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Pensa al peggiore

Ho letto di recente un commento di qualcuno, che non conosco e non cito, rispetto alla manifestazione di qualche giorno fa a difesa della famiglia.

Un commento che suonava più o meno letteralmente così: “abbiamo il dovere di impedire che i diritti che abbiamo come famiglie vengano estesi ad altri che non sono come noi”.

Che, da un certo punto di vista, non fa una piega, se parliamo logicamente di proprietà di insiemi distinti. Se vogliamo distinguere B da A non possiamo dare ad entrambi le stesse proprietà.

Il problema è che si parla di diritti di persone, che non sono proprio la stessa cosa.

Io ho provato a pensare a chi avrebbe potuto affermare cose del genere. Quali personaggi, magari in altre circostanze, parlando di altri diritti e di altre diversità, avrebbero potuto avere sulle labbra una frase del genere.

Non ho la presunzione di interpretare le parole di Cristo, c’è chi è ben più esperto e titolato di me. Ma a me sembra che l’intera vicenda di Cristo vada nella direzione di estendere i diritti di primogenitura a tanti altri rispetto ai vecchi primogeniti, che non l’hanno poi presa tanto bene. Anzi maluccio, e anzi probabilmente la fine non troppo naturale della vicenda umana del personaggio in questione la si deve proprio alla reazione di chi non voleva che i propri diritti fossero messi in discussione. Ma forse mi sbaglio.

Ho provato un po’ a cercare tra i mahatma del nostro tempo, un volto sulle cui labbra quelle parole potessero star bene.

Non ci sono riuscito.

Ho invece trovato che si addicono straordinariamente alla figura di Jefferson Davis, se parla al posto di “famiglie” mettiamo “bianchi”. Si addicono anche bene a Benito Mussolini, se al posto di “famiglie” mettiamo “maschi”. E, più recentemente, mi pare che, se usiamo al posto di “famiglie” l’espressione “fortunati, nati in un paese ricco, e non in necessità di fuggire da guerre o carestie”, ci siano nell’attualità esempi particolarmente illuminati di difensori dei diritti di chi ce li ha già.

(Difensori dei diritti di chi ce li ha già… pensiamoci).

Ora io non vorrei dar ragione a Eco. Però un po’ sì. Ma anche un consiglio a te: prima di scrivere, di lasciare una traccia indelebile di te sulla rete, prova a

  1. riflettere che probabilmente non sei tanto originale da dire codeste parole per primo
  2. e allora chiederti chi è colui, o colei, che codeste parole le ha già pronunciate, lasciate ai posteri
  3. e, se ti viene il dubbio tra due o tre, scegli il peggiore, il più feccia, il più degrado
  4. e infine chiediti se hai ancora voglia di abbandonarle in eredità, codeste tue preziose parole, nella forma che avevi pensato.

Così, proprio solamente a livello di metodo. Magari sì, sono parole sensate e basta solo dargli una rimescolatina e le asperità si sistemano. Magari no.

A livello di merito, ci sto pensando. Sto pensando a qualcosa da dire su questo. Finora mi sono incagliato sul punto della testimonianza. In breve, e di nuovo potrei sbagliarmi, mi pareva che la richiesta che Gesù diede ai suoi discepoli non fosse di negare diritti ai diversi, ma di testimoniare un amore talmente grande da essere impossibile da capire (e infatti gli apostoli non avevano capito bene) e da limitare. Aveva parlato di sandali e di polvere, non di murare in casa chi non gli apriva. Di sale della terra, non di fortezze bastiani. Così, stavo elaborando su questo, forse un giorno scriverò qualcosa che vada al di là della momentanea impressione che questa cosa renda la famiglia che si vuol difendere un po’ più antipatica. E renda il lavoro di testimonianza di tanti, che la propria famiglia cristiana la vivono come sale e lievito, un po’ più difficile. Come se ce ne fosse bisogno. E inutilmente, perché le battaglie contro i diritti sono battaglie perse, invariabilmente.

Quel che va detto

Mi segnala un amico un articolo che mi è sfuggito perché da qualche anno ormai non sono più abbonato al settimanale su cui è uscito. Niente di personale: il rinnovo dell’abbonamento era un compito che avevo affidato a mio padre, ed è una delle poche cose sue che non mi sono ripreso, in parte per pigrizia, ma solo in parte.

Poi però mi leggo queste righe, e in parte mi rammarico di non aver letto prima e di non aver risposto con una lettera di complimenti per il contributo.

