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Al largo dei bastioni di Orione

Ho visto insegnanti di italiano correggere scritti di maturità sorvolando su evidenti errori logici (errori: se mi scambi la causa per l’effetto è un errore) perché il candidato è tanto creativo.

Ho sentito insegnanti di filosofia al liceo scientifico affermare che, a causa della propria ignoranza in materia, non avrebbero affrontato i temi di filosofia della scienza nelle loro classi.

Ho letto appunti che colleghi di educazione fisica hanno consegnato agli alunni, in cui si spiegavano le leve del corpo umano in modo talmente fantasioso che se un alunno tentasse di spiegarle così durante un’interrogazione di fisica sarebbe rispedito al posto con un quattro sonante in tasca.

Ho rabbrividito nel sentire colleghi di materie umanistiche affermare che loro di tecnologia non sanno nulla, con quel certo vanto che nessun collega di materie scientifiche potrebbe invece mai sfoggiare nel dire di non leggere regolarmente alla sera prima di addormentarsi almeno un paio di terzine dantesche.

Ecco, allora se volete criticare il “quizzone”, dire che è inutile, che è fatto da cani, che è una presa in giro e via dicendo, fate pure e magari mi trovate anche d’accordo.

Ma per favore, non lamentatevi se a voi è richiesta, per essere insegnanti, una cultura generale almeno altrettanto ampia rispetto a quella che poi chiedete ai vostri studenti. Che studiano italiano, latino, filosofia ma anche matematica, fisica e un po’ di logica, qua e là.

Credo sia una questione di dignità prima di tutto.

Alla ricerca del video perduto

Caro presidente professor Monti.

Caro, perché mi è caro il suo modo di parlare, pacato, riflessivo, che dimostra che ogni parola è misurata, pensata, ha un suo senso nel discorso.

Ieri sera ho letto questo post su un blog che seguo e mi sono preoccupato. Possibile che anche lei, presidente professor Monti, sia caduto vittima del fraintendimento? Poi, finalmente, ho trovato il video dell’intervista da Fazio, che purtroppo mi sono perso in TV.

L’intervista è estrapolata proprio nel momento in cui si parla di alcuni operatori del mondo della scuola, delle loro resistenze conservatrici e corporative e della loro strumentalizzazione della “giusta” protesta degli studenti. Metto “giusta” tra virgolette perché è evidente a tutti quanto sia giusta la loro e sbagliata quella degli altri, è ovvio. Dicevo, il video taglia il prima e il dopo, quindi sicuramente prima e dopo avrà avuto modo di chiarire ulteriormente il suo pensiero.

Ad esempio, avrà avuto modo di spiegare che, nel momento in cui si tratta con i privati per i premi di produttività, chiedere ad altre categorie di lavorare più ore gratis effettivamente è una discriminazione che ha il sapore di squalifica per i pubblici dipendenti che operano in un settore poco strategico, in perdita e, tutto sommato inutile, nei confronti dei più importanti dipendenti privati, di qualunque cosa si occupino, basta solo che producano di più.

Avrà avuto modo di spiegare che negli ultimi trent’anni il mondo della scuola è stato afflitto da ripetuti tentativi di riforma portati avanti a colpi di ripicche da destra a sinistra da parte di funzionari con agende proprie e coperti dai nomi di politici il più delle volte incompetenti. E che, nonostante questo, il personale ha sempre fatto tutto quel che doveva fare, anzi, non ha mai smesso di fare anche il “di più” non previsto dal contratto.

A proposito del contratto, avrà avuto l’occasione di evidenziare come il personale della scuola operi da anni senza contratto, senza aumenti di stipendio, senza scatti di carriera, al servizio di un datore di lavoro inadempiente, ricevendo spesso in ritardo la corresponsione degli stipendi, senza vedere applicato al proprio caso ciò che nel privato vale in termini di conferme di rapporti a tempo determinato, dovendo chiedere ai genitori contributi volontari economici e in natura (la carta igienica, i fazzolettini di carta alle materne…). Di far notare, insomma, come la scuola stia proseguendo il suo compito nonostante non ci siano i soldi per farla funzionare (ma i soldi per far funzionare tante altre cose, in Italia, non mancano).

