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Coding

Uscito il piano del governo Renzi per la scuola, avendo un figlio che si appresta ad iniziare il suo percorso alla scuola primaria, sono rimasto colpito dall’idea di vedere presto il “coding” tra le sue materie scolastiche.

Premetto: non ho idea del motivo per cui questo fantomatico “coding” non possa essere chiamato “programmazione” (in senso informatico).

L’idea mi piace: aiutare i bambini a capire che il computer fa quel che gli dici tu, e non viceversa. E che è possibile fargli fare cose che nessun programma gli fa fare, semplicemente scrivendo il programma.

Come insegnarglielo? Io, che da dilettante mi scrivo i miei applicativi PHP o C++, non saprei proprio da dove iniziare con i bambini. Non so quanti colleghi della primaria siano nella mia posizione.

Non vorrei che per insegnare il coding ci fosse bisogno di installare sui computer delle classi (ci sono in tutte le classi? di che dinastia egizia? quanto tempo impiegano ad accendersi, a connettersi, a far partire i software necessari?) costosi programmi e attivare i relativi corsi di formazione e aggiornamento, magari monopolizzati da qualche ditta che qualche maligno potrebbe anche pensare avere qualche interesse nella mossa, visto che questo è ciò che si dice sia successo con le LIM.

E basterebbe poco.

Basterebbe installare una qualunque distribuzione Linux, aprire il terminale, e insegnare a fare qualche operazione in bash. Costo dell’operazione: ZERO euro da dare a fornitori, qualche ora di buona volontà del personale docente e ATA, magari retribuita tanto per cambiare, per l’installazione del sistema operativo, la stampa e la lettura di uno dei mille manuali che si trovano gratuitamente sulla rete.

Vantaggi? Capire (docenti e alunni) com’è fatto un computer, cos’è un sistema operativo. Recuperare vecchi computer e usarli senza essere minimamente disturbati dalla loro lentezza.

Ma dico di più. Basterebbe ancora meno. Anche in assenza… di computer!

Diceva un commento che ho letto da qualche parte su Facebook: la programmazione è questione di testa, non di PC.

Credo che già oggi le competenze di problem solving e di pensiero algoritmico, che sono alla base di ogni approccio alla programmazione (e alle discipline scientifiche, e non solo!), facciano parte degli obiettivi della scuola primaria. Dal mio punto di osservazione delle superiori, però, mi viene da dire che quasi sempre la priorità sia data ad altro.

O forse gli insegnanti ricevono oggi una formazione inadeguata su questi temi. Chi gliele spiega queste cose?

Allora sarei contento se mio figlio, nei prossimi cinque anni, mi portasse a casa qualche diagramma di flusso, qualche algoritmo su cui riflettere, oltre a quello della divisione, che lavorasse sui problemi da risolvere, sì, va bene, anche di quelli che richiedono creatività e pensiero laterale, ma prima di tutto di quelli in cui la strada possibile è una sola: prima di poter scegliere il sentiero da prendere, è importante sapere com’è fatto un sentiero.

Lo sento, sembra un approccio “vecchio”. Ma bisogna che ci rassegniamo, io credo.

  • L'”informatica”, lo sappiamo tutti benissimo, semplifica le cose solo se la si sa usare. Altrimenti le complica terribilmente.
  • Imparare a usare l'”informatica”, per noi insegnanti che non siamo nativi digitali, richiede tanto tempo e tante energie.
  • I nostri ragazzi oggi sono invece nativi digitali: possono imparare facilmente e da soli tante cose.
  • E allora, visto che non riusciamo ad insegnar loro, perché siamo più lenti di loro, almeno aiutiamoli ad imparare da soli, ad interpretare ciò che sperimentano da soli. A capire com’è fatto il computer, come “ragiona”, ad acquisire una struttura di pensiero compatibile con quella del computer, a tradurre situazioni comuni nella logica degli algoritmi. Poi i linguaggi per tradurre verranno, se i ragazzi saranno curiosi: impareranno da soli. E intanto avremo offerto strumenti anche per capire meglio tanti altri aspetti della realtà.

Oppure facciamo il coding.

Compiti delle vacanze (alle superiori)

Mi è stato segnalato questo articolo.

Qualche commento, dal punto di vista delle scuole superiori (del liceo, precisamente).