Il brano che ho letto è un estratto. Intuisco che il tema sia quello dell’educazione in famiglia, dei ruoli educativi e dell’importanza che in famiglia ci siano una madre e un padre. Argomentato così…

C’è in educazione un proprio della relazione femminile (quella della mamma) e un proprio della relazione educativa maschile (quella del papà).

Avesse detto: “c’è un proprio della relazione della mamma e un proprio della relazione del papà”, mi sarei sentito tranquillo e a posto. Però… guardando alla mia esperienza, io sono diverso da mia moglie, e nell’educazione dei nostri figli ognuno di noi porta in dote tutto se stesso o se stessa. Compreso ciò che ha a che fare con il maschile e il femminile (che, però, mi dispiace, non riesco a separare così nettamente da tutto il resto, che con il maschile e il femminile ha meno a che fare). D’altra parte io sono diverso da mio padre, mia moglie da mia madre, e nella relazione educativa dei miei genitori nei miei confronti ritrovo lo specifico di mio padre e quello di mia madre, che non sono lo stesso che caratterizza il mio e quello di mia moglie nei confronti dei nostri figli. Purtroppo le carte si mescolano. E non sono nemmeno sicuro, francamente, di non fare una cosa terribile: quella di essere io stesso portatore di qualche elemento “femminile”, né di escludere categoricamente che la madre dei miei figli (la mamma!) non possa lei stessa essere latrice di specifici “maschili”. Ad esempio: il pensiero critico, ce l’abbiamo sia io che mia moglie, è un doppione: è maschile o femminile? Per sapere, così dimezziamo. O l’amore per la musica, io ce l’ho, ma per la musica un po’ più classica, mentre a mia moglie piace soprattutto la pop: dobbiamo scambiarle, secondo me, vero?  Poi io sono morbido e avvolgente, mentre mia moglie è più secca e legnosa: non va bene? Mi sento già male, ma andiamo avanti…

Quando queste due relazioni vengono disattese o sono confuse, cioè la mamma fa il papà e il papà viceversa fa la mamma, può avvenire il “disastro” educativo!

Può. Forse ci salviamo dal disastro. Nel senso che io cucino, e cerco anche di metterci qualche elemento educativo dentro, quando ho i miei figli accanto. Nel senso che io sono molto più a casa di mia moglie, per lavoro, e cerco anche, quando riesco, di far sì che la mia maggior presenza abbia un senso educativo. Nel senso che in casa cerchiamo di evitare (ma queste mode educative moderne, non so dove le abbiamo prese!) che i ruoli e le mansioni domestiche diventino caratteri sessuali terziari, mentre vorremmo che si definissero sulla base dell’efficienza, dei gusti personali, della versatilità. L’anticamera del disastro educativo. Ma “può”: forse la scampiamo.

Infatti il proprio del femminile è di far sentire i propri figli protetti perché parte di sé; è far sentire educativamente che la vita è un dono caldo d’amore; ecco la dolcezza della mamma.

Belli questi indicativi oggettivi. E’ così, punto. Ecco vedi? Quando mi sento protettivo, educativamente faccio un lavoro femminile. E dire che pensavo che mi spettasse, che spettasse anche a me. Quando dimostro dolcezza ai miei figli, faccio la mamma. Non va mica bene. E d’altra parte, è così: io l’utero che li ha portati per nove mesi mica ce l’ho; quell’utero che dopo nove mesi, con grande dolcezza, li ha cacciati fuori, in quella vita così caldo dono d’amore. Eppure, non mi sembrava male che magari, alla sera, quando mia moglie rincasa tutt’altro che dolcificata, potessi essere io a sostituirla in ciò che in quel momento lei non è in grado di dare ai nostri figli. Rinuncerò, forse. Rinunceranno loro, in realtà.

Invece il proprio del maschile è far sentire i propri figli capaci e responsabili perché parte della realtà con tutti i suoi aspetti d’impegno e di svago. La vita nell’educativo maschile si deve presentare come un compito d’amore da svolgere: ecco le regole buone del papà.

Mi sa che sono stato fregato. Io preferivo la dolcezza. Cosa devo fare? Come mi regolo? No, perché “si deve”. Quindi quando piangono: andate dalla mamma, tornate da me quando volete sentirvi capaci e responsabili. Poi non so, io ho sempre pensato di essere capace e responsabile nel fare alcune cose, mentre per altre di me stesso non mi fiderei mentre di mia moglie ad occhi chiusi. Perché a me è toccata la cosa pallosa e non a lei? No, dico, mia moglie mica è incapace e irresponsabile! Poi buone o non buone le regole sono regole: una palla al piede. Devono proprio essere le mie? Non è che magari sono più efficaci se sono quelle di papà e mamma, nell’ordine preferito? Se sono quelle della famiglia? Ma “si deve”… si farà.