Avrà spiegato, immagino, che le resistenze corporative ce le hanno anche i tassisti (o ricordo male?), i medici, i farmacisti. E avrà avuto modo di far capire al vasto pubblico che, in effetti, in questi giorni, alle normali, fisiologiche resistenze corporative si sono affiancate anche, anche, le resistenze del personale della scuola che, invece, vuole solo far bene la propria professione, nella consapevolezza che è una delle professioni centrali di qualunque comunità. Non avrà fatto fatica a spiegarlo, visto che della stessa professionalità anche lei fregia il suo nome.

Avrà detto senz’altro che ci sono quelli che protestano per spirito corporativo, perché non vogliono lavorare due ore in più alla settimana, ma ci sono anche quelli che lavorano già venti ore in più alla settimana, e non si lamentano per le due ore ma per la dignità calpestata dalla proposta (peraltro bocciata da un punto di vista logistico da tutti quelli che la scuola la devono gestire direttamente). Scioperano, rinunciando a parte del già magro stipendio (è da almeno vent’anni che si sa che lo stipendio degli insegnanti italiani è tra i più bassi del mondo occidentale, a parità invece di ore lavorate) per affermare che il cambiamento, necessario nella scuola italiana, non va deciso in partita doppia, ma sulla base di un progetto educativo e strategico per il Paese. L’avrà spiegato benissimo, visto che lei è il professore per antonomasia.

Avrà detto, spero, che le proposte sono tante, basta solo ascoltare i tanti che hanno a cuore il bene della scuola italiana: non pretendo che abbia letto i miei risolutivi post, ad esempio questo, o questo, ma certamente avrà visto o sentito quanti hanno idee per migliorare le cose. Avrà detto, immagino, che il governo ha rinunciato all’idea dell’aumento delle ore di lezioni frontali perché era impraticabile, avrebbe creato costi sociali paurosi nei confronti del precariato e avrebbe diminuito la qualità dell’insegnamento e l’ampiezza della proposta educativa; e che invece sono allo studio altre misure, nel confronto con chi nella scuola ci passa più di trenta ore alla settimana, cioè il personale e gli studenti, per cambiare in meglio la scuola italiana.

Avrà anche detto, ne sono convinto, che effettivamente quella fetta di personale che si rifugia nel conservatorismo corporativo è anche in grado di cercare di manipolare quella fetta di studenti che non aspettano altro che di fare un’ora di sciopero, sostenuti da quella fetta di famiglie per cui la scuola è solo un’indispensabile baby sitter; ma che gli altri insegnanti, quelli che non ne possono più di essere nascosti dai primi, che finalmente si stanno facendo sentire, il cui sacrificio continuo negli ultimi anni ha consentito alla scuola italiana di andare avanti ogni giorno, di aborto di riforma in aborto di riforma, di problema in problema, di taglio in taglio, quelli non strumentalizzano: sono gli studenti di quella fetta che va a scuola perché è bello andarci, perché imparano, sentono di costruire la propria identità, sono questi studenti, vedendo i loro educatori arrancare, che decidono di intervenire per loro e con loro, con al fianco quella fetta di famiglie che ancora credono nella scuola come ambiente educativo e formativo. Avrà detto, perché ne ha fatto esperienza lei stesso, che quegli studenti non si lasciano abbindolare, che non vedono quegli insegnanti come nemici, né come fannulloni o conservatori corporativi, ma come compagni di un percorso da fare insieme.

In sostanza, caro presidente professor Monti, sono certo che avrà sostenuto la scuola, la scuola della Costituzione e della nostra tradizione, quella di don Milani, tanto per dirne uno, e che non avrà colto l’occasione, proprio lei, di additare il peggio spacciandolo per il tutto, ma che avrà invece detto qualche bella parola di sostegno per categorie fondamentali per la nostra comunità (la ripeto, questa parola, perché vorrei proprio sentirla più spesso) che da anni ormai sopportano con pazienza sacrifici superiori a quelli di tante altre categorie (senza dire più o meno fondamentali, non c’è una classifica) e mandano avanti l’istruzione pubblica che la Costituzione sancisce come diritto dei figli di tutta la nazione.

