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coltivazioni, colline, col cielo in sottofondo

Malesseri speciali – Tra passeggiate terapeutiche e cambiamento

Mi innervosiscono i semafori e gli stop, e la sera ritorno con malesseri speciali.

(F. Battiato)

Con il bel tempo e l’esplosione dei pollini è finalmente arrivato il tempo delle mie passeggiate.

Terapeutiche perché sono l’unico modo in cui riesco ad impegnarmi a svolgere qualche genere di attività fisica. Ecco non iniziate adesso a contattarmi: probabilmente ho provato anche quell’arte marziale/attività da palestra/gusto di yoga che avete in mente, e probabilmente mi è pure piaciuta, ma quando poi si è trattato di praticarla con una certa costanza, probabilmente è bastata un’inezia concomitante a cancellarla dall’agenda, spesso in modo rapidamente definitivo. Ormai alla mia età posso dire: sono fatto così. Mi accetto.

La passeggiata no: complice anche Moglie, che non disdegna, anzi spesso istiga, quella rimane. Oddio, rimane se non piove, se non ci sono meno di sedici gradi percepiti venti, o non più di trenta.

Credo che un’altra complicità sia quella dei luoghi. Abitare a cinque minuti a dal bosco, a dieci dal parco fluviale o dal parco pubblico, dovrebbe essere rilevante in questo fenomeno.

Ecco, per Battiato i malesseri speciali sono quelli dei semafori e degli stop. Io li porto a casa dopo le mie passeggiate, soprattutto dopo quelle un po’ scriteriate da sette chilometri senza preavviso.

Il gluteo che tira, il tarso che si ritrae, il ginocchio che punge, il naso che si liquefa… questi sono i miei malesseri speciali, a cui alla fine sono anche affezionato. Ne farei a meno, eh, ma si sopporta, finché si sopporta.

Terapeutiche, dicevo, e non soltanto perché mi consentono di buttar giù quei ventidue grammi, di cui ventuno d’acqua. C’è una cosa che è impagabile, ed è l’osservazione del cambiamento in corso.

Il cambiamento è. Non posso dar torto ad Eraclito quando passeggio per la campagna. Da un giorno all’altro il cambiamento mi sorprende. E se per caso mi venisse voglia di dire “sì, ma ogni anno è la stessa storia che si ripete”, sono loro, i malanni speciali, a smentirmi subito. Sono io, che da un anno all’altro sono cambiato.

Che tenerezza, quelli che si oppongono al cambiamento perché il meglio è dietro di loro. E che tristezza, quelli che gli corrono incontro convinti di trovarvi il meglio.

La mora che ieri era acerba e oggi è matura, l’erba che spunta tra i solchi, il dente di leone che sfiorisce, la ruggine sul palo dei semafori e degli stop che oggi è caduta a terra, la sciatica che ieri appena avvertivo e che oggi è molto meno discreta: è tutto questo l’oggi della passeggiata, degli occhi aperti, forse anche della fotografia da portare a casa.

L’oggi di un camminare insieme, a volte in silenzio, a volte progettando un futuro, o commentando un passato, in un farsi presente che amo.

La poetica del pitaciò

Quasi un manifesto – La poetica del pitaciò

Posso partire da qui, qualche fiore di pitaciò nel cortile della scuola, sotto un albero, in mezzo alle auto dei docenti parcheggiate. La primavera che arriva. Ma lui, chi lo vuole davvero?

La saggezza officinale degli antichi lo consiglia in tisane e insalata. Io dei fiorellini gialli di gas di scarico delle auto parcheggiate farò volentieri a meno.

Ho letto di recente una recensione (ormai ci sono critici e intenditori di tutto, anche dei denti – di leone, in questo caso): diceva sostanzialmente che questo benedetto infestante fa il lavoro sporco che dovrebbero fare i giardinieri: colonizza terreni che altrimenti rimarrebbero incolti per composizione e caratteristiche, e con la sola sua presenza attuale e decomposizione futura, rende l’aiuola più facilmente sfruttabile da altre specie più schizzinose. E poi le api l’adorano e ne trasmutano il nettare in miele dalle proprietà poco meno che miracolose.

Santo subito, il fiorellino giallo che poi, passata la primavera, diventa un soffione, per la gioia dei bambini e degli allergici.

E’ un tizio che fa bello senza impegnarsi troppo. E’ vero che non ha molto altro da fare, che sicuramente non deve correggere verifiche, o scorrazzare figli in giro per la provincia, o fare settimanalmente la spesa. Però mi piace come modello: senza esagerare, cercando tempo e spazio dove c’è, e probabilmente trovandolo anche dove non c’è.

Serve disciplina e buona volontà: non si diventa piscialetto da un giorno all’altro. Ci sono tante cose da imparare; la leggerezza di chi non si preoccupa dei like, l’agilità di chi deve fare i conti con uno stelo leggero e cavo, la saggezza… ma questa la lasciamo dire a qualcun altro, l’orgoglio di chi è colorato senza profumare, di chi è buono senza essere un eroe greco.

Però, se l’obiettivo è fare qualcosa di bello, la poetica del tarassaco credo sia un buon punto di partenza.

