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coltivazioni, colline, col cielo in sottofondo

Malesseri speciali – Tra passeggiate terapeutiche e cambiamento

Mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali.

(F. Battiato)

Con il bel tempo e l’esplosione dei pollini è finalmente arrivato il tempo delle mie passeggiate.

Terapeutiche perché sono l’unico modo in cui riesco ad impegnarmi a svolgere qualche genere di attività fisica. Ecco non iniziate adesso a contattarmi: probabilmente ho provato anche quell’arte marziale/attività da palestra/gusto di yoga che avete in mente, e probabilmente mi è pure piaciuta, ma quando poi si è trattato di praticarla con una certa costanza, probabilmente è bastata un’inezia concomitante a cancellarla dall’agenda, spesso in modo rapidamente definitivo. Ormai alla mia età posso dire: sono fatto così. Mi accetto.

La passeggiata no: complice anche Moglie, che non disdegna, anzi spesso istiga, quella rimane. Oddio, rimane se non piove, se non ci sono meno di sedici gradi percepiti venti, o non più di trenta.

Credo che un’altra complicità sia quella dei luoghi. Abitare a cinque minuti a dal bosco, a dieci dal parco fluviale o dal parco pubblico, dovrebbe essere rilevante in questo fenomeno.

Ecco, per Battiato i malesseri speciali sono quelli dei semafori e degli stop. Io li porto a casa dopo le mie passeggiate, soprattutto dopo quelle un po’ scriteriate da sette chilometri senza preavviso.

Il gluteo che tira, il tarso che si ritrae, il ginocchio che punge, il naso che si liquefa… questi sono i miei malesseri speciali, a cui alla fine sono anche affezionato. Ne farei a meno, eh, ma si sopporta, finché si sopporta.

Terapeutiche, dicevo, e non soltanto perché mi consentono di buttar giù quei ventidue grammi, di cui ventuno d’acqua. C’è una cosa che è impagabile, ed è l’osservazione del cambiamento in corso.

Il cambiamento è. Non posso dar torto ad Eraclito quando passeggio per la campagna. Da un giorno all’altro il cambiamento mi sorprende. E se per caso mi venisse voglia di dire “sì, ma ogni anno è la stessa storia che si ripete”, sono loro, i malanni speciali, a smentirmi subito. Sono io, che da un anno all’altro sono cambiato.

Che tenerezza, quelli che si oppongono al cambiamento perché il meglio è dietro di loro. E che tristezza, quelli che gli corrono incontro convinti di trovarvi il meglio.

La mora che ieri era acerba e oggi è matura, l’erba che spunta tra i solchi, il dente di leone che sfiorisce, la ruggine sul palo dei semafori e degli stop che oggi è caduta a terra, la sciatica che ieri appena avvertivo e che oggi è molto meno discreta: è tutto questo l’oggi della passeggiata, degli occhi aperti, forse anche della fotografia da portare a casa.

L’oggi di un camminare insieme, a volte in silenzio, a volte progettando un futuro, o commentando un passato, in un farsi presente che amo.

E fattela ‘na risata, Bruce!

Stamattina ho espresso a #1 il mio parere su “The Batman”, visto ieri insieme a #2 e a cari amici che ci avevano proposto la visione.

Ma #1 non ha voluto partecipare. “Io sono Marvel”, nientemeno.

Allora, stamattina: mi è piaciuto, una regia interessante, una fotografia fumettistica…

E lui: “ma c’erano delle battute? Con i Marvel si ride, anche”.

E no, è Batman, scuro, pesante, martellante, opprimente, inquietante. Divertente: direi di no.

Non ci avevo pensato, e la cosa mi ha fatto riflettere. Il filtro di #1 riguarda il fatto che ci sia anche spazio per l’umorismo, l’ironia.

Severo ma giusto, prevenuto ma sano.

I pregiudizi sono, alla fine dei conti, dei meccanismi di autoprotezione: non devono essere usati come zavorra da applicare ad altri, ma possono funzionare bene come galleggianti da tenere per sé.

E, senza nulla togliere a questi tempi di burrasca e di cieli plumbei, anzi, proprio riconoscendone la drammaticità, se esigo la leggerezza di un sorriso, di una risata, di una parola ironica, è per tenere una ciambella gonfiabile nello zainetto.

Io non sono Marvel, rimango del mio parere sul film. Ma ha ragione #1, Bruce:

Dopodomani le mimose

Una collega ha tentato di intervistarmi (di farmi intervistare) su un tema su cui non avevo mai riflettuto con un minimo di profondità. Mi ha beccato impreparato. Lei lo ha capito, io ho schivato l’intervista, ma mi sono sentito in dovere di dedicare qualche viaggio in macchina a pensare a cosa comunque avrei detto in tale intervista.

Il tema è quello della violenza di genere.