Io il video in cui spiega queste cose non l’ho trovato. Ma continuo a cercare: appena lo trovo, caro presidente professor Monti, lo posterò: giusto per far capire al mio amico blogger quanto si sbaglia.

Con ossequi.

I giorni dell’attesa

L’estate è per me, da quando lavoro, un tempo d’attesa.

Quest’anno e lo scorso la stabilità del congedo per dottorato ne attenuano l’importanza, ma il senso di suspense rimane.

I primi anni era l’attesa dell’incarico. Qualche volta un’attesa estiva che si è protratta fino a novembre, o addirittura a dicembre.

Poi l’attesa di vedere fino a che punto l’ufficio regionale sarebbe arrivato nelle graduatorie del concorso a chiamare per il ruolo. Era il 2005: la chiamata arrivò mentre io ero in auto in una rotatoria, letteralmente, a Dobbiaco, in vacanza. La vacanza non era nella rotatoria, ovviamente. Ci rimasi, girando in tondo, per la gioia dei miei passeggeri, per tutto il tempo della telefonata, perché dopo la rotatoria c’era un tunnel e non volevo perdere la linea.

Da allora l’estate era l’attesa per i trasferimenti, che riguardavano altri, perché poi c’erano le assegnazioni provvisorie, che invece mi interessavano, nella speranza di tornare a lavorare in provincia.

E poi l’attesa del trasferimento definitivo in provincia. E ora, la qual cosa rimane comunque degna di un’attesa abbastanza frenetica, il trasferimento in quella che spero sarà, per lungo tempo, la “mia” scuola.

Tanto per spiegare a chi non sa cosa voglia dire, significa non essere mai certo di essere nella stessa scuola per due anni di seguito. Con gli stessi studenti, gli stessi colleghi, le stesse modalità di lavoro.

La mia attesa è, tutto sommato, prossima a finire. Quest’anno, il prossimo, o quello dopo spero di arrivare, come scrivevo, a una sede definitiva, in cui iniziare un percorso di lungo respiro.

Ma non posso dimenticare quanti, anche con più anzianità di servizio, o di età, di me, da anni continuano a sperimentare la stessa attesa, senza la prospettiva di vederla terminare, in tempi brevi. Insegnanti che ogni anno devono inventarsi nuovamente un ruolo, motivazioni, prospettive, perché il sistema non è in grado di stabilizzarli e le singole scuole non sono in grado di dar loro continuità di servizio (e di darsi continuità didattica quando hanno a che fare con supplenti).

E allora, la mia attesa tinta di speranza e di definitivo, che diventa un’emozione anche bella da condividere qui sul blog, se l’avverto importante per il mio futuro, sono ben consapevole che è attesa leggera, rispetto a quella di altri, che assomiglia alla mia attesa degli inizi, ma è invece un inizio continuo e senza fine.

Buona attesa, cari colleghi, buona attesa.

Un debito di gratitudine

Ci sono dei mestieri privilegiati, perché si lasciano scoprire in modi diversi e a età diverse, e grazie a persone diverse. Il mio, ad esempio.

Alcuni scoprono il mestiere di insegnante quando iniziano, per un’occasione fortuita, a farlo, senza aver mai prima pensato che quello è effettivamente un mestiere. Altri scelgono una disciplina, la approfondiscono, si appassionano, e un po’ forzatamente, un po’ per gioco, scoprono che possono insegnarla.

Io l’ho scoperto ancora prima, quando ero tra i banchi, alle superiori. La matematica mi era sempre piaciuta molto, probabilmente anche perché mi riusciva bene; la fisica un po’ meno e da meno tempo. Ma come insegnanti di matematica ho sempre visto un alternarsi, di anno in anno, di supplente in supplente, era l’impressione che ne avevo, non ovviamente un giudizio a posteriori, di docenti decenti e meno decenti.

Al liceo ero nell’ultima sezione, la G. Eravamo nei sotterranei, tutti noi della G. Cosa che non ci dispiaceva molto: alla periferia dell’impero i controlli erano sicuramente meno pressanti che, ad esempio, su nei piani alti della capitale, vicino alla Presidenza, dove era dislocata la sezione A. La prima, la “migliore”. Loro, lassù, avevano gli insegnanti di ruolo, noi i supplenti, o gli ultimi arrivati, nelle cantine.

