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Perché puntare sul protagonismo dei bambini e dei ragazzi

Perché ci sono, e non è scontato che ci siano; ed essendoci hanno il diritto e il dovere di contribuire a rendere migliore il mondo in cui vivono: non sono i “futuri cittadini”, cittadini li sono già oggi.

Perché hanno voglia di fare, conoscere, partecipare: affinché noi adulti li deludiamo qualche volta di meno.

Perché le idee le hanno, siamo noi adulti che non sappiamo decifrarle e renderle praticabili: per loro formulare idee e per noi capirle sono due esercizi fondamentali che costruiscono la comunità attraverso la coesione generazionale.

Perché hanno avuto meno tempo per formarsi pregiudizi e possono ricordarci cosa vuol dire esserne liberi.

Perché per imparare non c’è modo migliore del fare, dello sporcarsi le mani.

Perché hanno il maggior interesse nell’evitare scelte miopi e nel praticare quelle lungimiranti, già oggi.

Perché noi adulti siamo quasi tutti genitori, zii, nonni, fratelli o sorelle maggiori, e siamo stati tutti bambini e ragazzi: sappiamo benissimo che quando i bambini e i ragazzi si trovano a loro agio, tutta la comunità vive più serena, mentre quando i bambini e i ragazzi vivono situazioni di tensione, di pericolo, di difficoltà, è la comunità tutta a sentirle su di sé.

Perché non votano.

Perché impareranno, crescendo, che le orecchie non smettono mai di crescere; perché imparino anche che non si tratta solo di una curiosità anatomica.

Perché cresceranno, se ne andranno: per dar loro motivo di tornare.

Il protagonismo dei ragazzi non è una novità. Io ne sento parlare da almeno trent’anni. Ma nell’azione concreta delle nostre comunità locali, troppo poche sono le amministrazioni che hanno voglia di prendere i bambini e i ragazzi a misura delle loro iniziative.

Penso valga la pena provarci. E’ forse la ragione più importante che mi ha spinto ad accettare un impegno con Fornovo Insieme.

Musei

Mi ha trovato, sotto il pioppo, in questo post in cui esponevo una foto della mia città, un viaggiatore che ha avuto modo di apprezzare, ma non solo, una visita in queste terre.

Il suo post è questo, ma ce n’è anche un altro sui chiostri di San Giovanni.

Il commento finale sulla mentalità di chi ancora vede i musei come depositi di artefatti e non come fabbriche e laboratori di cultura mi si incrocia con quello che sentivo questa mattina su Radio1, con Umberto Broccoli che commentava, da Londra, il fatto che nella capitale inglese i musei offrono percorsi per ogni genere di visitatore, comprese le famiglie, al punto che i musei sono luoghi che le famiglie non disdegnano per il loro tempo libero.

I miei figli, specialmente il maggiore, sono innamorati del Museo di Storia Naturale di Kensington (gratuito), che hanno visitato (in piccolissima parte, tanto che quando torneremo sicuramente vi faremo nuovamente tappa) l’anno scorso.

E’ un problema dei musei nostrani, delle istituzioni che li gestiscono: sembra che l’unico parametro importante sia il costo.

Ma è anche un problema, credo, delle famiglie, per cui il museo, anche quelli che, pochi o tanti, cercano di proporre una fruizione innovativa, spesso non rientra nemmeno nella lista delle “cose che potremmo fare questo weekend”.

Ed è triste, perché, per quel che ricordo dalle mie esperienze da bambino (mio padre mi ha portato diverse volte al Museo Archeologico Nazionale, su mia insistenza dopo la prima volta, perché era un’esperienza ai limiti del magico), e per quel che ho visto con i miei figli, una visita a un museo risveglia la curiosità, genera storie, apre mondi e interessi.

