Archivi tag: Eliot

Avanti, viaggiatori

Pensando a inizi e fini, partenze e arrivi, torno a citare il mio vecchio amico TSE…

III.

Talvolta mi domando se questo è ciò che Krishna intendeva –
Tra le altre cose – o è un modo di dire la stessa cosa:
Che il futuro è un canto svanito, o una Rosa Reale o uno stelo di lavanda
Di nostalgico rimpianto per coloro che non sono più qui a rimpiangere,
Pressato tra le pagine gialle di un libro che non è mai stato aperto.
E la salita è la discesa, l’andata è il ritorno.
Non potete affrontarlo con fermezza, ma questo è sicuro,
Che il tempo non è guaritore: il paziente non c’è più.
Quando il treno parte, e i passeggeri si sono accomodati
Con la frutta, i periodici e le lettere di affari
(E quelli che li hanno salutati hanno lasciato il marciapiede)
I loro volti si rilasciano dall’angoscia al sollievo,
Al ritmo sonnolento di un centinaio di ore.
Avanti, viaggiatori! senza scappare dal passato
A vite diverse, o a un futuro qualsiasi;
Non siete le stesse persone che hanno lasciato quella stazione
O che arriverà a qualunque destinazione,
Mentre i binari che si avvicinano scivolano insieme dietro di voi;
E sul piano del merci tamburellante
Guardando il solco che diviene ampio dietro di voi
Non dovete pensare che ‘il passato è finito’
O che ‘il futuro è davanti a noi’.
Al calare della notte, nel sartiame e nell’antenna,
C’è una voce che canta (anche se non all’orecchio,
La mormorante conchiglia del tempo, e non in alcun linguaggio)
‘Avanti, voi che pensate di star viaggiando;
Voi non siete quelli che hanno visto il porto
allontanarsi, o quelli che sbarcheranno.
Qui, fra la sponda di qua e quella lontana
Mentre il tempo è ritratto, considerate il futuro
E il passato con mente imparziale.
Nel momento che non è di azione o di inazione
Potete ricevere questo: “in qualunque sfera di essere
La mente di un uomo possa essere intenta
Al tempo della morte” – quella è l’unica azione
(E il tempo della morte è ogni momento)
Che fruttificherà nelle vite di altri:
E non pensate al frutto dell’azione.
Avanti.
O viaggiatori, o naviganti,
Voi che venite al porto, e voi i cui corpi
Sopporteranno il processo e il giudizio del mare,
O che altro evento, questa è la vostra vera destinazione’.
Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna
Sul campo di battaglia.
Non buon viaggio
Ma avanti, viaggiatori.

(Thomas S. Eliot, Quattro Quartetti, I Dry Salvages)

Il tempo del mondo che cinguetta

Mi ha colpito, rileggendolo, questo verbo, questo “twittering world”. E, come al solito, mi trovo a pensare che settantotto anni fa il signor Eliot aveva uno sguardo ben più lungimirante di tanti di noi oggi. Forse è lo sguardo della poesia.

III.

Questo è un luogo di disaffezione
Tempo prima e tempo dopo
In una luce fioca: né luce diurna
Che investe la forma di limpida immobilità
Che cambia l’ombra in breve bellezza
Che con lenta rotazione suggerisce permanenza
Né oscurità per purificare l’anima
Svuotando il sensuale attraverso la privazione
Cancellando l’affetto dal temporale.
Né pienezza né vuoto. Solo un tremolio di luce
Sui volti tirati logorati dal tempo
Distratti dalla distrazione per distrazione
Riempiti di fantasie e vuoti di significato
Tumida apatia senza concentrazione
Uomini e pezzetti di carta, che fa mulinare il vento freddo
Che soffia prima e dopo il tempo,
Vento dentro e fuori polmoni malati
Tempo prima e tempo dopo.
Eruzione di anime malsane
Nell’aria sbiadita, i torpidi
Portati dal vento che spazza le tristi colline di Londra,
Hampstead e Clerkenwell, Campden e Putney,
Highgate, Primrose e Ludgate. Non qui
Non qui il buio in questo mondo che cinguetta.

Scendete più in basso, scendete soltanto
Nel mondo della perpetua solitudine,
Mondo non mondo, ma ciò che non è mondo,
Oscurità interna, privazione
E spoliazione di ogni proprietà,
Essiccazione del mondo del senso,
Evacuazione del mondo della fantasia,
Inattività del mondo dello spirito;
Questa è una strada, e l’altra
È la stessa, non in movimento
Ma astensione dal movimento; mentre il mondo si muove
Pieno di voglie, sulle sue vie lastricate
Del tempo passato e del tempo futuro.