  1. Non conosco affatto il mondo della primaria. La affronterò da genitore a partire da settembre, quindi mi ci vorrà un anno per arrivare ai primi compiti delle vacanze da padre di assegnatario (e non già da assegnatario io stesso! vale la pena ricordarlo, credo) e non da assegnatore.
  2. Da insegnante delle superiori però quest’anno i compiti delle vacanze però li ho assegnati, con moderazione e con la promessa che mi sobbarcherò io (anche nel caso in cui l’assegnazione delle classi portasse a una discontinuità) tutto l’onere del controllo e della correzione.
  3. Quale valore possono avere i compiti delle vacanze? Semplicemente tenere desta l’attenzione e, se possibile, evitare la rimozione totale dei  contenuti dell’anno appena passato. Per esperienza comune di tutti gli insegnanti che conosco, e che adottano una varietà di approcci didattici diversi, anche le sole due settimane di vacanze natalizie si rivelano pericolose da questo punto di vista, figuriamoci i tre mesi abbondanti che gli studenti (con giudizio finale non sospeso a giugno) hanno d’estate.
  4. Qui entra una riflessione importante ed estremamente complessa, a mio avviso. Come mai questa “memoria labile” per quanto riguarda le conoscenze e le competenze matematiche? Di fronte a fenomeni di questo tipo si sente spesso dire “ma perché l’insegnamento non è più adeguato alle modalità di apprendimento degli studenti”. D’altra parte, le competenze richieste alla fine del percorso sono abbastanza chiare (e, a giudicare dai test INVALSI, anche durante il percorso, anche se appaiono abbastanza disallineate con quelle a fine percorso), i quadri orari sono quelli che sono, e quindi di spazi di manovra non ce ne sono tantissimi, anche al netto di rivoluzioni didattiche tentate ma che poi, vista l’immobilità del punto di arrivo, si risolvono nelle classiche tempeste in un bicchiere d’acqua.
  5. E allora, come sono i miei compiti delle vacanze? Un leggero allenamento, giusto per non perdere la tonicità (è chiaro che poi non posso controllare chi fa cosa, quando lo fa, con che intenzione… è un problema però simile a quello del lavoro ordinario e della responsabilità dello studente nei confronti di se stesso e del proprio percorso di apprendimento; posso verificare che almeno formalmente le consegne siano state svolte, con la consapevolezza che magari, anche solo la ricopiatura all’ultimo minuto di esercizi svolti da altri non fa male). E poi qualche stimolo più affidato all’interesse personale, a livello culturale: suggerimenti per letture, approfondimenti, siti, giochi, mostre…
  6. Quel che dicono i pediatri (il 75% dei pediatri, nemmeno come pronunciamento di un’associazione di categoria) mi lascia totalmente indifferente. Primo per l’incompetenza. Nel senso etimologico. Mia, che non conosco le scuole primarie. Loro, che faticano ad accordarsi sulle indicazioni terapeutiche che hanno studiato (quattro pediatri incontrati con i miei figli – spesso per motivi di sostituzioni e supplenze – quattro approcci diversi su temi come l’alimentazione o semplici patologie febbrili…) figuriamoci su argomenti come la didattica, non propriamente compresi nel loro campo d’azione. Posso permettermi io di dire “guardi, l’antibiotico può avere effetti collaterali, non lo prescriva a mio figlio”? La risposta sarebbe, giustamente: “dobbiamo liberarci del tale batterio, che è pericoloso; la strada per me, che sono un professionista, è questa; se non le va bene, cerchi un altro pediatra”. Quindi: “l’obiettivo è rendere il percorso scolastico più efficace; la strada, per me che sono un professionista, è quella dei compiti delle vacanze; se non vuole, non deve nemmeno cambiare insegnante: non glieli faccia fare, magari a settembre suo figlio miracolosamente riprenderà riposato e prontissimo al nuovo anno anche senza…”.
  7. E’ l’assunto di base su cosa debbano essere le vacanze, a trovarmi abbastanza lontano. Le vacanze come libertà da obblighi scolastici o lavorativi, benissimo. Ed effettivamente gli obblighi di frequenza, di attenzione eccetera vengono meno. Sullo stress, certo: una mole di lavoro enorme lasciata all’ultimo momento causa stress. Mi viene da dire che spetta ai genitori fare in modo che i compiti siano gestiti in modo graduale e non stressante, oltre che ai docenti assegnarli in modo non eccessivo e in modalità creative, personalizzate, gradevoli. Il problema sorge forse quando sono i genitori ad avvertire come propri i compiti dei figli: sono loro a fare i compiti, a viverne lo stress, a non poterne più. E comunque, benissimo, ripeto, le vacanze come libertà dagli obblighi. Ma non è una libertà assoluta, perché gli “obblighi”, prima di tutto, sono concepiti per la maggiore efficacia di un beneficio per chi è “obbligato”. Il punto è ancora lì: perché si va a scuola, perché si studia? Se è un “obbligo”, e solamente questo, allora ci sta anche un “diritto assoluto” al riposo, al dolce far nulla estivo. Ma forse non è così: forse stiamo parlando di un percorso di valorizzazione della persona, gli “obblighi” ci sono, ma cambiano lungo il percorso, e l’estate fa parte del tempo di questo cammino. Per me, come insegnante, e per gli studenti.
  8. Allora secondo me la posizione più intelligente, nel panorama didattico attuale, è quello non di una demonizzazione dei compiti delle vacanze, ma di una loro formulazione che tenga conto del tempo estivo come diverso dal tempo ordinario, che limiti al minimo indispensabile (che però non è quasi mai zero e quasi sempre dipende da chi è lo studente) la quantità di “allenamento”, certamente non aggiunga contenuti “nuovi”, ma piuttosto offra sguardi alternativi, autonomi, aiuti lo studente ad allargare il proprio percorso scolastico da un percepito insieme di obblighi a un reale cammino di scoperta del mondo e di sé. Sicuramente alla scuola secondaria di secondo grado. Ma forse anche alla primaria.

