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Avanti, viaggiatori

Pensando a inizi e fini, partenze e arrivi, torno a citare il mio vecchio amico TSE…

III.

Talvolta mi domando se questo è ciò che Krishna intendeva –
Tra le altre cose – o è un modo di dire la stessa cosa:
Che il futuro è un canto svanito, o una Rosa Reale o uno stelo di lavanda
Di nostalgico rimpianto per coloro che non sono più qui a rimpiangere,
Pressato tra le pagine gialle di un libro che non è mai stato aperto.
E la salita è la discesa, l’andata è il ritorno.
Non potete affrontarlo con fermezza, ma questo è sicuro,
Che il tempo non è guaritore: il paziente non c’è più.
Quando il treno parte, e i passeggeri si sono accomodati
Con la frutta, i periodici e le lettere di affari
(E quelli che li hanno salutati hanno lasciato il marciapiede)
I loro volti si rilasciano dall’angoscia al sollievo,
Al ritmo sonnolento di un centinaio di ore.
Avanti, viaggiatori! senza scappare dal passato
A vite diverse, o a un futuro qualsiasi;
Non siete le stesse persone che hanno lasciato quella stazione
O che arriverà a qualunque destinazione,
Mentre i binari che si avvicinano scivolano insieme dietro di voi;
E sul piano del merci tamburellante
Guardando il solco che diviene ampio dietro di voi
Non dovete pensare che ‘il passato è finito’
O che ‘il futuro è davanti a noi’.
Al calare della notte, nel sartiame e nell’antenna,
C’è una voce che canta (anche se non all’orecchio,
La mormorante conchiglia del tempo, e non in alcun linguaggio)
‘Avanti, voi che pensate di star viaggiando;
Voi non siete quelli che hanno visto il porto
allontanarsi, o quelli che sbarcheranno.
Qui, fra la sponda di qua e quella lontana
Mentre il tempo è ritratto, considerate il futuro
E il passato con mente imparziale.
Nel momento che non è di azione o di inazione
Potete ricevere questo: “in qualunque sfera di essere
La mente di un uomo possa essere intenta
Al tempo della morte” – quella è l’unica azione
(E il tempo della morte è ogni momento)
Che fruttificherà nelle vite di altri:
E non pensate al frutto dell’azione.
Avanti.
O viaggiatori, o naviganti,
Voi che venite al porto, e voi i cui corpi
Sopporteranno il processo e il giudizio del mare,
O che altro evento, questa è la vostra vera destinazione’.
Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna
Sul campo di battaglia.
Non buon viaggio
Ma avanti, viaggiatori.

(Thomas S. Eliot, Quattro Quartetti, I Dry Salvages)

Universalità e solidarietà

In questo giorno di lutto, un testo, che molti considerano il primo, più antico brano poetico della nostra lingua, e che, indipendentemente dal credo religioso, dall’appartenenza ideologica, dall’origine etnica, parla a tutti indistintamente. Ricorda l’universalità della nostra fragilità e della nostra dignità, del valore e della bellezza della vita; e in questa universalità ci ricorda che quanto condividiamo ci rende solidali, oggettivamente: lo stesso sole, la stessa acqua, la stessa morte, la stessa vita. Una solidarietà che abbiamo bisogno, ogni giorno, e oggi in particolare, di ricordarci, di risvegliare.

Altissimu onnipotente bon Signore.

tue so’ le laude la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo altissimo se konfano.

et nullu homo ene dignu te mentovare.

Laudato sie mi’ Signore cum tucte le tue creature, spetialmente messor lo frate sole, lo qual è iorno et allumini noi per loi. Et ellu è bellu e radiante cun grande splendore, de te Altissimo porta significatione.

Laudato si’ mi’ Signore per sora luna e le stelle, in celu l’ai formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’ mi’ Signore per frate vento et per aere et nubilo et sereno et onne tempo, per lo quale a le tue creature dai sustentamento.

Laudato si’ mi’ Signore per sor’aqua, la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’ mi’ Signore per frate focu, per lo quale ennallumini la nocte, ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra matre terra, la quale ne sustenta et governa, et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’ mi’ Signore per quelli ke perdonano per lo tuo amore, et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke l’sosterrano in pace, ka da te altissimo sirano incoronati.