Io avevo tanti amici nelle diverse classi della A. All’intervallo, quando spesso salivo a trovarli (vabbè, la storia è più complessa, ma non c’è bisogno di entrare nei dettagli), o fuori, quando ci vedevamo in compagnia e la scuola rimaneva un importante argomento di confronto e conversazione, ci raccontavamo tante cose, compresi i nostri rispettivi docenti.

Io mi ero fatto l’idea che la storia della A era una bufala. Perché confrontando i nostri prof, in questa materia loro si lamentavano ma io ero contento, in quell’altra erano contenti loro ma mi lamentavo io. Era sostanzialmente un pareggio. Se si eccettuava matematica.

Sì, perché su matematica loro non scherzavano. Anche negli anni fausti in cui io potevo vantarmi, non potevo certo competere con quello che mi dicevano loro.

A diciassette diciott’anni avevo imparato già a fare la tara ai discorsi trionfalistici. Per cui non era ciò che mi raccontavano a colpirmi (e a suscitare un tantino d’invidia), ma piuttosto il “come” lo dicevano. Non erano gli espedienti didattici, gli episodi, i risultati a risultarmi importanti, ma ciò che i racconti rivelavano tra le righe.

Rispetto. Grandissimo. Da parte di amici cari, di cui avevo (e ho) stima, nei confronti della loro prof di mate e fisica. E che vedevo motivato, nei loro racconti, dal grandissimo rispetto che lei aveva di loro. Affetto, anche questo grandissimo. Qualcuno la chiamava “la mamma”, ma anche dai racconti di chi non lo faceva intuivo l’attenzione personale, l’interesse e l’interesssamento personale che questa prof, dall’aspetto effettivamente materno, morbido, sorridente, doveva avere per ciascuno dei suoi studenti. Ammirazione per la sua competenza, sia nella disciplina che nel come porgerla. Frutto, evidentemente, di studio, di esperienza, di elaborazione, di fine sensibilità.

Nemmeno nei miei anni fausti io potevo arrivare a questo, nei confronti dei miei insegnanti di matematica.

Io, a quel punto, sapevo che avrei studiato fisica. E sapevo anche, credo, che avrei fatto l’insegnante, prima o poi. Ma tra tutto, ciò che rendeva davvero affascinante questa prospettiva era l’idea di poter arrivare, un giorno, alla consapevolezza che i miei studenti (ed ex-studenti) parlassero di me in quegli stessi termini. Non tanto per mia soddisfazione personale, quanto per la rilevanza delle materie, la preparazione, l’esperienza di apprendimento che questo rapporto speciale e solido con la prof rivelava in coloro che ne parlavano.

Poi, ed è stato quasi uno shock, ho scoperto che lei mi conosceva. Non ho mai capito come, ma è possibile che il motivo fosse l’abitudine, insospettata, che alcuni docenti avevano di parlare dei loro studenti in sala insegnanti. Un po’ come noi studenti facevamo tra di noi con loro. O forse perché alla maturità (che si chiamava maturità), la nostra quintaG, per qualche strano gioco di aritmetica amministrativa, era stata inserita nella stessa commissione della sua quintaA.

Di sfuggita, e me ne sono sempre sentito sorpreso e lusingato, in corridoio anziché in classe, il suo sorriso incoraggiante ha toccato anche me.

Col tempo ho imparato che non c’è un modello di insegnante buono per tutte le stagioni, che non esiste l’insegnante perfetto, che si impara sempre qualcosa da chiunque. Ma quel che ho imparato da quell’insegnante non mia è stato ed è ancora centrale nel mio modo di intendere il mio mestiere. Ho imparato da lei, indirettamente soprattutto, riflettendo, che si può lavorare scrupolosamente e con dedizione, in modo esigente con se stessi e con i propri studenti, considerandoli come persone a tutti gli effetti, e vedere che i risultati di questo lavoro sono riconosciuti dagli studenti stessi per primi.

