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Intestazione della partitura del Messiah, fughe di massa comprese

Handel (3) e le fughe di massa

C : Dobbiamo stringere i tempi.
E: –
I: –
W: –

C: Non possiamo aspettare, io mi devo nascondere.
E: Dobbiamo stringere i tempi.
I: –
W: –

C: Devo trovare casa,
E: Carlo non può aspettare
I: Dobbiamo stringere i tempi,
W: –

C: Ermanno si deve esporre il meno possibile.
E: deve trovare un nascondiglio.
I: verificare l’obiettivo
W: Dobbiamo stringere i tempi

C: Dobbiamo stringere i tempi
E: Dobbiamo stringere i tempi
I: capire se ancora in Italia,
W: all’eremo non sapevano,

C: forse meglio a Bologna;
E: a Bologna forse è meglio;
I: se ancora a Bologna.
W: ma a Bologna so che aveva contatti.

C: le inserzioni le abbiamo
E: posso chiedere a Ginevra,
I: Dobbiamo stringere i tempi,
W: Dobbiamo stringere i tempi,

C: dobbiamo chiamare e visitare.
E: lei è riservata, potrebbe
I: e devo farlo da solo.
W: sentire Ginevra,

C: Dobbiamo stringere i tempi
E: aiutarci. Dobbiamo
I: Non posso più fidarmi.
W: lo posso fare da sola

C: ed essere molto efficaci
E: stringere i tempi, non c’è tempo
I: Dobbiamo stringere i tempi
W: poi glielo dirò. Dobbiamo

C: e dobbiamo farlo
E: e dobbiamo farlo
I: e dobbiamo farlo
W: stringere i tempi

C: –
E: –
I: –
W: –

CEIW: ora.

Abbiamo visto nel post precedente un esempio di fuga orchestrale, nell’Allegro (II) del concerto grosso op. 6 n. 4. La fuga orchestrale, e la sua versione maggiorata, la fuga corale, sono strutture che accomunano l’opera di Handel e di Bach.

Bach tendenzialmente compone per organici più piccoli (fughe solistiche per tastiere, organo, oppure piccoli ensemble strumentali-corali) per salotti o per la liturgia delle parrocchie luterane. Handel ha in mente i teatri, i concerti all’aria aperta, le cattedrali. Questo comporta un atteggiamento diverso da parte dei due, sottolineo ancora, tendenzialmente, nella gestione della complessità.

Due parole sulle due raccolte che vedremo confrontate. Una è la Messa in Si minore, di Bach. Un insieme di brani sorprendenti, prima di tutto perché sono l’interpretazione di un professionista luterano alla prova della musica liturgica cattolica per eccellenza. La norma sono cinque voci, quattro o cinque vocali, più l’orchestra, a tratti ricchissima e prorompente (vedi ad esempio, l’Et resurrexit dal Credo, che però non è una fuga ma qualcosa di più complesso e composito). L’altra è il Messiah, un oratorio. Si tratta di una rappresentazione a tema sacro, senza azioni sceniche, basato sulla Sacra Scrittura, adatto alla rappresentazione nei teatri, ma anche nelle cattedrali (attenzione, le dimensioni contano!) inglesi. Il Messiah mette in musica una selezione di testi biblici a partire dalle profezie dell’Antico Testamento, fino all’Apocalisse che riguardano la figura di Gesù Cristo.

Bach scrive fughe secondo le regole. La complessità è il bello e non può essere bypassata. E, in fondo, non ce n’è bisogno: non ci sono problemi di acustica negli ambienti limitati in cui le sue note risuonano. Bach fa le cose secondo le regole, perché i dettagli che inserisce emergeranno con la chiarezza insita nei materiali che sceglie per costruire. Un esempio di fuga corale di Bach: il Crucifixus dal Credo della Messa in Si minore. Si può confrontare con un coro analogo (il tema è sempre la crocifissione), di Handel. In comune hanno, oltre al tema, il numero di 13 ingressi del tema fugato.

Basta cercare di seguire la parte orchestrale: in Bach è indipendente e fa da basso (di lamento!) allo sviluppo contrappuntistico delle quattro voci del coro. In quest’ultimo di Handel, l’orchestra (nel Messiah è una formazione molto sobria e ridotta) raddoppia le voci. Non aggiunge complessità, ma rafforza volumi e timbri delle voci del coro.

Un parallelo ancora più sorprendente, perché mette in evidenza approcci radicalmente opposti, per i motivi già visti, è tra il Confiteor, dal Gloria, sempre dalla Messa in Si minore, in cui l’orchestra è sostituita dall’organo, che funge da basso continuo, a cui si aggiungono cinque voci corali, grazie alla divisione dei soprani. Il basso continuo ha qualcosa di specifico da dire: dà il movimento ritmico all’intero brano. L’accompagnamento è dinamico e vivo, non serve solo a sostenere le voci. E questo a contrasto con gli ultimi due cori del Messiah: Worthy is the Lamb e Amen.