Laudato si’ mi’ Signore per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente po skappare. Guai acquelli ke morrano ne le peccata mortali, beati quelli ke trovarà ne le tue santissime voluntati, ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate et benedicete mi’ Signore et rengratiate et serviateli cum grande humilitate.

(Francesco d’Assisi, Cantico delle creature)

H-rezzare la coscienza

Inizio con un piccolo gioiello che viene dritto dalla mia infanzia, dalle letture che ci proponevano a scuola.

C’era una volta un’Acca.
Era una povera Acca da poco: valeva un’acca, e lo sapeva. Perciò non montava in superbia, restava al suo posto e sopportava con pazienza le beffe delle sue compagne. Esse le dicevano:
– E così, saresti anche tu una lettera dell’alfabeto? Con quella faccia? Lo sai o non lo sai che nessuno ti pronuncia?
Lo sapeva, lo sapeva. Ma sapeva anche che all’estero ci sono paesi, e lingue, in cui l’acca ci fa la sua figura.
– Voglio andare in Germania, – pensava l’Acca, quand’era più triste del solito. – Mi hanno detto che lassù le Acca sono importantissime.
Un giorno la fecero proprio arrabbiare. E lei, senza dire né uno né due, mise le sue poche robe in un fagotto e si mise in viaggio con l’autostop.
Apriti cielo! Quel che successe da un momento all’altro, a causa di quella fuga, non si può nemmeno descrivere.
Le chiese, rimaste senz’acca, crollarono come sotto i bombardamenti. I chioschi, diventati di colpo troppo leggeri, volarono per aria seminando giornali, birre, aranciate e granatine in ghiaccio un po’ dappertutto.
In compenso, dal cielo caddero giù i cherubini: levargli l’acca, era stato come levargli le ali.
Le chiavi non aprivano più, e chi era rimasto fuori casa dovette rassegnarsi a dormire all’aperto.
Le chitarre perdettero tutte le corde e suonavano meno delle casseruole.
Non vi dico il Chianti, senz’acca, che sapore disgustoso. Del resto era impossibile berlo, perché i bicchieri, diventati “biccieri”, schiattavano in mille pezzi.
Mio zio stava piantando un chiodo nel muro, quando le Acca sparirono: il “ciodo” si squagliò sotto il martello peggio che se fosse stato di burro.
La mattina dopo, dalle Alpi al Mar Jonio, non un solo gallo riuscì a fare chicchirichì: facevano tutti cicciricì, e pareva che starnutissero. Si temette un’epidemia.
Cominciò una gran caccia all’uomo, anzi, scusate, all’Acca. I posti di frontiera furono avvertiti di raddoppiare la vigilanza. L’Acca fu scoperta nelle vicinanze del Brennero, mentre tentava di entrare clandestinamente in Austria, perché non aveva passaporto. Ma dovettero pregarla in ginocchio: Resti con noi, non ci faccia questo torto! Senza di lei, non riusciremmo a pronunciare bene nemmeno il nome di Dante Alighieri. Guardi, qui c’è una petizione degli abitanti di Chiavari, che le offrono una villa al mare. E questa è una lettera del capo-stazione di Chiusi-Chianciano, che senza di lei diventerebbe il capo-stazione di Ciusi-Cianciano: sarebbe una degradazione.
L’Acca era di buon cuore, ve l’ho già detto. È rimasta, con gran sollievo del verbo chiacchierare e del pronome chicchessia. Ma bisogna trattarla con rispetto, altrimenti ci pianterà in asso un’altra volta.
Per me che sono miope, sarebbe gravissimo: con gli “occiali” senz’acca non ci vedo da qui a lì.

(Gianni Rodari, L’acca in fuga, Favole al telefono)

Carina, eh? Me l’ha fatta venire in mente lo spot che ho sentito questa mattina per radio. Si tratta di un intermezzo per ricordare la “Giornata dei risvegli” dal coma, e ha come testimonial Alessandro Bergonzoni. Lo slogan è

“Quando l’ahimè diventa hai me!”.

Un’acca spostata, un’acca che non vale un’acca, che però cambia radicalmente il significato, apre a nuovi significati, risveglia.