Avrei provato a definire, prima di tutto, cosa intendo per violenza. Per me è vittima di violenza una persona che, in una relazione intersoggettiva, a causa di una disparità di forze in qualche ambito (forza fisica, psicologica, sociale, economica, di competenze…) viene a trovarsi in una situazione di svantaggio che le impedisce l’esercizio di alcuni diritti.

E’ una definizione che mi soddisfa abbastanza, perché

  • dice che la vittima è sempre una persona
  • mentre chi perpetra la violenza può non essere una persona, può essere un corpo collettivo, un’istituzione, persino il diritto
  • e può farlo anche in modo inconsapevole e in modo legittimo
  • dice che la violenza causa una limitazione dei diritti, quindi lottare per i diritti significa lottare contro la violenza, in ogni sua forma,
  • e la lotta contro la violenza in ogni sua forma non può proporsi a qualunque costo o con qualunque mezzo: non si vince la violenza con la violenza perché non si ristabiliscono i diritti di alcuni togliendo diritti ad altri.
  • la lotta alla violenza è una lotta di civiltà.

Se si volesse stabilire quali tipi di violenza sono i più gravi, ci sarebbero probabilmente dibattiti, anche se forse, prendendo come riferimento i diritti che vengono lesi, le forme di violenza che mettono a repentaglio l’incolumità fisica, il diritto alla salute, all’integrità fisica, alla sopravvivenza e alla vita, saranno considerate unanimemente in cima alla classifica.

Sotto il termine “violenza di genere” io vedo, a questo punto, tante diverse forme di violenza subite da persone che si trovano in situazione di debolezza a causa del proprio genere e che ne ricavano una limitazione dei propri diritti. Nel caso più frequente in Occidente negli ultimi secoli, le donne. Ma, sebbene abbiano una loro specificità, vi potrebbero essere incluse anche le forme di violenza legate all’identità e agli orientamenti sessuali. E fanno tutte parte della famiglia, particolarmente odiosa, delle violenze che avvengono sulla base di qualcosa che la vittima “è” e di cui è irresponsabile, piuttosto di qualcosa che “fa”.

Molte forme di violenza sulle donne, dicevo. Da quelle assassine, spesso consumate tra le mura domestiche, allo stupro, alle discriminazioni. Fino ad arrivare alla violenza culturale subita da chi cresce in un ambiente che non le riconosce dignità.

Qual è il mio modo di pormi di fronte a queste forme di violenza?

Prima di tutto, e a prescindere dal genere, c’è la solidarietà nei confronti della vittima. Da umano a umano, semplicemente.

L’atteggiamento tipico che ho spesso visto in tanti uomini, talvolta infastiditi dall’insistenza della comunicazione “contro la violenza sulle donne”, si basa sull’assunto, penso ovvio, che non avendo io mai usato violenza fisica o psicologica nei confronti di una donna, non posso sentirmi responsabile, né ovviamente legalmente, né moralmente, degli atti di violenza compiuti da altri nei confronti di qualche donna. Ovvio ma assai superficiale. E la comunicazione mediatica “contro la violenza sulle donne”, che si limita a far vedere lividi e situazioni domestiche di violenza fisica, non fa assolutamente nulla per scendere oltre questa superficie.

Esistono malattie per cui non c’è altra cura se non quella di prendersi cura dei sintomi e di aver pazienza che la malattia regredisca da sé. In altri casi i sintomi devono essere curati immediatamente per evitare pericoli seri, ma si sa che questi si ripresenteranno se non ci si prende cura anche delle loro cause, della patologia in sé.

Ecco, a me pare (e ogni anno che passa me ne convinco di più) che le violenze fisiche, sessuali, gli assassinii, insomma tutte le forme di violenza, domestica e non, perpetrate da un uomo su una donna non siano altro che i sintomi più gravi e di cui sicuramente prendersi cura con urgenza, ma di una malattia che non si risolve da sé. Sono sì le forme più gravi di violenza di genere: non le più pervasive, le più subdole, le più diffuse. E se è vero che posso dirmi estraneo, non responsabile delle forme più gravi, perché non le ho mai praticate, anzi le ritengo bestiali, disumane, eccetera eccetera, delle altre, di quelle più silenti e nascoste, sono corresponsabile se non faccio qualcosa per distanziarmene.

A cosa mi riferisco?

Penso, ad esempio, al fatto che tante di queste violenze gravissime, spesso mortali, sono state coperte, depenalizzate, derubricate da una società a guida prevalentemente, se non unicamente, maschile; una guida maschile che ha spesso camuffato sotto la stupida insegna della protezione della privacy familiare una vera e propria solidarietà di casta, e che a quella casta, in quanto uomo, appartengo pure io.

Penso, ad esempio che le dispari opportunità che svantaggiano le donne devono pur avvantaggiare qualcuno, e in quel qualcuno è probabile che, in quanto uomo, ci sia anch’io.

Penso, ad esempio, ad una società in cui i metri di giudizio per uomini e donne sono profondamente diversi, in cui una donna deve mettere sul piatto delle proprie competenze lavorative anche la propria aspirazione alla maternità, mentre l’uomo semplicemente no.