Come l’infanzia-fanciullezza può essere ritenuta il tempo della madre (dolcezza), così l’adolescenza-giovinezza si potrebbe auspicare il tempo del padre (l’impegno alle regole)!

Oh che bello, allora mi riposo un po’. Devo dire a mia moglie che mi riaccendo tra otto-nove anni. Glielo dirò dolcemente, non vorrei che capisse davvero.

Questa dinamica educativa famigliare che affida a ciascuno il proprio compito non po’ (sic) essere, anche solo per comodità o per delega materna, disattesa: il rischio sarebbe minare non solo il futuro, ma soprattutto l’oggi dei propri figli.

Ora ho capito tutto: è colpa di mia moglie. E’ lei che delega. E magari per comodità. Glielo chiederò, perché delega. E mica una baby sitter donna: delega me, attenzione. Poffarbacco, che subdola, che tentatrice! mi ha persino convinto che questa delega fosse una bella cosa, che fosse un gestire insieme una famiglia, che fosse, che fosse…

Il mio amico si è dimenticato di segnalarmi il nome dell’autore. Glielo dovrò chiedere. Perché, comunque, alcune cose non mi sono chiare. Ad esempio, lui parla di mamma e papà. Poi però ci sono famiglie con solo la mamma, o con solo il papà. E mica solo perché, ohibò, mamma e papà hanno divorziato. Ecco, non mi è ben chiaro come si sfugge al “disastro” in quei casi.

E poi, ripensandoci, vorrei mi spiegasse come funzionano le cose in una famiglia come la mia. Eh sì: da noi non c’è una mamma e un papà. Ci sono una mamma e un babbo. E ci sono, entrambi, persone reali, non proiezioni in una mente maschilista di modelli educativi ottocenteschi.

Girotondo

Aspettando l’apertura di un negozio piuttosto pigro, mi sono trovato con una mezz’ora da perdere.

Sono andato a trovare nonno Ferdinando e nonna Cesira. Bisnonno e bisnonna, per la precisione.

Riposano in un piccolo camposanto in una pianura senza orizzonte, come dice mia mamma, in cui lo sguardo incontra sempre qualcosa, albero, boschetto, casolare, argine. O nebbia.

Un cimitero piccolo, racchiuso da mura antiche in cui il cancello aperto è comunque una soglia faticosa da attraversare.

A destra e a sinistra del vialetto stanno i due campi, appunto. Erba stentata tra chiazze di pesante terra nuda; poche croci di ferro arrugginito che devono aver recato, un tempo, nomi ormai dimenticati; poche lapidi sparse, di pietra nera d’umidità e verde di muschio, i segni dello scalpellino ormai persi tra quelli del tempo; due cespugli e un piccolo albero, denudati di recente da cesoie competenti.

In fondo sorge la cappella, chiusa. Ai due lati, sotto la protezione di una loggia ad archi, il muro è diviso in avelli.

Ed eccole: in alto a destra, le fotografie dei miei bisnonni, che non avevo mai visto. “Coniugi”, c’è scritto su un’unica lapide, e li immagino riposare insieme dopo aver trainato appaiati una vita che ha avuto più vomere che falce.

Poco più in là, Franco, il cugino e compagno di giochi di mio padre e dello zio Quiro.

E poi l’occhio mi cade in basso, su una fotografia di un giovane uomo sorridente. Il nome non si legge, nascosto da un grande mazzo di fiori ormai al termine della sua vana battaglia contro il tempo. Si legge la data della nascita, circa un anno prima della mia, e quella della morte, un anno e un paio di settimane fa. Attaccata alla carta dei fiori, c’è una molletta da bucato. Rosa. Con un minuscolo cuoricino di peluche. Come due dita che tengono stretto un disegno, lo ancorano all’omaggio floreale sicuro nel suo vasetto. Il disegno a pennarello di una famiglia, in tre si prendono per mano. Mamma, bimba, papà. Papà.

…

Ecco, io ringrazio il cielo. Per quel negozio che apre alle dieci di mattina. Per i cimiteri di campagna, in cui si rispettano i morti e i sentimenti dei vivi hanno la libertà di rimanere finché vogliono. Per quella bimba. Per quella mamma. Per quel papà.

