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E fattela ‘na risata, Bruce!

Stamattina ho espresso a #1 il mio parere su “The Batman”, visto ieri insieme a #2 e a cari amici che ci avevano proposto la visione.

Ma #1 non ha voluto partecipare. “Io sono Marvel”, nientemeno.

Allora, stamattina: mi è piaciuto, una regia interessante, una fotografia fumettistica…

E lui: “ma c’erano delle battute? Con i Marvel si ride, anche”.

E no, è Batman, scuro, pesante, martellante, opprimente, inquietante. Divertente: direi di no.

Non ci avevo pensato, e la cosa mi ha fatto riflettere. Il filtro di #1 riguarda il fatto che ci sia anche spazio per l’umorismo, l’ironia.

Severo ma giusto, prevenuto ma sano.

I pregiudizi sono, alla fine dei conti, dei meccanismi di autoprotezione: non devono essere usati come zavorra da applicare ad altri, ma possono funzionare bene come galleggianti da tenere per sé.

E, senza nulla togliere a questi tempi di burrasca e di cieli plumbei, anzi, proprio riconoscendone la drammaticità, se esigo la leggerezza di un sorriso, di una risata, di una parola ironica, è per tenere una ciambella gonfiabile nello zainetto.

Io non sono Marvel, rimango del mio parere sul film. Ma ha ragione #1, Bruce:

La seconda giovinezza di Sean

Girando qua e là tra i canali, ecco che mi compare il comandante Marko Ramius.

Non ho letto il romanzo di Tom Clancy, ma il film di McTiernan è sicuramente uno dei miei preferiti. Complice, ovviamente, il talento di Sean Connery.

Ecco, di Sean Connery mi piace la curva professionale.

Partito con ruoli che sicuramente non hanno messo in evidenza doti attoriali che probabilmente lui non possedeva (diciamolo, il suo James Bond, per quanto per me sia lo 007 per antonomasia, non brilla per una recitazione da Oscar), lo scozzese ha avuto una seconda giovinezza di una qualità decisamente migliore, con una serie di personaggi a cui sono affezionato: il colonnello Arbuthnot, Guglielmo da Baskerville, Jim Malone, il professor Jones, Robert MacDougal, William Forester, Allan Quatermain.

Ma soprattutto, soprattutto, Barley. Bartholomew Scott Blair, il protagonista de La Casa Russia, tratto da un bel LeCarré, film del 1990 di Fred Schepisi, con meravigliose musiche di Jerry Goldsmith e sceneggiatura di Tom Stoppard. Un film di una malinconia pazzesca, tra il grigiore parallelo di Mosca e dell’Occidente, e il sole e i panni stesi di una Lisbona al tramonto. Una malinconia illuminata da una storia d’amore che mette in scacco guerra fredda e glasnost. Brividi.

Beh, tanto ti dovevo, Sean.

Un vecchio film

 

 

E’ che ho scattato questa foto oggi, e l’unica cosa che mi viene da scrivere riguarda un vecchio film visto diverse volte, ma sempre apprezzato.

Un film del 1959, genere thriller-spionaggio, con elementi di commedia e un paio di scene che appartengono alla storia del cinema, una in campagna e una in montagna…

Vediamo se qualcuno prova a indovinare…
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Gialli in bianco e nero

Non ricordo quando in casa nostra è entrata la televisione a colori. Ricordo il marchio del primo televisore, con un puntino blu che mi piaceva molto.

E ricordo che per i miei, dopo che il terremoto dell’83 lo fece precipitare dalla libreria (“tubo catodico crepato, mi dispiace signora”), nessun altro televisore ha mai più avuto gli stessi colori.

Negli anni Ottanta, comunque, sicuramente guardavamo film colorati. Tranne i classici, per cui “guardavamo” diventa “guardavano”, io ero un teen-ager in quegli anni.

Salvo rarissime eccezioni.

Qualche anno fa scoprii Amazon. Visitare il loro sito britannico (quello italiano ovviamente ancora non c’era) mi fece un po’ l’impressione che mi aveva fatto, da ragazzino, varcare la soglia di HMV a Oxford Street, a Londra: l’impressione di entrare nel paese delle meraviglie.

