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Dati

Sono diversi anni ormai che i nostri comunicatori pubblici, assumendo ad esempio lo stile USA, hanno preso l’abitudine di suffragare le proprie tesi “dati alla mano”.

Molto bene, spesso i numeri facilitano la comprensione, danno un’idea degli ordini di grandezza coinvolti, e in ultima analisi dovrebbero facilitare la verifica che ciò è detto non sia una panzana.

In un Paese come il nostro, in realtà, in cui al numero viene associata spesso un’esperienza scolastica fallimentare o comunque sgradita, vedere qualcuno che snocciola cifre con apparente competenza conferisce, temo, un’aura mistica all’oratore, un’autorità da “ipse dixit”, più che una salutare falsificabilità.

Perciò quando leggo nelle indicazioni ministeriali scolastiche per la matematica e le scienze una certa enfasi sull’analisi dei dati e sull’interpretazione dei grafici, un sorriso amaro mi affiora sul viso. Per carità, attenzioni importantissime, sicuramente da anteporre a tanti contenuti più specifici, intellettualmente stimolanti ma solo per quei pochissimi che sono in grado di arrivarci fino in fondo. Saper leggere una tabella o un istogramma, saper comprendere che tipo di andamento vi viene rappresentato, avere un’idea di cosa significhi un’inflazione al 2,4% o che roba sia una centrale da 3000 megawatt credo siano competenze indispensabili per un cittadino di questo secolo in questo mondo.

Quando però vedo il comunicato stampa in cui il governo italiano vanta investimenti “intorno ai 45 milioni di euro” in un tunnel inesistente, un’altra verità mi si presenta davanti. I dati si possono inventare, prima di tutto, di sana pianta.

Un altro ritornello con cui si sono vinte le ultime elezioni e si è affrontato il riordino tombale del sistema scolastico è stato quello secondo cui “ci sono più bidelli che carabinieri”. Non ho verificato le cifre, a suo tempo mi ero fidato di un’informazione totalmente irrilevante (oggi non mi fido più nemmeno quando fanno domande). Se il pragmatismo anglosassone pone l’accento sul dato come base oggettiva su cui costruire una tesi, la disonestà intellettuale (credo che non sia corretto appropriarcene campanilisticamente, ma noi Italiani ci stiamo dimostrando dei campioncini nel campo) usa il dato per giustificare una tesi già formata. In altre parole, se è giusto farsi un’idea sul da farsi a partire da un’analisi quantitativa della situazione, è anche possibile, però, scegliere accuratamente i dati, tra tutti quelli disponibili, a sostegno della decisione che si è formata in altro modo. Dammi una tesi e ti trovo i dati con cui giustificarla.

Ecco allora, che saper leggere un grafico non basta; capire le cifre che il politico di turno sciorina a Ballarò non è sufficiente; interpretare i dati che il comitato anti-qualcosa diffonde non è tutto.

Occorre buonsenso, per capire se i dati offerti sono verosimili, sensati, attinenti, coerenti o no. Occorre logica, per non farsi impressionare dai numeri ma capire quali sono i rapporti di causa ed effetto, come procedono le implicazioni del discorso. Occorrono ampi orizzonti culturali, perché spesso è per analogia che si può arrivare a comprendere meccanismi sconosciuti. Occorre senso critico, per mettere in dubbio i numeri forniti, verificarli, offrire dati alternativi, ma anche e soprattutto per porsi la domanda su “cosa c’è sotto”: in breve non farsi abbindolare, in modo propositivo.

E non mi pare che buonsenso, logica, ampiezza culturale, senso critico siano uno specifico delle materie scientifiche o addirittura della matematica. Anzi, mi convinco sempre più che se vengono relegate nello spazio angusto di una sola disciplina, soffrono e non attecchiscono come potrebbero, invece, se fossero attenzione condivisa tra tutti coloro che si impegnano per l’educazione. Compresa la logica, sì, che nasce dal discorso, vive nell’espressione orale quanto in quella scritta, e dovrebbe essere uno degli elementi che qualunque insegnante di lingua, prima ancora che di matematica, esige, stringente e precisa, senza sconti nemmeno per quello studente che “scrive tanto bene”.

