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La mia maturità

Oggi iniziano gli Esami di Stato delle superiori, con le riunioni preliminari delle commissioni d’esame.

Per gli studenti l’inizio è mercoledì, con lo scritto d’italiano. Per i docenti impegnati l’inizio è invece proprio oggi.

Io sarò impegnato lontano (in realtà forse solo un chilometro in linea d’aria) dai miei alunni di terza liceo. Non ho mai avuto modo di raccontar loro che venticinque anni fa c’ero io nella loro stessa situazione. Un quarto di secolo fa mi preparavo a sostenere l’esame di maturità (allora si chiamava così).

Era un esame diverso, per alcuni versi più facile, per altri più difficile. C’erano solo due scritti, non tre: per me allo scientifico lo scritto di italiano e quello di matematica. In entrambi i casi i temi erano più rigidi: la scelta era molto più ristretta, non c’era apparato di testi, la traccia era molto più essenziale, lo svolgimento più tradizionale.

All’orale, poi, non bisognava portare tutte le materie dell’ultimo anno. Erano quattro in totale quelle da preparare, sapendo che si sarebbe stati interrogati solo su due di esse: una a scelta del candidato e l’altra decisa dalla commissione. Poi in realtà bastava sceglierne una e indicare la seconda, in modo che fossero bilanciate, una scientifica e una letteraria, e avere cura di indicare come seconda materia quella col voto più alto, e la commissione di solito non obiettava.

Ma non c’era la tesina, il che voleva dire che il programma andava fatto tutto e bene.

Nel mio anno le materie orali erano italiano, inglese, storia e scienze. Storia eliminata subito (ai miei tempi la storia dell’ultimo anno iniziava con la Restaurazione e finiva con la prima guerra mondiale o poco dopo: un tratto di storia che mi è sempre piaciuto più o meno come farmi pestare i piedi), avevo scelto italiano come prima e inglese (che, stranamente, contava come materia scientifica) come seconda. Ricordo che la prof di scienze, convinta che avrei portato la sua materia come seconda, mi aveva assegnato in pagella un voto più alto di quanto mi aspettassi, 9, e comunque più alto dell’8 in inglese… venne poi a chiedermi scusa, tra scrutinio ed esame, venuta a conoscenza della mia scelta, perché temeva che il suo voto mi avrebbe messo in difficoltà suggerendo alla commissione di non interrogarmi in inglese ma piuttosto in scienze. Cosa che non avvenne (anche se mi avrebbe scocciato un po’).

Io, che mi ero preparato Pascoli per l’orale, trovai il tema di letteratura proprio su Pascoli, ed ebbi fortuna, da quel punto di vista, perché ero pronto, ma poi all’orale non potei giocarmi i miei approfondimenti. Il compito di matematica sapevo che sarebbe stato il mio forte e infatti lo svolsi molto bene. Andò molto bene anche l’orale di/in inglese: lo ricordo come una chiacchierata informale con la commissaria (esterna, mai vista prima) sugli autori inglesi che mi erano piaciuti maggiormente durante l’ultimo anno, Joyce (lo so, ero un ragazzo così…) ed Eliot. L’orale di italiano invece non fu un capolavoro: non ricordo se era l’islandese o quale altro dialogo, perso Pascoli per lo scritto, mi dovetti accontentare di rispondere sull’odiato Leopardi. Il sentimento che ci legava certamente non ne ebbe giovamento. Anche se comunque non andò male nemmeno quello…

L’orale fu, se non ricordo male, uno degli ultimi giorni di giugno. Considerato che la nostra commissione raggruppava quattro classi, non enormi, è vero, ma pur sempre di almeno venti alunni, mi sentii abbastanza fortunato a finire così presto.

Ricordo il senso di euforia prima: non so bene se imputarlo a una preparazione che sentivo procedere bene, o piuttosto ai successi della nazionale di calcio che si sarebbe insediata al terzo posto del mondiale casalingo delle Notti Magiche proprio nei giorni degli orali.

