Archivi tag: padre

Haydnsaal del palazzo Esterházy di Eisenstadt (A)

Haydn, o della regola e dello scarto

Non capisco cosa sia andato storto. Sono arrivata ieri pomeriggio presto, e ho preso una stanza all’unico albergo del paese.
Ma non capisco cosa sia andato di traverso. Sono uscita a cena, alla trattoria, ero da sola e non ho incontrato nessuno.
Proprio non capisco cosa sia accaduto. Alla sera, in camera, ho ripassato tutto quello che avevo preparato, ogni dettaglio, ogni obiezione.
Eppure non capisco. Stamattina sono salita all’eremo, ho chiesto di Romeo, o di Ermanno, e mi hanno condotta dal priore.
Ma cos’è successo? Il priore mi ha detto che non hanno alcun Romeo, e che l’unico Ermanno se n’è andato.
Ma cosa è accaduto? Ho chiesto quando se n’è andato, e il priore non ha voluto dirmi altro se non che non è passato molto tempo.
Ma perché? L’ho cercato per vent’anni, e finalmente Wilma lo vede…
Ma… Forse anche lui ha visto Wilma?
Ma allora… Forse ha capito?
E se se n’è andato… forse sta ancora fuggendo?
Ma… da…?
Me?…

Abbiamo parlato negli ultimi post di fughe, composizioni polifoniche molto in voga nel periodo barocco. Franz Joseph Haydn si forma musicalmente in quel periodo, ma il mondo sta cambiando quando inizia a scrivere professionalmente. Intanto si trova nel mondo cattolico dell’Impero Austriaco, il barocco persiste, ma la novità parla di Lumi, classicismo, sfoggia linearità, brillantezza cristallina.

Lavora come musicista di corte per molti anni presso una famiglia potentissima ungherese, vicino a casa, nell’odierno Burgenland. Si tratta dei principi Esterházy, che gli mettono a disposizione ampi mezzi. Sono interessati soprattutto alla musica strumentale, sia per grandi che per piccole formazioni.

E in questa posizione scrive, e scrive tanto e in modo diversificato. Brani da eseguire in salotto, in camera, come i quartetti d’archi formati da due violini, una viola e un violoncello. Sono gruppi che occupano poco spazio, ma se a ciascuno strumento viene data la possibilità di dire la propria in modo indipendente ma dialogante con gli altri (per dirla con Goethe, “un dialogo tra quattro persone ragionevoli” – Lettera a Zelter 9/11/1829), sono quasi delle orchestre! Haydn alla fine comporrà quasi settanta quartetti per archi.

Per il quartetto d’archi il rapporto di Haydn con Mozart è molto importante. I due si stimano molto, suonano insieme, Mozart dedica a Haydn una sua raccolta di quartetti. Quasi un segno di riconoscimento di una paternità di diritto sul genere. Genere che poi, grazie ai lavori di Beethoven e Schubert, arriverà fino alla fine dell’Ottocento mantenendo una fedeltà teorica (e una frequente infedeltà trasgressiva) al modello.

Oppure scrive più in grande, per il teatro del palazzo, senza bisogno di virtuosi solisti che servono nei concerti. Nelle sinfonie i temi vengono proposti, elaborati e riproposti secondo schemi precisi, da tutta l’orchestra, oppure dalle varie sezioni (contando che ormai i legni sono maturi per entrare in pianta stabile, e gli ottoni si stanno allargando in modo interessante) o dai singoli strumenti. E anche di queste, a consuntivo, il conto sarà alto, più di cento.

Anche in questo caso, il canone stabilito da Haydn ne fa il “padre” della sinfonia. Un canone che, però, lui stesso non riconosce come normativo. E’ possibile affermare che gli esempi più maturi del genere sono le sue ultime 12 sinfonie. Queste sono dette londinesi perché pensate per le sue visite in Inghilterra. Infatti, morto il principe Nikolaus, l’erede dismise l’orchestra di corte. Haydn era libero, ma non disoccupato. Se è vero questo, cercare in queste 12 sinfonie una forma tassativa è una caccia ai fantasmi. Anzi, la ricerca della sorpresa e dello scarto dalla norma è piuttosto la norma.