Qui c’è tanto spazio per lavorare, nelle scuole. E su queste cose non servono libri in più: bastano quelli che ci sono già, magari un quotidiano (a scelta) e un vocabolario. Ma soprattutto la volontà da parte dei docenti di andare un po’ oltre la lezioncina. In tempi di minimo impegno sindacale forse è un’idea impopolare, ma non credo ci siano, nella scuola, molti altri modi per far ripartire il futuro dei nostri giovani e giovanissimi.

Ignoranza per ignoranza (per pi greco)

I miei genitori mi hanno insegnato che ridere dell’ignoranza altrui è quanto di più odioso si possa fare, perché l’ignoranza non è una scelta. I miei insegnanti mi hanno convinto che l’ignoranza vada combattuta, perché l’ignoranza è la peggiore delle schiavitù.

Quando però è l’ignoranza elevata a sistema che rimane vittima di se stessa, una bella gongolata ci sta. Questo è successo e sta succedendo sulla rete per il caso del “tunnel della Gelmini” (vedi Bilancio di competenze).

Abbiamo riso, ci siamo divertiti. Temo però che la faccenda vada un po’ più in profondità delle immagini con gallerie stravaganti o cartine con perforazioni inverosimili a collegare la Svizzera francese con l’Abruzzo appenninico che impazzano ormai sulla rete.

Mi sembrano due gli aspetti indegni del comunicato, il primo, della Ministra. Indegni, non so trovare altro aggettivo, perché offendono la dignità e il decoro della figura istituzionale che le ha scritte o lasciate scrivere.

Il dogmatismo. L’esperimento svolto è importante, certo, ma, come dicono i ricercatori stessi che l’hanno realizzato, non dimostra nulla; viene offerto alla comunità scientifica perché altri scienziati possano analizzarlo, ripeterlo, valutarlo, tentare di spiegarlo. Le misure effettuate sembrano indicare che i neutrini si siano mossi con velocità superiore a quella della luce, ma anche e soprattutto queste misure devono essere controllate e verificate dalla comunità scientifica. Non è cosa da poco: si tratta dell’essenza stessa della ricerca scientifica, e il punto di approdo, anch’esso parziale, di una ricerca metodologica che ha coinvolto le migliori menti scientifiche degli ultimi quattro secoli, almeno. Il tono trionfale del comunicato, la certezza che si tratti di un “esperimento storico”, un “evento che cambierà il volto della fisica moderna”, una “vittoria epocale”, mostra la totale ignoranza di una sospensione di giudizio che non è cautela, ma necessità intrinseca al sapere scientifico, che non si costruisce arrivando primi, urlando più forte o mostrandosi più sicuri di quel che si afferma. Ciò che è indegno è che il Ministro della Ricerca cada in questo errore, e che il Ministro dell’Istruzione e dell’Università questo proponga alle giovani generazioni e all’opinione pubblica.

La vacuità. “Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo”. E perché? Perché lo scrivi tu? Cos’è, una gara tra i ricercatori a cercare la cosa più veloce, come facevamo da bambini, “e io di più”? Che senso ha questa corsa, qual è il significato di questa scoperta così rivoluzionaria? A scuola si cerca di insegnare agli studenti di motivare le proprie affermazioni, per non rimanere al livello di chiacchiere da bar ma mostrare e offrire conoscenza dell’argomento trattato. Ed ecco la nostra brava Ministra che ci stupisce con una “vittoria epocale”: ma perché? Può anche aver ragione, ma la ragione è piuttosto complessa e richiede di sviluppare un’argomentazione che metta insieme come minimo la teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell e la relatività speciale di Einstein, conoscendone i caratteri assiomatici e quelli sperimentali. Altrimenti o siamo a livello di “Ravenna fu una città importante” e punto, una banalità insulsa, o pare che davvero gli scienziati non abbiano fatto altro, negli ultimi cent’anni, che tentare di superare questa maledetta velocità della luce: falso e tendenzioso. Indegno che un Ministro dell’Università si permetta di diramare comunicati vuoti di sostanza e pieni solo di propaganda.