Penso, ad esempio, ad una posizione culturale di fatto per cui la donna non ha gli stessi diritti dell’uomo, deve giustificare socialmente il proprio desiderio, le proprie aspirazioni, se vuole fare le stesse cose dell’uomo si trova inevitabilmente in difficoltà e quindi è meglio se non le fa; per cui ha dei compiti ben precisi, stabiliti da altri, solitamente uomini.

A questo penso, a queste forme di violenza, e penso che queste siano l’incubatrice della violenza domestica, della violenza sulle donne, quella dei lividi, dei delitti e delle pene. A queste forme di violenza non sanzionabili, legittime e legittimate, di cui se non mi accorgo e per cui se non m’indigno e contro cui se non lotto sono corresponsabile, semplicemente perché volente o nolente ne traggo vantaggio quotidianamente.

Ed è per questo che trovo imbecilli gli spot che mostrano le donne picchiate, ferite, uccise, come se quella fosse la dimensione primaria della violenza sulle donne, della violenza di genere. Quella è la punta dell’iceberg. E chi non pratica questo tipo di violenza arriva naturalmente alla conclusione: io non c’entro, io queste cose non le faccio, anzi le condanno duramente. Finita lì. Mostrino piuttosto le vittime quotidiane del sistema violento che sta sotto il pelo dell’acqua, sotto la punta dell’iceberg. Mostrino piuttosto le prostitute, le veline, le bellezze televisive; mostrino piuttosto le donne che lavorano perché lo stipendio ci vuole, portano avanti la casa perché mio marito quando torna a casa vuole pulito e la cena in caldo, fanno le corse dietro agli impegni dei bambini perché chi vuoi che ci pensi, mio marito che sta al bar?; mostrino un’impiegata che firma il contratto di lavoro e le dimissioni in bianco chissà che non rimanga incinta…

Ecco che capisco perché sto scrivendo queste parole: non è perché devo qualcosa alla mia collega. Le devo gratitudine, perché mi ha portato a pensare. Ma devo a me stesso parole che rimangano anche dopodomani, quando le mimose puzzeranno, inevitabilmente, io continuerò a non dare schiaffi, e questo continuerà a non bastare.

Quel che va detto

Mi segnala un amico un articolo che mi è sfuggito perché da qualche anno ormai non sono più abbonato al settimanale su cui è uscito. Niente di personale: il rinnovo dell’abbonamento era un compito che avevo affidato a mio padre, ed è una delle poche cose sue che non mi sono ripreso, in parte per pigrizia, ma solo in parte.

Poi però mi leggo queste righe, e in parte mi rammarico di non aver letto prima e di non aver risposto con una lettera di complimenti per il contributo.

Il brano che ho letto è un estratto. Intuisco che il tema sia quello dell’educazione in famiglia, dei ruoli educativi e dell’importanza che in famiglia ci siano una madre e un padre. Argomentato così…

C’è in educazione un proprio della relazione femminile (quella della mamma) e un proprio della relazione educativa maschile (quella del papà).

Avesse detto: “c’è un proprio della relazione della mamma e un proprio della relazione del papà”, mi sarei sentito tranquillo e a posto. Però… guardando alla mia esperienza, io sono diverso da mia moglie, e nell’educazione dei nostri figli ognuno di noi porta in dote tutto se stesso o se stessa. Compreso ciò che ha a che fare con il maschile e il femminile (che, però, mi dispiace, non riesco a separare così nettamente da tutto il resto, che con il maschile e il femminile ha meno a che fare). D’altra parte io sono diverso da mio padre, mia moglie da mia madre, e nella relazione educativa dei miei genitori nei miei confronti ritrovo lo specifico di mio padre e quello di mia madre, che non sono lo stesso che caratterizza il mio e quello di mia moglie nei confronti dei nostri figli. Purtroppo le carte si mescolano. E non sono nemmeno sicuro, francamente, di non fare una cosa terribile: quella di essere io stesso portatore di qualche elemento “femminile”, né di escludere categoricamente che la madre dei miei figli (la mamma!) non possa lei stessa essere latrice di specifici “maschili”. Ad esempio: il pensiero critico, ce l’abbiamo sia io che mia moglie, è un doppione: è maschile o femminile? Per sapere, così dimezziamo. O l’amore per la musica, io ce l’ho, ma per la musica un po’ più classica, mentre a mia moglie piace soprattutto la pop: dobbiamo scambiarle, secondo me, vero?  Poi io sono morbido e avvolgente, mentre mia moglie è più secca e legnosa: non va bene? Mi sento già male, ma andiamo avanti…

Quando queste due relazioni vengono disattese o sono confuse, cioè la mamma fa il papà e il papà viceversa fa la mamma, può avvenire il “disastro” educativo!