Sia il quartetto che la sinfonia si basano su diverse forme: entrambi hanno una struttura quadripartita. Il primo tempo è solitamente veloce, ma può avere un’introduzione lenta, in ossequio a una tradizione barocca. Il secondo tempo è solitamente lento. Il terzo è di norma un Minuetto con trio, anche se a partire dai quartetti e poi in diverse sinfonie, questa struttura diventa uno Scherzo, più libero del minuetto. Infine l’ultimo tempo è veloce. I primi tempi sono particolari: sono allestiti sulla base della cosiddetta forma-sonata: due temi, esposti in sequenza, il primo nella tonalità d’impianto e il secondo nella tonalità dominante; poi uno sviluppo in cui i temi vengono manipolati, trasposti, trasformati a seconda della bravura del compositore, per poi arrivare alla ripresa, in cui i temi vengono riproposti, entrambi nella tonalità d’impianto per risolvere le tensioni accumulate.

Qualche esempio: questo è l’Andante (secondo tempo) della Sinfonia n. 94 (una delle londinesi).

Sarebbe un “Tema con variazioni”, ma le variazioni sono un pretesto per ripetere la stessa filastrocca (prima sorpresa!) cinque volte. Ma quanti sono gli elementi di sorpresa, lungo questi sei minuti abbondanti di musica?

Un altro esempio, tratto da una sinfonia anteriore, la n.45, e riguarda il finale.

Finale che inizia come “Presto”, ossia un tempo assai veloce, perfettamente in linea con il canone. Ma poi qualcosa accade (qualcosa che ha, secondo la tradizione, una ragione sindacale), e il Presto lascia spazio all’Adagio, che, probabilmente non serve specificarlo, veloce non è. E durante l’Adagio i righi degli strumenti (tutti tranne due, i due violini in sordina che alla fine chiudono) si concludono, a partire dal primo oboe e dal secondo corno. Non finiscono le note, finiscono le parti: gli esecutori se ne vanno. La tradizione vuole che il principe fu il primo ad essere colpito da tale sorpresa e che fu addolorato nel sapere che il suo voler prolungare la vacanza ad Esterháza oltre i termini stabiliti, impediva agli orchestrali di rivedere le famiglie, e decise di rientrare al palazzo di città di Eisenstadt l’indomani.

Questa forma è la vera protagonista della musica sette-ottocentesca, dal classicismo al romanticismo, sia nell’adesione al format, sia nel suo superamento, soprattutto nella seconda parte dell’Ottocento. Ma questo superamento, come si leggeva, è previsto e costitutivo nel canone costruito da papà Haydn: la sorpresa, lo scarto dalla regola è una delle regole che lui stesso adotta e che impedisce di cristallizzarne altro se non indicazioni generiche o poco prescrittive.

La consegna per l’esercizio di scrittura legge così. Costruisci un testo che stabilisca una regola chiara e la rispetti abbastanza a lungo perché il lettore la interiorizzi — un ritmo, una struttura sintattica ricorrente, una formula che si ripete, un pattern di lunghezza o di punteggiatura. Poi, a un certo punto, viola la regola. La violazione deve essere percepibile proprio perché la regola era solida.
Due esempi ci vengono da due sinfonie di Haydn. Il primo è l’irruzione: il testo procede quieto e regolare, e a un tratto qualcosa lo rompe di colpo — una frase che spezza il ritmo, una parola fuori registro, un’interruzione violenta — per poi riprendere come se nulla fosse. Il secondo è la sottrazione}: il testo si assottiglia progressivamente, perde elementi uno dopo l’altro — parole, immagini, voci — fino a ridursi a un residuo minimo, quasi al silenzio. Scegli uno dei due modi (o inventane un terzo).


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica; l’atto precedente riguardava Georg Friedrich Handel, il successivo sarà ancora su Haydn.

Quando il papà vola via

Forse non si è mai “grandi” abbastanza per salutare il papà che vola via.

A me è successo che ero già adulto, già babbo a mia volta. L’averlo visto invecchiato, infermo, consumato, perso non ha potuto tuttavia cancellare le immagini, ma sopratutto i profumi, il contatto di pelle, i baci, i ricordi di me bambino insieme a lui grande e forte, il babbo.

