. L’orchestra tutta raccoglie le forze per l’ultimo salto, vento di tempesta che accumula nubi.

E alla fine il nastro si gira di nuovo: torna il Fa#, il maggiore si fa risentire, e qui arriva la sorpresa. Il vero tema, quello di tutta la sinfonia esce qui. Tuba e timpani tengono un ritmo sincopato che accenta il secondo battito dei tre: una pulsazione rocciosa e scomoda. Anche i corni tengono il ritmo, ma sfasati di mezzo battito: tensione nascosta anche in queste poche battute finali. Un tappeto di tremolo d’archi, energia occultata nella nebbia. Trombe, tromboni e oboi cantano: una semplice linea melodica, gloriosa, eroica, il sole che splende. Il tricordo, che abbiamo sentito quasi ininterrottamente per tutto il movimento, e anche prima, si completa.

Diventa quadricordo, con il quarto grado, il Sol mancante, che apre il gioco relazionale della tonalità. E subito dopo, la cadenza finale, tre accordi e il silenzio. E si capisce il perché di quella escalation di tensione: era là che Sibelius voleva farci arrivare. Era là che voleva farci desiderare di arrivare. E quando ci siamo arrivati, non c’era più nulla da dire: era la sintesi.

La quinta sinfonia è forse meno elaborata, in termini di costruzione della tensione. Ancora il finale, ma questa volta è il terzo movimento. E la struttura è più semplice. Un’alternanza tra un andamento tremolante, condotto da archi e legni, e un tema più disteso, per quarte e quinte, anche questo in maggiore, svolto dagli ottoni.

Pare che in questo movimento Sibelius abbia voluto dipingere un’esperienza spirituale che aveva a che fare con uno stormo di sedici cigni. Il tema tremolante potrebbe far riferimento allo scintillio dell’acqua del lago, o comunque a qualche aspetto ambientale. Mentre il tema per quarte e quinte potrebbe rappresentare il canto ripetuto ed echeggiante dei cigni.

Un’alternanza breve, in realtà: ABAB. E anche qui è solo nel finale che il secondo tema prende il sopravvento, e appena lo fa, è ora di chiudere. Ma in questo caso, la tensione dell’attesa riguarda gli accordi finali, che sono sei, anzi meno, perché di questi tre non sono veri accordi.

Inizia con il Mi bemolle che è la tonica del movimento. Pausa. Sol minore, tonalità lontana, ottenuta facendo scivolare la nota tonica, il Mi bemolle, in basso di un semitono. Pausa. E qui entra un accordo fortemente dissonante, in cui si sentono La bemolle, Si bemolle e Do. L’armonia inizia a scricchiolare. Pausa. Bicordo di terza maggiore: Si bemolle-Re. Non è più un accordo, non c’è più l’intera armonia. La nota base, però, è ancora il Si bemolle basso che è rimasto fin dal secondo accordo. Pausa. Si bemolle all’unisono. Niente più armonia. Pausa. Mi bemolle all’unisono.

Sibelius spoglia l’armonia del finale, rimane solo con le note nude. E sono quelle che devono essere secondo la teoria armonica, secondo l’impianto tonale. Nel 1915 Sibelius riafferma, come se fosse una legge di natura indiscutibile, ciò che tutti i colleghi stanno demolendo. E lo fa nel modo più rivoluzionario: eliminando l’armonia, mantenendo solo le coordinate della cadenza I-V-I.

La tensione che accumula, però, non è negli accordi, o in ciò che ne resta. Sta tutta nel vuoto che le incornicia. Pause di 9 battiti, 11 battiti, 11 battiti, 9 battiti e 3 battiti: Sibelius dilata, accorcia, precipita.

Due strategie diverse per portare l’ascoltatore alla tensione di ciò che sta accadendo. In entrambi i casi, l’affermazione di un mondo tonale in cui i rapporti di forza tra le note non sono in discussione: è matematica e due più due fa sempre quattro. E ce lo fa capire attraverso l’aspettativa che con il crescendo e con le pause ingenera in noi mentre prende tempo e non conclude.

