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Il valore di una statistica

Le statistiche un po’ ti fregano. Col fatto che si basano sui grandi numeri, ti danno l’illusione di poter prevedere come sarà il tuo singolo povero numerino da estrarre.

Ad esempio: la speranza di vita, l’età media a cui si muore. Un numero che col passare degli anni aumenta, grazie alla medicina, all’alimentazione e chissà che altro. Ma il fatto che la speranza di vita aumenti, e il fatto che aumenti è un obiettivo sacrosanto delle nostre società, non dice nulla di certo sull’età che tu o io raggiungeremo. Dice: “è probabile che”, “è più probabile che”…

Ma la morte fa parte dell’esperienza della vita a tutte le età, indipendentemente dalla statistica.

Secondo la mia statistica esperienziale, secondo il mio campione, è molto frequente che i bambini crescano, diventino adulti e che raggiungano età avanzate. E questo mi porta a considerare che le cose debbano stare sempre così. Che quei rari casi in cui le cose vanno diversamente siano aberranti, anormali. Che l’etica della vita non contempli un genitore che piange la scomparsa del figlio.

Evidentemente non è solo un’impressione mia, tanto che i bambini, i giovani sono spesso considerati come “il futuro”, i futuri adulti, i futuri cittadini eccetera. Come se fosse scontato che lo diventeranno, come se tutto ciò che sono oggi fosse solo attesa di ciò che saranno.

Poi qualcosa succede. A Daniele; e prima di lui, a Benedetta. Le parole dei loro meravigliosi genitori continuano a risonare come campane. E dicono che le vite di Daniele e Benedetta, brevi, brevissime secondo la statistica, sono state grandi, piene, ogni giorno.

“Ma avrebbero potuto donare ancora tanto”, si dice. Certamente, avremmo tutti voluto che fosse loro data la possibilità di continuare a donare ancora tanto. Avremmo tutti voluto poter contare sulla loro presenza tra di noi, nelle loro famiglie, nelle loro scuole, nei luoghi in cui erano protagonisti delle loro vite. Io non riesco nemmeno a immaginare quale debba essere per una madre, per un padre, una sorella, sentire questa mancanza, la mancanza di quella particolare persona, unica, al di fuori di ogni statistica, che non tornerà. Ma i genitori di Daniele, i genitori di Benedetta questo mi hanno mostrato, grazie certamente a una fede forte e luminosa (ma non credo che le strade della luce passino necessariamente per la fede): si può leggere la vita di un figlio fino all’ultima definitiva parola e custodirne la storia nonostante lo strazio della sua fine come un capolavoro compiuto.

E sono due i chiodi che mi si piantano dentro, con il dolore della morte ma anche con la forza della vita.

Il primo è una domanda, durissima, che mi si ripresenta a ogni funerale, ma qui e ora con una insistenza senza precedenti. Se una vita di cinque anni, di ventidue anni, può essere una vita compiuta, un capolavoro a cui non serve aggiungere altro, com’è il mio libro? Sarei pronto stanotte, domani, fra una settimana a scrivere la parola fine? E che storia ne uscirebbe?

Il secondo è una riflessione da genitore, da educatore, da insegnante. Non spetta a noi fare progetti per i nostri “piccoli”. Loro sono perfettamente in grado, giorno dopo giorno, di vivere pienamente la loro vita, di farne una storia da raccontare, una storia compiuta, di progettare per sé, di incontrare il successo e la frustrazione, di essere se stessi alla loro età. A noi spetta invece preparare, mostrare, comprendere insieme a loro le possibilità, fornire i nutrimenti necessari ad una vita realizzata, sapendo che l’unico spazio di cui abbiamo piena disponibilità è ora. Ricorda, questo, un abusato carpe diem, quello originale o quello storpiato non importa, ma è in verità l’esatto opposto: non sono io a “cogliere l’attimo”, ma piuttosto sono io a dovermi far cogliere da questo momento, che è il loro, quello dei piccoli, dei giovani, di chi non si sta preparando per la vita, ma sta imparando a vivere vivendo; un momento che appartiene a chi sta eseguendo un disegno, sta seguendo un progetto che, se c’è (e io credo che proprio storie come quelle di Daniele e Benedetta ci permettano di credere che ci sia), è solo così che si svela e che nessun altro è in grado di indicare. A noi spetta credere che sia possibile, sostenerli, mettere sul tavolo matite colorate e fogli, suggerendo, casomai, ma lasciando a loro quello che è il loro disegno, un disegno che si arricchisce ogni giorno di una riga, di una cancellatura, di una piega, ma che ogni giorno racconta chi è la persona che lo sta creando.