Dopo qualche titubanza, direi per soggezione prima di tutto, una volta deciso che vi avrei acquistato qualcosa, l’imbarazzo della scelta mi fece rifugiare su qualcosa di certo, un punto fermo.

Quattro punti fermi, in realtà tre, perché uno di questi io non ero mai riuscito a vederlo in televisione. Quattro punti fermi in bianco e nero scoperti nell’era della televisione a colori. Quattro “gialli” inglesi diretti da George Pollock, con protagonista Margaret Rutherford nei panni di Ms Jane Marple.

Margaret Rutherford (da Wikipedia).

Assassinio sul treno (Murder she said, 1961), Assassinio al galoppatoio (Murder at the gallop, 1963), Assassinio sul palcoscenico (Murder most foul, 1964),  e Assassinio a bordo (Murder ahoy, 1964) hanno un tono a tratti ingenuo, sempre misurato, abbastanza scuro, ovviamente sia per il tipo di situazioni che per i contrasti del bianco e nero, ma rischiarato sempre dall’umorismo della fisicità di Miss Marple, delle sue espressioni facciali, del suo incedere impacciato, della sua testardaggine, dei suoi rapporti col signor Stringer (interpretato dal marito dell’attrice, Stringer Davis) e con l’ispettore Craddock. Ma soprattutto, per me la cifra di questi quattro film, ciò che mi faceva star seduto di fronte a queste opere fuori moda, fuori tempo, erano i colori vivaci e brillanti della colonna sonora di Ron Goodwin.

E ora che i classici non mi spaventano più, né il bianco e nero, continuo ad adorare questa vecchietta ficcanaso e saputella e i quattro film che Amazon mi ha portato (infatti non mancano in videoteca) a casa e che rivedo e riascolto sempre con piacere.

Adesso, non parliamo di guardarli tutti e quattro in stecca (ci vuole un fisico bestiale, e io non ce l’ho), ma se qualcuno che legge avesse voglia di rivederne uno (in inglese: Amazon.co.uk non ti vendeva film in italiano, eh), si faccia vivo che organizziamo…

A proposito di Hobbit

No, non è una recensione del film di Peter Jackson. Non sono andato al cinema a vederlo, principalmente per motivi logistici. Perciò non posso parlarne.

Voglio solo ricordare a me stesso e a chi legge alcuni piccoli dettagli del romanzo che sto leggendo (per la seconda volta e dietro sua richiesta) a mio figlio di quattro anni e mezzo, dettagli che, a quanto ho sentito, il film ha un attimo perso per strada.

Il romanzo “The Hobbit  – There and back again”:

  • è stato scritto da J. R. R. Tolkien, lo stesso autore di “The Lord of the Rings”, ed è stato pubblicato diciassette anni prima del più famoso sequel;
  • ha grossomodo le dimensioni di un terzo del “Signore degli Anelli”;
  • è scritto con il linguaggio, nei toni e nelle atmosfere di una favola per bambini: ci sono parti “spaventose” (a base di troll, goblin, warg, ragni e un drago cattivello) ma vengono trattate con ironia e leggerezza; sono frequenti richiami del tipo “quello che accadde dopo, il tale personaggio se lo sarebbe ricordato fino alla fine dei suoi giorni” volti a sdrammatizzare la situazione, a disarmare situazioni potenzialmente drammatiche o pericolose per i personaggi.

Venendo al film: se ha perso questi che non sono dettagli del romanzo, ne va pesantemente della fedeltà al romanzo stesso e all’autore.

Non è la prima volta che accade, del resto. Non mi scandalizza particolarmente, anche se mi dispiace.

Così com’è, mi incuriosisce molto l’aspetto tecnico della realizzazione del film: costumi, effetti; mi interessa anche vedere come Jackson, Walsh, Boyens e Del Toro siano riusciti a espandere la sceneggiatura in modo da “riempirne” tre film, quale lettura ne abbiano dato, come abbiano salvato, se l’hanno fatto, gli elementi infantili, la priorità narrativa, l’umorismo.