Ricordo il senso di soddisfazione per l’esito. Stavo ascoltando una cassetta (musicassetta? di quelle col nastro dentro, che si usava la bic per riavvolgerle? dice qualcosa?) di mia sorella la sera in cui telefonò la mia cara prof di italiano per anticipare il voto finale (dopo 25 anni forse si può dire…), e quando ritornai allo stereo, questo stava suonando la fanfara olimpica di Seul ’88: credo che la riascoltai almeno altre cinque o sei volte di seguito, perché mi sentivo abbastanza sul podio. Inaugurando, tra l’altro, una venerazione per John Williams che dura tuttora.

E ricordo il senso di perdita, dopo. La consapevolezza che qualcosa di grande, di bello, di importante, era finito. Forse era la prima volta che mi capitava di trovarmi di fronte all’ineluttabile.

Ma dei giorni dell’esame non ho grandi memorie, dell’esame in sé. Ed è un peccato, credo: se potessi tornare indietro probabilmente cercherei di assaporarne meglio i vari momenti, perché in fondo è stato il primo di una lunga serie di esami, forse il più importante perché l’ho affrontato da inesperto, da “piccolo”. Perché ha segnato una svolta.

Ecco: se mai leggeranno queste poche righe i miei cari Anna, Alessandro, Corinna, Giulia, Mattia, Elisa, Tommaso, Elisa, Martina, Marta, Nico, Andrea, Laura, Tito, Martino, Clara, Chiara, Fjorela, Francesca, Costanza e Carolina  (in rigoroso ordine alfabetico), ecco quel che direi loro: di cercare di vivere i giorni che vengono con consapevolezza. Credo che avranno soddisfazioni, perché sono bravi. Ma mi piacerebbe che l’esperienza dell’esame potesse lasciar loro un bel ricordo. Perché se lo meritano e perché li aspetta un futuro da affrontare con entusiasmo.

Duepuntozero

In questo periodo estivo, anche se ufficialmente da un paio di giorni sono in ferie, sto cercando di continuare ad aggiornarmi. Anche perché, come dicevo altrove, credo di non essere ancora tanto schizofrenico da essere coinvolto da ciò che accade ai miei alunni per undici mesi all’anno e dimenticarli completamente il dodicesimo.

E aggiornandomi mi sono accorto di quanto si parli oggi (nelle comunità virtuali dei colleghi) della Scuola 2.0.

Che vuol dire, credo di aver capito, l’introduzione nella prassi didattica delle tecnologie informatiche e degli ambienti di apprendimento che tali tecnologie permettono.

Il mio giudizio? All’80% una moda, che comporta un grosso giro di denaro, con qualche principio meritevole di approfondimento, una sperimentazione avviata e in corso in paesi con sistemi scolastici assolutamente diversi dal nostro, mentre da noi non mi pare ci siano ancora studi significativi. Che come tutte le mode didattiche ha i suoi fanatici sostenitori, a tutti i livelli, e i suoi assoluti oppositori nel nome di una tradizione più mitologica che reale.

Un’analisi che ho trovato interessante e condivisibile è quella che, nell’ambito di una videolezione sulla “flipped classroom” (commento: un’altra moda nella moda), si trova qui.

Sostanzialmente, la tesi che si sostiene è che il modello di lezione che è stato assolutamente predominante fino, direi io, agli anni ’70 (ed è ancora presente in modo abbastanza importante, nonostante sia stato modificato, modernizzato, reso più interattivo e ibridato con altre metodologie) nella scuola italiana è antico come il libro: la lezione come spiegazione di un libro (testo ed eventualmente figure) che inizialmente non era fisicamente disponibile ai discenti, poi lo è diventato richiedendo però una interpretazione. Quindi, se riteniamo che la multimedialità e le potenzialità di creazione, strutturazione, elaborazione di contenuti che le tecnologie informatiche oggi offrono possano costituire una rivoluzione paragonabile a quella che l’introduzione del testo scritto ha portato nella didattica, è legittimo pensare che una scuola che usa, sfrutta, si avvale di tali tecnologie debba rivoluzionare il proprio modo di insegnare.