Questo è un ultimo grande regalo di Daniele e di Benedetta. Mi mostrano che non c’è età per essere grandi, grandi davvero. Mi mostrano che i miei “piccoli”, i miei piccoli di casa come anche i miei piccoli più grandi a scuola, non sono la proiezione dei miei desideri, dei desideri delle istituzioni, della società, del mondo del lavoro, ma persone vere, uniche, compiute, anche ora, solo ora, sempre ora. Che sono un dono da custodire in ogni istante, di cui essere grato, finché posso. E questo limite è mio, non loro.

Allora Daniele, Benedetta, che avete riempito di bontà, di condivisione, di gioia le stanze, vicine o lontanissime, in cui siete passati, certo, vorrei foste ancora presenti in quelle stanze, e certo, vedo il dolore dei vostri famigliari, e per quanto riesco lo sento mio. Ma vi ringrazio per il bel disegno che avete lasciato, in cui non manca niente: i colori ci sono tutti. Sono racconti che sanno di vita, che hanno dentro, per me che leggo, anche il dolore di una fine giunta molto prima della media. Ma sono racconti che toccano, che cambiano la vita di chi legge, che interpellano, sollevano domande, provocano riflessioni: grazie, di cuore. E ringrazio anche, con un abbraccio, chi vi è stato più vicino, papà, mamme, sorelle, perché senza la qualità della loro presenza, forse, davanti avremmo disegni incompiuti, storie solo abbozzate, in attesa di un futuro che a un certo punto non c’è stato più.

Nell’attesa di rivedervi, rimango con le vostre storie nel cuore, i vostri disegni appesi nella galleria della mia anima.

Grazie mamma, logicamente.

Un’amica segnala un articolo interessante malgré lui.

Nelle prime righe si legge: "Le tue esperienze interpersonali con tua madre durante i primi 12 a 18 mesi di vita, predicono il tuo comportamento nelle relazioni romantiche 20 anni dopo". A parte l’aria di traduzione da Google e una punteggiatura essenziale e curiosa, qui si dice: se ho avuto esperienze negative o positive con mia madre, è perché le avrò anche con la morosa a ventidue anni. Una sorta di influenza dal futuro, una predestinazione in salsa di gambero. Non credo sia questo il contenuto dello studio dell’università del Minnesota che qui si cerca di riportare. Lo spero, almeno.

Forse bisogna fare uno sforzo esegetico e sostituire "predicono" con "permettono di predire" oppure con "anticipano". In questo caso la versione diretta diventa: "se ho esperienze prevalentemente positive o negative con mia madre mentre sono in tenera età, allora avrò esperienze dello stesso segno con la morosa a vent’anni o poco più". Ricordiamoci di questa implicazione: antecedente è l’esperienza infantile, conseguente è l’esperienza adulta.

Vediamo il titolo dell’articolo: "Grazie, mamma, se le mie relazioni vanno male". Costruzione diretta: se le mie relazioni vanno male allora è colpa di mia madre (o, come si legge in seguito, della relazione più o meno conflittuale instaurata con mia madre quando ero molto piccolo). Un’implicazione, ancora, ma questa volta è ribaltata: l’antecedente è la relazione adulta, il conseguente è l’aver avuto esperienze negative da piccolo.

Semplifico? Semplifico. Esempio tipico di logica a scuola. "Se sei promosso ti regalo lo scooter". Cosa vuol dire? Se alla fine dell’anno l’esito sarà favorevole, ti consegnerò le chiavi di un veicolo a motore e due ruote. E se non sarai promosso? La frase non dice quel che farò. La frase dice solo quel che farò nel caso in cui tu sia promosso. Se non sarai promosso io potrei ugualmente regalarti uno scooter per somma generosità, o, verosimilmente, consegnarti appiedato a un ambulante del mercato perché ti schiavizzi per tutta l’estate in giro per la regione. Se avessi voluto eliminare l’ipotesi "generosità", avrei dovuto dire "avrai lo scooter se e solo se sarai promosso", oppure "se sei promosso ti regalo lo scooter, altrimenti no".

"Se ti regalo lo scooter allora sei stato promosso" vuol dire un’altra cosa. Vuol dire che se mi vedi alla porta con lo scooter e un fiocchetto sopra, puoi star certo che sei stato promosso. E se non mi vedi con lo scooter? Non lo dico. Potresti essere stato promosso, oppure no. Ma se non mi vedi con lo scooter devi andare tu stesso a controllare il tabellone dei voti, o chiedere a qualcun altro.