(Thomas S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Prima dell’inizio e dopo la fine

Oggi, intanto che pensavo a cose durature e cose caduche, al pane in freezer e all’essenza del tempo, alla gastroenterite e al ciclo delle stagioni, mi è tornato alla mente questo pezzo. E ve lo regalo volentieri.

V.

Le parole si muovono, la musica si muove

Solo nel tempo; ma ciò che è solo vivo

Può solo morire. Le parole, dopo il discorso, giungono

Al silenzio. Solo attraverso la forma, il disegno,

Parole o musica possono raggiungere

La quiete, come un vaso cinese ancora

Si muove perpetuamente nella sua quiete.

Non la quiete del violino, finché la nota dura,

Non quella solo, ma la coesistenza,

O diciamo che la fine precede l’inizio,

E che la fine e l’inizio erano sempre lì

Prima dell’inizio e dopo la fine.

E tutto è sempre ora. Le parole si sforzano,

Crepano e a volte si rompono, sotto il peso,

Sotto la tensione, inciampano, scivolano, si deteriorano,

Marciscono per imprecisione, non vogliono stare a posto,

Non vogliono stare ferme. Voci che strillano,

Sgridano, deridono, o semplicemente chiacchierano,

Le assillano sempre. La Parola nel deserto

È soprattutto attaccata da voci di tentazione,

L’ombra piangente nella danza funebre,

Il forte lamento della chimera sconsolata.

 

Il dettaglio del disegno è movimento,

Come nella figura delle dieci scale.

Il desiderio stesso è movimento

Non in sé desiderabile;

L’amore è in se stesso immobilità,

Solo la causa e il fine del movimento,

Senza tempo e desideri

Tranne che nell’aspetto del tempo

Colto nella forma del limite

Fra non-essere ed essere.

Improvviso in un dardo di sole

Mentre ancora la polvere si muove

Ecco salire il riso nascosto

Di bambini tra le foglie

Presto, su, qui, ora, sempre –

Ridicolo il desolato triste tempo

che si stende prima e dopo.

 

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Eliot

Un commento (uno a caso!) al post di ieri mi ha fatto tornare alla mente come è nata la mia predilezione per Thomas Stearns Eliot, nel panorama della poesia contemporanea.

A scuola, sicuramente. Avevo un’ottima insegnante di inglese, in quinta liceo, Maria Teresa P, che, immagino seguendo i programmi ministeriali (ancora esistevano), ci aveva proposto “La terra desolata” dal nostro testo antologico.

Poi, nell’ambito del consueto inquadramento biografico, aveva citato i “Four Quartets”, tra le altre opere, sottolineando il fatto che il presentare unicamente “La terra desolata” era molto riduttivo nei confronti delle tematiche toccate da Eliot nella sua opera (inclusa quella saggistica).

Il che mi aveva incuriosito. Prima di tutto perché mi ero francamente stancato di tutta la sequela di autori che svisceravano da ogni possibile punto di vista i drammi della condizione umana, la caduta delle certezze, i panorami desertici dell’anima. Come se fosse l’unica cosa degna di essere raccontata della cultura del Novecento.

Il titolo musicale dei “Quartetti” mi portò in libreria, dove ne trovai una piccola edizione con traduzione a fronte, che ancora occupa un posto di rilievo nella mia libreria personale.

Iniziai a leggerli, non capendoci molto. Poi arrivò la maturità, in cui “portavo inglese come seconda” (cioè, inglese era la seconda, possibile materia su cui speravo di essere interrogato all’orale; la prima era sempre certa, e avevo scelto italiano , la seconda dipendeva dalla benevolenza della corte, anche perché in scienze la prof, senza chiedere se l’avrei gradito, aveva pensato bene di darmi un voto più alto che in inglese, ma questa è un’altra storia), e quindi dovetti sorbirmi le desolazioni della terra di Eliot in lungo e in largo: c’era quello, in programma.

Poi, dopo l’esame, ripresi in mano il libercolo, iniziai a tradurmelo, a gustarmelo, a leggere le note, ad appassionarmi.

E a chiedermi perché.

Perché non veniva proposto nella letteratura scolastica.

Certo, la disintegrazione dell’umano faceva, e credo ancora faccia, molto figo, tra i teenager. Lo spirituale tira(va) molto meno.

Poi se la tesi è che la cultura del Novecento fa a meno di Dio, e persino di una qualunque forma di spiritualità, i Quartetti vanno nascosti bene.