E se, passato ormai dall’altra parte della cattedra, fino all’anno scorso sempre avevo cercato di evitare supplenze in quell’istituto e mai avevo chiesto trasferimenti o assegnazioni lì, è principalmente per un senso di soggezione dei luoghi e delle persone, e tra le persone, sicuramente di lei, una tra le poche rimaste in servizio di quelle che avevo conosciuto. Soggezione di lei, per ciò che le devo. Una soggezione probabilmente ingiustificata, di cui credo che lei stessa avrebbe riso, tanto più che poi i casi della vita mi avevano regalato la fortuna dell’amicizia di un pezzo della sua bella famiglia. Ma tant’è.

Non so se queste parole gliele avrei volute dire. Certamente non avrei saputo farlo, a lei in persona. Forse possono però essere ben accette a chi oggi piange la sua scomparsa. Da parte mia, trovo davvero consolante il fatto che la sua lontana presenza abbia potuto significare tanto per me: mi chiedo, e la povera risposta mi sorprende, quanto può aver significato, nella vita di centinaia di studenti “suoi”, la sua forte presenza.

Addio, prof.

E, anche se probabilmente le verrebbe da dire di non meritare la mia gratitudine perché è semplicemente così che si fa il suo mestiere, il nostro mestiere, cara prof, grazie.

Insegnanti in difesa

Alla scuola materna, pardon: dell’infanzia, frequentata dal mio figlio maggiore oggi è arrivata una pattuglia di tecnici dell’università. Mi pare di aver capito che il Comune, proprietario dell’immobile, ha commissionato uno studio sulla qualità delle strutture murarie.

Premetto, doverosamente, che la scuola non è stata danneggiata dai recenti sismi, è stata evacuata il pomeriggio del 29 maggio per ordine del Sindaco insieme a tutte le altre scuole del Comune, ma il giorno dopo, a seguito di verifiche, era regolarmente aperta.

I tecnici hanno lavorato alacremente ben oltre l’orario concordato con la Presidenza dell’Istituto Comprensivo, ma sono stati bloccati dalle maestre verso le 13.00 (non senza malumori, almeno così riferiscono le maestre): è l’ora del riposo, niente trapani per favore.

Le insegnanti hanno difeso gli orari della routine, la propria impostazione educativa. In definitiva, hanno difeso i bambini.

Da genitore sono contento di questo, stanti i fatti che i lavori non hanno carattere di urgenza tale da non consentire un ritardo di un paio d’ore e che questi si sono protratti per tutta la mattinata disturbando già abbondantemente il lavoro di insegnanti e bambini.

Da insegnante, anche se normalmente di fronte ad alunni che di solito e apparentemente sanno difendersi da soli, rifletto su questa difesa. Una difesa consapevole del valore del proprio lavoro, attenta a quanto i bambini erano in grado di sopportare una rumorosa, per quanto evidentemente necessaria, intrusione nel loro spazio quotidiano, rispettosa dell’importanza del lavoro che viene svolto ma al contempo ferma nel pretendere il rispetto del proprio.

Cerco, nelle mie esperienze di scuola superiore: quanti progetti, quanti percorsi, quante iniziative, attività proposte e quanto poco pensiero speso nel dare organicità, nel valutare il carico di stimoli e l’impatto sulla routine. E quanta poca convinzione nel pretendere il rispetto del proprio lavoro. Non per rivendicazioni avicole, ma per difendere gli alunni e il loro apprendimento dai trapani eccitanti e interessanti che distolgono però dal tempo della sedimentazione e dell’interiorizzazione.

Ma quando mai si sente dire: “è l’ora del riposo, niente trapani per favore”?

Un dialogo immaginario

“Eccoti la ricevuta per la lezione di oggi”.

“Grazie. Ma ha detto mio padre che a noi non serve. Può anche non farla, e magari farci lo sconto”.

Mettiamola così: questo scambio me lo sono immaginato pensando a come è facile per un insegnante evadere il fisco, nonostante gli insegnanti ci tengano a farsi inserire nel novero di coloro che non possono farlo in quanto dipendenti.

Ma anche pensando a come è difficile non farlo, visto che, mi pare di poterlo dire, ormai l’idea dell’aggiustatina “le tasse non pagate ce le spartiamo tra evasore e cliente” è tentazione assai comune.

E, mettiamola così: questo scambio immaginario io me lo sono sognato che finisce così:

“No, guarda, non hai capito: la mia copia serve a me per la dichiarazione dei redditi e se la faccio per me la devo fare anche per te; se non vi serve, i bidoni blu ce li avete voi come ce li ho io…”.