Lo affronterò, quando riuscirò a farlo, come un film “basato sul”, e non come “trasposizione cinematografica del”, romanzo.

Con un poco di rammarico, come dicevo: l’operazione di trasposizione che gli stessi sceneggiatori hanno compiuto per il Signore degli Anelli mi era invece piaciuta molto.

D’altra parte dopo il successo di incassi della prima trilogia, la scelta tra un singolo film più debole e con un target di pubblico diverso e il tentativo di un bis a qualunque costo, alla produzione non dev’essere sembrata particolarmente difficile. Una scelta che tradisce, però, proprio i lettori ai quali Tolkien aveva dedicato la sua opera: i bambini.

Da parte mia, ai miei figli (anzi, al maggiore, il minore per ora si accontenta di Barbapapà) leggo volentieri il romanzo.

Gialli assenti in videoteca

A casa nostra intorno alla fine di novembre iniziano ad arrivare telefonate che scatenano il panico.

“Senti, ma… ai bambini che cosa possiamo regalare a Natale? E a voi?”.

Panico: figuriamoci se abbiamo avuto tempo di immaginare cosa possiamo noi genitori regalare ai bambini; men che  meno quel che vorremmo che altri regalassero loro. O a noi, quasi inconcepibile.

Prendiamo tempo. Um, dobbiamo ancora parlarne, ma lascia stare, dai ci sentiamo più avanti…

Da parte mia io solitamente non ho idea. Le cose di cui ho bisogno (una cintura? una camicia? un paio di pantaloni?) me li compro io quando ne ho bisogno. Cose di cui non ho bisogno… non ne ho bisogno.

Diciamo che nel mondo libri/musica/film però qualche idea solitamente sono in grado di estrarla anche in modo estemporaneo.

Ad esempio, ci sono alcuni classici della filmografia thriller che mi piacerebbe rivedere, anzi collezionare. Perché hanno un posto particolare nei miei ricordi. Ecco, ora ve li elenco: non perché mi aspetti che qualcuno me li regali, ovviamente. Mi basta il piacere di ricordarmeli e di condividere l’emozione.

Psycho: non è il mio Hitchcock preferito, ma sicuramente è un capolavoro. Questo in effetti non è associato a nessun ricordo in particolare, ma in qualche modo simboleggia tutti i successivi della lista.

La finestra sul cortile (Rear Window): questo lo davano sulla nostra emittente locale ogni estate diverse volte. Ricordo di aver condiviso con James Stewart il sudore, la ricerca di un po’ di frescura attraverso le finestre aperte. Il suono che mi rimane, di quel film è l’intermittente sirena delle navi in sottofondo. Le immagini preferite: i primi piani di Grace Kelly.

Caccia al ladro (To catch a thief): meraviglioso. Il bacio di Grace Kelly a Cary Grant nel corridoio dell’albergo ha abitato alcuni dei miei sogni adolescenziali.

Marnie: più oscuro, morboso. Quand’ero giovane mi intrigava capire cosa abbia in mente Sean Connery quando decide di sposare la protagonista nonostante tutto.

Il sipario strappato (Torn curtain). Bella storia di spionaggio nella DDR. Non uno dei preferiti della TV, è un film di cui ho memorie sbiadite, come un vecchio sipario… Ottimo Paul Newman.

Intrigo a Stoccolma (The Prize): questo non è un Hitchcock, ma è un bel gialletto con avventure varie, scambi di persona e cortine di ferro. Anche questo era un cavallo di battaglia delle TV estive.

La signora scomparsa (The lady vanishes): qui i tempi sono più recenti. Bellissima Cybill Shepherd, fantastico Elliott Gould, impareggiabile Angela Lansbury. Ricordo: io e mia sorella che cerchiamo di canticchiare il motivetto che Lansbury affida agli eroi del film.

Delitto sotto il sole (Evil under the sun): ancora più recente. Anche questo fa parte di una serie, quella dei film Poirot che le TV ogni tanto offrono in sequenza, insieme con il Nilo e l’Orient Express. Grande cast. I miei ricordi riguardano però la colonna sonora, tutta a base di Cole Porter.