E infine, credo la ragione principale, è che per proporli occorre esserci stati, là dentro. Altrimenti sono vaneggiamenti. E’ un po’ come Dante: se non senti una qualche forma di nostalgia di una qualche forma di empireo, la Commedia è solo un bell’esercizio razionale e niente più. E temo che, nel caso dei programmi di insegnamento e di chi li prepara, non sia nemmeno una questione di impronta culturale: è il cuore dei burocrati che non è fatto per le altezze e le profondità.

Ma per fortuna, qualche insegnante ancora non ha paura di provare, o anche solo di poter far provare, qualche vertigine.

A un solo termine

I.

Tempo presente e tempo passato
Sono forse presenti nel tempo futuro,
E il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
Tutto il tempo è irredimibile.
Ciò che potrebbe essere stato è un’astrazione
Che rimane una perpetua possibilità
Solo in un mondo speculativo.
Ciò che potrebbe essere stato e ciò che è stato
Puntano a un sol termine, che è sempre presente.
Passi echeggiano nella memoria,
Lungo il corridoio che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo mai
Sul giardino di rose. Le mie parole echeggiano
Così nella vostra mente.

                                                 Ma a che scopo,
Smuovono la polvere su una coppa di petali di rosa,
Non lo so.

                         Altri echi
Popolano il giardino. Li seguiremo?
Presto, disse l’uccello, trovàteli, trovàteli,
Dietro l’angolo. Attraverso il primo cancello,
Nel nostro primo mondo, seguiremo
L’inganno del tordo? Nel nostro primo mondo.
Là essi erano, dignitosi, invisibili.
Si muovevano senza peso, sulle foglie morte,
Nel calore dell’autunno, attraverso l’aria vibrante,
E l’uccello chiamava, in risposta
Alla musica non udita nascosta nei cespugli,
E lo sguardo non visto passava, poiché le rose
Avevano l’aspetto di fiori che sono osservati.
Là essi erano come ospiti nostri, accolti e accoglienti.
Così ci movemmo noi, e loro, in modo formale,
Lungo la passeggiata vuota, al cerchio di bosso,
A guardare giù nel laghetto prosciugato.
Secco il laghetto, secco cemento, dal bordo marrone,
E il laghetto si riempì d’acqua alla luce del sole,
E i fiori del loto si alzarono, lentamente, lentamente,
La superficie brillò al cuore della luce,
Ed essi erano dietro di noi, riflessi nel laghetto.
Poi una nuvola passò, e il laghetto era vuoto.
Andate, disse l’uccello, poiché le foglie erano piene di bambini,
Che si nascondevano eccitati, trattenendo il riso.
Andate, andate, andate, disse l’uccello: gli umani
Non possono sopportare molta realtà.
Tempo passato e tempo futuro
Ciò che potrebbe essere stato e ciò che è stato
Puntano a un solo termine, che è sempre presente.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Inizio, fine ed esplorazione

Torno a Eliot. La fine dei Quattro Quartetti, tanto per ricominciare.

V.
Ciò che chiamiamo l’inizio è spesso la fine
E finire è cominciare
La fine è dove iniziamo. E ogni frase
Ogni proposizione che sia giusta (in cui ogni parola è a casa,
Prende il suo posto per sostenere le altre,
La parola né diffidente né ostentata,
Facile scambio di vecchio e nuovo,
La parola comune esatta senza volgarità,
La parola formale precisa ma non pedante,
La famiglia completa che danza insieme)
Ogni frase e ogni proposizione è una fine e un inizio,
Ogni poesia un epitaffio. E ogni azione
E’ un passo verso il patibolo, verso la pira, giù alla gola del mare
O a una lapide illeggibile: e da lì partiamo.
Moriamo con i morenti:
Ecco, partono, e noi andiamo con loro.
Nasciamo con i morti:
Ecco, ritornano, e ci portano con loro.
Il momento della rosa e il momento del tasso
Hanno uguale durata. Un popolo senza storia
Non è redento dal tempo, perché la storia è uno schema
Di momenti senza tempo. Perciò, mentre la luce si perde
Un pomeriggio d’inverno, in una cappella solitaria
La storia è ora e l’Inghilterra.