L’ultima volta che mi è successo e stato poco più di un mese fa a Volterra, al museo etrusco (che purtroppo, eccezionale per qualità e quantità di materiali, non fa invece eccezione come qualità di esperienza museale nel desolante panorama italiano). Grazie a un depliant che ci è stato consegnato all’ingresso, la nostra brevissima visita (costataci però come se avessimo trascorso l’intera giornata all’interno) è stata una caccia al tesoro, alla ricerca dei pezzi raffigurati sulla brochure. I bambini si sono divertiti, hanno fatto chili di domande su questi oggetti sconosciuti e assolutamente estranei alla loro esperienza, domande a cui noi genitori abbiamo dovuto dare tentativi di risposte traendole al volo dai pannelli esplicativi, assolutamente inadatti a questo tipo di visita.

Però ci siamo andati, e ai bambini questo è rimasto impresso. Il maggiore oggi, quando si avvicina il tramonto, non manca di farci notare la sua “ombra della sera”.

Sarebbe bello se si potesse investire di più sui musei. Sarebbe un modo intelligente per affrontare la crisi, attingendo al nostro passato in modo nuovo, per dar valore a ciò che siamo e saremo attraverso ciò che siamo stati.

Un angolo di vergogna

Ci sono genitori per cui il pediatra (pediatra di libera scelta, PLS) è il parafulmine delle proprie insicurezze.

Oggi non ha fatto la cacca? Chiama il pediatra. Ha succhiato venti grammi di latte meno di ieri? Mandagli un email. Ha trentasette e tre? Portalo in ambulatorio.

Spesso un atteggiamento sbrigativamente rassicurante del PLS può essere inteso, dai genitori di questa categoria, come scostante, tagliente, indisponibile. E quindi: “il pediatra a cosa serve? quando ne hai bisogno non c’è o ti tratta male… meglio sarebbe non pagarlo con le tasse, tenerci i soldi e andarci privatamente quando serve”.

Perché, per fortuna, i bambini che vivono oggi in condizioni mediamente agiate raramente “ne hanno bisogno” davvero, del pediatra; molto spesso basterebbero i consigli di una nonna o di un genitore più esperto.

E però ci sono i casi in cui la presenza di un pediatra è fondamentale, addirittura indispensabile. Perché ci sono sintomi che l’occhio di una nonna o di un genitore più esperto non sono in grado di interpretare. Perché ci sono malattie che non sono la varicella, che non passano in quindici giorni, per cui non basta la tachipirina. Perché ci sono patologie che si individuano per tempo solo seguendo passo passo lo sviluppo di un bambino, da quando è nato. Perché ci sono condizioni croniche che richiedono una presenza periodica, un accompagnamento continuo.

Il PLS è lì per la salute e la qualità di vita dei bambini, non per la tranquillità dei genitori.

(Poi, è chiaro: ogni pediatra è più o meno bravo, ha le sue fissazioni di cui fra cinque anni si spera che riderà anche lui, questo pro vaccini, quell’altro contro, questo pro biologico, quell’altro contro, questo tutto omeopatico, quell’altro agopuntore sciamano derviscio eccetera).

Per un bambino oggi, avere un PLS è una grande conquista a tutela della sua salute.

L’Italia nel 1991 ha ratificato la Convenzione Internazionale sui Diritti dell’Infanzia. All’articolo 24, la Convenzione recita:

1. Gli Stati parti riconoscono il diritto del fanciullo al godimento dei piu’ alti livelli raggiungibili di salute fisica e mentale e alla fruizione di cure mediche riabilitative. Gli Stati parti devono sforzarsi di garantire che il fanciullo non sia privato del diritto di beneficiare di tali servizi.

2. Gli Stati parti si sforzano di perseguire la piena situazione di questo diritto ed in particolare devono prendere misure appropriate per:
a) ridurre il tasso di mortalità neonatale ed infantile;
b) garantire a tutti i bambini la necessaria assistenza e cure mediche, con particolare riguardo allo sviluppo ed ai servizi sanitari di base; […]

Si parla del “fanciullo”. Non del “fanciullo residente”. Non si fa menzione a nessuna qualificazione del fanciullo in sé. Tanto meno dei suoi genitori. Si parla, invece, di “tutti i bambini”. Tutti.