Il primo dei due brani si apre con una parte lenta e solenne, in cui le quattro voci corali sono sostenute da un raddoppio dell’orchestra (qui particolarmente ricca: trombe e timpani). A questo introito (ripetuto due volte) segue due volte una sezione più mossa in cui il tutti orchestrale crea qualcosa di nuovo: dà ritmo e sostiene “alla Handel”, con piccoli dettagli chiari e riconoscibili. Non sono linee indipendenti: sono un supporto strutturato ed espansivo. Poi la prima fuga, in cui di nuovo l’orchestra per quasi tutta l’esposizione e lo sviluppo non fa altro che raddoppiare le voci corali. Poi, nel momento della conclusione, l’orchestra apre di nuovo la corolla e conduce allo stretto e al finale con interventi che hanno come ratio il sostegno logico, e non solo musicale, delle voci del coro: servono a far risaltare e risuonare in modo più brillante e maestoso il canto.

E si arriva poi all’Amen. Che è, a mio avviso, una delle pagine più geniali di Handel. Intanto va notato che se logicamente “Amen” è la conclusione biblica, liturgica e dell’oratorio, vocalmente parlando questo testo minimale trasforma il coro in una parte d’orchestra, eliminando ogni preoccupazione interpretativa e assegnando le sole due vocali “a” ed “e” come possibili espressioni: Handel qui ha a disposizione una super-orchestra. E la usa fino in fondo.

La fuga che qui si produce ha un soggetto e un paio di controsoggetti che ne discendono. Si tratta perciò di una struttura particolarmente complessa. L’orchestra che fa? Nello sviluppo, raddoppia le voci, come vuole lo standard di Handel, per dare volume e fondere timbri sonori.

Però notiamo subito che dopo l’esposizione del tema, ci sono due incisi dei violini, brevi, nel registro alto, a due voci. Questi sono episodi di ampliamento dello spettro: i violini vanno a marcare nell’orecchio dell’ascoltatore il registro sonoro in cui più avanti i soprani spaccheranno. L’ascoltatore sa che la musica andrà a occupare quella parte acuta dello spettro sonoro, ancora non toccata dai temi. All’uscita da questi incisi, per due volte, le quattro voci ripropongono il tema insieme. Cosa non prevista dalla fuga classica, ma è un espediente che serve a stabilire un riferimento sicuro per ciò che segue, in cui invece le voci si rincorreranno e il ritmo si farà più difficile da decifrare.

Quando lo sviluppo dei controsoggetti arriva al termine, di nuovo Handel riapre la corolla dell’orchestra, le dà le redini dell’accompagnamento ampio e potente, con il sostegno scalato e arricchito che abbiamo già visto. Fino al colpo di genio finale.

Quella pausa con corona (che vuol dire: direttore, vedi tu, tienila lunga quanto vuoi!) subito dopo l’accordo di settima di dominante è una pugnalata all’ascoltatore: è chiaro che siamo alla fine, è chiaro che stiamo per risolvere sul Re maggiore d’impianto, ma Handel vuole farci soffrire, vuole farci desiderare quella conclusione con i brividi che quell’attimo eterno di silenzio ci provoca.

Ecco, questo è ciò di cui Handel è capace: costruire un percorso acustico in cui il silenzio e la risoluzione finale hanno un effetto che non è solo musicale, ma fisico, corporeo.

Ecco allora la consegna per il piccolo esercizio di scrittura in apertura. Scrivi un testo in cui quattro voci — quattro punti di vista diversi sullo stesso tema — entrano una alla volta. Ciascuna riprende l’inizio della voce precedente ma continua per conto proprio. Il testo finale è un intreccio di quattro traiettorie che partono dallo stesso punto e vanno in direzioni diverse. Alla fine — dopo che tutte e quattro le voci hanno esaurito il loro percorso — una riga sola, brevissima, in silenzio tipografico: spazio bianco prima e dopo. È la pausa con corona: il peso di tutto ciò che è venuto prima, immobilizzato in un istante, e poi la conclusione, su cui tutte le quattro voci convergono.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente era ancora su Handel. Il prossimo invece affronterà un compositore della generazione successiva, Franz Joseph Haydn.

Handel, concerti grossi, la cassetta degli attrezzi

Händel e la sua cassetta degli attrezzi

Ermanno, sorpreso, ascoltò il collega riflettendo.
Ermanno, inizialmente semiaddormentato, vide Carlo avvicinarsi; ma ora sveglio e sorpreso si raddrizzò sul sedile intanto che questi lo salutava; poi ascoltò attento quanto aveva da comunicargli. Guardò dritto negli occhi il collega preoccupato che raccontava ciò che rappresentava per lui un pericolo, riflettendo intento su quanto gli diceva e su cosa poteva significare per lui.
Vedo Ermanno, mi avvicino e lui è sorpreso di vedermi: mi siedo davanti a lui e inizio a parlare. Gli spiego perché non andrò a scuola questa mattina, senza chiedergli perché non lo farà nemmeno lui. Vedo che mi ascolta, vedo che sta cercando di capire, che sta riflettendo su quanto gli dico. Ho fatto bene a venire da lui.
Esco dal sonno e mi trovo Carlo di fronte. Sono sinceramente sorpreso, ma appena lui si siede capisco che ha qualcosa da raccontarmi. Lo ascolto, perché lo vedo preoccupato. E quello che ascolto preoccupa anche me: devo capire come posso aiutarlo

Nasce 26 giorni prima di Bach, a 200 chilometri di distanza, a Halle, in zona che sarebbe poi diventata prussiana. Georg Friedrich Händel non vide mai il Johann Sebastian, anche se pare che quest’ultimo cercò più volte di incontrare il primo, uno dei pochi colleghi di cui aveva stima. Ma niente, complice anche il fatto che Bach si trova sempre a muoversi nei dintorni di Lipsia, mentre Händel scopre Londra ed emigra.