In poche parole, scambiare antecedente e conseguente in un’implicazione è un ottimo modo per confondere le idee dicendo due cose diverse che sembrano la stessa. E lo studio del Minnesota? Dice che ogni volta che un bambino ha dei problemi con sua madre, li avrà anche da grande, o dice che ogni volta che vedi un adulto con dei problemi relazionali puoi star sicuro che li ha avuti fin dall’inizio con mamma? Sono due cose diverse: nel primo caso si lascia libera la possibilità che vi siano degli adulti con problemi che però non li hanno avuti da bambino. Nel secondo, possono esistere dei bambini con problemi con la mamma che però non manifestano disagio da adulti.

L’unico modo in cui queste due implicazioni possono diventare equivalenti (e quindi giustificare la confusione dell’articolo) sarebbe se vi fosse un rapporto di equivalenza causale tra antecedente e conseguente. Ossia, se i problemi del bambino con la mamma sono sempre legati a successive manifestazioni di difficoltà relazionali da adulto. Allora si elimina la possibilità di avere adulti in difficoltà che non sono stati bambini in difficoltà e bambini con problemi che si rivelano adulti senza problemi.

Ma qui, dalla logica entriamo in campi più complicati (ebbene sì). Da fisico (e la fisica, come diceva un mio venerando insegnante, è la scienza che si occupa delle cose semplici) posso dire che prima di arrivare a una correlazione così esclusiva tra una causa e un effetto remoto, tanto chiara da poter dire che ogni volta che A succede B e ogni volta che B è perché prima è successo A spesso occorrono secoli di esperimenti, diversi vicoli ciechi, e quasi mai il fenomeno iniziale, quello che ha suscitato l’interrogativo, si rivela essere un buon esempio della relazione che alla fine si trova. Figuriamoci in una scienza della complessità quale è la psicologia. Mi riconosco un ignorante in materia, ma anche da ignorante sono consapevole che esistano diverse scuole psicologiche che si distinguono anche, nel campo dell’età evolutiva, per il diverso peso da assegnare alle esperienze prenatali, alla struttura neurologica, alle esperienze cognitive e affettive, ad aspetti genetici, a peculiarità individuali che rientrano nel regno del caso. Questo solo per sottolineare come affermare in questo campo un’equivalenza causale tra due fenomeni sia sicuramente discutibile e probabilmente impossibile.

Certamente non con una statistica di 75 casi. Con una statistica di 75 casi, il massimo che si può dire è che sembra esserci una relazione tra i problemi relazionali sentimentali di alcuni adulti del Minnesota nel 2011 e problemi relazionali degli stessi con le loro madri a basso reddito nel 1981. Chi sono? In ambito urbano o rurale? Le madri tutte vedove? Divorziate? Il padre dov’è? Le esperienze che questi ragazzi hanno fatto sono le stesse? Hanno vissuto le stesse situazioni di conflittualità? L’articolo tace questi dettagli, che pure sembrano piuttosto significativi.

Mi chiedo poi il perché del silenzio totale sul padre. Tutta colpa della madre se le cose vanno male. Questa irrilevanza della figura paterna, oltre a disturbarmi personalmente, non riesco a giustificarla, nemmeno nel Minnesota. Possibile che la relazione col padre sia neutra affettivamente quando quella con la madre è conflittuale o particolarmente appagante? Anche nel caso dell’assenza del padre, possibile che questa non conti nulla?

Il fatto che la relazione con la madre sia fondamentale nello sviluppo di un bambino è una ovvietà. Cercare di giustificare in modo scientifico una ovvietà, però, non ha nulla di ovvio, e il fatto che si tratti di una ovvietà non può giustificare pressapochismo o superficialità nella ricerca: "ma sì, più o meno, tanto lo sanno tutti che le cose stanno così". Proprio perché lo sanno tutti, uno dei pochi effetti di una scienza pasticciona non è al servizio di una aumentata conoscenza ma un disservizio alla scienza la cui autorevolezza metodologica va a minare.

"Per sostenere le loro ipotesi, gli scienziati hanno sottoposto a studio 75 bambini nati da madri…". Proviamo a pensare. Se volessimo ammantare di rigore scientifico una teoria bislacca che ci fa comodo in qualche modo, o semplicemente per guadagnare notorietà, cosa dovremmo fare? Fornire dati, certamente, ma pochi, ben selezionati per sostenere la nostra tesi e presentarli in modo fumoso ma gradevole al pubblico, che ne possa cogliere il buonsenso e sorvolare su eventuali scricchiolii di sottofondo.

E allora? Secondo me siamo di fronte a pessima scienza o pessimo giornalismo. E questo "o" è, decisamente, una disgiunzione inclusiva.