Se.

Nel senso che il primo dubbio che mi viene è che non si tratti davvero di un voltar pagina, ma piuttosto di un allargare il foglio. La multimedialità eccetera eccetera non sostituiscono minimamente il testo scritto, l’immagine statica. Come insegnante non mi sento di prendermi la responsabilità (e non penso che la Scuola possa pensare di assumersela in quanto istituzione) di scegliere quali canali aprire e quali chiudere: è mio compito offrire tutti i canali disponibili, nuovi e vecchi.

Al di là di mode e modelli, ci sono alcuni aspetti che personalmente ritengo insoddisfacenti del mio modo di fare scuola, anche se è un modo molto simile a quello degli altri miei colleghi del mio istituto. E io credo che mi sia utile rifletterci, cercare di trovare soluzioni, sperimentarle.

Sperimentare: un verbo doveroso, ma, credo, con tutta la cautela di chi sa che i propri sbagli, per quanto in buona fede, non li pagherà in prima persona. Quindi uno sperimentare in cui ho bisogno di tanto studio e aggiornamento, per vedere quello che altri hanno fatto o stanno facendo e capire cosa può essere utile con le mie classi, coi miei alunni e le mie alunne; in cui ho bisogno di confronto con i colleghi, perché sono parte di un istituto; in cui ho bisogno di piccoli passi, per cambiare qualcosa e di questa variazione misurare l’impatto.

In quali direzioni mi muoverei?

La prima è quella della gestione del tempo. Le ore a disposizione sono poche: vorrei riuscire a seguire meglio i tanti alunni che ho in classe, ma tra spiegazioni, necessarie, e verifiche, altrettanto necessarie, non so proprio come fare. In questo senso io credo che alcune risorse tecnologiche e metodologiche possano essere utili. Altre io credo siano devastanti nel senso che probabilmente possono portare a un ottimo livello di apprendimento ma richiedono quantità di tempo tali da amputare in modo inaccettabile lo svolgimento dei programmi, che nonostante tutto vanno portati avanti.

La seconda è quella del coinvolgimento degli alunni, della motivazione. E’ abbastanza legata alla precedente, nel senso che almeno nel liceo in cui insegno gli stimoli culturali, storici, filosofici, i contatti con le altre discipline, la contestualizzazione, i testi originali… sono tutte cose che riscuotono interesse, che aprono porte nelle menti e nei cuori degli studenti. Ma richiedono tempo, collaborazione tra docenti, approfondimento. Sono convinto che alcuni ritrovati tecnologici e metodologici possono aiutare.

La terza è quella della valutazione. Io mi sento sempre a disagio nell’assegnare un voto unico a una verifica che mette in evidenza una serie spesso molto ampia di conoscenze e competenze, variamente sviluppate. Io vorrei dire ai miei studenti: questa cosa la sai benissimo; quest’altra meno; questa non l’hai proprio capita. Invece è: cinque. Sei. Nove. Lo è per me, e soprattutto per gli studenti e le loro famiglie. “Sì, va bene, ma quanto mi ha dato?” “La media quanto viene?”. Anche in questo caso io credo sia possibile lavorare più per competenze; è un impegno gravoso, certamente, ma credo valga la pena. E le tecnologie possono aiutare.

Come? Non so, è una riflessione che ho iniziato, qualche idea ce l’ho. C’è ancora un mese abbondante per sviluppare il mio 2.0 per l’anno prossimo.

Ci siamo noi

Parto col segnalare un post, leggendo il quale se qualcuno mi avesse visto, mi avrebbe preso per pazzo per quanto ho annuito e sorriso, dando ragione mille volte nel giro di molte meno parole a Gabriele che l’ha scritto.