Perché in quel disegno, aggrappato a un ricordo del primo anniversario di un’assenza terribile, c’è scritto a carioca a punta fine quali sono le cose che contano davvero, che vale la pena accumulare. C’è un’eredità di desideri.

Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. E’ un girotondo solo se ci si tiene per mano.

La custodia delle storie

Oggi un funerale.

Franco era un primo cugino di mio padre. Una famiglia grande, la loro, sparsa tutto sommato su una piccola zona della provincia, ma con alcuni rami che sono partiti e approdati ad altri luoghi, in provincia e fuori. Quello di mio padre è semplicemente emigrato in città, dopo la guerra passata in campagna.

Sesto, un altro cugino, mi indica il cimitero, e mi dice: “il nonno Ferdinando e la nonna Cesira anche loro sono là”.

E a me si apre un mondo. Il nonno Ferdinando: non sapevo nemmeno come si chiamasse, quel mio bisnonno che non ho mai conosciuto, che mio padre ha conosciuto appena, ma di cui aveva una memoria precisa: durante la guerra, il nonno gravemente ammalato a letto, che ormai non riusciva più ad alimentarsi, che chiedeva a lui, un bambino di quattro anni che portava il suo stesso nome, anche se per secondo, qualcosa da mangiare.

“Sì”, conferma Sesto,  “abitavano insieme durante la guerra, e lui è morto nel ’44. Abbiamo fatto il funerale alle quattro di mattina, perché c’erano le bombe”.

E allora capisco il giro dei cimiteri, il tornare in quei paesi, tra quegli argini, l’andare a casa a trovare parenti talmente lontani da non riconoscersi più, che mio padre ci imponeva tanti e tanti anni fa.

Non era nostalgia: lo chiamavano le storie, i racconti, le memorie, che sono al sicuro solo quando sono almeno due i testimoni, che hanno senso solo se possono essere condivise, che escono dal mondo della fantasia solo quando c’è qualcun altro a confermarle. Era il senso dell’appartenenza a una famiglia, per quanto sfilacciata e distante, la custodia delle storie di tanti individui.

Tanto si è perso, di quelle storie, perché i protagonisti se ne sono andati e nessuno ha continuato a raccontarle. Bisognerà fare qualcosa. Bisognerà annodare fili, riparare la tela, per quanto si può.

Passeggiate in famiglia

Ecco un primo frutto del pioppo: tra coloro che l’hanno visitato c’è Linda, mamma della zona di San Francisco, che tiene un bellissimo blog: A nature Mom.

Per chi non volesse o potesse andarlo a visitare, traduco qui una parte di uno dei suoi post (che potete trovare integralmente qui). Parla delle passeggiate in mezzo alla natura con bambini piccoli. Che, a mio avviso, sono una delle esperienze più belle e sorprendenti delle vacanze con i pargoli.

Linda dà cinque consigli, quelli che ritiene i più importanti per far sì che la camminata in mezzo alla natura (hiking) diventi un piacere anche per i piccoli. Personalmente ho trovato piuttosto facile convincere i miei della bellezza delle passeggiate all’Alpe di Siusi, l’estate scorsa, ben oltre ogni più ottimistica previsione. So anche che non tutti sono così fortunati. Ecco allora che possono essere utili i cinque consigli di Linda, molto semplici e di buonsenso.