Mi manca, inevitabilmente. Mi mancherà sempre, credo, e spero. Anche com’era negli ultimi suoi giorni. I suoi racconti, i suoi ricordi, il mio volermi rivolgere a lui per un consiglio, anche se sapevo di non potermi più aspettare un consiglio utile.

Ma rimane con me, lo porto con me, ogni giorno. In quello che gli racconterei, in quello che gli spiegherei, in quello che gli chiederei. Nei momenti difficili, quando un abbraccio mi farebbe tanto bene; nelle decisioni, quando posso tornare indietro nel tempo e ricordare le sue scelte e come mi ha aiutato nelle mie; nelle soddisfazioni piccole e grandi che incontro, che spesso gli dedico, di cui voglio pensare sarebbe orgoglioso.

La sua presenza è reale.

E’ reale perché il suo passare nel suo mondo ha lasciato una traccia viva: una famiglia; affetti che rimangono, legami che senza di lui non sarebbero stati. Tanto di ciò che siamo è passato dalle sue forti mani, reca le sue impronte. Certo, mescolate ad altre, ma le sue sicuramente tra le più profonde, della profondità che dà il voler bene fino in fondo.

Anche senza considerare la speranza di rivederci un giorno, speranza incrollabile che lui aveva e che mi ha trasmesso, tutto questo non toglie nulla al dolore di una partenza, di un’assenza continua, ma forse può dargli una prospettiva diversa.

(Dedicato a Carola, quel che c’era dentro alla carezza di stamattina)

Quel che va detto

Mi segnala un amico un articolo che mi è sfuggito perché da qualche anno ormai non sono più abbonato al settimanale su cui è uscito. Niente di personale: il rinnovo dell’abbonamento era un compito che avevo affidato a mio padre, ed è una delle poche cose sue che non mi sono ripreso, in parte per pigrizia, ma solo in parte.

Poi però mi leggo queste righe, e in parte mi rammarico di non aver letto prima e di non aver risposto con una lettera di complimenti per il contributo.

Il brano che ho letto è un estratto. Intuisco che il tema sia quello dell’educazione in famiglia, dei ruoli educativi e dell’importanza che in famiglia ci siano una madre e un padre. Argomentato così…

C’è in educazione un proprio della relazione femminile (quella della mamma) e un proprio della relazione educativa maschile (quella del papà).

Avesse detto: “c’è un proprio della relazione della mamma e un proprio della relazione del papà”, mi sarei sentito tranquillo e a posto. Però… guardando alla mia esperienza, io sono diverso da mia moglie, e nell’educazione dei nostri figli ognuno di noi porta in dote tutto se stesso o se stessa. Compreso ciò che ha a che fare con il maschile e il femminile (che, però, mi dispiace, non riesco a separare così nettamente da tutto il resto, che con il maschile e il femminile ha meno a che fare). D’altra parte io sono diverso da mio padre, mia moglie da mia madre, e nella relazione educativa dei miei genitori nei miei confronti ritrovo lo specifico di mio padre e quello di mia madre, che non sono lo stesso che caratterizza il mio e quello di mia moglie nei confronti dei nostri figli. Purtroppo le carte si mescolano. E non sono nemmeno sicuro, francamente, di non fare una cosa terribile: quella di essere io stesso portatore di qualche elemento “femminile”, né di escludere categoricamente che la madre dei miei figli (la mamma!) non possa lei stessa essere latrice di specifici “maschili”. Ad esempio: il pensiero critico, ce l’abbiamo sia io che mia moglie, è un doppione: è maschile o femminile? Per sapere, così dimezziamo. O l’amore per la musica, io ce l’ho, ma per la musica un po’ più classica, mentre a mia moglie piace soprattutto la pop: dobbiamo scambiarle, secondo me, vero?  Poi io sono morbido e avvolgente, mentre mia moglie è più secca e legnosa: non va bene? Mi sento già male, ma andiamo avanti…

Quando queste due relazioni vengono disattese o sono confuse, cioè la mamma fa il papà e il papà viceversa fa la mamma, può avvenire il “disastro” educativo!