 

Ci siamo noi

Parto col segnalare un post, leggendo il quale se qualcuno mi avesse visto, mi avrebbe preso per pazzo per quanto ho annuito e sorriso, dando ragione mille volte nel giro di molte meno parole a Gabriele che l’ha scritto.

Stamattina l’ultimo collegio docenti dell’anno scolastico. Al termine, una rappresentazione. Il gruppo teatrale della scuola, seguito da Giovanna Bertani, un’ex collega per cui ho imparato ad avere una stima sterminata e con cui ho avuto il privilegio di collaborare qualche anno fa nel consiglio di classe di una Prima E, e dalla grande Franca Tragni, ha realizzato uno spettacolo sul tema dell’inganno. Credo le Trachinie, poi la Mandragola e il Rigoletto. Ecco, oggi una parte del gruppo ci ha proposto il segmento machiavelliano.

Tra i ragazzi, Sofia, Mattia, Isotta, Tito: miei alunni.

Ed era evidente quanto abbiano lavorato per memorizzare il testo nell’italiano del Cinquecento, ma anche quanto si siano divertiti, quanto sapessero esattamente quel che stavano dicendo e facendo, e quali trovate non potessero essere che farina del loro sacco.

E noi docenti abbiamo riso, ci siamo lasciati divertire, nonostante il collegio docenti appena terminato, nonostante il caldo, le mille cose ancora da fare.

E io un po’ mi sono commosso, lo ammetto. Quella mezza commozione da un solo occhio che ormai ho imparato a conoscere, travestita da congiuntivite allergica, ma col cuore in gola.

Perché è vero, non ci sono più i ragazzi di una volta. Ci sono questi, e sono sempre capaci di leggere un classico, e sono sempre capaci di divertirsi facendolo, sono sempre capaci di rappresentarlo. Sono sempre capaci di raccogliere la loro eredità.

E, forse, non ci sono più nemmeno gli insegnanti di una volta. Ci siamo noi. Che qualche volta, quando sappiamo scommettere le scommesse giuste, vinciamo insieme ai nostri alunni.

Chi sa fare e non può

Era il 2004. Parlavo con Sofia, collega insegnante. Mi diceva: “e che dovevo fare? dopo il dottorato in fisica sono andata avanti in Italia e all’estero a forza di assegni di ricerca. A un certo punto ho provato il concorso per l’insegnamento, l’ho vinto, e mi si è posta la scelta tra un posto a tempo indeterminato nella scuola e una vita da precaria nell’università. Io che volevo metter su famiglia ho dovuto scegliere la prima”.

Una sconfitta doppia per il Paese. Primo, perché ha perso una valida ricercatrice, senza darle la possibilità di farla vivere di quello che faceva più volentieri, per cui era formata e in cui stava producendo risultati importanti. Secondo, perché ha perso una valida ricercatrice dopo aver investito abbondantemente nella sua formazione. Un po’ come un contadino che si compra l’Alfa nuova, la usa tre mesi in strada e poi decide di destinarla ad andare nei campi.

Dieci anni dopo, 2014. M, brillante ricercatore tedesco, H-index 18, non trovando offerte stabili e soddisfacenti presso università tedesche, avendo già una famiglia che si aspetta da lui un sostegno economico e alle spalle anni di lavoro in università e istituti di ricerca internazionali e nazionali, decide di accettare una posizione come insegnante di scuola superiore.