Con la forza di questo Amore e la voce di questa Chiamata

Non desisteremo dall’esplorazione
E la fine di tutto il nostro esplorare
Sarà arrivare al punto di partenza
E conoscere il luogo per la prima volta.
Attraverso il cancello ignoto ricordato
Quando l’ultima terra da scoprire
E’ quella del principio;
Alla sorgente del fiume più lungo
La voce della cascata nascosta
E i bambini nel melo
Ignoti perché non cercati
Ma uditi, quasi uditi, nell’immobilità
Tra due onde del mare.
Presto ora, qui, ora, sempre…
Una condizione di completa semplicità
(Che non costa meno di tutto)
E tutto sarà bene e
Ogni genere di cose sarà bene
Quando le lingue di fiamma saranno ripiegate
Nel nodo coronato di fuoco
E il fuoco e la rosa saranno uno.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Little Gidding)

La primavera di mezzo inverno

Un gioiello invernale e che mi pare appropriato per la giornata di oggi. Enjoy.

I.
La primavera di mezzo inverno è una stagione a sé
Sempiterna, sebbene intrisa al calar del sole,
Sospesa nel tempo, fra polo e tropico.
Quando il giorno corto più brilla, di gelo e fuoco,
Il breve sole infiamma il ghiaccio, su stagni e fossi,
Nel freddo senza vento che è il calore del cuore,
Riflettendo in uno specchio acquoso
Il bagliore che è cecità nel primo pomeriggio.
E uno splendore più intenso di vampa di ramo o di braciere,
Smuove lo spirito muto: non vento ma fuoco di Pentecoste
Nel tempo oscuro dell’anno. Tra il disgelo e il gelo
La linfa dell’anima trema. Non c’è odore di terra
O odore di vivo. Questo è tempo di primavera,
Ma non secondo la legge del tempo. Ora la siepe
S’imbianca per un’ora di boccioli passeggeri
Di neve, una fioritura più improvvisa
Di quella d’estate, né germoglio né appassimento,
Non nello schema della generazione.
Dov’è l’estate, l’inimmaginabile
Estate zero?

Se veniste da queste parti,
Prendendo la strada che verosimilmente prendereste
Dal posto da cui verosimilmente verreste,
Se veniste da queste parti nel tempo di maggio, trovereste le siepi
Di nuovo bianche, in maggio, di voluttuosa dolcezza.
Sarebbe lo stesso alla fine del viaggio,
Se veniste di notte come un re spezzato,
Se veniste di giorno senza sapere perché siete venuti,
Sarebbe lo stesso, quando lasciaste la strada sconnessa
E giraste dietro la porcilaia fino alla sciocca facciata
E alla pietra tombale. E ciò per cui credevate di essere venuti
È solo un guscio, una buccia di significato
Da cui lo scopo erompe solo quando è adempiuto
Se mai. O non avevate uno scopo
O lo scopo è oltre la fine che immaginavate
Ed è alterato nel compimento. Ci sono altri posti
Che sono anch’essi la fine del mondo, alcuni alle fauci del mare,
O sopra un lago oscuro, in un deserto o in una città –
Ma questo è il più vicino, nello spazio e nel tempo,
Ora e in Inghilterra.

Se veniste da queste parti,
Prendendo qualunque strada, partendo da qualunque posto,
In qualunque momento o in qualunque stagione,
Sarebbe sempre lo stesso: dovreste spogliarvi
Del senso e della ragione. Voi non siete qui per verificare,
Istruirvi, o soddisfare la curiosità
O per fare rapporto. Voi siete qui per inginocchiarvi
Dove la preghiera è stata efficace. E la preghiera è più
Di un ordine di parole, della conscia occupazione
Della mente che prega, o del suono della voce che prega.
E ciò per cui i morti non avevano parole, da vivi,
Essi possono dirvelo, da morti: la comunicazione
Dei morti ha la lingua del fuoco al di là del linguaggio dei vivi.
Qui, l’intersezione del momento senza tempo
È l’Inghilterra e nessun luogo. Mai e sempre.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Little Gidding)

Signora, il cui santuario

Un brandello di poesia che è anche altro, in un giorno che è l’ultimo di maggio, ma anche altro.

IV.

Signora, il cui santuario sta sul promontorio,

Prega per tutti quelli che sono sulle navi, quelli

La cui occupazione ha a che fare col pesce, e

Quelli impegnati in ogni traffico legittimo

E quelli che li guidano.

Ripeti una preghiera anche per

Le donne che hanno visto i loro figli o mariti

Partire, e non ritornare:

Figlia del tuo Figlio,

Regina del Cielo.

Prega anche per quelli che erano sulle navi, e

Terminarono il loro viaggio sulla sabbia, sulle labbra del mare

O nella scura gola che non li restituirà

O dovunque raggiungerli non può il suono dell’eterno angelus

Della campana del mare.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, I Dry Salvages)