  1. Tienila breve. La prima cosa da fare è abbandonare l’idea che sarai in grado di farti quelle belle camminate a cui eri abituata prima di avere i bambini. I piccoli semplicemente non hanno le energie. Inizia con uscite brevissime (da mezzo chilometro a un km e mezzo) nella natura vicino a casa. Poi gradualmente metti in cantiere passeggiate più lunghe. Il tuo bimbo può avere un sacco di energie all’inizio della camminata, e tu inizierai a pensare: “oh sì, oggi ne facciamo una più lunga!”. Bisogna poi tornare alla macchina e il tuo piccolo potrebbe a un certo punto finire improvvisamente la benzina. Se non la tieni corta, finirai con un bambino che si lamenta e vuole solo essere portato in braccio fino a casa. O, peggio, con un bambino che odia passeggiare. Quindi, assolutamente escluse le marce forzate.
  2. Evita i pendii ripidi. I bambini possono avere una resistenza notevole se il sentiero è relativamente piatto. Ma quando si trovano di fronte una collina, possono trasformarsi velocemente in piccoli mostri piagnucolosi. Se le colline sono inevitabili, a volte è necessario portare in spalla il bimbo, il che diventa sempre più duro via via che questo cresce. Prima che mio figlio compisse quattro anni, tenevo il portabimbo nello zaino o legato addosso in ogni caso, per quei momenti in cui lui si rifiutava di muoversi di un passo. Non vuoi portarlo? Evita le colline finché cresce un po’.
  3. Lascia perdere la destinazione. Dimenticati dei giorni in cui pianificavi le tue passeggiate in funzione della destinazione, come un bel laghetto alpino o quel posto con una vista mozzafiato. Ai piccoli interessa solo il viaggio. Perché un bimbo si innamori del camminare, bisogna dargli il tempo di esplorare lungo il sentiero. Se questo significa raccogliere un bastoncino e giocarci per quindici minuti, amen. Lascia a tuo figlio il tempo di sperimentare le meraviglie della natura. Lascia che salti in quel piccolo ruscello lungo il sentiero; accucciati con lui a guardare le formiche; coricati a guardare gli alberi da sotto; arrampicati sulle rocce; rallenta a guardare il panorama. Camminare con i bambini è questione di pazienza.
  4. Lascia che sia il bambino a guidare. Camminare diventa un gioco quando il bambino può condurre. Cerca di trasformare la passeggiata in un’avventura per il bambino. Chiedi: “che c’è dietro la prossima curva del sentiero?”. Tuo figlio probabilmente dirà: “Non lo so”. E tu? “Andiamo a scoprirlo!”, e corri lungo il sentiero con lui. Se non hai una destinazione in mente (vedi punto 3.) e arrivi a un bivio, lascia che sia lui a scegliere in che direzione andare. I bambini adorano esplorare, e, beh, passeggiare nella natura non vuol dire questo?
  5. Porta un sacco di merende. I bambini bruciano le loro energie molto rapidamente, perciò il combustibile è una componente critica per uscite riuscite con loro. Preparare un pranzo pic-nic è divertente, ma è ancora più importante portare delle merende veloci da consumare lungo il sentiero.  Quando il mio ometto diventa noioso, vuol dire di solito che sta finendo le energie. E’ impressionante la rapidità con cui si rianima dopo un boccone veloce. E sempre, sempre, sempre ricordati di portare tanta acqua.

Rispetto ai consigli di Linda qui sopra, per esperienza posso dire che non è così indispensabile evitare i dislivelli (altrimenti addio alle nostre belle montagne!). Basta scegliere bene i sentieri, che consentano ai bambini di muoversi e correre senza pericoli; sentieri che abbiano ogni tanto una sosta attrezzata, come un rifugio o una malga, o, magari, un piccolo parco giochi.

Un altro consiglio che aggiungo volentieri, e che secondo me vale come primo in assoluto: meglio in due che da soli. La stessa passeggiata diventa per un bambino un’esperienza molto più importante, bella, divertente se è condivisa con almeno un coetaneo.

E, visto che ci siamo, che consigli dareste voi?

Simmetria familiare

Leggo con interesse l’articolo di Repubblica sulla nuova “simmetria” tra le figure paterna e materna.

La simmetria perfetta è ovviamente impossibile, per ragioni caratteriali, credo, e sicuramente perché mi pare di poter dire che il legame di fisicità che lega la madre e il figlio rimane anche dopo lo svezzamento.

La necessità, però, di una tale simmetrizzazione dei ruoli, sta nella logistica della nostra vita. Senza tentare generalizzazioni, quando il padre ha un impiego a tempo indeterminato, magari con tutele forti come nel mio caso, e la madre fatica a trovare impieghi a tempo determinato, che comunque deve cercare di tenersi stretto; quando i nonni sono lontani o non sempre disponibili; quando il budget familiare o le scelte educative o motivi di salute non consentono il ricorso estensivo alla baby sitter; quando i servizi educativi hanno orari incompatibili con l’orario lavorativo dei genitori; quando la salute dei bambini è cagionevole o minata da malattie croniche; quando queste condizioni si verificano, è ovvio e naturale che sia il padre, come può, ad assumere un ruolo che può addirittura divenire predominante nella cura dei figli.

L’effetto è positivo. Casualmente.

Casualmente perché dipende in modo essenziale dalla possibilità del padre di assumerselo, questo ruolo. La strada più semplice è e rimane quella che la figura professionalmente più debole, la madre, abbandoni il lavoro.