Qualche volta ho sentito pronunciare la massima (di filosofia da quattro soldi) “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. Questi due sono esempi in cui ad insegnare è finito qualcuno che saprebbe benissimo fare, ma non può.

Sono certo che M. diventerà un ottimo insegnante, esattamente come Sofia.

Ringrazio entrambi, e tanti altri come loro, perché il loro contributo, in Italia, in Europa, dappertutto, nonostante l’ovvio scoraggiamento iniziale, eleva il livello della classe docente. E perché, in qualche modo, la loro scelta di insegnare mostra che non hanno gettato la spugna, hanno solo fatto un passo indietro. Si sono resi conto che il problema è più ampio, più generale: se il sistema non è pronto a sostenere la ricerca, l’unica soluzione è formare una generazione che sceglierà di farlo.

L’ora di ricevimento

Ieri, dopo la pausa per gli scrutini e le altre esigenze organizzative della scuola, ho avuto la mia prima ora di ricevimento dei genitori.

Deserta.

Mettiamoci il blocco del traffico del giovedì, mettiamoci le difficoltà che oggi più che quattro anni fa i genitori possono trovare nell’ottenere un’ora di permesso lavorativo per venire a colloquio, mettiamoci il fatto che matematica non è considerata una materia fondamentale al classico, mettiamoci dentro tutto, la cosa mi ha però dato un leggero fastidio e mi ha posto un interrogativo.

Le premesse: l’insegnante di matematica è cambiato a gennaio, con gli scrutini intermedi; gli alunni o i genitori di alunni con necessità particolari si sono comunque fatti vivi anche al di fuori dell’orario di ricevimento per far presente tali necessità e prendere contatti, e sono stati i benvenuti, ovviamente; il registro elettronico permette comunque ai genitori di conoscere giorno per giorno, o settimana per settimana, a seconda della rapidità dei docenti nell’aggiornarlo, la situazione dei voti.

Proprio quest’ultimo fatto mi ha suscitato una domanda: non è che ai genitori, per caso, interessino solo i voti, che possono ora leggere da casa sui loro tablet?

Domanda retorica, ovviamente: alcuni genitori effettivamente danno questa impressione, e non da oggi. Forse però questa possibilità offerta dalle tecnologie, il registro elettronico consultabile da casa (dico forse, è passato effettivamente solo un colloquio andato buco e con tutte le circostanze già menzionate), asseconda questa tendenza e rende il colloquio un lusso, un “di più” che chi può evitare evita?

Laddove invece io ci terrei a conoscere i genitori dei miei alunni. Per il semplice motivo che ritengo, ma forse è un’idea un po’ romantica, un po’ démodée e da pacca sulle spalle, che stiamo lavorando insieme. Mi piacerebbe che si avvertisse, e che avvertissi io pure, come ho avvertito e avverto nei confronti degli alunni i cui genitori sono invece venuti “fuori orario”, che c’è un gioco di squadra nel campo educativo nei confronti di queste ragazze e di questi ragazzi.

Mi piacerebbe, in sostanza, che questa ora di ricevimento fosse avvertita come un’opportunità per me e per i genitori di lavorare meglio e insieme. Mi piacerebbe che fosse l’occasione di un feedback reciproco, che in questo caso serve a me prima di tutto, ultimo arrivato, su quello che si fa, che si dice, che si è nella relazione con le classi e con le persone che le compongono.

Ecco il senso di fastidio: ho conosciuto i ragazzi, ormai so i nomi o i cognomi di tutti, conosco alcune delle loro difficoltà, dei loro punti di forza, dei loro atteggiamenti nei confronti delle mie materie e della scuola in generale. Avrei bisogno di altre informazioni, ora, così come probabilmente, (per forza di cose e non necessariamente in positivo) sto anche fornendo altre informazioni ai ragazzi rispetto a quello che chi mi ha sostituito ha fatto per tre mesi: sentiamoci, parliamone, va bene, non va bene, come possiamo fare?

Bene, forse mi sto fasciando la testa prima che questa sia rotta: meglio così se è stata solo la paura dei vigili che controllano se viaggiano a metano o se inquinano a tradimento proprio al giovedì, a trattenere uno stuolo di genitori (e con oltre centocinquanta alunni, posso parlare di stuolo) dal venire a incontrarmi. Vedrò nelle prossime settimane.