Può. Forse ci salviamo dal disastro. Nel senso che io cucino, e cerco anche di metterci qualche elemento educativo dentro, quando ho i miei figli accanto. Nel senso che io sono molto più a casa di mia moglie, per lavoro, e cerco anche, quando riesco, di far sì che la mia maggior presenza abbia un senso educativo. Nel senso che in casa cerchiamo di evitare (ma queste mode educative moderne, non so dove le abbiamo prese!) che i ruoli e le mansioni domestiche diventino caratteri sessuali terziari, mentre vorremmo che si definissero sulla base dell’efficienza, dei gusti personali, della versatilità. L’anticamera del disastro educativo. Ma “può”: forse la scampiamo.

Infatti il proprio del femminile è di far sentire i propri figli protetti perché parte di sé; è far sentire educativamente che la vita è un dono caldo d’amore; ecco la dolcezza della mamma.

Belli questi indicativi oggettivi. E’ così, punto. Ecco vedi? Quando mi sento protettivo, educativamente faccio un lavoro femminile. E dire che pensavo che mi spettasse, che spettasse anche a me. Quando dimostro dolcezza ai miei figli, faccio la mamma. Non va mica bene. E d’altra parte, è così: io l’utero che li ha portati per nove mesi mica ce l’ho; quell’utero che dopo nove mesi, con grande dolcezza, li ha cacciati fuori, in quella vita così caldo dono d’amore. Eppure, non mi sembrava male che magari, alla sera, quando mia moglie rincasa tutt’altro che dolcificata, potessi essere io a sostituirla in ciò che in quel momento lei non è in grado di dare ai nostri figli. Rinuncerò, forse. Rinunceranno loro, in realtà.

Invece il proprio del maschile è far sentire i propri figli capaci e responsabili perché parte della realtà con tutti i suoi aspetti d’impegno e di svago. La vita nell’educativo maschile si deve presentare come un compito d’amore da svolgere: ecco le regole buone del papà.

Mi sa che sono stato fregato. Io preferivo la dolcezza. Cosa devo fare? Come mi regolo? No, perché “si deve”. Quindi quando piangono: andate dalla mamma, tornate da me quando volete sentirvi capaci e responsabili. Poi non so, io ho sempre pensato di essere capace e responsabile nel fare alcune cose, mentre per altre di me stesso non mi fiderei mentre di mia moglie ad occhi chiusi. Perché a me è toccata la cosa pallosa e non a lei? No, dico, mia moglie mica è incapace e irresponsabile! Poi buone o non buone le regole sono regole: una palla al piede. Devono proprio essere le mie? Non è che magari sono più efficaci se sono quelle di papà e mamma, nell’ordine preferito? Se sono quelle della famiglia? Ma “si deve”… si farà.

Come l’infanzia-fanciullezza può essere ritenuta il tempo della madre (dolcezza), così l’adolescenza-giovinezza si potrebbe auspicare il tempo del padre (l’impegno alle regole)!

Oh che bello, allora mi riposo un po’. Devo dire a mia moglie che mi riaccendo tra otto-nove anni. Glielo dirò dolcemente, non vorrei che capisse davvero.

Questa dinamica educativa famigliare che affida a ciascuno il proprio compito non po’ (sic) essere, anche solo per comodità o per delega materna, disattesa: il rischio sarebbe minare non solo il futuro, ma soprattutto l’oggi dei propri figli.

Ora ho capito tutto: è colpa di mia moglie. E’ lei che delega. E magari per comodità. Glielo chiederò, perché delega. E mica una baby sitter donna: delega me, attenzione. Poffarbacco, che subdola, che tentatrice! mi ha persino convinto che questa delega fosse una bella cosa, che fosse un gestire insieme una famiglia, che fosse, che fosse…

Il mio amico si è dimenticato di segnalarmi il nome dell’autore. Glielo dovrò chiedere. Perché, comunque, alcune cose non mi sono chiare. Ad esempio, lui parla di mamma e papà. Poi però ci sono famiglie con solo la mamma, o con solo il papà. E mica solo perché, ohibò, mamma e papà hanno divorziato. Ecco, non mi è ben chiaro come si sfugge al “disastro” in quei casi.