Ma è uno che studia e capisce molto presto la musica italiana, Stradella, Vivaldi, Corelli, il grande del momento. Händel (da questo punto in avanti, Handel, visto che gli inglesi non hanno queste lettere strane con le Umlaut) deve costruirsi un nome. Ha bisogno di conquistare le platee paganti di Londra, che sono il motivo per cui ha mollato un contratto alla corte del principe elettore Giorgio di Hannover. (Vedremo nel prossimo post che mollare il principe non è stata una delle mosse più astute del nostro H).

La sua strategia è semplice: sfruttare una forma alla moda, il Concerto Grosso, quello in cui c’è un gruppo di strumenti solisti, il concertino, che dialoga con il ripieno, il tutti orchestrale. Ma rispetto ai colleghi italiani Handel vuole stupire il suo pubblico. E mette in campo tutta la sua (grande) maestria.

Scrive 12 concerti grossi (op. 6), in cui non risparmia sorprese.

Il concertino a volte lo usa, a volte lo nasconde. Il ripieno a volte lo usa per dialogare col concertino, a volte per supportarlo, a volte per inglobarlo. Le forme: a volte usa quelle di Corelli, altre volte quelle più tedesche. Rende melodie e armonie imprevedibili inserendo cromatismi, salti armonici non preparati, dissonanze sui legati. Varia i ritmi inserendo finte accelerazioni, ritmi “rock” con accenti sui tempi deboli.

Si può fare qualche esempio. Basta confrontare due Allegro, quello dal Concerto grosso op. 6 n. 2 e quello dal Concerto grosso op. 6 n. 4.

Nel primo usa una struttura tipica del concerto italiano, un trio sonata: violino I e violino II dialogano nel concertino, supportati dal violoncello, e dicono cose sempre diverse. Il ripieno li sostiene, raddoppia ora l’uno ora l’altro, oppure inizia discorsi per conto suo; discorsi che hanno al loro interno una ricchezza e uno spessore maggiore, come maggiore è la consistenza numerica del ripieno rispetto al concertino, ma anche la densità di materiale affidata al gruppo maggiore.

E qui invece? Nei post precedenti avevamo visto fughe per clavicembalo, oppure quelle misteriose senza indicazione di strumento dell’Arte della fuga. Questa è una fuga orchestrale. Tra le cose per cui vale la pena ascoltarla (in realtà, questo Concerto grosso n. 4 merita di essere ascoltato tutto, al pari di diversi altri della collezione): verso la fine un momento in cui i violini pizzicano e strappano note sul levare, e inoltre una bella cadenza d’inganno proprio alla fine, giusto per tenere alta la tensione e far capire agli ascoltatori che qui c’è qualcuno che pensa alle loro emozioni fino all’ultimo.

Quello che si vede in questi Concerti Grossi è una tecnica compositiva che viene messa a punto, che permette di scalare dalla piccola formazione a quella enorme, dal singolo solista o dal concertino, fino al ripieno di orchestra e coro, mantenendo un livello di dettaglio, di densità di linee melodiche, di pienezza armonica. Questo rende Handel il compositore barocco più pop, più orientato al pubblico, più proiettato ai teatri, alle piazze, alle masse.

Dove Bach costruisce un mondo intimo e spirituale, intellettualmente soddisfacente, ma inevitabilmente selettivo, Handel porta in piazza la ricchezza della musica barocca, la rende fruibile a tanti, con la maestria di chi sa evitare i dettagli difficili, o almeno nasconderli nel ricco sfondo di una spettacolare esecuzione.

Ecco allora la consegna per il piccolo esercizio di scrittura con cui abbiamo iniziato:
scrivi un micro-testo di due righe che contenga un’azione e uno stato emotivo essenziali. Questa è la tua cellula generatrice. Riscrivila tre volte, ciascuna con un dispositivo narrativo diverso — ad esempio un dialogo, una descrizione in terza persona, un flusso di coscienza, una serie di appunti, un resoconto, una lettera. Ogni versione deve ripartire dalla cellula originale, non dalla precedente: il contenuto è lo stesso, il dispositivo cambia.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguardava Bach, il successivo sarà ancora, inevitabilmente, su Handel.