E un’altra cosa indegna la trovo nel comunicato stampa di risposta alla “polemica ridicola”. Nel precedente si legge, testualmente: “Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito” eccetera. Il tunnel è “tra il Cern ed i laboratori” esattamente come si direbbe che il traforo del Monte Bianco è tra Courmayeur e Chamonix. Visto che il traforo non collega esattamente il centro di Courmayeur con il centro di Chamonix, immaginiamo che potrebbe anche essere una piccola galleria dalle parti di Alessandria: tra il Cern e i laboratori. Però: “attraverso il quale” non può riferirsi ai laboratori del Gran Sasso (errata concordanza di numero), potrebbe riferirsi al Cern, ma si avrebbe un errore semantico perché l’esperimento non si è svolto interamente a Ginevra, e allora deve riferirsi al tunnel. Siccome i neutrini attraversano la crosta terrestre, le case, le opere eccetera, anche la piccola galleria dalle parti di Alessandria verrebbe attraversata, ma difficilmente la selezioneremmo per dire che l’esperimento si è svolto proprio attraverso di essa. Insomma, tutta questa esegesi per chiarire che l’espressione usata nel primo comunicato si spiega decentemente solo attraverso l’errata immaginazione di un tunnel di oltre 700 km usato come pista per i neutrini. Forse ci possono anche essere altre interpretazioni, ma questa è lampante, tanto che tutta Italia ne ride.
Ora non si venga a scrivere che “il tunnel di cui si parla nel comunicato di ieri, non è per nessuna ragione intendibile come un tunnel che collega materialmente Ginevra con il Gran Sasso”. E’ intendibile eccome, e la ragione è che o così l’ha inteso chi ha scritto il comunicato precedente o ha malissimo espresso il suo pensiero chi sapeva che tale tunnel non esisteva.
C’erano due possibilità: o ammettere l’errore sostanziale, o, forse il male minore, ammettere l’errore formale, di comunicazione: ci siamo spiegati da bestie, scusate. E invece no: anche di fronte all’evidente, si sceglie di insultare l’intelligenza del lettore distorcendo significati e forme. Credo che questo sia, ancora una volta, indegno per un Ministro dell’Istruzione, che dovrebbe perseguire l’obiettivo di un uso corretto del linguaggio, non della sua perdita di valore comunicativo, per un Ministro dell’Università, che dovrebbe rispettare e tutelare il linguaggio come oggetto di studio e di ricerca, oltre che di comunicazione dei saperi, per un Ministro della Ricerca, che ha l’obbligo di promuovere l’onestà intellettuale.

Ecco, a parte le risate, quanto in profondità mi pare che questo episodio vada. Ecco le responsabilità, specialmente nei confronti delle giovani generazioni, che si assume il Ministero quando si esprime in questo modo. Anche questo è un modo, forse inconsapevole ma efficace, di distruggere la cultura.

Bilancio di competenze

Su Repubblica.it: “i neutrini sono più veloci della luce di circa 60 nanosecondi”.

Ora, io non credo che a scrivere articoli di scienza mettano il primo venuto, magari sottraendolo alla nera. E in effetti nell’articolo questa frase, errata, viene affiancata da altre corrette che contribuiscono a spiegarne il significato aldilà dell’errore, anche se non ne cancellano l’imprecisione linguistica.