Stamattina l’ultimo collegio docenti dell’anno scolastico. Al termine, una rappresentazione. Il gruppo teatrale della scuola, seguito da Giovanna Bertani, un’ex collega per cui ho imparato ad avere una stima sterminata e con cui ho avuto il privilegio di collaborare qualche anno fa nel consiglio di classe di una Prima E, e dalla grande Franca Tragni, ha realizzato uno spettacolo sul tema dell’inganno. Credo le Trachinie, poi la Mandragola e il Rigoletto. Ecco, oggi una parte del gruppo ci ha proposto il segmento machiavelliano.

Tra i ragazzi, Sofia, Mattia, Isotta, Tito: miei alunni.

Ed era evidente quanto abbiano lavorato per memorizzare il testo nell’italiano del Cinquecento, ma anche quanto si siano divertiti, quanto sapessero esattamente quel che stavano dicendo e facendo, e quali trovate non potessero essere che farina del loro sacco.

E noi docenti abbiamo riso, ci siamo lasciati divertire, nonostante il collegio docenti appena terminato, nonostante il caldo, le mille cose ancora da fare.

E io un po’ mi sono commosso, lo ammetto. Quella mezza commozione da un solo occhio che ormai ho imparato a conoscere, travestita da congiuntivite allergica, ma col cuore in gola.

Perché è vero, non ci sono più i ragazzi di una volta. Ci sono questi, e sono sempre capaci di leggere un classico, e sono sempre capaci di divertirsi facendolo, sono sempre capaci di rappresentarlo. Sono sempre capaci di raccogliere la loro eredità.

E, forse, non ci sono più nemmeno gli insegnanti di una volta. Ci siamo noi. Che qualche volta, quando sappiamo scommettere le scommesse giuste, vinciamo insieme ai nostri alunni.

Un lungo pomeriggio di pensieri

Ho passato ieri il pomeriggio al pronto soccorso dell’ospedale di città. Niente di grave, solo accertamenti rapidi per un dolorino che “quindi deve avere origine muscolare, passerà”. E va bene.

Intanto, mi è capitato di incontrare due miei studenti.

Con uno mi sono quasi scontrato intanto che vagavo senza meta aspettando i miei risultati. Era lì, insieme al padre, perché un altro membro della famiglia è ricoverato in quella zona.

Un altro non ho voluto disturbarlo: era al telefono e stava dettando i compiti di analisi grammaticale a un fratellino, intanto che sceglieva una merenda alle macchinette. Chissà da quanto tempo era lì, o per quanto tempo ancora, e perché, per chi.

E ho pensato, da insegnante, quante cose non so dei miei studenti. Non solo perché li ho conosciuti meno di un mese fa, ma anche e soprattutto perché il nostro incontro avviene in un ambiente, riguarda un’esperienza che certamente è importante nella loro vita, ma non rappresenta mai la totalità, e qualche volta, di fronte a certe situazioni della vita che possono toccare anche loro, può anche diventare semplicemente marginale.

Quante cose non so di loro, ed è giusto che io possa non saperle. Cose che, tuttavia, per la loro potenzialità mi impongono una dose ancora maggiore, nei confronti di tutti i miei alunni, di attenzione, di serietà. Nessuno sconto, no, ma il riconoscimento della loro giovane umanità. Che in tanti casi è fatta di gioco, di svago, di spensieratezza; ma qualche volta anche d’altro. Una miscela fuori dalla mia portata, che c’è, in proporzioni diverse, in ognuno e merita solo, da parte mia, rispetto.

Open Day

Venerdì parcheggio di fronte al Dipartimento, scendo e mi avvio verso l’ingresso, quando mi sento chiamare: “prof! prof!”.

Sentirmi chiamare così è insolito, da qualche tempo; il piacere che mi dà non è, ovviamente, per il titolo, ma perché mi riporta a una dimensione che un po’ mi manca.

Era un gruppo di studenti del liceo “Fermi”, in visita all’Università per gli Open Day. Studenti di cui ero stato insegnante di fisica in prima e seconda e ora, a poche settimane dall’esame di stato, venivano a informarsi. Alcuni incerti tra ingegneria e fisica. Io, con gli Open Day non c’entravo, ma ci sono entrato con loro, in quella mezz’oretta in cui hanno atteso che iniziassero i programmi della mattinata.