Vivaldi combina musica per le ragazze dell'Ospedale della Pietà

Cosa combina Vivaldi

[A,B] Andrea: “Prof, ma lei ce l’ha mai avuta una fidanzata?”.
Benedetta: “Scusa, Andre, ma possiamo finire la Ragion Pratica?”.
[T] Prof: “Andrea: la risposta è sì, cent’anni fa. Tirate fuori Kant, per favore”.
[C] Chiara: “E quindi l’ha lasciata quando ha avuto la vocazione ed è venuto all’eremo?”.
[T] Prof: “Ragion pratica, per favore. No, Chiara… è successo un po’ il contrario, sono venuto qui dopo che la sua famiglia ha deciso che io non andavo bene”.
[D] Diya: “La sua famiglia? L’avevano già promessa? Allora succedeva anche qui?”.
[T] Prof: “Sì, Diya, anche qui un matrimonio può sistemare i conti di una famiglia. O garantirti una vita in cui i piatti non li lavi tu, ma qualcuno che puoi pagare. Succedeva anche qui, e probabilmente succede ancora, non dovreste stupirvi. Forse la favola che l’amore è cieco possiamo risparmiarcela”.
[A,C] Andrea: “La sua famiglia… ma lei? Non ha obiettato?”.
Chiara: “E quindi lei prof invece di cercare qualcun’altra, è venuto all’eremo? Le è rimasto fedele?”.
Andrea: “No, ma scusi, ripeta: la fidanzata ha accettato?”.
[T] Prof: “Sì, ragazzi, credo che abbia sofferto molto, ma questa è stata la sua scelta”.
[B,C] Benedetta: “La legge morale ci impone di parlare di Kant, prof!”.
Chiara: “Ma dai, scusa, non vuoi sapere cosa ci fa il prof all’eremo?”.
Benedetta: “Sì, ma ne possiamo parlare davanti a uno spritz oggi pomeriggio?”.
[T] Prof: “Ha ragione Benedetta, capisco la vostra curiosità, ma dobbiamo parlare dell’imperativo categorico”.
[B,C,D,] Chiara: “Ma perché è venuto all’eremo allora?”.
Diya: “E la ragazza? L’ha più rivista?”.
Benedetta: “Imperativo… categorico… è il titolo?”.
[A,C,D] Andrea: “E poi nessun’altra?”.
Chiara: “Beh se sta all’eremo, non è che ci possono andare le donne, eh”.
Diya: “Magari la sua ragazza l’ha rivista fuori, magari viene e sta qui in paese e loro si incontrano altrove”.
[T] Prof: “No, dopo che mi ha lasciato con il cuore devastato, ho passato qualche mese in giro a cercare di capire quel che avrei dovuto fare. Ma qualcosa dentro di me richiedeva che io facessi la
cosa giusta (Benedetta, prendi nota), e questo si è concretizzato nel venire qui a vivere, e ci sono da tanti tanti anni. No, lei non l’ho più rivista, in qualche modo si può dire che le sono rimasto fedele, anche se credo mi importi di più di essere rimasto fedele a me stesso. E ora basta: Marcella, ci fai un riassunto della puntata precedente di Kant, per favore?”.

Ecco un nuovo tentativo di rendere con le parole la struttura di un brano, o di una strategia compositiva di qualcuno. In questo caso, come preannunciato, del buon Antonio Vivaldi.

Tutti lo conosciamo dalle Quattro Stagioni, che però sono una serie di composizioni un po’ particolari nel suo catalogo. In quella serie di quattro concerti, un po’ come Rameau col pollame, Vivaldi tenta di rendere in modo musicale i suoni descritti da alcuni sonetti riguardanti, appunto, le stagioni dell’anno.

La forma del Concerto è quella più praticata dal nostro prete rosso. Un’orchestra (tipicamente, una decina di elementi, compresi clavicembalo e basso) e uno o più strumenti solisti che dialogano con il Tutti orchestrale. La forma del Concerto viene a strutturarsi nel periodo vivaldiano, fine seicento-inizi settecento: tre tempi, veloce-lento-veloce, con il primo veloce che può avere un’intro lenta.

Si dice (anche se non si sa se è vero, perché mancano le fonti dirette) che Igor Stravinskij agli inizi del ‘900 avesse detto di Vivaldi che ha scritto lo stesso concerto 400 volte. E c’è un fondo di verità. Vivaldi costruisce una sorta di macchina combinatoria, con cui la struttura, spesso sempre la stessa o con poche variazioni significative, viene riempita di temi, e interazioni che ovviamente cambiano in ogni concerto, ma che risultano essere frutto dell’esplorazione combinatoria di pochi elementi originali.

Un esempio è nel concerto RV 580, che ha ben quattro violini solisti, oltre alla tipica orchestra. E nel primo tempo, il gioco che Vivaldi propone è di combinare i quattro solisti in modo che suonino ciascuno da solo. Poi in coppie assortite in modo diverso; poi a terne, mentre nel “tutti” orchestrale, sono tutti e quattro presenti insieme, appunto, a tutti gli altri.