Io credo che non ci sia bisogno di contrapporsi su questo, insegnanti e studenti, per determinare di chi sia la colpa, ma di aiutarsi a comprendere il valore e la necessità di certi comportamenti. Forse occorre studiarlo un po’, questo dialogo immaginario.

Passioni per il futuro

Ecco, a fare il paio con il post precedente (Scelte per il futuro), che era rivolto idealmente a uno studente che sta pensando a cosa fare “da grande”, un altro per me nella duplice veste di genitore e di insegnante. E per chi abbia voglia di condividere.

In questi giorni riflettevamo, mia moglie e io, su come i nostri regali di Natale abbiano fatto “felice” il più piccolo dei nostri bambini, mentre il maggiore non si è mostrato particolarmente entusiasta per quanto ricevuto da Babbo Natale.

Però il maggiore si dimostra entusiasta quando possiamo fare qualcosa insieme: cucinare, disegnare, leggere, guardare un film nuovo, imparare qualcosa. Perciò per lui probabilmente il migliore regalo di Natale consiste nello spendere con lui un po’ più tempo del solito, cercando di suscitare non tanto l’entusiasmo per un regalo ricevuto, ma il suo interesse e la sua curiosità.

E questo mi proietta in avanti: quanto durerà la sua curiosità? Cosa servirà per spegnerla? Cosa, invece, per tenerla desta e aiutare lui ad orientarla e a usarla come strumento per crescere? Basteranno due genitori attenti a mantenere viva questa fiammella? Basterà viceversa l’insegnante demotivato che certamente troverà, l’amico spento, l’adolescenza, a farla spegnere?

Ne ho visti tanti di ragazzi che a diciott’anni non hanno interessi, non hanno curiosità. Specialmente, purtroppo lo devo dire, ma è importante, in posti dove le occasioni per sollecitare interessi e curiosità non sono abbondanti, ma devono essere cercate, e in posti in cui le famiglie e gli insegnanti qualche volta si dimenticano di cercarle insieme ai più giovani. Ragazzi che non sono in grado di appassionarsi, che non capiscono proprio di cosa si parli e magari ti rivolgono uno sguardo di compatimento se provi a suggerire che possano esistere cose che ti toccano l’esistenza e la rendono migliore, cose di qualità diversa rispetto agli ammazzanoia soliti quali gli amorazzi, il calcio, la televisione. Ragazzi giovani aquile che dovrebbero imparare a volare ma hanno solo tacchini intorno a sé.

Hai voglia a dirgli di scegliere il proprio futuro sulla base delle proprie passioni. Come farli partecipare a una caccia al tesoro con indizi in cinese.

Mai come oggi credo sia essenziale che gli educatori aiutino i giovani a sviluppare la passione per qualcosa, ad uscire dall’apatia (c’è sempre lo star male nell’etimo, ma nell’apatia la sofferenza è solo apparentemente negata: è invece cronica, strisciante, letale).

E capacità di apprendere. E nella capacità metto anche il senso della necessità di farlo. E gli occhi aperti, il senso critico su tutto quel che può dire qualcosa alla tua vita, alle tue passioni, formalmente o informalmente, a scuola e al di fuori.

Passioni, capacità di apprendere. Le due cose di cui le nuove generazioni hanno bisogno, specialmente oggi in tempo di crisi, e che crisi!

L’immagine dell’aquila e del tacchino mi rimane dentro. Del falco e dell’oca domestica, se preferisci. Del gabbiano e del pollo, per gli amanti della letteratura didascalica e ispirazionale del XX secolo. Ma sono i nostri figli, i nostri ragazzi, quelli a cui lasceremo prima o poi la scena.

E noi adulti: o sappiamo volare noi, o dovremo rassegnarci a vedere i nostri piccoli imparare a volare con qualcun altro, oppure rimanere a terra come noi. Passioni e capacità di apprendere, o cappone per cena.

Scelte per il futuro

Stimolato dall’opinione di Gramellini mi scappa di dire la mia.