Può. Forse ci salviamo dal disastro. Nel senso che io cucino, e cerco anche di metterci qualche elemento educativo dentro, quando ho i miei figli accanto. Nel senso che io sono molto più a casa di mia moglie, per lavoro, e cerco anche, quando riesco, di far sì che la mia maggior presenza abbia un senso educativo. Nel senso che in casa cerchiamo di evitare (ma queste mode educative moderne, non so dove le abbiamo prese!) che i ruoli e le mansioni domestiche diventino caratteri sessuali terziari, mentre vorremmo che si definissero sulla base dell’efficienza, dei gusti personali, della versatilità. L’anticamera del disastro educativo. Ma “può”: forse la scampiamo.

Infatti il proprio del femminile è di far sentire i propri figli protetti perché parte di sé; è far sentire educativamente che la vita è un dono caldo d’amore; ecco la dolcezza della mamma.

Belli questi indicativi oggettivi. E’ così, punto. Ecco vedi? Quando mi sento protettivo, educativamente faccio un lavoro femminile. E dire che pensavo che mi spettasse, che spettasse anche a me. Quando dimostro dolcezza ai miei figli, faccio la mamma. Non va mica bene. E d’altra parte, è così: io l’utero che li ha portati per nove mesi mica ce l’ho; quell’utero che dopo nove mesi, con grande dolcezza, li ha cacciati fuori, in quella vita così caldo dono d’amore. Eppure, non mi sembrava male che magari, alla sera, quando mia moglie rincasa tutt’altro che dolcificata, potessi essere io a sostituirla in ciò che in quel momento lei non è in grado di dare ai nostri figli. Rinuncerò, forse. Rinunceranno loro, in realtà.

Invece il proprio del maschile è far sentire i propri figli capaci e responsabili perché parte della realtà con tutti i suoi aspetti d’impegno e di svago. La vita nell’educativo maschile si deve presentare come un compito d’amore da svolgere: ecco le regole buone del papà.

Mi sa che sono stato fregato. Io preferivo la dolcezza. Cosa devo fare? Come mi regolo? No, perché “si deve”. Quindi quando piangono: andate dalla mamma, tornate da me quando volete sentirvi capaci e responsabili. Poi non so, io ho sempre pensato di essere capace e responsabile nel fare alcune cose, mentre per altre di me stesso non mi fiderei mentre di mia moglie ad occhi chiusi. Perché a me è toccata la cosa pallosa e non a lei? No, dico, mia moglie mica è incapace e irresponsabile! Poi buone o non buone le regole sono regole: una palla al piede. Devono proprio essere le mie? Non è che magari sono più efficaci se sono quelle di papà e mamma, nell’ordine preferito? Se sono quelle della famiglia? Ma “si deve”… si farà.

Come l’infanzia-fanciullezza può essere ritenuta il tempo della madre (dolcezza), così l’adolescenza-giovinezza si potrebbe auspicare il tempo del padre (l’impegno alle regole)!

Oh che bello, allora mi riposo un po’. Devo dire a mia moglie che mi riaccendo tra otto-nove anni. Glielo dirò dolcemente, non vorrei che capisse davvero.

Questa dinamica educativa famigliare che affida a ciascuno il proprio compito non po’ (sic) essere, anche solo per comodità o per delega materna, disattesa: il rischio sarebbe minare non solo il futuro, ma soprattutto l’oggi dei propri figli.

Ora ho capito tutto: è colpa di mia moglie. E’ lei che delega. E magari per comodità. Glielo chiederò, perché delega. E mica una baby sitter donna: delega me, attenzione. Poffarbacco, che subdola, che tentatrice! mi ha persino convinto che questa delega fosse una bella cosa, che fosse un gestire insieme una famiglia, che fosse, che fosse…

Il mio amico si è dimenticato di segnalarmi il nome dell’autore. Glielo dovrò chiedere. Perché, comunque, alcune cose non mi sono chiare. Ad esempio, lui parla di mamma e papà. Poi però ci sono famiglie con solo la mamma, o con solo il papà. E mica solo perché, ohibò, mamma e papà hanno divorziato. Ecco, non mi è ben chiaro come si sfugge al “disastro” in quei casi.

E poi, ripensandoci, vorrei mi spiegasse come funzionano le cose in una famiglia come la mia. Eh sì: da noi non c’è una mamma e un papà. Ci sono una mamma e un babbo. E ci sono, entrambi, persone reali, non proiezioni in una mente maschilista di modelli educativi ottocenteschi.

Tre anni dopo

All’inizio di febbraio 2011, all’inizio cioè del mio dottorato di ricerca, pubblicavo su Fb una nota intitolata “Elenco dei motivi per cui lascio per tre anni la cattedra e mi rimetto tra i banchi (se tutto va bene)”.

L’ultima parentesi era riferita alla burocrazia e alla speranza che non avrebbe messo bastoni tra le ruote (c’era in ballo l’entrata in vigore della riforma Gelmini che ha avuto effetti anche sui cosiddetti “congedi straordinari per dottorato di ricerca” del personale delle PPAA). Nient’affatto stranamente la burocrazia ha effettivamente fatto pasticci, in modo a me ultrafavorevole, anche se poi, alla fine (letteralmente, cioè intorno a dicembre 2013) il rimedio è stato trovato.