Ecco allora la consegna dell’esercizio di scrittura legato al brano con cui si apre questo post. Scegli un concetto-nucleo breve, che ricorrerà più volte lungo il testo, in modo semanticamente costante, ma se vuoi anche morfologicamente. Poi scegli una delle due strategie seguenti. [Accumulo] Ad ogni ripetizione del nucleo, circondalo di un’ornamentazione via via più ricca (un aggettivo, poi un inciso, poi una subordinata, poi un dettaglio sensoriale in più) che si accumula a ogni iterazione senza mai toccare il nucleo, che resta sempre riconoscibile in mezzo a un tessuto che si infittisce.

L’ultima iterazione dev’essere la più densa e carica di tutto il testo. Subito dopo, non far tornare il nucleo uguale a se stesso: fallo invece sviluppare in una frase più ampia e compiuta, che nasca chiaramente da esso: stesso concetto-nucleo, ma portato a una scala più grande, o semanticamente più ampia, come se tutto l’accumulo precedente fosse servito a preparare questa crescita, non a spogliarla. È la rivelazione verso cui tutto l’arricchimento tendeva: non il seme nudo, ma il seme cresciuto.

[Rarefazione] Scrivi un testo che includa il concetto-nucleo e che lo ripeta in modo monotono e regolare. Il testo nella sua parte principale deve contenere una regolarità evidente. Il finale è invece spezzettato. Parole singole, che accrescano la tensione dando solo l’impressione di una frase che invece viene interrotta da silenzi (resi graficamente) e calcolati secondo una regola che avrai stabilito prima (ad es. sulla lunghezza delle sillabe delle parole e sullo spazio verticale che simboleggia il silenzio intercorrente.


Questo è un atto della serie sulle Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Mahler. Il prossimo sarà ancora su Sibelius.

Alcuni dei temi enunciati nel Quinto movimento della Quinta sinfonia

Mahler, o dei temi in cerca di polifonia

Cerchi, triangoli, vettori. E tra loro emersero i volti di Ermanno, di Chiara, di Ginevra, di Carlo, di Ivan e di Tam.
E vidi il mio, come in uno specchio, lo specchio dell’acqua calma del fiume.
E intanto che mi specchiavo, dietro di me vidi un volto nell’ombra, negli occhi curiosità. Mi girai, ma non c’era nessuno.
Forse sei tu. Forse stai leggendo. Stai seguendo il racconto, dai nomi riconosci le storie.
E se non le conosci, torna indietro, ti prego. Segui a ritroso la scia delle briciole fino all’inizio della serie. Riprendi da lì.
Perché è questa la storia, arrivata a questo punto, e non ancora al termine.
Ma se non sai quando finirà, da oggi sai come.

Gustav Mahler vive nella Vienna di Brahms, di von Bülow, di Bruckner. Di von Bülow è protetto e collega, divenendo anch’egli direttore d’orchestra di fama mondiale.

Scrive sinfonie, ma il dibattito ottocentesco tra i sostenitori della musica assoluta contrapposti ai fan della musica a programma gli è fondamentalmente indifferente. Nelle sue sinfonie ci sono indicazioni narrative, che poi scompaiono, in alcuni casi, oppure non ci sono. C’è il coro, a volte, ce ne sono tre, altre volte nessuno; ci sono cantanti solisti, uno, quattro, otto, quanti ne servono. C’è l’arpa, a volte due, quattro, sei, o nessuna. Violini accordati un tono sopra per farli suonare striduli: presenti. C’è il carillon, se serve. Ci sono i campanacci da bovino al pascolo. E anche un gigantesco maglio con cui, nella sua narrazione non-narrazione, il destino spezza la musica.

Nelle sinfonie Mahler inserisce romanzi (“Il Titano”, di Jean Paul), filastrocche (dalla raccolta “Des Knaben Wunderhorn”, “Il corno magico del fanciullo”, di Clemens Brentano e Achim von Arnim), un brano dallo Zarathustra di Nietzsche, inni sacri cattolici (la sequenza di Pentecoste “Veni creator Spiritus”) o luterani (“Aufersteh’n”, “Risorgerai”, di Klopstock; Mahler lo sente al funerale di von Bülow e capisce come terminare la Seconda sinfonia, quella che proprio von Bulow gli aveva stroncato coprendosi le orecchie e protestando – sono parole riportate da Mahler stesso -: “se questa è musica, io di musica non capisco più nulla. A confronto, il Tristan [und Isolde, di Wagner] sembra una sinfonia di Haydn”).