Mi è già capitato altre volte, e per questo mi sorprende la sorpresa che mi coglie. Eppure non riesco a non stupirmi di fronte allo scarto tra i quattordici-quindicenni impacciati, titubanti, un po’ confusi di allora e i diciotto-diciannovenni di oggi, le loro domande impegnative, le loro idee più o meno chiare.

Uno mi sembra perplesso quando gli spiego che in realtà a fisica si entra portando solo quel che esce dalle superiori. Ma come, sembra chiedere, non c’è bisogno di prepararsi in modo matto e disperatissimo prima che inizino le lezioni?

Un altro dice che non vuole scegliere un corso facile, non lo spaventano i corsi difficili, ma non vorrebbe finire dentro una cosa in cui solo gli Einstein ce la fanno.

Li porto nel mio corridoio e, non potendo entrare nella mia stanza per mancanza di chiavi, li conduco dalla dott.ssa Polverini, che gentilissimamente spende una ventina di minuti con loro, parlando di proteine, di biofisica, di dinamica molecolare, del corso di laurea e altro. E intanto io li guardo, e vedo attenzione, vedo interesse, vedo apertura.

Alla fine vedo gratitudine. Quella espressa la sento, quell’altra la vedo. E capisco che quando Eugenia e io abbiamo detto loro che l’importante è scegliere qualcosa di cui sono in grado di appassionarsi, loro erano d’accordo, sapevano di cosa si stava parlando.

Sono contento. E, devo dire, in modo disinteressato perché il mio contributo in tutta questa storia è stato davvero marginale. Sono contento perché ho visto delle persone in gamba. Sono convinto che qualunque cosa sceglieranno, potremo tutti esserne soddisfatti.

Amici mai

Caro alunno che mi chiedi l’amicizia su Facebook, leggo oggi che secondo alcuni dovrei risponderti “scordatela!”.

Intanto, sia chiaro: il “caro” con cui ho iniziato questo post è una formula convenzionale: non farti venire cattive idee, non ho intenzione di giocarmi la mia autorevolezza facendoti credere che tu mi sia effettivamente caro.

Poco male, la “non-amicizia” su Facebook non è certo questione di vita o di morte. E sicuramente l’idea che qualche preside decida di invadere la mia e tua libertà personale deve necessariamente avere motivazioni di gravità assoluta. Provo a spiegartele, per come mi vengono in mente.

Perché, devi sapere, quella che si chiama “amicizia” su Facebook, non è vera amicizia. Lo so che questa notizia ti sconvolge, come ti sconvolge il sospetto, a questo punto, che il virtuale e il reale siano due mondi diversi, con regole differenti. Immagino già con che spirito mi hai chiesto l’amicizia: volevi invitarmi a giocare con la PS a casa tua, e magari immaginavi che io, in cambio, sarei stato un po’ più tenero con compiti e valutazioni, o forse ti avrei consultato per decidere quali parti del programma fare o saltare. O magari speravi che saremmo diventati inseparabili, i migliori amici. O, se tu fossi una ragazza, chissà che altre mire avresti avuto. Devo, purtroppo, deluderti. E, per non rischiare pericolosissimi fraintendimenti, declino subito la tua richiesta.

E’ anche, si dice, una questione di rispetto. Non devi volere che io invada il tuo mondo, né io gradire che tu faccia parte del mio. Bisogna distinguere ben bene i ruoli. Io devo sempre e solo essere quello che ti spiega trigonometria, tu sempre e solo il “sei e mezzo” tirato che potrebbe fare di più. Io l’insegnante, tu lo studente. Che va solo a tuo vantaggio, sai? Così, non ti verrà mai il dubbio che dietro a questa o quella materia ci sia qualcosa che può cambiare la vita di una persona, che scocciatura! Così, potrai allegramente dimenticare tutto quel che studi, al più tardi con la maturità, perché il tuo ruolo sarà terminato. E io vivrò molto meglio il mio mestiere, perché basterà il tuo sei per certificare il mio successo. Lasciamo, davvero, le cose personali al di fuori della scuola, del rapporto tra insegnante e studente. Distraggono. Ti fanno venire grilli per la testa, uno rischia di appassionarsi, o di mostrare la propria inadeguatezza, i propri limiti. Guai!