Ed ecco la consegna dell’esercizio che apre questo post: hai quattro voci (A, B, C, D) e un tutti (T) che funziona come risposta a cui il testo torna periodicamente. Lo spazio combinatorio delle configurazioni possibili è 2^{4}-1=15, comprendendo anche il T come combinazione ABCD (2^{n} è il numero di elementi dell’insieme dei possibili sottinsiemi propri e impropri delle n voci, a cui va tolto il sottinsieme vuoto, perché corrisponde al silenzio). Non sei obbligato a usarle tutte, ma ogni configurazione che usi non può ripetersi: ogni combinazione ha un peso specifico determinato dal numero di voci che la compongono, e quel peso deve essere percepibile nella densità, nella lunghezza, nel tono della sezione corrispondente.

Il vincolo strutturale: il tutti non è una configurazione tra le altre — è il modulo invariante che separa gli episodi solistici. Ogni sezione solistica ha una densità proporzionale al numero di voci coinvolte: una voce sola produce la sezione più rarefatta, quattro voci insieme la più densa. Il vincolo narrativo: le voci non si trasformano — si ricombinano. Introduci un certo numero di temi e rimani agganciato a quelli, senza introdurne di nuovi nel corso della narrazione, cercando di esplorare invece le configurazioni possibili. Il contenuto non è ciò che le voci dicono — è la matematica delle loro combinazioni.

L’idea è di combinare in tutti i modi possibili un numero limitato di temi per vedere più o meno di nascosto l’effetto che fa. Si tratta di un’idea molto proficua e praticata, non solo nel mondo musicale, ma anche nella letteratura. Ad esempio, l’Oulipo francese, alcuni esperimenti di Italo Calvino, tra castelli e destini incrociati, possono ricondursi ad essa.

Vivaldi sforna tanti concerti in questo modo, grazie anche alle potenzialità della combinazione. Mette il proprio mestiere di creatore di melodie e di temi al servizio di un potente meccanismo di assemblaggio. E questo gli permette di dare sempre musica nuova da suonare alle dotate fanciulle abbandonate dell’Ospedale della Pietà di Venezia. Si tratta di un’istituzione la cui sorte egli prende a cuore e che trasforma in un’orchestra di primo piano.

Lo so, sembra qualcosa di distante dall’ispirazione divina che coglie il compositore, che febbrilmente butta nero su bianco note che sembrano dettate dal divino. Idea romantica e piuttosto imprecisa, direi; mancano comunque ancora almeno cent’anni per poter ragionare in questi termini. Siamo qui di fronte, ed è oggi più difficile percepirlo a causa di quella parzialissima idea del percorso creativo, a un genio tridimensionale. Prima di tutto nella creazione di elementi melodici semplici e immediati. Poi nell’ideazione di strutture solide e versatili. E infine nella combinazione di questi due elementi a creare musica che “funziona” alla grande.

E il fatto che questa musica funziona lo dice, implicitamente, il grande delle strutture, Johann Sebastian Bach. Il quale prende diversi concerti di Vivaldi, tra cui questo, li copia, li smonta e rimonta con altri strumenti e orchestrazioni, facendoli propri.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Rameau. Il successivo riguarderà di nuovo Vivaldi (lo stesso concerto, una sezione del secondo tempo).

Pensa al peggiore

Ho letto di recente un commento di qualcuno, che non conosco e non cito, rispetto alla manifestazione di qualche giorno fa a difesa della famiglia.

Un commento che suonava più o meno letteralmente così: “abbiamo il dovere di impedire che i diritti che abbiamo come famiglie vengano estesi ad altri che non sono come noi”.

Che, da un certo punto di vista, non fa una piega, se parliamo logicamente di proprietà di insiemi distinti. Se vogliamo distinguere B da A non possiamo dare ad entrambi le stesse proprietà.

Il problema è che si parla di diritti di persone, che non sono proprio la stessa cosa.

Io ho provato a pensare a chi avrebbe potuto affermare cose del genere. Quali personaggi, magari in altre circostanze, parlando di altri diritti e di altre diversità, avrebbero potuto avere sulle labbra una frase del genere.

Non ho la presunzione di interpretare le parole di Cristo, c’è chi è ben più esperto e titolato di me. Ma a me sembra che l’intera vicenda di Cristo vada nella direzione di estendere i diritti di primogenitura a tanti altri rispetto ai vecchi primogeniti, che non l’hanno poi presa tanto bene. Anzi maluccio, e anzi probabilmente la fine non troppo naturale della vicenda umana del personaggio in questione la si deve proprio alla reazione di chi non voleva che i propri diritti fossero messi in discussione. Ma forse mi sbaglio.

Ho provato un po’ a cercare tra i mahatma del nostro tempo, un volto sulle cui labbra quelle parole potessero star bene.

Non ci sono riuscito.

Ho invece trovato che si addicono straordinariamente alla figura di Jefferson Davis, se parla al posto di “famiglie” mettiamo “bianchi”. Si addicono anche bene a Benito Mussolini, se al posto di “famiglie” mettiamo “maschi”. E, più recentemente, mi pare che, se usiamo al posto di “famiglie” l’espressione “fortunati, nati in un paese ricco, e non in necessità di fuggire da guerre o carestie”, ci siano nell’attualità esempi particolarmente illuminati di difensori dei diritti di chi ce li ha già.