Dire una cosa del genere equivale, più o meno, ad affermare che la II Guerra Mondiale durò 600 litri, o, nella migliore delle ipotesi, che Aalto è due volte Lloyd Wright. O è sbagliata di peso, o, volendo interpretare le parole in modo elastico, mancano di un necessario riferimento.

L’affermazione corretta la si legge più avanti: nel primo caso, qualcosa come: “i neutrini sarebbero più veloci della luce di circa 25 parti su un milione, o dello 0,0025%”, e nel secondo caso, presente anche nel sottotitolo dell’articolo, “i neutrini sembrano essere più veloci della luce di circa 60 ns nel percorrere 730 km”. Perché credo sia evidente a tutti che se io e mio figlio ci mettiamo a correre insieme in giardino, io arrivo dieci secondi prima di lui a metà del vialetto, ma venti secondi prima di lui alla fine del vialetto (a patto che, ovviamente, io non rallenti, o lui non cada).

Al giornalista di Repubblica bastava dire che i neutrini sono arrivati 60 ns in anticipo rispetto alle attese, lasciando stare l’aggettivo “veloci”, e la frase sarebbe stata impeccabile. Rispetto a sviste ben più evidenti e clamorose, mi pare che ci faccia una figura più che decente.

Chi fa una figura decisamente peggiore è Maria Stella Gelmini, ministra della Repubblica (non il quotidiano, purtroppo). Allego il link, ma sono certo che nel giro di poche ore verrà sostituito. E pertanto copio il messaggio originale, tratto dal sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, proprio nella sera dedicata alla ricerca:

Dichiarazione del ministro Mariastella Gelmini
“La scoperta del Cern di Ginevra e dell’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare è un avvenimento scientifico di fondamentale importanza.”

Rivolgo il mio plauso e le mie più sentite congratulazioni agli autori di un esperimento storico. Sono profondamente grata a tutti i ricercatori italiani che hanno contribuito a questo evento che cambierà il volto della fisica moderna.
Il superamento della velocità della luce è una vittoria epocale per la ricerca scientifica di tutto il mondo.

Alla costruzione del tunnel tra il Cern ed i laboratori del Gran Sasso, attraverso il quale si è svolto l’esperimento, l’Italia ha contribuito con uno stanziamento oggi stimabile intorno ai 45 milioni di euro.

Inoltre, oggi l’Italia sostiene il Cern con assoluta convinzione, con un contributo di oltre 80 milioni di euro l’anno e gli eventi che stiamo vivendo ci confermano che si tratta di una scelta giusta e lungimirante”.

Ora, qualcuno dovrebbe spiegare alla Ministra, prima che scriva delle fregnacce, che i neutrini sono difficilissimi da evidenziare perché passano attraverso la materia come se non esistesse. Il laboratorio nel Gran Sasso l’hanno costruito “nel” Gran Sasso anche per quello, per schermarlo da tante altre particelle che attraversano la materia fino a un certo punto, lasciando i neutrini un po’ più soli e meno impossibili da rilevare. Va da sé che non c’è bisogno di alcun tunnel. Bisognerebbe spiegarle che il Traforo delle Torricelle, passante autostradale a Verona, 11 km di cui quasi 5 km in galleria, costerà almeno 300 milioni di euro. Un tunnel di 730 km con 45 milioni di euro nemmeno i cinesi riescono a farlo. Bisognerebbe spiegarle che non c’è nessun tunnel, alla fine: c’è un tunnel per arrivare al laboratorio del Gran Sasso, c’è un enorme tunnel a Ginevra, al CERN, che ospita il Large Hadron Collider, ma non esiste nessuna galleria che colleghi i due siti. Non serve, così come non sono serviti a costruirlo i 45 milioni di cui parla, che chissà dove sono finiti, invece.

E bisognerebbe spiegare agli Italiani quali sono le reali competenze di questa donna che sovrintende alle scuole, agli atenei, alla ricerca italiana.