Però l’interrogativo rimane, e il desiderio di conoscere questi genitori pure…

Flipped

Dovendo a gennaio rientrare in classe ad insegnare dopo una lunga pausa, mi capita in questi giorni di pensare spesso alla scuola, a come vorrei partire con le mie nuove classi, a quali strumenti potranno servirmi perché la mia azione didattica, per tanti studenti e su poche ore settimanali, sia la più efficace possibile.

Stamattina il buongiorno me l’ha dato il post del caro Sergio, che dagli States ha comunque un occhio (anche due) molto attento alle vicende di casa nostra.

Si parla, tra le altre cose, di flipped classroom, la classe rovesciata. In poche parole: una rivoluzione (proprio nel senso etimologico) che porta importanti miglioramenti nell’insegnamento, a sentire coloro che l’hanno sperimentata oltreatlantico (qui), ma anche qui a casa nostra (vedere qua, ad esempio). I contenuti delle lezioni frontali non vengono svolti in classe ma forniti in forma multimediale (l’insegnante si filma mentre fa lezione da solo) e resi disponibili su una piattaforma online che permetta agli studenti di scaricare, vedere, riguardare, ma anche di interagire tra loro e con l’insegnante stesso via forum di discussione e cose simili; il tempo in classe è quindi dedicato principalmente all’applicazione, alla verifica, al potenziamento, al recupero.

E’ un approccio che sostanzialmente mi piace. Prima di tutto perché da un lato responsabilizza gli studenti rispetto al proprio apprendimento in forme e metodi che sono loro congegnali, quelli tecnologici, dall’altro sposta il focus dell’attività docente da “fornitore di conoscenze” a “facilitatore di apprendimento”.

Sia chiaro: non ritengo sostituibile il ruolo dell’insegnante come “fornitore di conoscenze” da internet. All’insegnante, con gli strumenti di cui si avvale, rimane la responsabilità della scelta dei materiali, delle fonti, persino della loro presentazione, una responsabilità importante proprio perché la quantità di informazione disponibile oggi è enorme e di livelli di qualità molto differenziati.

Io lo vedo piuttosto come un modo che l’insegnante ha di occupare più tempo di quello che ha. Voglio dire che il video, gli appunti virtuali, i materiali multimediali che il docente prepara per il lavoro individuale degli studenti, preliminare e propedeutico allo svolgimento di attività applicative in classe, permette al docente di avere “più ore” con i suoi studenti di quelle previste dall’orario scolastico, e cioè quelle ore che gli studenti passano lavorando individualmente o in gruppo ma a casa o comunque al di fuori delle lezioni, sui materiali forniti. Ed è anche un modo per dare qualità al lavoro in classe, sfruttando meglio le dinamiche sociali dell’apprendimento, che durante una lezione frontale di contenuto non sono attivate, permettendo eventualmente di approfondire meglio gli aspetti problematici, insomma liberando tempo, che, almeno nella mia esperienza, è la risorsa più preziosa e carente.

Quali difficoltà vedo?

  • Tecniche. Il docente medio non sa dove mettere le mani: quali portali usare? Quali software? Il sito della scuola? Come registrare le proprie lezioni? Quali materiali usare? Come suddividere i contenuti in brevi “lezioni” multimediali?
  • Di… tempo. Sebbene sul lungo periodo il lavoro di preparazione dei video non debba necessariamente essere ripetuto (la spiegazione della risoluzione delle equazioni di secondo grado, ad esempio, è sempre quella, per qualunque classe di qualunque anno scolastico: fatto il video in modo soddisfacente, è fatto per sempre), si tratta comunque di un lavoro impegnativo perché richiede preparazione, probabilmente ripetuti tentativi, e soprattutto all’inizio impiega una grande quantità del tempo extra-lezione di un docente.
  • Didattiche. Si tratta di una rivoluzione, non ci sono dubbi su questo, e ciò significa ripensare alle strategie, a cosa fare in classe nel tempo “liberato”, ad esempio, ma anche a come suddividere i contenuti, a quali espedienti utilizzare per presentare nei video i contenuti d’interesse.
  • Di accessibilità. Il presupposto è che tutti gli studenti siano dotati di strumenti idonei a casa, o vi abbiano libero accesso a scuola, per poter fruire dei contenuti. Fino a tre anni fa, prima della mia lunga assenza, avevo ogni anno classi in cui la disponibilità di un computer o di una connessione internet non raggiungeva il 100%, e ciò ovviamente rende inutilizzabile questo metodo.
  • Di raccordo. Ci sono istituti più aperti all’innovazione, altri meno. Diventa difficile proporre metodologie di questo genere quando non sono accolte e sperimentate da un numero significativo di colleghi, almeno nella stessa materia. E la classe insegnante italiana è mediamente anzianotta, non sempre pronta al cambiamento, non sempre benevola nei confronti delle nuove tecnologie (talvolta a ragione, molto spesso comunque in modo giustificabile dalla scarsa fiducia riposta in chi governa la scuola con proclami e tecnologia a sproposito).