E poi, ripensandoci, vorrei mi spiegasse come funzionano le cose in una famiglia come la mia. Eh sì: da noi non c’è una mamma e un papà. Ci sono una mamma e un babbo. E ci sono, entrambi, persone reali, non proiezioni in una mente maschilista di modelli educativi ottocenteschi.

Girotondo

Aspettando l’apertura di un negozio piuttosto pigro, mi sono trovato con una mezz’ora da perdere.

Sono andato a trovare nonno Ferdinando e nonna Cesira. Bisnonno e bisnonna, per la precisione.

Riposano in un piccolo camposanto in una pianura senza orizzonte, come dice mia mamma, in cui lo sguardo incontra sempre qualcosa, albero, boschetto, casolare, argine. O nebbia.

Un cimitero piccolo, racchiuso da mura antiche in cui il cancello aperto è comunque una soglia faticosa da attraversare.

A destra e a sinistra del vialetto stanno i due campi, appunto. Erba stentata tra chiazze di pesante terra nuda; poche croci di ferro arrugginito che devono aver recato, un tempo, nomi ormai dimenticati; poche lapidi sparse, di pietra nera d’umidità e verde di muschio, i segni dello scalpellino ormai persi tra quelli del tempo; due cespugli e un piccolo albero, denudati di recente da cesoie competenti.

In fondo sorge la cappella, chiusa. Ai due lati, sotto la protezione di una loggia ad archi, il muro è diviso in avelli.

Ed eccole: in alto a destra, le fotografie dei miei bisnonni, che non avevo mai visto. “Coniugi”, c’è scritto su un’unica lapide, e li immagino riposare insieme dopo aver trainato appaiati una vita che ha avuto più vomere che falce.

Poco più in là, Franco, il cugino e compagno di giochi di mio padre e dello zio Quiro.

E poi l’occhio mi cade in basso, su una fotografia di un giovane uomo sorridente. Il nome non si legge, nascosto da un grande mazzo di fiori ormai al termine della sua vana battaglia contro il tempo. Si legge la data della nascita, circa un anno prima della mia, e quella della morte, un anno e un paio di settimane fa. Attaccata alla carta dei fiori, c’è una molletta da bucato. Rosa. Con un minuscolo cuoricino di peluche. Come due dita che tengono stretto un disegno, lo ancorano all’omaggio floreale sicuro nel suo vasetto. Il disegno a pennarello di una famiglia, in tre si prendono per mano. Mamma, bimba, papà. Papà.

…

Ecco, io ringrazio il cielo. Per quel negozio che apre alle dieci di mattina. Per i cimiteri di campagna, in cui si rispettano i morti e i sentimenti dei vivi hanno la libertà di rimanere finché vogliono. Per quella bimba. Per quella mamma. Per quel papà.

Perché in quel disegno, aggrappato a un ricordo del primo anniversario di un’assenza terribile, c’è scritto a carioca a punta fine quali sono le cose che contano davvero, che vale la pena accumulare. C’è un’eredità di desideri.

Casca il mondo, casca la terra, tutti giù per terra. E’ un girotondo solo se ci si tiene per mano.

Padre, madre, uno e due

Ho letto di recente la proposta di sostituire, immagino nel linguaggio ufficiale, le diciture “madre” e “padre” a favore di “genitore 1” e “genitore 2”.

Con tutto il rispetto per chi la propone, che credo abbia ragioni per avanzare tale idea, a partire da un tentativo di non discriminazione per i figli di coppie omosessuali, mi permetto di dissentire.

Se c’è qualcosa di discriminante è, per i genitori, l’essere etichettato come primo o secondo. Su che base? Chi è il numero 1 e chi è il numero 2? Perché?

Io sono padre, non sono genericamente un genitore. La mia identità sessuale fa parte della mia persona e me la porto dietro anche quando mi relaziono coi miei figli, e anzi ritengo sia un elemento importante della relazione educativa con loro. E lo stesso vale per mia moglie, che è madre e non genericamente genitore (o “genitrice”? ma allora se il nome porta dentro il genere che senso ha?).