(Difensori dei diritti di chi ce li ha già… pensiamoci).

Ora io non vorrei dar ragione a Eco. Però un po’ sì. Ma anche un consiglio a te: prima di scrivere, di lasciare una traccia indelebile di te sulla rete, prova a

  1. riflettere che probabilmente non sei tanto originale da dire codeste parole per primo
  2. e allora chiederti chi è colui, o colei, che codeste parole le ha già pronunciate, lasciate ai posteri
  3. e, se ti viene il dubbio tra due o tre, scegli il peggiore, il più feccia, il più degrado
  4. e infine chiediti se hai ancora voglia di abbandonarle in eredità, codeste tue preziose parole, nella forma che avevi pensato.

Così, proprio solamente a livello di metodo. Magari sì, sono parole sensate e basta solo dargli una rimescolatina e le asperità si sistemano. Magari no.

A livello di merito, ci sto pensando. Sto pensando a qualcosa da dire su questo. Finora mi sono incagliato sul punto della testimonianza. In breve, e di nuovo potrei sbagliarmi, mi pareva che la richiesta che Gesù diede ai suoi discepoli non fosse di negare diritti ai diversi, ma di testimoniare un amore talmente grande da essere impossibile da capire (e infatti gli apostoli non avevano capito bene) e da limitare. Aveva parlato di sandali e di polvere, non di murare in casa chi non gli apriva. Di sale della terra, non di fortezze bastiani. Così, stavo elaborando su questo, forse un giorno scriverò qualcosa che vada al di là della momentanea impressione che questa cosa renda la famiglia che si vuol difendere un po’ più antipatica. E renda il lavoro di testimonianza di tanti, che la propria famiglia cristiana la vivono come sale e lievito, un po’ più difficile. Come se ce ne fosse bisogno. E inutilmente, perché le battaglie contro i diritti sono battaglie perse, invariabilmente.

Io sciopero, perché…

Martedì 5 maggio è il mio giorno libero. Non andrei a scuola comunque.

Però ho provveduto a dare comunicazione volontaria al mio Dirigente Scolastico sulla mia intenzione di essere considerato in sciopero.

Ho già scritto qualche giorno fa che ero indeciso. L’uscita successiva della ministra Giannini, che parlava di “squadristi” che contestano e di altri che stanno zitti, e il susseguente silenzio del Premier (si scrive, un silenzio irato e operativo; bubbole, dico io, sempre silenzio è) mi hanno convinto.

Ho trovato anche questa lettera, che condivido pienamente. L’hanno inviata le maestre di mio figlio ai genitori della classe. E io, pur non dando nessun fastidio a studenti o alla scuola (è il mio giorno libero, avrebbero fatto comunque a meno di me), pago la mia quota di stipendio per far numero tra coloro che scioperano. Perché voglio che sappiano, lassù, che basta così.

Che basta con le prese in giro.

Con cordiale disprezzo

Ecco 700 nuovi morti. 700 tra cui forse c’era anche qualche terrorista (anche se non mi spiego come facciano i terroristi veri a spendere una barca di soldi per addestrare qualcuno e poi rischiarla, la barca di soldi, infilandola in una barca da quattro soldi e spedendola in mezzo a un mare di guai), sicuramente tanti futuri clandestini, insieme a qualche richiedente asilo.

Ed ecco tanti, vivi, che stanno bene, seduti davanti ai loro computer, a mostrare la loro contentezza per i 700 clandestini delinquenti in meno sul suolo patrio.

Ed ecco qualcuno, scusate, qualche bastardo, che cerca di speculare politicamente sulla tragedia.

Io cosa vedo? Vedo un Occidente che sta bene, ricco. Vedo un sud del mondo in cui, anche dove non ci sono guerre o carestie, si sta comunque peggio. Vedo esseri umani che, per caso o per disegno divino, nascono qui e là. E il fatto che una coscienza si risvegli di qui o di là non è frutto di alcun merito. Il fatto che io viva in pace, che abbia una casa, un lavoro, che nessuno attenti quotidianamente alla mia vita non è per nulla merito mio. E’ caso, o disegno divino: comunque è qualcosa su cui non ho titolo di proprietà, né di difesa.

E cosa sento? Sento un vincolo di solidarietà verso tutti quelli che aspirano alle cose che io ho, senza alcuno sforzo. Un vincolo di solidarietà umana. Umana. Chi cerca di fuggire guerre, chi cerca di fuggire la fame, chi cerca un futuro migliore per sé e per i propri cari, chi semplicemente cerca di raggiungere la propria famiglia o vuole ricominciare un futuro migliore. Tutte cose che, se io voglio, posso fare senza pericolo per la mia vita.