Per quanto riguarda la Casa dei Risvegli, vi lascio questo link.

Andando un po’ oltre, mi pare che lo slogan di Bergonzoni sia consolante, non solo nel caso in questione, ma un po’ per tutti noi, che forse abbiamo bisogno di svegliarci un attimo.

A volte basta poco, basta un’acca. Basta un gioco di parole, collegare mondi diversi. Svegliare la consapevolezza.

E’ consolante la solidarietà, non solo quando si tratta di cibo o salute, ma quando è orientata a far emergere il meglio. A passare dal “che ne è della coscienza?” al “ce n’è, della coscienza!”.

Clitunno

Le fonti del Clitunno: ricordando una visita di quattro anni e mezzo fa. Eravamo in cinque e mezzo, allora; se ci andassimo oggi saremmo in otto. Beh… Ci si può tornare.

———

Ancor dal monte, che di foschi ondeggia
frassini al vento mormoranti e lunge
per l’aure odora fresco di silvestri
salvie e di timi,

scendon nel vespero umido, o Clitumno,
a te le greggi: a te l’umbro fanciullo
la riluttante pecora ne l’onda
immerge, mentre

ver’ lui dal seno del madre adusta,
che scalza siede al casolare e canta,
una poppante volgesi e dal viso
tondo sorride:

pensoso il padre, di caprine pelli
l’anche ravvolto come i fauni antichi,
regge il dipinto plaustro e la forza
de’ bei giovenchi,

de’ bei giovenchi dal quadrato petto,
erti su ‘l capo le lunate corna,
dolci ne gli occhi, nivei, che il mite
Virgilio amava.

Oscure intanto fumano le nubi
su l’Appennino: grande, austera, verde
da le montagne digradanti in cerchio
L’Umbrïa guarda.

aa307

Salve, Umbria verde, e tu del puro fonte
nume Clitumno! Sento in cuor l’antica
patria e aleggiarmi su l’accesa fronte
gl’itali iddii.

Chi l’ombre indusse del piangente salcio
su’ rivi sacri? ti rapisca il vento
de l’Appennino, o molle pianta, amore
d’umili tempi!

Qui pugni a’ verni e arcane istorie frema
co ‘l palpitante maggio ilice nera,
a cui d’allegra giovinezza il tronco
l’edera veste:

qui folti a torno l’emergente nume
stieno, giganti vigili, i cipressi;
e tu fra l’ombre, tu fatali canta
carmi o Clitumno.

testimone di tre imperi, dinne
come il grave umbro ne’ duelli atroce
cesse a l’astato velite e la forte
Etruria crebbe:

di’ come sovra le congiunte ville
dal superato Cìmino a gran passi
calò Gradivo poi, piantando i segni
fieri di Roma.

Ma tu placavi, indigete comune
italo nume, i vincitori a i vinti,
e, quando tonò il punico furore
dal Trasimeno,

per gli antri tuoi salì grido, e la torta
lo ripercosse buccina da i monti:
tu che pasci i buoi presso Mevania
caliginosa,

e tu che i proni colli ari a la sponda
del Nar sinistra, e tu che i boschi abbatti
sovra Spoleto verdi o ne la marzia
Todi fai nozze,

lascia il bue grasso tra le canne, lascia
il torel fulvo a mezzo solco, lascia
ne l’inclinata quercia il cuneo, lasci
la sposa e l’ara;

e corri, corri, corri! Con la scure
e co’ dardi, con la clava e l’asta!
Corri! Minaccia gl’itali penati
Annibal diro.-

Deh come rise d’alma luce il sole
per questa chiostra di bei monti, quando
urlanti vide e ruinanti in fuga
l’alta Spoleto

i Mauri immani e i numidi cavalli
con mischia oscena, e, sovra loro, nembi
di ferro, flutti d’olio ardente, e i canti
de la vittoria!

Tutto ora tace. Nel sereno gorgo
la tenue miro salïente vena:
trema, e d’un lieve pullular lo specchio
segna de l’acque.

Ride sepolta a l’imo una foresta
breve, e rameggia immobile: il diaspro
par che si mischi in flessuosi amori
con l’ametista.