Ha ragione quel preside: non c’è niente come guardarsi negli occhi per capirsi. Al bando questa follia di internet: si prende appuntamento e ci si guarda bene negli occhi. Così potremo davvero comprenderci.

Eh sì, proteggiamoci, così nessuno di noi deve autocensurarsi. Se non ti do l’amicizia, siamo tutti e due liberi di fare quel che vogliamo in rete, di postare le foto più imbarazzanti, di esprimere i commenti più idioti, di sparlare di chiunque ci passi per il capo. A cosa ti serve vedere come un adulto maturo usa Facebook? A cosa ti serve avere qualcuno che, magari, ti consiglia di non scrivere certe cose apertamente? A cosa ti serve sapere che quel che scrivi viene letto anche da adulti, che sono lì a leggere quel che scrivi perché li hai invitati tu? E a me? Cosa mi serve sapere quali sono i tuoi gusti, cosa fai nel tuo tempo libero, che abilità hai nel disegnare, nel fare il dj, di che passioni sei capace? A cosa mi serve farti gli auguri di compleanno?

E poi c’è il grave problema dell’autorevolezza. Perché devi capire che voi studenti siete un po’ sempliciotti, non ci arrivate mica molto. Un insegnante fatica mesi e mesi per crearsi un’autorevolezza e poi gli studenti trovano una foto che lo ritrae in costume da bagno in spiaggia, o vestito da carnevale, o leggono un suo status o un commento scemo di un suo amico, e via! L’autorevolezza è persa per sempre! Come farvi capire, visto che proprio non ci arrivate, che l’autorevolezza dipende dalla preparazione, dal lavoro, dall’equilibrio, dalla serietà, dalla voglia di mettersi in gioco… Non si può! Anche perché non si può mica entrare troppo in dettaglio su quanto un insegnante lavora, su quanto è serio, su quanto si mette in gioco: quelli non sono affari vostri!

Eh, già, più vado avanti a scrivere, più mi convinco che la risposta giusta alla richiesta sia un secco “no”, magari accompagnato da “Ma come ti permetti?”.

Me la chiederai, questa “amicizia” su Facebook, quando sarai un ex-alunno, e io un tuo ex-insegnante. Quando avremo esaurito i nostri ruoli. Quando li avremo vissuti in modo tale da non avere assolutamente nulla da dirci.

Cordiali saluti, il tuo (“tuo” si fa per dire) prof.

NB: il fatto è che quest’anno non ho alunni, quindi questa lettera è a vuoto. Ma qualche ex potrebbe aver voglia di commentare, chissà.

La fatica della repressione

Chi sta a scuola, da una parte o dall’altra della cattedra, lo sa: è molto facile far pagare a tutti la colpa di qualcuno. Qualche indisciplinato in classe? Niente gita (per tutti). C’è chi fuma nei gabinetti? Giro di vite sulle uscite ai servizi (per tutti). Per non parlare poi delle trasgressioni anonime, per cui tutta la classe subisce qualche tipo di ritorsione a meno che non salti fuori il colpevole.

Indipendentemente da quello che dicono i documenti ufficiali, è un’ingiustizia bella e buona, solo in piccola parte sanata dalla considerazione educativa che in una classe il mancato rispetto delle regole ha ripercussioni sui rapporti della comunità. La responsabilità è personale, in ultima analisi, anche se poi possono esserci aspetti effettivamente collettivi da valutare.