Dati

Sono diversi anni ormai che i nostri comunicatori pubblici, assumendo ad esempio lo stile USA, hanno preso l’abitudine di suffragare le proprie tesi “dati alla mano”.

Molto bene, spesso i numeri facilitano la comprensione, danno un’idea degli ordini di grandezza coinvolti, e in ultima analisi dovrebbero facilitare la verifica che ciò è detto non sia una panzana.

In un Paese come il nostro, in realtà, in cui al numero viene associata spesso un’esperienza scolastica fallimentare o comunque sgradita, vedere qualcuno che snocciola cifre con apparente competenza conferisce, temo, un’aura mistica all’oratore, un’autorità da “ipse dixit”, più che una salutare falsificabilità.

Perciò quando leggo nelle indicazioni ministeriali scolastiche per la matematica e le scienze una certa enfasi sull’analisi dei dati e sull’interpretazione dei grafici, un sorriso amaro mi affiora sul viso. Per carità, attenzioni importantissime, sicuramente da anteporre a tanti contenuti più specifici, intellettualmente stimolanti ma solo per quei pochissimi che sono in grado di arrivarci fino in fondo. Saper leggere una tabella o un istogramma, saper comprendere che tipo di andamento vi viene rappresentato, avere un’idea di cosa significhi un’inflazione al 2,4% o che roba sia una centrale da 3000 megawatt credo siano competenze indispensabili per un cittadino di questo secolo in questo mondo.

Quando però vedo il comunicato stampa in cui il governo italiano vanta investimenti “intorno ai 45 milioni di euro” in un tunnel inesistente, un’altra verità mi si presenta davanti. I dati si possono inventare, prima di tutto, di sana pianta.

Un altro ritornello con cui si sono vinte le ultime elezioni e si è affrontato il riordino tombale del sistema scolastico è stato quello secondo cui “ci sono più bidelli che carabinieri”. Non ho verificato le cifre, a suo tempo mi ero fidato di un’informazione totalmente irrilevante (oggi non mi fido più nemmeno quando fanno domande). Se il pragmatismo anglosassone pone l’accento sul dato come base oggettiva su cui costruire una tesi, la disonestà intellettuale (credo che non sia corretto appropriarcene campanilisticamente, ma noi Italiani ci stiamo dimostrando dei campioncini nel campo) usa il dato per giustificare una tesi già formata. In altre parole, se è giusto farsi un’idea sul da farsi a partire da un’analisi quantitativa della situazione, è anche possibile, però, scegliere accuratamente i dati, tra tutti quelli disponibili, a sostegno della decisione che si è formata in altro modo. Dammi una tesi e ti trovo i dati con cui giustificarla.

Ecco allora, che saper leggere un grafico non basta; capire le cifre che il politico di turno sciorina a Ballarò non è sufficiente; interpretare i dati che il comitato anti-qualcosa diffonde non è tutto.

Occorre buonsenso, per capire se i dati offerti sono verosimili, sensati, attinenti, coerenti o no. Occorre logica, per non farsi impressionare dai numeri ma capire quali sono i rapporti di causa ed effetto, come procedono le implicazioni del discorso. Occorrono ampi orizzonti culturali, perché spesso è per analogia che si può arrivare a comprendere meccanismi sconosciuti. Occorre senso critico, per mettere in dubbio i numeri forniti, verificarli, offrire dati alternativi, ma anche e soprattutto per porsi la domanda su “cosa c’è sotto”: in breve non farsi abbindolare, in modo propositivo.

E non mi pare che buonsenso, logica, ampiezza culturale, senso critico siano uno specifico delle materie scientifiche o addirittura della matematica. Anzi, mi convinco sempre più che se vengono relegate nello spazio angusto di una sola disciplina, soffrono e non attecchiscono come potrebbero, invece, se fossero attenzione condivisa tra tutti coloro che si impegnano per l’educazione. Compresa la logica, sì, che nasce dal discorso, vive nell’espressione orale quanto in quella scritta, e dovrebbe essere uno degli elementi che qualunque insegnante di lingua, prima ancora che di matematica, esige, stringente e precisa, senza sconti nemmeno per quello studente che “scrive tanto bene”.

Qui c’è tanto spazio per lavorare, nelle scuole. E su queste cose non servono libri in più: bastano quelli che ci sono già, magari un quotidiano (a scelta) e un vocabolario. Ma soprattutto la volontà da parte dei docenti di andare un po’ oltre la lezioncina. In tempi di minimo impegno sindacale forse è un’idea impopolare, ma non credo ci siano, nella scuola, molti altri modi per far ripartire il futuro dei nostri giovani e giovanissimi.