Ecco, più o meno sono questi i (classici) gialli che avverto come assenti dalla mia collezione. Identificati. Ora, piano piano, bisognerà fare qualcosa…

 

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Edit 22/12/12: “Caccia al ladro” non manca più. Evviva.

Visioni estive

I cognati ci hanno portato da Oltremanica in dono tre DVD. Visto che sto abbondantemente annoiandovi con le mie letture estive, ecco anche, per cambiare, le tre commedie romantiche che abbiamo visto.

The Best Exotic Marigold Hotel (Marigold Hotel). Alcuni anziani inglesi, per ragioni molto diverse, decidono di ritirarsi in una sorta di casa di riposo in India. Per tutti sarà un’esperienza importante. Una commedia di buoni sentimenti, con alcune situazioni che ho trovato originali, tutto sommato prevedibile, ma comunque gradevole, soprattutto grazie a un cast di “vecchietti” di gran classe (Judi Dench, Tom Wilkinson, Maggie Smith, Bill Nighy).

Crazy, stupid love. Una coppia in fase di divorzio, un donnaiolo che offre il suo aiuto, diverse storie d’amore che ruotano intorno. L’avevo già visto, ma siccome faceva parte del pacco-regalo, non ho fatto fatica a rivedermelo. Steve Carell e Julianne Moore sono in forma, mi pare. Il film in sé contiene alcune intuizioni interessanti, anche se ho trovato il finale in stile commedia degli equivoci un po’ forzata e pretenziosa. Anche qui tanti buoni sentimenti e una piega un po’ troppo amerimoralist per i miei gusti.

One day. Questo, come concetto, è quello del pacco che mi è piaciuto di più. Il film percorre tutti i quindicilugli dal 1988 al 2011 per una coppia di persone, che si conoscono, appunto, nel 1988, il giorno della laurea, e poi imboccano strade che continuano ad intersecarsi fino alla fine. Un cast onesto, in cui spicca una versatile Anne Hathaway. Solo alla fine ci si accorge del tema “e se invece fosse successo che…”, che fa rileggere le vicende sotto un’altra luce. Sì, interessante. Questo l’ho visto stasera, ma secondo me continuerò a pensarci nei prossimi giorni, è uno di “quei” film. Non tanto perché sia particolarmente ben fatto, ma, come scrivevo, per il concetto e la chiave di lettura.

Buona visione, e avanti con altri suggerimenti (e pacchi regalo, sempre benvenuti!).

Un caso di omonimia

Mi divertono i film d’azione. Guy Ritchie non mi dispiace (anche se non ricordo niente dei film diretti da lui che certamente ho visto), anzi divorziando da Madonna mi è diventato quasi simpatico. Robert Downey Jr e Jude Law mi piacciono.

Ma non mi si tocchi Sherlock Holmes. Avrei dovuto farmi sentire dopo il primo, lo dico ora prima dell’uscita del secondo sperando che queste mie parole distolgano i produttori dall’immorale intento di guadagnare pozzi di quattrini con l’ovvio terzo episodio della serie.

Basta leggere una paginetta di Conan Doyle per capire che l’atmosfera, lo stile, il genere stesso sono distanti anni luce da quelli proposti da Ritchie; incredibilmente più fedeli sono stati i film con Basil Rathbone o Jeremy Brett. E’ inutile nascondersi dietro a piccoli dettagli della figura di Holmes e Watson, irrilevanti nel complesso, quando l’intero film c’entra con Sherlock Holmes quanto “Il caimano” c’entra con la zoologia.

E’ comoda così: prendi un nome che tutti conoscono, ancora meglio se tutti lo conoscono senza conoscere davvero il personaggio che sta dietro al nome, e ci confezioni sopra un filmone con star e location a cinque stelle del genere che va per la maggore.

Ormai la frittata è fatta: non posso far altro che invitare tutti coloro che non l’avessero mai fatto, a leggersi i quattro romanzi e qualcuna delle raccolte di racconti. E guardare tranquillamente i film, che sono divertenti, immaginando che si tratti semplicemente di un caso di omonimia.