Privare i bambini figli di immigrati irregolari delle cure pediatriche di base è, guardandola dal punto di vista dei bambini, una discriminazione illegale quanto odiosa. I sintomi, le malattie, le patologie, le condizioni di cui scrivevo sopra, pur rare, non colpiscono i figli italiani in modo esclusivo, non si presentano in questura per chiedere lo stato del permesso di soggiorno dei genitori, non concordano con gli amministratori una politica epidemiologica.

Non so di che mentalità sia figlia, se razzista, pragmatista, risparmista, di destra, leghista o lombarda. Non mi interessa. Credo che sia, dal punto di vista di chi la propone e la difende, semplicemente e unicamente una vergogna.

Vergognatevi anche voi.

Passeggiate in famiglia

Ecco un primo frutto del pioppo: tra coloro che l’hanno visitato c’è Linda, mamma della zona di San Francisco, che tiene un bellissimo blog: A nature Mom.

Per chi non volesse o potesse andarlo a visitare, traduco qui una parte di uno dei suoi post (che potete trovare integralmente qui). Parla delle passeggiate in mezzo alla natura con bambini piccoli. Che, a mio avviso, sono una delle esperienze più belle e sorprendenti delle vacanze con i pargoli.

Linda dà cinque consigli, quelli che ritiene i più importanti per far sì che la camminata in mezzo alla natura (hiking) diventi un piacere anche per i piccoli. Personalmente ho trovato piuttosto facile convincere i miei della bellezza delle passeggiate all’Alpe di Siusi, l’estate scorsa, ben oltre ogni più ottimistica previsione. So anche che non tutti sono così fortunati. Ecco allora che possono essere utili i cinque consigli di Linda, molto semplici e di buonsenso.

  1. Tienila breve. La prima cosa da fare è abbandonare l’idea che sarai in grado di farti quelle belle camminate a cui eri abituata prima di avere i bambini. I piccoli semplicemente non hanno le energie. Inizia con uscite brevissime (da mezzo chilometro a un km e mezzo) nella natura vicino a casa. Poi gradualmente metti in cantiere passeggiate più lunghe. Il tuo bimbo può avere un sacco di energie all’inizio della camminata, e tu inizierai a pensare: “oh sì, oggi ne facciamo una più lunga!”. Bisogna poi tornare alla macchina e il tuo piccolo potrebbe a un certo punto finire improvvisamente la benzina. Se non la tieni corta, finirai con un bambino che si lamenta e vuole solo essere portato in braccio fino a casa. O, peggio, con un bambino che odia passeggiare. Quindi, assolutamente escluse le marce forzate.
  2. Evita i pendii ripidi. I bambini possono avere una resistenza notevole se il sentiero è relativamente piatto. Ma quando si trovano di fronte una collina, possono trasformarsi velocemente in piccoli mostri piagnucolosi. Se le colline sono inevitabili, a volte è necessario portare in spalla il bimbo, il che diventa sempre più duro via via che questo cresce. Prima che mio figlio compisse quattro anni, tenevo il portabimbo nello zaino o legato addosso in ogni caso, per quei momenti in cui lui si rifiutava di muoversi di un passo. Non vuoi portarlo? Evita le colline finché cresce un po’.
  3. Lascia perdere la destinazione. Dimenticati dei giorni in cui pianificavi le tue passeggiate in funzione della destinazione, come un bel laghetto alpino o quel posto con una vista mozzafiato. Ai piccoli interessa solo il viaggio. Perché un bimbo si innamori del camminare, bisogna dargli il tempo di esplorare lungo il sentiero. Se questo significa raccogliere un bastoncino e giocarci per quindici minuti, amen. Lascia a tuo figlio il tempo di sperimentare le meraviglie della natura. Lascia che salti in quel piccolo ruscello lungo il sentiero; accucciati con lui a guardare le formiche; coricati a guardare gli alberi da sotto; arrampicati sulle rocce; rallenta a guardare il panorama. Camminare con i bambini è questione di pazienza.
  4. Lascia che sia il bambino a guidare. Camminare diventa un gioco quando il bambino può condurre. Cerca di trasformare la passeggiata in un’avventura per il bambino. Chiedi: “che c’è dietro la prossima curva del sentiero?”. Tuo figlio probabilmente dirà: “Non lo so”. E tu? “Andiamo a scoprirlo!”, e corri lungo il sentiero con lui. Se non hai una destinazione in mente (vedi punto 3.) e arrivi a un bivio, lascia che sia lui a scegliere in che direzione andare. I bambini adorano esplorare, e, beh, passeggiare nella natura non vuol dire questo?
  5. Porta un sacco di merende. I bambini bruciano le loro energie molto rapidamente, perciò il combustibile è una componente critica per uscite riuscite con loro. Preparare un pranzo pic-nic è divertente, ma è ancora più importante portare delle merende veloci da consumare lungo il sentiero.  Quando il mio ometto diventa noioso, vuol dire di solito che sta finendo le energie. E’ impressionante la rapidità con cui si rianima dopo un boccone veloce. E sempre, sempre, sempre ricordati di portare tanta acqua.