Tre anni dopo, quando ormai il congedo è finito, il dottorato volge al termine, la tesi è quasi pronta e attendo ormai solo l’esame finale, posso tornare su quelle motivazioni e spiegare perché, nonostante i prezzi che io e altri abbiamo dovuto pagare, quella sia stata una scelta che rifarei certamente.

1. Perché in questo Paese tutti si riempiono la bocca di “famiglia”, ma nessuno fa nulla.

Io ho fatto qualcosa, credo. Ho rinunciato temporaneamente al lavoro che amo (non posso definirlo altrimenti) per dedicarmi a un’attività che mi ha consentito anche di prendermi cura dei miei figli piccoli. L’ho fatto io, tutelato da un contratto che mi permetteva di farlo, perché l’alternativa sarebbe stata che mia moglie perdesse il lavoro. Talvolta, raccontando questa situazione ho comunque visto sguardi perplessi, come se fosse normale che la madre lavoratrice si trovi di fronte alla possibilità di perdere il lavoro per curare i figli. Ecco, credo di aver fatto qualcosa per la famiglia anche nel senso di superare idee vecchie con azioni nuove.

2. Perché i miei figli hanno diritto a un padre presente quando ne hanno bisogno.

I miei figli hanno avuto bisogno, e l’avranno ancora, di genitori presenti, per vari motivi anche più di altri bambini. Io ho potuto esserci, ho avuto questo privilegio, senza pagare prezzi insostenibili. Ed è un privilegio che hanno avuto i miei figli.

3. Perché i miei studenti hanno diritto a un insegnante più preparato.

Non tanto per le cose che ho studiato, nemmeno tanto per le cose che ho prodotto, ma probabilmente perché ho vissuto sulla mia pelle, molto più di quanto non fosse successo durante gli anni della laurea, il lavoro di ricerca, lo spirito di scoperta che è il vero cuore delle materie che insegno, ben più di tante nozioni; che è il vero scopo delle materie che insegno, ben oltre i vari obiettivi didattici.

4. Perché sento la necessità di nutrirmi di altro rispetto a quel che passa la Scuola (niente).

Ho studiato, sì, ho fatto, ho usato metodi ideati da premi Nobel, ma soprattutto ho ascoltato, discusso, collaborato con persone che sono tra i grandi dei loro campi e pure ottimi insegnanti; ho fatto parte di un’impresa scientifica che mi ha fatto crescere umanamente, come fisico, come insegnante.

5. Perché è il poco che posso fare per sostenere la ricerca in questo Paese.

Una ricerca che spesso è parassitica di risorse rispetto a quella degli altri Paesi, perché per far qualcosa di decente occorre associarsi ad atenei stranieri che possono investire. Il mio piccolo contributo l’ho dato, anche se ancora non è espresso fino in fondo (alcuni articoli sono ancora in fase di preparazione) e sono consapevole dell’aggettivo quanto del sostantivo.

6. Perché quando sarò costretto ad andarmene, porterò con me un bagaglio più pesante (e alleggerirò di più il Paese che mi avrà lasciato andar via).

Spero sempre di non doverlo fare. Ma il piano B c’è ed è più solido di tre anni fa.

7. Perché quando sarò costretto ad andarmene, il suffisso PhD potrebbe fare la differenza.

Ancora del suffisso non posso fregiarmi, ma sì, come sopra.

8. Perché posso così testimoniare una passione. Anzi, più di una.

Per la fisica, per la ricerca scientifica, ma anche per lo studio, per l’insegnamento, paradossalmente ma in modo attuale proprio ora. E ancora…

9. Perché per tre anni creerò un posto di lavoro reale, che è sempre meglio di un milione fasulli.

Ho conosciuto chi mi ha sostituito nella scuola in cui ero in servizio all’inizio del 2011, e ho conosciuto chi mi ha sostituito all’inizio del presente anno scolastico. Certo, dispiace la precarietà. Non potendo io assumere direttamente nessuno, comunque ho lasciato a supplenza una cattedra per due anni scolastici interi e due mezzi.

10. Perché c’era un posto libero che nessuno occupava.

Beh, sì, questo dall’inizio: ero ultimo in graduatoria degli ammissibili, e sono stato ammesso perché in due o tre prima di me hanno rinunciato, questo è agli atti. Tengo a dirlo, come tenevo ad essere ammesso per ultimo: non volevo che il mio dottorato togliesse opportunità a un giovane (che di opportunità già ne hanno ben poche).

11. Perché c’è una legge che lo prevede e pochi lo sanno.

C’era, e consentiva ai dipendenti pubblici di fare quel che ho fatto senza rinunciare a nulla. Ed era una grande legge, perché consentiva una formazione di alto livello (anche se poi questa non veniva, né viene, riconosciuta all’interno delle amministrazioni). E’ comunque cambiata, la legge. Grazie a MS Gelmini. Sì, quella del tunnel.