Allora, al netto di tutte le valutazioni politiche su come bisognerebbe gestire meglio questi flussi, caro mio, ti dico semplicemente che ti disprezzo di cuore. Che se non sei in grado di sentire solidarietà per i tuoi compagni d’avventura su questa nave nell’universo, allora sei sotto, sotto, irrimediabilmente sotto l’umano. Sei un subumano. Vergognatene, perché, a differenza di tanti tra coloro che oggi sono morti e godono del tuo dileggio, tu sei nato dove hai avuto tutte le possibilità di accedere ai tesori dell’umanità, alla grandezza dell’essere umano: hai avuto una scuola di buon livello, hai vissuto in una società in pace, hai potuto lavorare e guadagnarti anche il lusso di arricchirti interiormente. Le tue scelte ti condannano: sei rimasto, volentieri, un subumano.

Allora sta’ lontano da me. Non voglio avere nulla a che fare con te, con te che non sei in grado di commuoverti di fronte a storie di speranza o di disperazione interrotte nelle acque di un mare, il mare nostro, mare troppo vasto, senza soccorso di simili.

E sappi che la mia solidarietà ce l’hanno loro, non tu. Non conta niente, perché sono morti. Ma a loro dedico il mio rinnovato impegno, oggi, domani e finché avrò forza, a cercare di sconfiggere l’ignoranza, la tua ignoranza, e a far maturare nelle persone che mi stanno accanto come in me stesso il seme di un’umanità più consapevole. A sconfiggere il subumano. Te.

Con cordiale disprezzo.

Confini

Ieri, in sala insegnanti, una scorata discussione sulla nostra società che non ha i mezzi per opporsi alle migrazioni, e del resto le migrazioni non le ha mai fermate nessuno.

Ci sono confini e confini.

Alcuni sono linee che sono sbiadite nel tempo, hanno perso significato. Altre sono cortine fisiche che diventa sempre più facile superare, per chi è disperato e ha tutti i diritti di provare a superarle.

Ci sono confini su cui però non dobbiamo arretrare di un centimetro, anzi, se possibile, guadagnare metri nonostante le migrazioni: sono i confini dei diritti civili, delle pari opportunità, della non violenza, le conquiste buone della nostra civiltà.

Lo dobbiamo ai nostri figli, alle nostre figlie. Pensiamoci: lo dobbiamo a quella ragazza che ieri, alle otto di mattina, è stata aggredita e molestata in centro intanto che andava a scuola.

La paura della novità

E’ un mantra dei riformisti (nelle cui schiere, politicamente parlando, dovrei collocarmi pure io) di questi giorni: non bisogna aver paura della novità.

Parlando di scuola, della “buona scuola”, mi sembra di capire che chi vuole assecondare la riforma non ha paura delle novità, mentre chi si oppone è per paura della novità.

E’ certamente una posizione comoda a chi propone una riforma, quella di suggerire che chi è a favore è dalla parte della razionalità, mentre chi è contro è irrazionale (la paura, signori, la paura!).

Io appartengo a una categoria, a una sottocategoria, a una sottosotto… molto conservatrice. Giocano molti fattori, non ultimo il fatto che le novità negli ultimi vent’anni o giù di lì sono stati, invariabilmente, delle mazzate: sia dal punto di vista personale (contratti bloccati, scatti di anzianità bloccati, norme ad minchiam sul pensionamento, e via dicendo), sia dal punto di vista dell’efficienza e dell’efficacia del lavoro, del supporto sociale del datore di lavoro, lo Stato, ai dipendenti, della totale incapacità del datore di lavoro di tutelare i lavoratori capaci e ligi al dovere nei confronti dei comportamenti scorretti o illegali di altri lavoratori furbetti, incapacità sancita dai provvedimenti punitivi erga omnes.

E allora il mantra: tutto sta per cambiare, non bisogna aver paura della novità.

Io avrei qualcosa da dire. In parte l’ho già detto nelle righe sopra.

  1. La paura della novità è sacrosanta: è un meccanismo di difesa rispetto alla perdita di sicurezze.
  2. Di fronte a qualunque persona che ha paura, dire “non aver paura” è utile più o meno quanto consigliare di infilarsi le mani in tasca.
  3. La paura della novità c’è, in particolare, in chi dalle novità è stato ripetutamente fregato.
  4. La paura della novità non si sconfigge con consigli più o meno insensati, ma mostrando che la particolare novità di cui si sta parlando non è pericolosa.

Allora, per favore, piantiamola con questo atteggiamento zen del piffero, “paura non paura abbandoniamoci al panta rei”:

  • chi si oppone può avere ragioni dettate dalla paura, ma può anche aver pensato ragionevolmente bene, fatto calcoli non solo sulle proprie tasche ma anche sulla tenuta del sistema scolastico italiano;
  • a quelli che semplicemente hanno paura della novità, riconosciamo che hanno pienamente ragione, che dopo vent’anni di riforme abortive dettate solo da motivazioni contabili, lo status quo è meglio di qualunque altra pessima novità;
  • e se ci sono effettivamente buone nuove, facciamole maturare, convincendo della loro bontà non con slogan cretini ma con sperimentazioni serie, non legate al colore del governo, ma alla solidità di chi lavora ogni giorno in classe indipendentemente dal colore del governo.