Rispetto ai consigli di Linda qui sopra, per esperienza posso dire che non è così indispensabile evitare i dislivelli (altrimenti addio alle nostre belle montagne!). Basta scegliere bene i sentieri, che consentano ai bambini di muoversi e correre senza pericoli; sentieri che abbiano ogni tanto una sosta attrezzata, come un rifugio o una malga, o, magari, un piccolo parco giochi.

Un altro consiglio che aggiungo volentieri, e che secondo me vale come primo in assoluto: meglio in due che da soli. La stessa passeggiata diventa per un bambino un’esperienza molto più importante, bella, divertente se è condivisa con almeno un coetaneo.

E, visto che ci siamo, che consigli dareste voi?

Parole-chimera

Facendo il verso all’articolo dell’insesauribile Stefano Bartezzaghi su Repubblica.it, ecco alcune delle parole-chimera, come le chiama Bruno Tognolini, dei miei bimbi.

Esti…, dite? Embè, se dei miei bimbi e delle loro parole-chimera non ve ne può fregar di meno, premete qua e beccatevi un altro post a caso. Oggi l’argomento è questo, e non c’è nessun vecchio (a proposito, guardate questo: per me è illuminante) che mi farà cambiare idea.

  • #1, alla scoperta del proprio corpo, si accorse di avere in mezzo alla pancia un “ongolipo”.
  • Sempre #1, intorno ai due anni, per ripararsi dalla pioggia apriva il “bindo”.
  • #2 invece, che prova attrazione per il genere femminile, almeno grammaticalmente, lo dimostra chiedendo alla mamma perché deve andare “alla tua voro” invece che “alla mia silo”. La logica c’è: basta togliere i possessivi, da lui creativamente aggiunti, per rendersene conto.
  • #1 mi ha spiegato ieri che è molto importante lavarsi i capelli, per evitare l’avvento dei temibili “pelucchi” che approfittano della mancanza di igiene per annidarsi e mangiare appunto i capelli.
  • Sempre #1, cui piacciono molto le feste di compleanno, ha una passione quasi inconfessabile e un tantino morbosa per i “cock porn”.
  • #2 stamani mi ha stupito cantando una vecchia hit dello Zecchino d’Oro in cui si narra di tre corsari che “se ne van dai sette nani”, evidentemente stanchi di girovagare “pei sette mari”.
  • #2 ha scoperto gli LP dello Zecchino d’oro (dal 1976 al 1981) a casa della nonna. Per analogia con i “cidìn” che contengono la musica a casa, questi sono i “cidioni” dello Zecchino d’Oro.
  • Il film Disney “Fantasia 2000″ si conclude con una rilettura dell'”Uccello di fuoco” di Stravinski, in cui un personaggio centrale è un maestoso cervo. #1 crede però che, rispetto a “cervo”, “cavallonte” sia sostantivo che meglio descrive la solennità dell’animale.
  • Dopo aver visto (visto, insomma… essersi vagamente accorto dell’esistenza in televisione de) “L’albero azzurro”, #2 ha mentalmente notato anche la pubblicità televisiva di una omonima pubblicazione settimanale per bambini. Poi un giorno in edicola è esploso con un “Mamma! C’è l’albero azzurro settebanane!”.
  • La canzone dei coccodrilli e dell’orangotango è sempre una fonte di sorprese. #2 è convinto che la regina dei rapaci sia l'”aquilare”.
  • Per #1 “areoclamo” era, inizialmente, qualunque macchina volante. Ormai che ha capito che si dice “aeroplano”, il termine è rimasto per indicare, nei giochi, un esemplare di velivolo tra i tanti, quello che si distingue per prestazioni o caratteristiche.
  • #1 aveva un pigiamino su cui compariva un ragazzino a bordo di uno skateboard e dotato di una improponibile cresta bionda. Sintetizzando, era il “pettinaturo”.
  • #2 non ha mai dato nomi o nomignoli ai suoi peluches, fino all’avvento di “Gilessa” (una bambola da curare) e l’orsetto “Max”. Di fronte al nostro incoraggiante stupore, quando ci comunicò quest’ultimo nome, volle però aggiungere che, “no, in realtà si chiama Max il Cristal d’Acida”. Stiamo ancora cercando di capire.
  • Sempre nell’ambito dei casi dubbi, segnalo che in un certo periodo, intorno all’anno e mezzo, #1 amava ripetere “piaz”. Ovviamente suscitando la nostra curiosità. Notammo che la cosa si ripeteva in corrispondenza della riproduzione di una nota canzoncina in cui una balena, all’arrivo del temporale, si rifugia in fondo al mar. Splash. Ma non abbiamo mai avuto conferma.