12. Perché per tre anni vorrei dimenticare il lessico demenziale da burocrati che ci vogliono insegnare e tornare a imparare la lingua per cui ho scelto la mia professione.

La fatica la farò adesso, rientrando a scuola a riforma quasi a regime. Ma così è stato: in tre anni ho dovuto davvero occuparmi in modo minimo di burocrazia.

E ora rientro.

Con entusiasmo, sicuramente. Voglia di conoscere i miei alunni. Con idee, certamente. Anche relative alle cose che ho studiato durante gli ultimi tre anni.

Con un po’ di malinconia, che già sento, perché i rapporti che si sono creati in questi tre anni potranno certamente proseguire in termini di amicizie, forse anche di saltuarie collaborazioni, ma sì, qualcosa comunque è finito.

Ricorderò sempre le vicende umane che ci hanno coinvolti in questi tre anni: le persone che se ne sono andate per sempre, quelle che sono passate e hanno trovato altrove il prossimo capitolo della loro storia, quelle che sono arrivate e lascio lì; i viaggi, le birre (e le sangrie, per la verità); le difficoltà nell’interpretare qualche risultato o la soddisfazione nel vedere una previsione prendere la forma di un grafico sperimentale, i discorsi sui figli, le figlie, la vita.

E’ un po’ così, una parentesi di tre anni che si chiude, con tanto dentro. Una parentesi ricca, in verità, che mi lascia, proprio per questo,  un po’ più vecchio, con tanta gratitudine (di tanto difficile espressione), un po’ più triste, orgoglioso, contento, consapevole, pronto per andare avanti.

Girotondo

Aspettando l’apertura di un negozio piuttosto pigro, mi sono trovato con una mezz’ora da perdere.

Sono andato a trovare nonno Ferdinando e nonna Cesira. Bisnonno e bisnonna, per la precisione.

Riposano in un piccolo camposanto in una pianura senza orizzonte, come dice mia mamma, in cui lo sguardo incontra sempre qualcosa, albero, boschetto, casolare, argine. O nebbia.

Un cimitero piccolo, racchiuso da mura antiche in cui il cancello aperto è comunque una soglia faticosa da attraversare.

A destra e a sinistra del vialetto stanno i due campi, appunto. Erba stentata tra chiazze di pesante terra nuda; poche croci di ferro arrugginito che devono aver recato, un tempo, nomi ormai dimenticati; poche lapidi sparse, di pietra nera d’umidità e verde di muschio, i segni dello scalpellino ormai persi tra quelli del tempo; due cespugli e un piccolo albero, denudati di recente da cesoie competenti.

In fondo sorge la cappella, chiusa. Ai due lati, sotto la protezione di una loggia ad archi, il muro è diviso in avelli.

Ed eccole: in alto a destra, le fotografie dei miei bisnonni, che non avevo mai visto. “Coniugi”, c’è scritto su un’unica lapide, e li immagino riposare insieme dopo aver trainato appaiati una vita che ha avuto più vomere che falce.

Poco più in là, Franco, il cugino e compagno di giochi di mio padre e dello zio Quiro.

E poi l’occhio mi cade in basso, su una fotografia di un giovane uomo sorridente. Il nome non si legge, nascosto da un grande mazzo di fiori ormai al termine della sua vana battaglia contro il tempo. Si legge la data della nascita, circa un anno prima della mia, e quella della morte, un anno e un paio di settimane fa. Attaccata alla carta dei fiori, c’è una molletta da bucato. Rosa. Con un minuscolo cuoricino di peluche. Come due dita che tengono stretto un disegno, lo ancorano all’omaggio floreale sicuro nel suo vasetto. Il disegno a pennarello di una famiglia, in tre si prendono per mano. Mamma, bimba, papà. Papà.

…

Ecco, io ringrazio il cielo. Per quel negozio che apre alle dieci di mattina. Per i cimiteri di campagna, in cui si rispettano i morti e i sentimenti dei vivi hanno la libertà di rimanere finché vogliono. Per quella bimba. Per quella mamma. Per quel papà.

Perché in quel disegno, aggrappato a un ricordo del primo anniversario di un’assenza terribile, c’è scritto a carioca a punta fine quali sono le cose che contano davvero, che vale la pena accumulare. C’è un’eredità di desideri.

Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. E’ un girotondo solo se ci si tiene per mano.

La custodia delle storie

Oggi un funerale.

Franco era un primo cugino di mio padre. Una famiglia grande, la loro, sparsa tutto sommato su una piccola zona della provincia, ma con alcuni rami che sono partiti e approdati ad altri luoghi, in provincia e fuori. Quello di mio padre è semplicemente emigrato in città, dopo la guerra passata in campagna.

Sesto, un altro cugino, mi indica il cimitero, e mi dice: “il nonno Ferdinando e la nonna Cesira anche loro sono là”.