Io credo che sia in questa direzione che il ministro Fornero debba lavorare, lasciando perdere articolidiciotto che creano solo confusione e focalizzandosi sulla domanda: di cosa ha bisogno una giovane famiglia, con figli presenti o in prospettiva, per portare avanti il loro fondamentale compito demografico ed educativo e contemporaneamente l’altrettanto fondamentale diritto e dovere di contribuire con il proprio lavoro al bene del Paese?

Se i nonni devono rimanere al lavoro più a lungo, bisogna allora potenziare i contratti part-time, prolungare i tempi dei servizi educativi o agevolare la nascita di nuove forme di doposcuola. Occorre rendere possibile a tutti i padri di trascorrere tempo con i propri figli, perché le madri sono da sempre penalizzate in quanto future o attuali madri.

Bisogna, in sostanza, rendersi conto che la genitorialità è una funzione essenziale nella società. Fa bene la ministra Cancellieri a sottolineare l’insostenibilità oggi della pretesa di trovare lavoro vicino a mamma e papà; ma chi si può prendere cura dei figli, se non i nonni, oggi? La mobilità lavorativa sventolata dal Presidente del Consiglio come soluzione per la monotonia del posto fisso, è però sostenibile, oggi, nella nostra società? Se un genitore viene trasferito, o trova lavoro a centinaia di chilometri di distanza, che succede ai figli e all’altro coniuge? Ci si arrangia, come si è sempre fatto, certo. Ma un tempo, la moglie del militare, del funzionario statale, del dirigente che veniva trasferito con regolarità da un capo all’altro della penisola era giustificata socialmente, anzi era forse incentivata socialmente nella scelta di seguire il marito nella sua carriera e occuparsi a casa della prole, cosa che aveva comunque una sostenibilità economica. Oggi non è più così, evidentemente.

Se vogliamo riformare il mondo del lavoro, se vogliamo riformare il modo di pensare degli Italiani, pensiamo a quale elemento vogliamo mettere al centro, quale istituto preservare prima di tutto. E costruiamo il resto intorno a questo elemento. Mi pare che la peculiarità della società italiana sia tradizionalmente la famiglia (non voglio qui entrare nel merito di come questa vada intesa).

Durante gli ultimi due giorni sono stato costretto a casa dalla febbre del più piccolo dei miei bimbi. Anche suo fratello è stato costretto a casa, perché non avrei saputo come portarlo a scuola e andarlo a prendere. Ho giocato con loro, ho letto per loro, ho guardato la televisione con loro, ho riposato nel lettone con loro. Nonostante l’indisposizione, raramente ho visto i miei bimbi sereni e contenti quanto in questi due giorni. Hanno litigato assai meno del solito, hanno fatto molti meno capricci del solito (e non sono bambini capricciosi), e oggi, al ritorno a scuola del grande, mentre il piccolo è dalla nonna, tutto è filato liscio, senza pianti se non legati al malessere del piccolo ancora non completamente guarito.

Nei momenti di crisi c’è la possibilità di ripensare il nostro mondo e di usare la fantasia per rompere il ciclo negativo puntando sugli aspetti positivi. La serenità delle famiglie, il tempo da spendere con i figli, non solo “tempo di qualità”, ma anche “in quantità” credo possano essere l’elemento centrale da cui partire. Ovviamente il modello in cui un solo genitore lavora non funziona più. Occorre creatività per trovare nuove forme. Ma potrebbe essere il momento giusto.

Privilegi

Sono un privilegiato, per la mia professione.

Non tanto per i supposti (e del tutto inventati) tre mesi di ferie estive, ma piuttosto per la qualità di vita che mi permettono.

La mia professione, l’insegnamento, è, ritengo, un mestiere intellettuale: la professionalità si nutre delle stesse sostanze di cui si nutre la mia interiorità. Se i miei pomeriggi mi permettono di passare il tempo con mia moglie e i miei figli, il mio lavoro ne risente positivamente, perché è più ricca la persona che i miei studenti si trovano di fronte.

Lo svantaggio è che non posso dire “finito l’orario di lavoro, stacco”, perché non è così. Sono la stessa persona, con la stessa qualità di relazioni e le stesse attenzioni ed interessi.

Il vantaggio, il privilegio, è però enorme: non ho bisogno di “staccare”. Non rischio schizofrenie tra il mio essere lavorativo e quello famigliare.

Questo è certamente uno dei motivi principali per cui ho scelto la mia professione. Questo è uno dei motivi per cui mi risulta così difficile comprendere certe scelte di vita, certe gerarchie di valori. Questo è uno dei motivi per cui posso dire che sono ricco e non invidio nessuno, nonostante tutto.