Ormai stanno diventando sempre meno frequenti, difficilmente ne arriveranno altre. Ma se ne emergeranno altre, probabilmente aggiornerò il post, chissà.

Il valore di una statistica

Le statistiche un po’ ti fregano. Col fatto che si basano sui grandi numeri, ti danno l’illusione di poter prevedere come sarà il tuo singolo povero numerino da estrarre.

Ad esempio: la speranza di vita, l’età media a cui si muore. Un numero che col passare degli anni aumenta, grazie alla medicina, all’alimentazione e chissà che altro. Ma il fatto che la speranza di vita aumenti, e il fatto che aumenti è un obiettivo sacrosanto delle nostre società, non dice nulla di certo sull’età che tu o io raggiungeremo. Dice: “è probabile che”, “è più probabile che”…

Ma la morte fa parte dell’esperienza della vita a tutte le età, indipendentemente dalla statistica.

Secondo la mia statistica esperienziale, secondo il mio campione, è molto frequente che i bambini crescano, diventino adulti e che raggiungano età avanzate. E questo mi porta a considerare che le cose debbano stare sempre così. Che quei rari casi in cui le cose vanno diversamente siano aberranti, anormali. Che l’etica della vita non contempli un genitore che piange la scomparsa del figlio.

Evidentemente non è solo un’impressione mia, tanto che i bambini, i giovani sono spesso considerati come “il futuro”, i futuri adulti, i futuri cittadini eccetera. Come se fosse scontato che lo diventeranno, come se tutto ciò che sono oggi fosse solo attesa di ciò che saranno.

Poi qualcosa succede. A Daniele; e prima di lui, a Benedetta. Le parole dei loro meravigliosi genitori continuano a risonare come campane. E dicono che le vite di Daniele e Benedetta, brevi, brevissime secondo la statistica, sono state grandi, piene, ogni giorno.

“Ma avrebbero potuto donare ancora tanto”, si dice. Certamente, avremmo tutti voluto che fosse loro data la possibilità di continuare a donare ancora tanto. Avremmo tutti voluto poter contare sulla loro presenza tra di noi, nelle loro famiglie, nelle loro scuole, nei luoghi in cui erano protagonisti delle loro vite. Io non riesco nemmeno a immaginare quale debba essere per una madre, per un padre, una sorella, sentire questa mancanza, la mancanza di quella particolare persona, unica, al di fuori di ogni statistica, che non tornerà. Ma i genitori di Daniele, i genitori di Benedetta questo mi hanno mostrato, grazie certamente a una fede forte e luminosa (ma non credo che le strade della luce passino necessariamente per la fede): si può leggere la vita di un figlio fino all’ultima definitiva parola e custodirne la storia nonostante lo strazio della sua fine come un capolavoro compiuto.