Sabato, vigilia di Natale, mi reco per la terza volta nel giro di una settimana al supermercato per gli ultimi acquisti (chi non ha testa ha gambe, dicono). Quivi incontro un ex-alunno già maturato, cui domando cosa stia facendo. Il fanciullo mi racconta che sta lavorando, in attesa di poter perseguire un suo sogno. Chiedo cosa pensi la famiglia. Il ragazzo scoppia a ridere e mi dice che il consiglio, anche piuttosto insistente, dei genitori è stato ed è di trovare un percorso che gli possa offrire i famosi “sbocchi”, con un sottinteso aggettivo “lavorativi” non così scontato.

Mi fermo qui con l’aneddoto. Non so se la persona in questione stia leggendo: farò finta di sì. Non so se gli interessi minimamente ciò che gli ho detto tra i pacchi di pasta in offerta e le commesse che cercavano di sloggiarci per sistemare gli ultimi bancali prima della chiusura: diciamo di sì. Ma poiché si tratta di qualcosa che penso non valga solo per il giovane di cui sopra, ecco che lo ripeto e lo dettaglio qui.

Non prima di dire che si tratta assolutamente di un’opinione personale: un disclaimer grosso come una casa. Non sono un mago, non ho idea di cosa ci porterà il futuro, quindi ognuno decida per sé e si prenda la responsabilità del suo.

Ma proprio per questo, proprio perché nessuno sa che cosa ci porterà il futuro; proprio perché nessuno sa oggi come funzionerà l’economia italiana, ma nemmeno l’economia di una valle appenninica fra cinque anni; proprio perché se speriamo che ci siano sbocchi lavorativi in futuro è assai verosimile che siano piuttosto diversi da quelli che non ci sono oggi; proprio perché è possibile che ci attenda un futuro di emigrazione, dove ciò che è troppo specificamente italiano ci servirà a ben poco; proprio perché la vita è troppo breve per perderla rincorrendo una crisi che chissà quando e se finirà; proprio perché facciamo fatica a calcolare e non c’è migliore occasione di questa per buttare via la calcolatrice;

il mio primo consiglio a chi deve scegliere un percorso di vita oggi è di seguire le proprie passioni. Non avrà mai motivazioni più forti di quelle che lo spingeranno così. Non si troverà mai in compagnia di persone più simili a sé e più stimolanti. Non rischierà mai più di così di vedersi crescere come mai avrebbe pensato, di vedersi realizzato come persona e come professionista.

e il mio secondo consiglio è di studiare tanto, di lavorare sodo. Di costruirsi una formazione ampia e profonda, per quanto questo sia impossibile. Ampia, per avere la flessibilità di chi sa tradurre le proprie passioni in ogni lingua e in ogni circostanza. Profonda, per dare alle proprie passioni fondamenta solide. Perché lavorare con le proprie passioni è estremamente rischioso: il pericolo è quello di credere che il proprio talento basti. Pochissimi eletti potrebbero dirlo. Per la maggior parte, il talento senza tanta fatica è solo dilettantismo e mediocrità, ed è difficile viverci.

Riprendo Gramellini: chi sceglie oggi senza fare i conti con la crisi potrebbe aver ragione, ma anche no. Non si può e non conviene far finta di nulla. Osare è, forse, un modo creativo e anticiclico di vivere questo presente da parte di chi ha energie e tempo davanti a sé. Auguri.

Amici mai

Caro alunno che mi chiedi l’amicizia su Facebook, leggo oggi che secondo alcuni dovrei risponderti “scordatela!”.

Intanto, sia chiaro: il “caro” con cui ho iniziato questo post è una formula convenzionale: non farti venire cattive idee, non ho intenzione di giocarmi la mia autorevolezza facendoti credere che tu mi sia effettivamente caro.

Poco male, la “non-amicizia” su Facebook non è certo questione di vita o di morte. E sicuramente l’idea che qualche preside decida di invadere la mia e tua libertà personale deve necessariamente avere motivazioni di gravità assoluta. Provo a spiegartele, per come mi vengono in mente.