E però… e però la cosa mi incuriosisce. Mi prendo l’impegno di fare qualche esperimento in questa direzione. Vedrò se su una classe o di più, vedrò su quali unità didattiche, ma la cosa è interessante. Qualcosa si può fare.

Il confronto con le alternative

Ieri, primo giorno in cui sono uscito in una settimana altrimenti dedicata alla cura di malanni pediatrici in famiglia, è stato un giorno di incontri inattesi.

Uno in particolare mi ha fatto riflettere.

F, mia ex-alunna, ormai laureata, è venuta in Dipartimento a salutarmi. E a chiedermi un consiglio su un vecchio sogno: fare l’insegnante.

Ora, io non invidio chi oggi entra nel mercato del lavoro. Men che meno chi ci entra con un sogno, vecchio o nuovo. E ancora meno chi ci entra con il sogno di fare l’insegnante.

E i consigli sono sempre “doni pericolosi”, anche quando sono sagge le persone che se li scambiano, come disse una volta un elfo a un mio amico che passeggiava per i boschi.

Me la sono cavata col buonsenso, credo.

Di insegnanti ci sarà sempre bisogno, ho pensato. Meglio se in gamba e motivati, come F. Il percorso per diventare insegnanti, oggi, è lungo e dispendioso, in termini di tempo e denaro, ed incerto come iter, perché è esposto alle paturnie del ministro di turno, e come esito perché, beh, perché il precariato della scuola esiste. D’altra parte, con la sua laurea F potrebbe col tempo (è una ragazza e siamo in Italia, non dimentichiamolo) trovare qualcosa di più remunerativo e con prospettive di carriera più entusiasmanti. Ergo? Ergo prova a farti qualche esperienza, ripetizioni private, progetti, collaborazioni in ambito educativo o scolastico, anche con scuole private, e vedi se la cosa di appassiona. Se sì, vai! Altrimenti… vedi tu.

La riflessione, però, è dolorosa.

A un giovane, indipendentemente dalle materie approfondite a livello universitario, dev’essere data la possibilità di scegliere di fare l’insegnante. Magari una scelta faticosa e lunga come percorso formativo; cosa giusta perché a un insegnante non si danno in mano pomodori o bancali di scatole, ma i nostri figli. Ma una scelta riconosciuta socialmente ed economicamente, che sia competitiva, come opzione, con le altre possibilità (se ce ne sono…).

Altrimenti? Altrimenti a fare gli insegnanti (e, attenzione, vale per le scuole statali come per quelle paritarie!) ci finiscono i missionari, quelli cioè che sono motivati idealmente dal compito sociale che svolgono eccetera eccetera, che lavorano anche gratis, ma che, così, a occhio, la nostra società non sta incoraggiando particolarmente (anzi, ne vedo tanti che si stanno “sindacalizzando”, nel senso positivo del termine: mi sono fatto sfruttare, ma ora basta, ne va della dignità del mio lavoro e di quello di tutta la categoria), oppure quelli che non saprebbero che altro fare.

Da genitore insegnante, io per i miei figli vorrei insegnanti professionisti. Con tutta l’accezione positiva del termine “professionista”. Ma i professionisti non nascono sulle piante: oltre ad avere i percorsi giusti per formari, bisogna anche indurre nei giovani il desiderio di intraprenderli.

E, evidentemente, aver avuto dei bravi insegnanti (occhiolino) può stuzzicarti un’idea, ma l’idea la porti avanti se è sostenibile, se non ti porta troppi “ma sei impazzito?”, se ti porta ad immaginare un futuro che regge il confronto con le alternative.

Sostituire gli insegnanti

Mi è stato segnalato questo video, parte dei TED talks sull’istruzione (in realtà ne esiste anche una versione sottotitolata in italiano, ma non sono riuscito a ritrovarla). Il prof. Mitra rende conto dei suoi studi, svolti in tutto il mondo, sulla possibilità di realizzare processi di apprendimento senza insegnamento.

In altri termini: un gruppo di alunni, un computer connesso in banda larga a internet, un cloud di nonne a fare da assistenza remota, alcuni compiti da svolgere. E questo, secondo quanto osservato dallo studioso, porterebbe ad apprendimenti persistenti e approfonditi.