E sono due i chiodi che mi si piantano dentro, con il dolore della morte ma anche con la forza della vita.

Il primo è una domanda, durissima, che mi si ripresenta a ogni funerale, ma qui e ora con una insistenza senza precedenti. Se una vita di cinque anni, di ventidue anni, può essere una vita compiuta, un capolavoro a cui non serve aggiungere altro, com’è il mio libro? Sarei pronto stanotte, domani, fra una settimana a scrivere la parola fine? E che storia ne uscirebbe?

Il secondo è una riflessione da genitore, da educatore, da insegnante. Non spetta a noi fare progetti per i nostri “piccoli”. Loro sono perfettamente in grado, giorno dopo giorno, di vivere pienamente la loro vita, di farne una storia da raccontare, una storia compiuta, di progettare per sé, di incontrare il successo e la frustrazione, di essere se stessi alla loro età. A noi spetta invece preparare, mostrare, comprendere insieme a loro le possibilità, fornire i nutrimenti necessari ad una vita realizzata, sapendo che l’unico spazio di cui abbiamo piena disponibilità è ora. Ricorda, questo, un abusato carpe diem, quello originale o quello storpiato non importa, ma è in verità l’esatto opposto: non sono io a “cogliere l’attimo”, ma piuttosto sono io a dovermi far cogliere da questo momento, che è il loro, quello dei piccoli, dei giovani, di chi non si sta preparando per la vita, ma sta imparando a vivere vivendo; un momento che appartiene a chi sta eseguendo un disegno, sta seguendo un progetto che, se c’è (e io credo che proprio storie come quelle di Daniele e Benedetta ci permettano di credere che ci sia), è solo così che si svela e che nessun altro è in grado di indicare. A noi spetta credere che sia possibile, sostenerli, mettere sul tavolo matite colorate e fogli, suggerendo, casomai, ma lasciando a loro quello che è il loro disegno, un disegno che si arricchisce ogni giorno di una riga, di una cancellatura, di una piega, ma che ogni giorno racconta chi è la persona che lo sta creando.

Questo è un ultimo grande regalo di Daniele e di Benedetta. Mi mostrano che non c’è età per essere grandi, grandi davvero. Mi mostrano che i miei “piccoli”, i miei piccoli di casa come anche i miei piccoli più grandi a scuola, non sono la proiezione dei miei desideri, dei desideri delle istituzioni, della società, del mondo del lavoro, ma persone vere, uniche, compiute, anche ora, solo ora, sempre ora. Che sono un dono da custodire in ogni istante, di cui essere grato, finché posso. E questo limite è mio, non loro.

Allora Daniele, Benedetta, che avete riempito di bontà, di condivisione, di gioia le stanze, vicine o lontanissime, in cui siete passati, certo, vorrei foste ancora presenti in quelle stanze, e certo, vedo il dolore dei vostri famigliari, e per quanto riesco lo sento mio. Ma vi ringrazio per il bel disegno che avete lasciato, in cui non manca niente: i colori ci sono tutti. Sono racconti che sanno di vita, che hanno dentro, per me che leggo, anche il dolore di una fine giunta molto prima della media. Ma sono racconti che toccano, che cambiano la vita di chi legge, che interpellano, sollevano domande, provocano riflessioni: grazie, di cuore. E ringrazio anche, con un abbraccio, chi vi è stato più vicino, papà, mamme, sorelle, perché senza la qualità della loro presenza, forse, davanti avremmo disegni incompiuti, storie solo abbozzate, in attesa di un futuro che a un certo punto non c’è stato più.

Nell’attesa di rivedervi, rimango con le vostre storie nel cuore, i vostri disegni appesi nella galleria della mia anima.