Tanto per interrompere la tradizione di prendere pure per il culo chi per spirito di servizio non si lamenta forte delle sberle che becca ogni giorno.

BYOD

Per chi segue i dibattiti online sulle nuove tecnologie a scuola, è arrivato il momento del BYOD.

Acronimo inglese, apparentemente mutuato dalle politiche aziendali rispetto alle tecnologie stesse: Bring Your Own Device. Portati il tuo dispositivo.

Tradotto in italiano, l’acronimo sarebbe “FLNCFS”: “fare le nozze coi fichi secchi”.

Vogliamo le scuole 2.0, vogliamo le LIM, vogliamo le tecnologie a scuola, vogliamo vogliamo. Poi non ci sono i soldi e allora? Ragazzi, la tecnologia ce la mettete voi.

Hai lo smartphone? Benissimo, usiamo quello. Hai il tablet? Ottimo. Hai un portatile? Eccellente.

Ma come, Pierino, tu niente? Non te l’avevano detto quando ti sei iscritto che questa è una scuola di serie A? No, non di serie A come dotazione della scuola, di serie A come reddito delle famiglie degli alunni… Non ti vergogni un pochetto?

Boicotto

Fare acquisti è un’operazione che non amo particolarmente, devo averlo già scritto diverse volte. Sotto Natale il mio scarso gradimento diventa particolarmente scarso.

Perciò, trovare un negozio in cui mi sento accolto, in cui vedo che il personale è attento al particolare momento dell’anno, alle mie esigenze di trovare quel che cerco (che magari è molto vagamente delineato nella mia mente) e levarmi dai piedi nel più breve tempo possibile, è per me importante, come per chi deve andare dal dentista trovare un ambiente sereno.

E invece sono assolutamente disposto a tracciare una enorme croce sopra il nome di negozi in cui questo non accade. Non mi interessa se è un momento di crisi, se è difficile trovare lavoro: io boicotto, ma in realtà la zappa sui piedi se la stanno tirando coloro che lavorano o gestiscono male.

Io trovo che parlare male dei clienti di fronte ad altri clienti, o, peggio, ad altri clienti sia imperdonabile. Mi dispiace. Boicotto.

Non mi interessa se hai questioni sindacali, per cui potrei sicuramente sentirmi solidale di fronte a un tuo atteggiamento collaborativo. Non mi interessa se hai tre lauree e sei lì a fare pacchetti per tre euro all’ora, fatto per cui potresti avere tutta la mia comprensione, se ci vediamo fuori davanti a una birra. Hai scelto un lavoro a contatto col pubblico, io sto soffrendo in mezzo agli acquisti natalizi, e pago pure: mi dai una mano, e me la dai volentieri. Altrimenti boicotto.

Trattar male la gente, nemmeno quella esigente, no. In nessun caso. Anche se non tratti male me. Io mi sento molto fuori posto in un negozio prima di Natale, se ti vedo trattar male qualcuno io immediatamente solidarizzo con lui o lei. E me ne vado. Se hai finito l’ironia con cui affrontare certi clienti, zitto o zitta, ingoi il rospo e vai avanti.

Se pensi di non potermi aiutare, me ne vado subito. Lo capisco dal tuo sguardo, di chi è convinto di vendere capolavori d’arte e di avere di fronte qualcuno che non è in grado di apprezzarli. Nei paesi di lingua inglese, quando entri in un negozio ti chiedono subito “may I help you?”, posso aiutarla? E di solito sono pure sinceri: hanno voglia di aiutarti. Ecco, se non sei in grado di farlo ma parti, vedendomi entrare, dal presupposto che non puoi aiutarmi (e può anche darsi, vista la mia ignoranza nello sport degli acquisti natalizi), bene, hai ragione di sicuro.

Se non capisci che sotto Natale l’efficienza può essere importante, e invece di concludere quel che va concluso cortesemente ma rapidamente, stai lì a prestare attenzione più che a me alla collega che ti sta a fianco e con cui stai discorrendo, davanti a me, di cose che non mi interessano minimamente, e lo puoi intuire dal sorriso un tantino teso con cui attendo i tuoi comodi, ecco, sappi che non mi vedrai più in negozio.

Non so, io di solito mi sento comprensivo, e sotto Natale più buono che durante il resto dell’anno, la solita fola. Però mi pare che ci siano persone che non si rendono conto della fortuna che hanno ad avere un lavoro. Non soltanto per la situazione economica, ma anche e soprattutto perché con l’atteggiamento del “tutto dovuto” che sfoderano il risultato più probabile è il pugno di mosche. Ci sono persone che credono non solo che esistano persone superiori, ma anche di appartenervi.

Cattive notizie: il vento è girato. Chiunque può far spesa da casa, avere il tutto recapitato e incartato senza muoversi dal salotto. Il tuo negozio chiuderà come mille prima del tuo, e su dieci posti da commesso o commessa se ne salverà uno come magazziniere dai turni lunghissimi e dalla paga cortissima.

Se c’è una differenza tra far la spesa in un negozio e online a vantaggio del primo, è questo il momento di farla percepire. E mandar via i clienti non è un buon inizio.