Darei gli ori di famiglia per addormentarmi.
Davvero.
Dalle dieci e mezza sto cercando.
Davanti mi passa tutta la vita.
Da impazzire.
Da questa finestra le sento tutte.
Davanti alla chiesa, proprio, doveva essere l’albergo.
Da qualche parte ho un sonnifero.
Dai, pensiamo alle pecore, alle mucche, cosa posso contare?
Davvero.
Darei gli ori di famiglia per riposarmi.
Domani è il giorno.
Domani lo incontrerò, finalmente.
Domani…
… ed è solo mezzanotte meno un quarto.
Come si legge dal titolo, in questo post si parla di Rameau, Jean-Philippe Rameau. Non è quello del Martini shakerato, è quello che suona il violino come se fosse una chitarra (almeno, l’immagine lo mostra così). Rameau (1683-1764) è di Digione come la senape.
Cosa fa di bello il Gianfilippo? Tante cose. Alcune non simpaticissime: azzera lo style brisé di Couperin e riporta in auge le vecchie distinzioni delle voci e dei loro ruoli. E’ un teorico: scrive dei trattati fondamentali di armonia (nel senso che ci studia su poi un sacco di gente del mestiere negli anni successivi). Riprende Pitagora e le sue idee sulle corde e si avvicina alla fisica del suono. Non fa troppa fatica: bisogna ricordare che vede l’uscita, nel 1751, dell’Encyclopédie curata da quel D’Alembert che aveva scoperto come si propagano le onde lungo le corde.
E, tra le altre cose (ci sono su YouTube dei video con ore di antologie Rameau; se vi piace il genere, non vi deluderà, nemmeno come capacità di innovazione, nonostante l’atteggiamento reazionario dimostrato nei confronti della pasta brisée del povero François), Rameau è quello della gallina. La poule, come scriveva lui.
Musica che descrive, che imita il suono del pollo. Oddio, imita qualcosa del suono della pollastra, inserendo cambiamenti di registro e di tonalità imprevedibili, un po’ com’è l’indole del gallinaceo, ma pur sempre nella struttura del Rondeau, composto da diversi doublets tra cui si inserisce un refrain. La melodia sta alla voce alta e l’accompagnamento a quella bassa. Un sacco di abbellimenti (trilli, mordenti, quelle notine veloci che sembrano dei tremolii), che sono parte integrante del suono dell’uccello da cortile, non abbelliscono per niente, descrivono puntualmente.
Ed ecco la consegna dell’esercizio di scrittura con cui si apre questo post:
scegli un suono della realtà quotidiana — il rumore di una porta che si chiude, il verso di un animale,
il suono della pioggia, il ritmo di un treno. Descrivi quel suono in parole, ma non con aggettivi — con strutture: quanto dura, quante volte si ripete, se accelera o rallenta, se è regolare o irregolare, se ha un’altezza riconoscibile o è rumore puro. Poi traduci quella descrizione strutturale in un testo scritto in cui il ritmo delle frasi, la lunghezza delle parole, la punteggiatura riproducano le caratteristiche che hai identificato. Non cercare di descrivere il suono, ma di realizzare il suono, nella struttura della scrittura.
Ci sono tanti modi di imitare la realtà, di fare i conti con la descrizione in musica di qualcosa che conosciamo. Quello di Rameau è il più immediato. Non avrebbe potuto farlo con un pesce, o un albero, perché l’operazione è quella di traduzione di un suono naturale in musica. Più avanti nel percorso vedremo modi più sofisticati e concettuali. Qui siamo al piano fisico, e si può dire che il Gianfi se la cavi benone.
Un altro esempio, certamente più semplice e solo di pochi anni successivo (1735), è il cucù di Daquin. Così, per confronto, lo metto qui di seguito. Ma si vede benissimo che le voci sono esattamente due, proprio come le mani, e che ciascuna delle due voci/mani ha un ruolo ben preciso e costante.
Temo che ci sarà bisogno di un altro post sul nostro Rameau. Ha ancora cose da dirci, e lo vedremo nel prossimo della serie sulla Matematica nella musica. Il post precedente era quello di Couperin.
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