E di zaffiro i fior paiono, ed hanno
dell’adamante rigido i riflessi,
e splendon freddi e chiamano a i silenzi
del verde fondo.

Ai pié de i monti e de le querce a l’ombra
co’ fiumi, o Italia, è dei tuoi carmi il fonte.
Visser le ninfe, vissero: e un divino
talamo è questo.

Emergean lunghe ne’ fluenti veli
naiadi azzurre, e per la cheta sera
chiamavan alto le sorelle brune
da le montagne,

e danze sotto l’imminente luna
guidavan, liete ricantando in coro
di Giano eterno e quando amor lo vinse
di Camesena.

Egli dal cielo, autoctona virago
ella: fu letto l’Appennin fumante:
velaro i nembi il grande amplesso, e nacque
l’itala gente.

Tutto ora tace, o vedovo Clitunno,
tutto: de’ vaghi tuoi delùbri un solo
t’avanza, e dentro pretestato nume
tu non vi siedi.

Non più perfusi del tuo fiume sacro
menano i tori,vittime orgogliose
trofei romani a i templi aviti: Roma
più non trionfa.

Più non trionfa, poi che un galileo
di rosse chiome il Campidoglio ascese,
gittolle in braccio una sua croce, e disse
Portala, e servi -.

Fuggîr le ninfe a piangere ne’ fiumi
occulte e dentro i cortici materni,
od ululando dileguaron come
nuvole a monti,

quando una strana compagnia, tra i bianchi
templi spogliati e i colonnati infranti,
procede lenta, in neri sacchi avvolta,
litanïando,

e sovra i campi del lavoro umano
sonanti e i clivi memori d’impero
fece deserto, et il deserto disse
regno di Dio.

Strappâr le turbe a i santi aratri, a i vecchi
padri aspettanti, a le fiorenti mogli;
ovunque il divo sol benedicea,
maledicenti.

Maledicenti a l’opre de la vita
e de l’amore, ei deliraro atroci
congiungimenti di dolor con Dio
su rupi e in grotte;

discesero ebri di dissolvimento
a le cittadi, e in ridde paurose
al crocefisso supplicarono, empi,
d’essere abietti.

Salve, o serena de l’Ilisso in riva,
intera e dritta ai lidi almi del Tebro
anima umana! I foschi dì passaro,
risorgi e regna.

E tu, pia madre di giovenchi invitti
a franger glebe e rintegrar maggesi
e d’annitrenti in guerra aspri polledri
Italia madre,

madre di biade e viti e leggi eterne
ed inclite arti a raddolcir la vita,
salve! A te i canti de l’antica lode
io rinnovello.

Plaudono i monti al carme e i boschi e l’acque
de l’Umbria verde: in faccia a noi fumando
ed anelando nuove industrie in corsa
fischia il vapore.

(Giosuè Carducci, Alle fonti del Clitumno, Odi barbare)

E sono molto contento!

Non c’è niente da fare. L’ellepì di Endrigo-Bacalov-Rodari che ascoltavo da bimbo e di cui già parlavo qua non riesco proprio a cantarlo. Saranno gli anta che si fanno sentire, ma sul più bello, quando i miei due ascoltatori si sono incuriositi, arriva il groppo in gola e mi commuovo.

Oggi era il turno di questa, di cui do anche il link su youtube.

 

Persone male informate o più bugiarde del diavolo

dicono che tu sei nato sotto una foglia di cavolo (2x)

 

Altri maligni invece sostengono senza vergogna

che sei venuto al mondo a bordo di una cicogna (2x)

 

Se mamma ti ha comperato, come taluni pretendono,

ditemi dov’è il negozio dove i bambini si vendono (2x)

 

Tali notizie sono prive di fondamento

ti ha fatto la tua mamma, e devi essere contento (2x).

Il tempo del mondo che cinguetta

Mi ha colpito, rileggendolo, questo verbo, questo “twittering world”. E, come al solito, mi trovo a pensare che settantotto anni fa il signor Eliot aveva uno sguardo ben più lungimirante di tanti di noi oggi. Forse è lo sguardo della poesia.

III.