E’ una tesi suggestiva, che a mio avviso deve essere conosciuta, soprattutto dagli addetti ai lavori, perché consente di ripensare in modo profondo e incisivo la didattica.

D’altra parte, è una tesi estrema, i cui limiti devono essere definiti e chiariti.

E mi piace: io sono convinto che si tratti di una riflessione su basi sperimentali forse fortunate, da parte di Mitra, ma sicuramente fondate. Anch’io ho avuto esperienze, sia in ambito scolastico che familiare, di apprendimenti emersi all’interno di un sistema di istruzione autoorganizzato.

Mi piace in particolare:

  • l’aspetto sociale dell’apprendimento che viene messo in evidenza;
  • l’assunto che le nozioni pure riposino meglio sulla rete che nelle teste;
  • il protagonismo del discente nel percorso di apprendimento;
  • la motivazione intrinseca all’apprendimento, cercata, anche socialmente, dai singoli allievi e non fornita dall’esterno dai docenti o comunque dalle figure adulte;
  • l’idea, attribuita allo scrittore Arthur C. Clarke, che un insegnante che possa essere sostituito da una macchina debba esserlo.

Ci sono però alcuni aspetti che ritengo cruciali che questo tipo di riflessione mi solleva.

  • Prima di tutto, cosa vuol dire apprendimento? Cosa ne è possibile misurare? L’idea è che se aver appreso significa custodire una nozione ed essere in grado di richiamarla a distanza di tempo e nel contesto corretto, allora la strategia mostrata nel TED talk può essere assolutamente vincente, sia per efficacia che per economicità; se però all’apprendimento si associano anche connotazioni di tipo operativo, il saper fare qualcosa, il saper sviluppare abilità, che richiedono applicazione costante e ripetuta, ad esempio, o dimostrazioni laboratoriali personalizzate, qui mi permetto di avanzare dubbi sull’efficacia dell’approccio di cui si parla; 
  • mi pare evidente che esista un problema di fonti, per quanto riguarda internet; voglio dire che vi si può trovare di tutto, e l’ultima cosa che un sistema educativo vuole è formare cittadini sprovveduti e incapaci di distinguere l’autorevolezza delle informazioni ritrovate; questo aspetto è totalmente assente nella presentazione di Mitra; il materiale trovato su internet raramente è gerarchizzato, raramente presenta apparati critici degni di tal nome, oppure è inserito in contesti distanti da quelli ideali per l’apprendimento scolastico, da autori talvolta imprecisi, disinformati o animati da motivazioni particolari; il che non significa che questi materiali non abbiano valore, ma piuttosto che sia necessario un lavoro guidato, critico, di integrazione con materiali magari di più difficile accesso;
  • “scoprire” ogni volta ciascun elemento del sapere accumulato dall’umanità sicuramente porta ad un apprendimento più solido e duraturo, meno esteso per motivi di tempo ma anche, forse, meno profondo per le difficoltà nel correlarlo con il sapere già acquisito, ma che non può essere l’unico; le competenze di comprensione diretta di un testo alla prima lettura, di selezione e memorizzazione degli elementi essenziali, di contestualizzazione nell’ambito del sapere già appreso sono competenze su cui un sistema educativo non può fare a meno di puntare e che richiedono un percorso diverso, almeno in parte; inoltre, libri, riviste altre fonti “tradizionali” hanno anch’essi una valenza educativa che non può semplicemente essere cancellata arbitrariamente;
  • una presentazione di un argomento, soprattutto in certe discipline, non è “neutro”, non si limita ad una rassegna di nozioni “da sapere” (e perché? chi lo dice?), ma ha alcuni approcci più naturali, come quello storico/epistemologico o quello tematico, per cui è necessaria una organizzazione didattica coerente di percorsi di apprendimento; questo è ovviamente compito di chi già possiede i saperi necessari, conosce le fonti utili, ma soprattutto distingue gli obiettivi, è in grado di collocare il percorso in un quadro più ampio, sa offrire motivazioni e metodologie adatte;
  • sembra che per qualche motivo il lavoro all’interno dei gruppi del prof. Mitra sia equamente distribuito e l’apprendimento sia raggiunto in modo omogeneo da tutti i partecipanti; la mia esperienza con i lavori di gruppo, anche se con modalità diverse, dice qualcosa di molto diverso; ammettiamo pure che abbia ragione Mitra, e che la mia esperienza sia semplicemente un rischio, che tuttavia è ragionevole e saggio supporre che sussista: come affrontarlo, in assenza di insegnanti?
  • se la valutazione del risultato del processo di apprendimento è un test nozionistico o di rielaborazione di base delle nozioni, posso concordare sull’efficacia del metodo come proposto; ma se i criteri sono più complessi, meno “oggettivi” forse, ma più completi perché, ad esempio, richiedono che l’allievo restituisca in modo più o meno sintetico la complessità dell’argomento, le interpretazioni, dia valutazioni personali motivate, fornisca quadri d’insieme, mostri la connessione dell’argomento con aree attigue del sapere, io credo che il metodo mostrato sia ampiamente insufficiente;
  • i modelli cognitivi e di apprendimento compatibili con la rete sono profondamente (topologicamente) diversi da quelli che hanno caratterizzato l’istruzione negli ultimi secoli; non dico migliori né peggiori: diversi; e, per quanto siano i modelli che tanti oggi indicano come quelli che informano le menti dei giovani, non credo sia corretto né utile cancellare completamente il passato;
  • infine, psicologicamente, credo che sia deleterio il messaggio che occuparsi dell’apprendimento delle giovani generazioni sia una fatica sproporzionata che andava compiuta finché non avessimo avuto strumenti idonei e che finalmente è possibile demandare alle macchine ed eventualmente alle nonne che hanno tanto tempo libero e non fanno altro che incoraggiarti; credo invece che sia essenziale il fatto che gli alunni avvertano che la società investe in loro, li affianca con professionisti competenti per aiutarli nei percorsi di apprendimento, per lavorare con loro, imparare con loro, a loro disposizione.