La differenza c’è, è ovvia, ed è inutile cercare di nasconderla. Un figlio di una coppia eterosessuale ha in famiglia un padre e una madre, portatori di due identità di genere. Che questo sia indispensabile per la corretta crescita dei bambini, non lo credo, ma non importa: due sono due, una è una e non vedo come si possa negarlo, anche quando si voglia immaginare che i generi siano naturalmente tre e non due.

Se c’è ragione di inventare una “terza via”, inventiamola e battezziamo il terzo genere con il nome che preferiamo. Questo non toglie che io resto padre e mia moglie resta madre. Allora ci saranno bambini con un padre e una madre e bambini con due “x”. Il problema, se c’è, non è mai nel nome, come diceva efficacemente Romeo.

Allora, bisogna scegliere. Se riteniamo che un bambino che ha due padri o due madri sia oggettivamente svantaggiato rispetto a chi ha un padre o una madre, la soluzione non è far finta di nulla e ribattezzare i genitori “uno” e “due”. Se invece riteniamo che due padri o due madri, per il bambino siano lo stesso che un padre o una madre, non c’è motivo, di nuovo, di cambiare i nomi delle cose, anzi.

Se l’attenzione è rivolta, invece, alle discriminazioni che un bambino può subire socialmente per un motivo che non dipende da lui, come quello di avere due padri o due madri, io credo che non ci sia nessuna differenza tra tali discriminazioni e quelle che potrebbe subire per altri motivi su cui non ha controllo e responsabilità, come l’appartenenza etnica, il passaporto dei genitori, le proprie idee o quelle dei parenti, il numero di scarpe del cugino: cambiare i nomi delle cose non aiuta a vincere la stupidità, ma le permette di nascondersi.

Dove Hollywood fallisce

E’ in arrivo un post, l’ultimo, di letture primaverili. Arriverà, temo, ad estate già iniziata, visto che i tempi di lettura, in questo periodo, sono abbastanza compressi da una sonnolenza per nulla soprendente e piuttosto invadente.

Il romanzo che sto leggendo ha alcuni elementi biografici e storici legati all’Indocina nell’immediato secondo dopoguerra. Diciamo il periodo dell’ascesa di Ho Chi Minh, per intenderci.

Il nome Vietnam solitamente evoca immagini alla Apocalypse Now: una guerra americana.

Confesso il mio quasi totale disinteresse per l’argomento. Credo di aver visto Platoon, unico tra i film sul tema, giusto perché era in proiezione in un’assemblea di istituto quando ero liceale. Penso che il disinteresse sia legato alla prospettiva storica, indipendentemente da chi siano i buoni e i cattivi: la prospettiva di chi descrive la guerra in quanto tale, senza mai accennare al tempo di pace che l’ha innescata.

Ho scritto quasi totale disinteresse, perché invece alcuni nomi, alcune vicende, alcune presenze che ho ritrovato nel libro che ho sul comodino, riposavano inquiete in qualche angolo della mia memoria. Nomi come quelli del generale Giap, di Ho Chi Minh stesso, di Viet Minh, di Dien Bien Phu, del generale Navarre (ma come, un francese?): erano lì, da qualche parte, ad aspettare di essere rispolverati.

Ed è stato mio padre a farceli entrare. Chissà in che occasione me ne aveva parlato, chissà cosa gli avevo chiesto: lui mi aveva risposto con la storia della cacciata dei Francesi dall’Indocina, come se la ricordava lui che l’aveva seguita da adolescente, presumo alla radio.

E’ una delle cose che mi manca di più, di mio padre: il suo raccontare storie. A volte, storie con la s minuscola, aneddoti talvolta banali, magari legati alla sua esperienza lavorativa; altre volte brandelli della grande Storia che il suo tempo aveva attraversato, a differenza del mio.