Quando un piccolo sta male

Non sto pensando a niente di grave: basta qualche “linea” di febbre.

Qualche linea basta a vedere la vivacità appassire, a specchiarti in occhi arrossati, acquosi, stanchi; basta a voler accogliere con l’abbraccio più avvolgente di cui sei capace la testolina che si fa strada verso il tuo petto, le mani tese verso il tuo collo, la pelle desiderosa di un contatto.

E pagheresti qualunque prezzo per poter far qualcosa subito, per scambiare il tuo star bene col suo malanno.

Ci siamo abituati a pensare che la sofferenza non sia parte della vita, specialmente di quella dei bambini, che devono vivere nel più perfetto dei mondi inventati. Ma eccola lì, la malattia, e non sto parlando di niente di grave, di quella malattia che tutti una volta ogni tanto sperimentano, a ricordarci che il mondo fatato che i nostri bimbi frequentano è una bugia.

E’ una sofferenza che vorremmo evitare, ma non possiamo. Si dice, non so se è vero, che i bambini crescano più rapidamente durante un’influenza. Possiamo forse crescere anche noi genitori, se il loro star male ci riporta alla realtà, alla fragilità della vita, alla qualità e alla quantità del tempo e delle parole spese insieme, alla verità e alla profondità del mondo che condividiamo con loro e a cui li introduciamo.

Anche perché non c’è solo l’influenza, né per loro né per noi.

Scuola e integrazione

D., compagno cinquenne del mio maggiore, è da qualche giorno che tenta di invitarsi a casa nostra per giocare con i miei bimbi. Volentieri l’ho assecondato, ma anziché a casa nostra, con il papà mi sono messo d’accordo di incontrarci al parco giochi parrocchiale, sito a metà strada tra i nostri rispettivi domicili e a tre minuti a piedi da entrambi. Qui poi ci ha raggiunto mia moglie.

Con il mio più piccolo siamo, ad un certo punto, andati a conoscere un bimbo, A., che sarà suo compagno a settembre alla materna che entrambi inizieranno a frequentare. A. non parla italiano, mentre io ho riconosciuto sua mamma, seduta su una panchina del parco, che aveva partecipato alla riunione della scuola pochi giorni prima.

Mi sono distratto un attimo all’altalena per poi rendermi conto che mia moglie stava ora parlando insieme a quella mamma, mentre presto altre mamme nei loro colorati vestiti e veli di tradizione nordafricana, si erano avvicinate. Mia moglie mi ha poi detto che in realtà stavano facendo conoscenza con lei e sorprendendosi di quanto vicini per età fossero i rispettivi figli, di almeno un altro dei quali il nostro piccolo sarà compagno l’anno prossimo.

Nel frattempo io, immigrato nel villaggio da cinque anni, parlavo con il papà di D., residente lì da sempre, che mi spiegava com’erano stati i prati un tempo, quali sono i sentieri per andare in fiume, o sulla collina, scopriva conoscenze comuni, e via così.

La scuola, la scuola dei bambini, è un luogo fondamentale d’integrazione. E non solo per i bambini, che imparano, lo vedo ogni giorno quando vado a prendere i miei al pomeriggio, a giocare, a conoscersi, a vivere insieme ad altri bambini di ogni provenienza e persino quando incapaci di comunicare nella stessa lingua.

Anche per i genitori. Ed essendo questa l’integrazione più complicata, è anche quella più sorprendente. Genitori che si trovano nella stessa condizione di genitori di bambini che frequentano la stessa scuola, che diventano amici.

E siccome l’integrazione non è solo di singoli ma anche di comunità, spesso è percorso a doppio senso. Genitori italiani che vengono accolti in un gruppo di genitori stranieri, genitori di recente immigrazione trovano ad attenderli genitori che già fanno parte della comunità locale.

I bambini che vanno a scuola insieme e insieme imparano ad essere amici: questo è, tutto sommato, un elemento vitale fortissimo, un motore sociale. Spetta agli adulti, credo, approfittarne, lasciarsi trainare e partecipare al movimento. Prima che i bambini diventino troppo grandi per volerli con sé.