E’ più facile certamente per chi deve controllare. Punire indiscriminatamente una collettività significa non fare differenze, non esprimere giudizi personali, prendersi la minima responsabilità perché non si accusa nessuno direttamente mentre si sottolineano in modo più o meno vago comportamenti scorretti: si sanziona il peccato e non il peccatore, e siccome il peccato qualcuno lo ha commesso, ma siamo tutti peccatori…

Ed è più facile anche per chi viene punito, giustamente (ovvio, la punizione collettiva è sempre diluita, mentre il vantaggio acquisito rimane indiviso) o ingiustamente (anche se fa rabbia, in molti casi la punizione collettiva solleva dai dubbi sulla denuncia e fa leva su un discutibile ma gratificante senso di solidarietà nei confronti del colpevole di fronte all’autorità, anche se questo dura solo fino al punto in cui ci si domanda se lo stesso sentimento di solidarietà lo proverebbe anche il colpevole se dovesse difendere qualcun altro).

Bisogna però decidersi con coerenza. O si punta sull’onestà dei singoli, e allora il sistema repressivo non serve, si scommette semplicemente sulla valenza educativa del far fronte solidalmente alle mancanze dei singoli, o, se non si crede in tutto questo, ci si dota di sistemi di controllo e repressione efficaci e tempestivi.

Ora, mi pare evidente che nel nostro Paese le cose giustifichino più la seconda opzione. Qualche caso?

Approfittare a titolo personale di servizi offerti gratuitamente per scopi professionali: stampe e fotocopie, ad esempio. Poi finiscono i fondi e tutti devono pagare, anche chi ha sempre usato i servizi correttamente. Serve a dare consapevolezza a coloro che si sono comportati in modo scorretto, o piuttosto alimenta la corsa all’abuso finché è possibile?

Assenteismo: pochi (forse) prendono gli orari di lavoro in modo un po’ troppo flessibile, tutti vengono assoggettati a controlli discriminatori e penalizzanti. E’ utile a far decrescere il fenomeno o, appena terminati i controlli, questo si ripresenta immutato?

I falsi invalidi: si scoprono persone che percepiscono benefici senza averne titolo, quindi si innalzano per tutti i requisiti per la concessione dei benefici. Funziona per le finalità per cui sono stati disposti i benefici o questo ha semplicemente un effetto di ripristino dei flussi di spesa?

Il black bloc: pochi facinorosi distruggono, il diritto alla manifestazione pacifica viene compresso per tutti. Questo va a punire chi deve essere punito, o crea, invece, in chi dovrebbe essere punito e non lo è, la sensazione di avere un discreto potere sulla vita democratica del Paese?

Evasione fiscale: alcuni evadono e quindi le tasse salgono per tutti. Serve a far maturare un senso civico in chi evade o piuttosto a far dire stupidaggini sulle giustificazioni morali dell’evasore?

Mi pare che il buonismo in Italia abbia portato a poco di buono, abbia moltiplicato i furbetti e gli impuniti, e peggiorato la vita agli onesti. E’ ora di smettere di chiudere gli occhi, di condonare, di trovare vie d’uscita ai clienti e agli amici di amici. E’ ora di dire chiaramente che i beni comuni devono essere usati per il bene comune e chi fa altrimenti colpisce tre volte la collettività: primo perché si appropria indebitamente di qualcosa che è solo in piccolissima parte suo, secondo perché obbliga la collettività a dotarsi di nuove risorse per sostituire quelle usate indebitamente, e terzo perché contribuisce a far diventare prassi comune un comportamento scorretto.

Queste cose vanno dette e insegnate. E ci vuole qualcuno che, con rigore ed equità, controlli e applichi le leggi che ci sono. Se non ci sono prove certe, non si interviene, né sul sospetto né tantomeno su tutti, ma se le prove ci sono si picchia duro, senza sconti e fino in fondo.

Non credo che questo sia giustizialismo. Lo chiamerei legalità, semplicemente. E, visto dove siamo e perché ci siamo, forse è una delle cose più urgenti da recuperare e da proporre alle nuove generazioni, unico vero antidoto alla politica deforme dei nostri giorni e all’antipolitica che ne è diretta conseguenza.