Torno allora all’affermazione dell’autore di “2001: Odissea nello spazio”: se un insegnante può essere sostituito da una macchina, deve esserlo. Che mi vede assolutamente d’accordo. Nel senso che io credo fermamente che esistano dei caratteri dell’insegnante all’interno di un percorso educativo che non possono, né potranno mai, essere sostituiti da una macchina. Ed è questa, a mio avviso, la direzione in cui l’insegnante deve muoversi, non per difendere la propria posizione, che non può avere nulla da temere dalla ricerca didattica ma piuttosto da una società istupidita; non per difendersi, dicevo, ma per sfruttare le innegabili possibilità che lo sviluppo tecnologico offre, che la società richiede siano usate, e che, senza gli insegnanti, sarebbero utilizzate male.

Allora io credo che ricerche come quelle di Mitra siano assai interessanti per un insegnante: mostrano le potenzialità educative dei mezzi tecnologici, danno un’idea dei campi in cui l’insegnante può essere sostituito, lo aiutano a procedere in questa sostituzione, inevitabile sul lungo periodo. E, soprattutto, gli offrono uno sguardo su un modo nuovo di lavorare con la tecnologia in modo organico che lo valorizzi come professionista laddove, evidentemente, nessuna macchina potrà mai sostituirlo.

Carnevale alla materna

L’anno scorso la domenica di Carnevale le maestre della materna hanno preparato i bambini alla sfilata. In realtà, per due domeniche.

Bambini vestiti da pittori, accompagnati dai genitori. Ma c’erano anche loro, le maestre. Gratis.

C’era anche una bottega, in cui le maestre che non sfilavano mostravano i quadri che i bambini avevano realizzato nei laboratori d’arte. Una galleria. Gratis.

Come da tanti anni, come da tradizione, nella materna di cui parlo. Come da consuetudine in tante scuole italiane.

Quest’anno, no.

Ho chiesto, al colloquio con la maestra del più grande, se pensavano di fare qualcosa per Carnevale anche quest’anno.

La maestra mi ha risposto di no. Non sono stati stanziati i soldi per fare i laboratori, e loro si sono stancate di lavorare gratis senza nemmeno il riconoscimento dei progetti educativi che propongono.

E fanno bene.

Da genitore posso dire che mi dispiace (oddio, non è che io sia un fan sfegatato del Carnevale, ma so che almeno uno di loro ci si diverte). Da genitore posso dire che cercheremo di rimediare in qualche modo.

Ma da collega, e soprattutto da cittadino dico che è giusto che tutti i genitori si accorgano del fatto che le scelte dissennate sulla scuola degli ultimi vent’anni significano una riduzione di opportunità per i loro figli. E che è ora che ci si accorga che la dignità degli insegnanti non può essere compressa più di così.

E, ripeto, mi dispiace per i miei figli. E non principalmente per il Carnevale perso. Ma perché crescono in un Paese in cui la scuola non conta nulla. E nemmeno in campagna elettorale è degna di qualche promessa.