Mahler compone per cellule tematiche. Le monta e le smonta, le accosta, le unisce e le separa. Le fa entrare in gioco in un movimento, le riprende in quello successivo e spesso le riepiloga nel finale. Emblematico è il caso della Quarta sinfonia: il finale è il primo movimento che compone (anche perché pensava di montarlo nella Terza). E da quello estrae cellule che sviluppa nei primi tre movimenti.

I finali di Mahler sono spesso troncati. Theodor W. Adorno sostiene che potrebbe andare avanti all’infinito, e finisce quando vuole, semplicemente tagliando i fili che ha intessuto fino a quel momento. Ci sono eccezioni: la Quarta, la Nona, e il “Canto della Terra”, una sinfonia che Mahler non chiama sinfonia per scaramanzia (sarebbe stata questa la Nona, e Mahler conosce i casi di Beethoven, Schubert, Bruckner: tutti scrivono una Nona, nessuno arriva alla Decima). Queste terminano in dissolvenza, anche perché la narrazione che rappresentano parla di infinito, di eternità.

Una sinfonia paradigmatica per la logica Mahleriana è la Quinta. Divisa in cinque movimenti, ha una struttura tripartita. I primi due movimenti (“Trauermarsch”, marcia funebre, e “Stürmisch bewegt”,
mosso tempestoso) procedono nel segno dell’instabilità e si tramandano cellule tematiche. Il terzo, lo Scherzo centrale, è il perno della trasformazione della sinfonia, in Re maggiore. La terza parte comprende il famosissimo Adagietto (usato da Luchino Visconti nella sua resa di Morte a Venezia per la sua tenerezza al limite del morboso) e infine il Rondò-finale, che fagocita il materiale tematico dell’intera sinfonia costruendone un castello contrappuntistico.

Il Rondò-finale è un puzzle di cellule tematiche. E può essere un gioco interessante il cercare di identificarne una (nella figura ce ne sono diverse) e provare a seguirla lungo tutto il brano. Alla fine un glorioso momento corale per un istante annulla la vocazione contrappuntistica del movimento, ma viene subito seguito da un giocoso precipitare delle cellule tematiche, che si aggrovigliano in un nodo che Mahler non si fa scrupolo a tagliare di netto.

Una sinfonia che inizia in una marcia funebre e termina con l’Adagietto, che la tradizione vuole sia una lettera d’amore alla moglie Alma, e infine con un girotondo che ha l’esuberanza della gioventù: il tempo sembra andare all’indietro, ma c’è tutta una vita, in un’ora di musica, in un’ora abbondante di caos organizzato, di ordine nascosto nell’apparente anarchia di temi che si specchiano, si travestono, si nascondono e riappaiono.

Questa la consegna per l’esercizio di scrittura, che questa volta è volutamente lacunoso. Questo perché in questo caso ho inteso la consegna come riferita all’intera serie di esercizi di scrittura di questi post. Le briciole da seguire sono, incidentalmente, i link sotto la lineetta in calce. Scegli sei personaggi e, prima di scrivere, costruisci la struttura di un racconto in cui si intrecciano di continuo — a due a due, a tre a tre, in combinazioni sempre diverse — fino a un momento di epifania in cui uno solo di loro vive un’esperienza decisiva.

La regola è che quel momento non coinvolga tutti allo stesso modo: ciascuno vi arriva con un destino diverso — chi lo vive in pieno, chi vi partecipa solo di sfuggita, chi ne resta fuori, chi c’è ma trasformato al punto da non riconoscersi più. Non decidere questi destini a caso: falli nascere da come i personaggi si sono intrecciati lungo il racconto.

E, se ci riesci, fa’ che a vivere l’epifania non sia quello che il lettore si aspettava: non il più presente, ma uno rimasto in ombra fino a quel momento. Poi scrivi il racconto, riempiendo di narrazione la struttura, e chiudilo con un breve paragrafo in cui tutti e sei ricompaiono, ciascuno secondo il proprio destino: non da pari, ma tutti in qualche misura partecipi.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il post precedente riguarda Bruckner. Quello successivo Sibelius.