Altrimenti non lamentiamoci se nelle nostre scuole i genitori devono fornire la carta igienica di tasca propria, se negli uffici amministrativi la motivazione e la disponibilità dei troppi addetti è prossima allo zero, se troviamo veri invalidi senza protezioni sociali, se il dissenso sociale si trasforma in rabbia e si esprime in modo non democratico, se chi non può evadere il fisco diventa sempre più povero e desideroso di evadere mentre chi può evadere lo fa apertamente e senza vergogna.

Dipende tutto da quale Paese vogliamo per noi e per i nostri figli.

Domani (un nuovo anno)

Domani dovrei essere in classe.

Non ci sarò. Non sarò al Romagnosi o al Maria Luigia, purtroppo, a incontrare di nuovo dei giovani con cui sono orgoglioso di aver percorso un tratto di strada. Non sarò al Romagnosi e mi dispiace, per il nuovo inizio che questa vecchia parmigiana conoscerà quest’anno. Né al Maria Luigia, e ancora mi dispiace per il nuovo inizio che quest’altra vecchia parmigiana ha conosciuto l’anno scorso. Mi dispiace in ogni caso per il lavoro iniziato, che non sarò io a finire.

Non sarò a Salsomaggiore, involontaria sede spero brevemente temporanea delle mie peregrinazioni da docente. Mi dispiace, nulla contro il Magnaghi, di cui mi resta la curiosità.

E domani non sarò nemmeno a Borgotaro, luogo dei mille ritorni, dei forti ricordi, di qualche stretto legame.

Amici, ex-studenti, futuri studenti: domani non sarò a scuola. Sarò a fare il papà (il babbo, per favore!). E non posso dire che mi dispiaccia. Non è disimpegno, pigrizia, opportunismo. Oggi la mia vita ha bisogno di questo. E il mio essere insegnante, immerso nella mia vita, pure.

Leggetelo come segno di priorità. Leggetelo come fruizione di un diritto sacrosanto. Leggetelo come un’opportunità per insegnare regalata a chi, quest’anno, ne ha davvero poche.

Sì, domani non inizia per me la scuola. E già mi manca. Eppure no.

Buon anno a tutti, specialmente agli ex-miei GDR ed Europeo. Vi ricordo tutti con affetto.

Perché quest’anno niente gite scolastiche

Non sono mai stato uno di quei docenti fanatici della gita scolastica che organizzano, preparano, partecipano a una dozzina di viaggi ogni anno, ma quando mi è stato chiesto, specialmente dagli alunni, ho sempre cercato di rispondere favorevolmente. Così in dieci anni di professione mi è capitato di andare a Firenze, a Milano, a Volterra in giornata e di passare notti alle Cinque Terre, a Padova, persino a Praga.

Quest’anno dirò di no, anche se mi sono già state proposte cose molto interessanti, come uno scambio in Scandinavia. E queste sono le motivazioni…

  1. Motivi famigliari. Due bimbi piccoli sono il motivo principale.
  2. Protesta personale. E’ il quinto anno che sono di ruolo, ma ancora devo ogni anno, se non voglio insegnare nella mia sede di titolarità che non si schioda da Modena, sottopormi a mesi di stress per sapere quale sarà la mia destinazione in provincia e solo per un anno. A questo punto mi attengo strettamente al contratto di lavoro e rifiuto ogni extra, che comunque è volontariato o poco più, perché, stante la situazione del punto 1, prima di fare del volontariato, voglio dedicare più tempo alla mia famiglia.
  3. Solidarietà ai precari. E’ una forma di protesta diffusa in alcune regioni e province: se tutti i docenti si astenessero dalla partecipazione a viaggi o visite d’istruzione, l’indotto economico subirebbe danni piuttosto pesanti e poiché pare che l’aspetto economico sia l’unico ad avere qualche peso nella testa di chi la scuola la governa…