Passeggiate in famiglia

Ecco un primo frutto del pioppo: tra coloro che l’hanno visitato c’è Linda, mamma della zona di San Francisco, che tiene un bellissimo blog: A nature Mom.

Per chi non volesse o potesse andarlo a visitare, traduco qui una parte di uno dei suoi post (che potete trovare integralmente qui). Parla delle passeggiate in mezzo alla natura con bambini piccoli. Che, a mio avviso, sono una delle esperienze più belle e sorprendenti delle vacanze con i pargoli.

Linda dà cinque consigli, quelli che ritiene i più importanti per far sì che la camminata in mezzo alla natura (hiking) diventi un piacere anche per i piccoli. Personalmente ho trovato piuttosto facile convincere i miei della bellezza delle passeggiate all’Alpe di Siusi, l’estate scorsa, ben oltre ogni più ottimistica previsione. So anche che non tutti sono così fortunati. Ecco allora che possono essere utili i cinque consigli di Linda, molto semplici e di buonsenso.

  1. Tienila breve. La prima cosa da fare è abbandonare l’idea che sarai in grado di farti quelle belle camminate a cui eri abituata prima di avere i bambini. I piccoli semplicemente non hanno le energie. Inizia con uscite brevissime (da mezzo chilometro a un km e mezzo) nella natura vicino a casa. Poi gradualmente metti in cantiere passeggiate più lunghe. Il tuo bimbo può avere un sacco di energie all’inizio della camminata, e tu inizierai a pensare: “oh sì, oggi ne facciamo una più lunga!”. Bisogna poi tornare alla macchina e il tuo piccolo potrebbe a un certo punto finire improvvisamente la benzina. Se non la tieni corta, finirai con un bambino che si lamenta e vuole solo essere portato in braccio fino a casa. O, peggio, con un bambino che odia passeggiare. Quindi, assolutamente escluse le marce forzate.
  2. Evita i pendii ripidi. I bambini possono avere una resistenza notevole se il sentiero è relativamente piatto. Ma quando si trovano di fronte una collina, possono trasformarsi velocemente in piccoli mostri piagnucolosi. Se le colline sono inevitabili, a volte è necessario portare in spalla il bimbo, il che diventa sempre più duro via via che questo cresce. Prima che mio figlio compisse quattro anni, tenevo il portabimbo nello zaino o legato addosso in ogni caso, per quei momenti in cui lui si rifiutava di muoversi di un passo. Non vuoi portarlo? Evita le colline finché cresce un po’.
  3. Lascia perdere la destinazione. Dimenticati dei giorni in cui pianificavi le tue passeggiate in funzione della destinazione, come un bel laghetto alpino o quel posto con una vista mozzafiato. Ai piccoli interessa solo il viaggio. Perché un bimbo si innamori del camminare, bisogna dargli il tempo di esplorare lungo il sentiero. Se questo significa raccogliere un bastoncino e giocarci per quindici minuti, amen. Lascia a tuo figlio il tempo di sperimentare le meraviglie della natura. Lascia che salti in quel piccolo ruscello lungo il sentiero; accucciati con lui a guardare le formiche; coricati a guardare gli alberi da sotto; arrampicati sulle rocce; rallenta a guardare il panorama. Camminare con i bambini è questione di pazienza.
  4. Lascia che sia il bambino a guidare. Camminare diventa un gioco quando il bambino può condurre. Cerca di trasformare la passeggiata in un’avventura per il bambino. Chiedi: “che c’è dietro la prossima curva del sentiero?”. Tuo figlio probabilmente dirà: “Non lo so”. E tu? “Andiamo a scoprirlo!”, e corri lungo il sentiero con lui. Se non hai una destinazione in mente (vedi punto 3.) e arrivi a un bivio, lascia che sia lui a scegliere in che direzione andare. I bambini adorano esplorare, e, beh, passeggiare nella natura non vuol dire questo?
  5. Porta un sacco di merende. I bambini bruciano le loro energie molto rapidamente, perciò il combustibile è una componente critica per uscite riuscite con loro. Preparare un pranzo pic-nic è divertente, ma è ancora più importante portare delle merende veloci da consumare lungo il sentiero.  Quando il mio ometto diventa noioso, vuol dire di solito che sta finendo le energie. E’ impressionante la rapidità con cui si rianima dopo un boccone veloce. E sempre, sempre, sempre ricordati di portare tanta acqua.

Rispetto ai consigli di Linda qui sopra, per esperienza posso dire che non è così indispensabile evitare i dislivelli (altrimenti addio alle nostre belle montagne!). Basta scegliere bene i sentieri, che consentano ai bambini di muoversi e correre senza pericoli; sentieri che abbiano ogni tanto una sosta attrezzata, come un rifugio o una malga, o, magari, un piccolo parco giochi.

Un altro consiglio che aggiungo volentieri, e che secondo me vale come primo in assoluto: meglio in due che da soli. La stessa passeggiata diventa per un bambino un’esperienza molto più importante, bella, divertente se è condivisa con almeno un coetaneo.

E, visto che ci siamo, che consigli dareste voi?