E a me si apre un mondo. Il nonno Ferdinando: non sapevo nemmeno come si chiamasse, quel mio bisnonno che non ho mai conosciuto, che mio padre ha conosciuto appena, ma di cui aveva una memoria precisa: durante la guerra, il nonno gravemente ammalato a letto, che ormai non riusciva più ad alimentarsi, che chiedeva a lui, un bambino di quattro anni che portava il suo stesso nome, anche se per secondo, qualcosa da mangiare.

“Sì”, conferma Sesto,  “abitavano insieme durante la guerra, e lui è morto nel ’44. Abbiamo fatto il funerale alle quattro di mattina, perché c’erano le bombe”.

E allora capisco il giro dei cimiteri, il tornare in quei paesi, tra quegli argini, l’andare a casa a trovare parenti talmente lontani da non riconoscersi più, che mio padre ci imponeva tanti e tanti anni fa.

Non era nostalgia: lo chiamavano le storie, i racconti, le memorie, che sono al sicuro solo quando sono almeno due i testimoni, che hanno senso solo se possono essere condivise, che escono dal mondo della fantasia solo quando c’è qualcun altro a confermarle. Era il senso dell’appartenenza a una famiglia, per quanto sfilacciata e distante, la custodia delle storie di tanti individui.

Tanto si è perso, di quelle storie, perché i protagonisti se ne sono andati e nessuno ha continuato a raccontarle. Bisognerà fare qualcosa. Bisognerà annodare fili, riparare la tela, per quanto si può.

Padre, madre, uno e due

Ho letto di recente la proposta di sostituire, immagino nel linguaggio ufficiale, le diciture “madre” e “padre” a favore di “genitore 1” e “genitore 2”.

Con tutto il rispetto per chi la propone, che credo abbia ragioni per avanzare tale idea, a partire da un tentativo di non discriminazione per i figli di coppie omosessuali, mi permetto di dissentire.

Se c’è qualcosa di discriminante è, per i genitori, l’essere etichettato come primo o secondo. Su che base? Chi è il numero 1 e chi è il numero 2? Perché?

Io sono padre, non sono genericamente un genitore. La mia identità sessuale fa parte della mia persona e me la porto dietro anche quando mi relaziono coi miei figli, e anzi ritengo sia un elemento importante della relazione educativa con loro. E lo stesso vale per mia moglie, che è madre e non genericamente genitore (o “genitrice”? ma allora se il nome porta dentro il genere che senso ha?).

La differenza c’è, è ovvia, ed è inutile cercare di nasconderla. Un figlio di una coppia eterosessuale ha in famiglia un padre e una madre, portatori di due identità di genere. Che questo sia indispensabile per la corretta crescita dei bambini, non lo credo, ma non importa: due sono due, una è una e non vedo come si possa negarlo, anche quando si voglia immaginare che i generi siano naturalmente tre e non due.

Se c’è ragione di inventare una “terza via”, inventiamola e battezziamo il terzo genere con il nome che preferiamo. Questo non toglie che io resto padre e mia moglie resta madre. Allora ci saranno bambini con un padre e una madre e bambini con due “x”. Il problema, se c’è, non è mai nel nome, come diceva efficacemente Romeo.

Allora, bisogna scegliere. Se riteniamo che un bambino che ha due padri o due madri sia oggettivamente svantaggiato rispetto a chi ha un padre o una madre, la soluzione non è far finta di nulla e ribattezzare i genitori “uno” e “due”. Se invece riteniamo che due padri o due madri, per il bambino siano lo stesso che un padre o una madre, non c’è motivo, di nuovo, di cambiare i nomi delle cose, anzi.

Se l’attenzione è rivolta, invece, alle discriminazioni che un bambino può subire socialmente per un motivo che non dipende da lui, come quello di avere due padri o due madri, io credo che non ci sia nessuna differenza tra tali discriminazioni e quelle che potrebbe subire per altri motivi su cui non ha controllo e responsabilità, come l’appartenenza etnica, il passaporto dei genitori, le proprie idee o quelle dei parenti, il numero di scarpe del cugino: cambiare i nomi delle cose non aiuta a vincere la stupidità, ma le permette di nascondersi.

A scuola nella provincia del mondo

Avevo visto, qualche tempo fa, una delle solite immagini-slogan, che ora non saprei ritrovare, più o meno di questo tenore:

mamma A: siccome voglio che mio figlio non incontri bambini immigrati lo mando alla scuola privata;

mamma B: e allora io mio figlio lo mando alla scuola pubblica così non incontra tuo figlio.

Segnalo soltanto l’errore lessicale sul binomio pubblica/privata che invece intenderebbe statale/parificata.

Sorvolo rapidamente anche sul luogo comune per cui nella scuola privata gli alunni siano al riparo dall’esposizione a certe realtà sociali. Sono certo che in alcune realtà questo luogo comune non corrisponda alla realtà. A occhio, però, direi che in media le caratteristiche della scuola non statale in Italia possono effettivamente costituire un filtro piuttosto pesante se non già sull’utenza potenziale, almeno su quella reale.