Perché, devi sapere, quella che si chiama “amicizia” su Facebook, non è vera amicizia. Lo so che questa notizia ti sconvolge, come ti sconvolge il sospetto, a questo punto, che il virtuale e il reale siano due mondi diversi, con regole differenti. Immagino già con che spirito mi hai chiesto l’amicizia: volevi invitarmi a giocare con la PS a casa tua, e magari immaginavi che io, in cambio, sarei stato un po’ più tenero con compiti e valutazioni, o forse ti avrei consultato per decidere quali parti del programma fare o saltare. O magari speravi che saremmo diventati inseparabili, i migliori amici. O, se tu fossi una ragazza, chissà che altre mire avresti avuto. Devo, purtroppo, deluderti. E, per non rischiare pericolosissimi fraintendimenti, declino subito la tua richiesta.

E’ anche, si dice, una questione di rispetto. Non devi volere che io invada il tuo mondo, né io gradire che tu faccia parte del mio. Bisogna distinguere ben bene i ruoli. Io devo sempre e solo essere quello che ti spiega trigonometria, tu sempre e solo il “sei e mezzo” tirato che potrebbe fare di più. Io l’insegnante, tu lo studente. Che va solo a tuo vantaggio, sai? Così, non ti verrà mai il dubbio che dietro a questa o quella materia ci sia qualcosa che può cambiare la vita di una persona, che scocciatura! Così, potrai allegramente dimenticare tutto quel che studi, al più tardi con la maturità, perché il tuo ruolo sarà terminato. E io vivrò molto meglio il mio mestiere, perché basterà il tuo sei per certificare il mio successo. Lasciamo, davvero, le cose personali al di fuori della scuola, del rapporto tra insegnante e studente. Distraggono. Ti fanno venire grilli per la testa, uno rischia di appassionarsi, o di mostrare la propria inadeguatezza, i propri limiti. Guai!

Ha ragione quel preside: non c’è niente come guardarsi negli occhi per capirsi. Al bando questa follia di internet: si prende appuntamento e ci si guarda bene negli occhi. Così potremo davvero comprenderci.

Eh sì, proteggiamoci, così nessuno di noi deve autocensurarsi. Se non ti do l’amicizia, siamo tutti e due liberi di fare quel che vogliamo in rete, di postare le foto più imbarazzanti, di esprimere i commenti più idioti, di sparlare di chiunque ci passi per il capo. A cosa ti serve vedere come un adulto maturo usa Facebook? A cosa ti serve avere qualcuno che, magari, ti consiglia di non scrivere certe cose apertamente? A cosa ti serve sapere che quel che scrivi viene letto anche da adulti, che sono lì a leggere quel che scrivi perché li hai invitati tu? E a me? Cosa mi serve sapere quali sono i tuoi gusti, cosa fai nel tuo tempo libero, che abilità hai nel disegnare, nel fare il dj, di che passioni sei capace? A cosa mi serve farti gli auguri di compleanno?

E poi c’è il grave problema dell’autorevolezza. Perché devi capire che voi studenti siete un po’ sempliciotti, non ci arrivate mica molto. Un insegnante fatica mesi e mesi per crearsi un’autorevolezza e poi gli studenti trovano una foto che lo ritrae in costume da bagno in spiaggia, o vestito da carnevale, o leggono un suo status o un commento scemo di un suo amico, e via! L’autorevolezza è persa per sempre! Come farvi capire, visto che proprio non ci arrivate, che l’autorevolezza dipende dalla preparazione, dal lavoro, dall’equilibrio, dalla serietà, dalla voglia di mettersi in gioco… Non si può! Anche perché non si può mica entrare troppo in dettaglio su quanto un insegnante lavora, su quanto è serio, su quanto si mette in gioco: quelli non sono affari vostri!

Eh, già, più vado avanti a scrivere, più mi convinco che la risposta giusta alla richiesta sia un secco “no”, magari accompagnato da “Ma come ti permetti?”.

Me la chiederai, questa “amicizia” su Facebook, quando sarai un ex-alunno, e io un tuo ex-insegnante. Quando avremo esaurito i nostri ruoli. Quando li avremo vissuti in modo tale da non avere assolutamente nulla da dirci.

Cordiali saluti, il tuo (“tuo” si fa per dire) prof.

NB: il fatto è che quest’anno non ho alunni, quindi questa lettera è a vuoto. Ma qualche ex potrebbe aver voglia di commentare, chissà.