Mi manca a due anni dalla sua scomparsa e a diversi di più da quando il suo raccontare storie si è appannato, ha perso ciò che sapeva comunicare: ancora oggi, sentendo certi nomi, leggendo di certi avvenimenti, la mia prima istintiva reazione è un’annotazione mentale, la prossima volta che lo vedo gliene parlo, gli chiedo…

Non mi manca, evidentemente, per le informazioni: le enciclopedie ieri e internet oggi garantiscono una maggiore precisione ed efficienza, senza dubbio. No, era qualcosa che assomigliava a un passaggio di testimone, proprio in senso sportivo, come una staffetta. Mi consegnava più che dei fatti, un’interpretazione dei fatti, un racconto che era lettura degli avvenimenti, quella di chi li aveva vissuti più o meno da vicino. Era anche un modo per conoscerlo meglio, mio padre, collocandolo rispetto non solo alle persone care e note, ma anche agli avvenimenti che avevano influenzato la sua vita e che erano rimasti come punti di riferimento anche per le generazioni successive. Parlandomi di Ho Chi Minh non me ne cantava le gesta, ma mi tratteggiava i miti, positivi per alcuni, negativi per altri, di un’epoca, quella dei suoi quindici anni, le paure e le speranze che quel nome esotico e lontanissimo evocavano qui allora. E lo faceva in modo intelligente: i suoi racconti erano spesso lunghi perché larghi, perché miravano anche a dar ragione del perché degli avvenimenti, a spiegare gli antefatti, a farmi capire che, come per gli effetti è impossibile stabilire un termine, anche per le cause è arbitrario determinare un inizio.

E dove hanno fallito le migliori forze dell’entertainment di Hollywood, è riuscito il racconto emozionale, esperienziale e intelligente di una persona cara. E un libro che tocca le stesse corde.

Da padre, da insegnante, questo me lo segno: è una lezione importante.

E anche questa la imparo ascoltando con emozione, vivendo l’esperienza di, leggendo con intelligenza: un racconto che può continuare ormai solo nel silenzio del ricordo.

Festa del papà

Non so bene come o perché, ma almeno in parte del mondo anglosassone si celebra oggi la festa del papà.

Ora, io sono un babbo e non un papà, e ne vado orgoglioso.

Ok, parentesi aneddoto. Passeggiavamo per Volterra, tutta la famiglia, e, davanti a un bar, abbiamo assistito all’azione repressivo/punitiva di un padre, immerso in conversazione con altri due maschi coetanei, nei confronti del figlioletto cinquenne che, evidentemente, stava importunando il genitore oltre ogni sopportazione, tant’è che l’adulto ha sollevato con irruenza il bambino, lo ha letteralmente sbattuto a sedere su un barilotto al suo fianco e ha completato l’azione, secondo me più orientata a impressionare i due interlocutori adulti che a qualunque altro scopo, con un bello scappellotto e una sgridata pubblica. Al ché, il mio maggiore chiede a mia moglie: “perché quel babbo si è arrabbiato con quel bimbo? che cosa ha fatto il bimbo?”. E, prima che mia moglie possa rispondere, interviene dalla profondità dei suoi mondi virtuali il più piccolo: “secondo me quello non è un babbo, quello è un papà”.

Tiè.

Comunque, stavo dicendo della festa del papà.

Che da noi si festeggia il 19 marzo, festa di San Giuseppe.

Ora, a me San Giuseppe sta molto simpatico, per altri motivi. Per motivi anche molto diversi da quelli addotti come motivo da chi lo propone come oggetto di venerazione.

Sono convinto che di lui abbiano scritto cose meravigliose altri santi, teologi, poeti sopraffini. Nel Vangelo, la figura di San Giuseppe come padre è quella dello chauffeur. Arriva l’angelo che dice di partire, e lui parte con tutta la carovana. Per Betlemme, per l’Egitto, per tornare indietro. Non viene mai più menzionato, se non come “il padre” (e anche qui, non c’era un padre un po’ più padre da prendere a modello?) di Gesù in un paio di episodi dell’infanzia. Fine della storia.

San Giuseppe, il padre putativo, l’accompagnatore. L’assente.

Ripeto, San Giuseppe mi sta molto caro per altri versi. Ma chi mi dice di festeggiare il papà (o il babbo) il giorno di San Giuseppe per me non ha capito una cippa di padri e paternità.

E quindi grazie mille, decido che d’ora innanzi festeggerò la terza domenica di giugno,  e ricevo quindi oggi volentieri gli auguri per la festa del papà (o del babbo).