Lascio perdere un attimo la mamma B, su cui torno in chiusura. Ma di mamme A (e di papà/babbi, non è una questione di genere se non per il fatto che è più facile trovare mamme che si occupano della scuola dei bambini) ne conosco diverse. Magari non così estreme, magari non lo dicono al vento, ma non hanno mai avuto a che fare con persone che non abbiano un albero genealogico compreso tra le Alpi e il Mediterraneo, o addirittura tra il Po e l’Appennino, da generazioni, non hanno amici stranieri, e gli unici posti in cui potrebbero avere contatti con persone non indigene-con-pedigree sono quelli in cui c’è da fare una fila o vivere una situazione di disagio (le poste? l’ASL? l’autobus?) per cui il trasferimento e l’associazione dello straniero con il fastidio è facile e facilmente còlto.

Ed è normale, forse, che sia così. Siamo un Paese alla periferia del mondo, abituato a considerarsi centrale, ma che quella centralità l’ha persa da secoli. Siamo un Paese innamorato di sé, della propria cultura, del proprio stile di vita: basta guardare l’atteggiamento che hanno gli Italiani nei confronti del cibo, del bidet, del caffè non appena varcano il confine. Siamo i provinciali del mondo, e non riusciamo a vedere, non riusciamo a capacitarci di quel che succede negli altri Paesi, quelli che da decenni, da secoli vivono le ricchezze e i problemi dell’immigrazione e dell’integrazione, nonostante i film, nonostante la letteratura, la musica e tutte le altre forme culturali che comunque da là ci raggiungono.

Mi sono piaciute molto le parole della giovane figlia della ministra Kyenge, i suoi consigli che io estendo alla signora A: viaggi, signora, incontri persone, vada incontro a chi è diverso da lei.

Per quanto riguarda i miei figli, li mando, e per quanto potrò li manderò, alla scuola statale. E non perché, signora B, lì non ci saranno i figli della signora A, perché invece ce ne saranno anche lì, e meno male. Ma perché è la scuola di tutti e per tutti, quella in cui ognuno, potenzialmente e realmente, deve essere e sentirsi benvenuto, anche quelli poco o tanto diversi dai miei figli, per il colore della pelle come per la lunghezza dei capelli o per le opinioni calcistiche. Perché nell’Italia di provincia di oggi, incontrare e conoscere le persone e ciò che portano con sé è palesemente più importante di riuscire a finire tutto il programma grazie al fatto che in classe tutti sono italiani madrelingua.

Festa del papà

Non so bene come o perché, ma almeno in parte del mondo anglosassone si celebra oggi la festa del papà.

Ora, io sono un babbo e non un papà, e ne vado orgoglioso.

Ok, parentesi aneddoto. Passeggiavamo per Volterra, tutta la famiglia, e, davanti a un bar, abbiamo assistito all’azione repressivo/punitiva di un padre, immerso in conversazione con altri due maschi coetanei, nei confronti del figlioletto cinquenne che, evidentemente, stava importunando il genitore oltre ogni sopportazione, tant’è che l’adulto ha sollevato con irruenza il bambino, lo ha letteralmente sbattuto a sedere su un barilotto al suo fianco e ha completato l’azione, secondo me più orientata a impressionare i due interlocutori adulti che a qualunque altro scopo, con un bello scappellotto e una sgridata pubblica. Al ché, il mio maggiore chiede a mia moglie: “perché quel babbo si è arrabbiato con quel bimbo? che cosa ha fatto il bimbo?”. E, prima che mia moglie possa rispondere, interviene dalla profondità dei suoi mondi virtuali il più piccolo: “secondo me quello non è un babbo, quello è un papà”.

Tiè.

Comunque, stavo dicendo della festa del papà.

Che da noi si festeggia il 19 marzo, festa di San Giuseppe.

Ora, a me San Giuseppe sta molto simpatico, per altri motivi. Per motivi anche molto diversi da quelli addotti come motivo da chi lo propone come oggetto di venerazione.

Sono convinto che di lui abbiano scritto cose meravigliose altri santi, teologi, poeti sopraffini. Nel Vangelo, la figura di San Giuseppe come padre è quella dello chauffeur. Arriva l’angelo che dice di partire, e lui parte con tutta la carovana. Per Betlemme, per l’Egitto, per tornare indietro. Non viene mai più menzionato, se non come “il padre” (e anche qui, non c’era un padre un po’ più padre da prendere a modello?) di Gesù in un paio di episodi dell’infanzia. Fine della storia.

San Giuseppe, il padre putativo, l’accompagnatore. L’assente.

Ripeto, San Giuseppe mi sta molto caro per altri versi. Ma chi mi dice di festeggiare il papà (o il babbo) il giorno di San Giuseppe per me non ha capito una cippa di padri e paternità.

E quindi grazie mille, decido che d’ora innanzi festeggerò la terza domenica di giugno,  e ricevo quindi oggi volentieri gli auguri per la festa del papà (o del babbo).