Questo è un luogo di disaffezione
Tempo prima e tempo dopo
In una luce fioca: né luce diurna
Che investe la forma di limpida immobilità
Che cambia l’ombra in breve bellezza
Che con lenta rotazione suggerisce permanenza
Né oscurità per purificare l’anima
Svuotando il sensuale attraverso la privazione
Cancellando l’affetto dal temporale.
Né pienezza né vuoto. Solo un tremolio di luce
Sui volti tirati logorati dal tempo
Distratti dalla distrazione per distrazione
Riempiti di fantasie e vuoti di significato
Tumida apatia senza concentrazione
Uomini e pezzetti di carta, che fa mulinare il vento freddo
Che soffia prima e dopo il tempo,
Vento dentro e fuori polmoni malati
Tempo prima e tempo dopo.
Eruzione di anime malsane
Nell’aria sbiadita, i torpidi
Portati dal vento che spazza le tristi colline di Londra,
Hampstead e Clerkenwell, Campden e Putney,
Highgate, Primrose e Ludgate. Non qui
Non qui il buio in questo mondo che cinguetta.

Scendete più in basso, scendete soltanto
Nel mondo della perpetua solitudine,
Mondo non mondo, ma ciò che non è mondo,
Oscurità interna, privazione
E spoliazione di ogni proprietà,
Essiccazione del mondo del senso,
Evacuazione del mondo della fantasia,
Inattività del mondo dello spirito;
Questa è una strada, e l’altra
È la stessa, non in movimento
Ma astensione dal movimento; mentre il mondo si muove
Pieno di voglie, sulle sue vie lastricate
Del tempo passato e del tempo futuro.

(Thomas S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Insonnia

Per un libro che sto leggendo (di cui parlerò, ovviamente, in altro post), per l’insonnia, per la situazione, per tutto quanto, ecco un gioiello ritrovato.

Insonnia

Nel cuore della notte mi chiedo

che sarà del Cile?

Che sarà della mia povera patria oscura?

 

Dal tanto amare questa nave sottile,

queste pietre, questi grumi,

la persistente rosa

della costa che vive di schiuma,

giunsi ad esser tutt’uno con la mia terra,

conobbi ciascuno dei suoi figli

e in me procedevano le stagioni

successive, piangendo o fiorendo.

 

Sento che ora, appena

terminato l’anno morto dei dubbi,

quando l’errore che ci dissanguò tutti

è finito e cominciamo a sommare di nuovo

il meglio, il più giusto della vita,

appare di nuovo la minaccia

e sul muro il rancore inalberato.

(Pablo Neruda, Memoriale di Isla Negra, 1964)

Prima dell’inizio e dopo la fine

Oggi, intanto che pensavo a cose durature e cose caduche, al pane in freezer e all’essenza del tempo, alla gastroenterite e al ciclo delle stagioni, mi è tornato alla mente questo pezzo. E ve lo regalo volentieri.

V.

Le parole si muovono, la musica si muove

Solo nel tempo; ma ciò che è solo vivo

Può solo morire. Le parole, dopo il discorso, giungono

Al silenzio. Solo attraverso la forma, il disegno,

Parole o musica possono raggiungere

La quiete, come un vaso cinese ancora

Si muove perpetuamente nella sua quiete.

Non la quiete del violino, finché la nota dura,

Non quella solo, ma la coesistenza,

O diciamo che la fine precede l’inizio,

E che la fine e l’inizio erano sempre lì

Prima dell’inizio e dopo la fine.

E tutto è sempre ora. Le parole si sforzano,

Crepano e a volte si rompono, sotto il peso,

Sotto la tensione, inciampano, scivolano, si deteriorano,

Marciscono per imprecisione, non vogliono stare a posto,

Non vogliono stare ferme. Voci che strillano,

Sgridano, deridono, o semplicemente chiacchierano,

Le assillano sempre. La Parola nel deserto

È soprattutto attaccata da voci di tentazione,

L’ombra piangente nella danza funebre,

Il forte lamento della chimera sconsolata.

 

Il dettaglio del disegno è movimento,

Come nella figura delle dieci scale.

Il desiderio stesso è movimento

Non in sé desiderabile;

L’amore è in se stesso immobilità,

Solo la causa e il fine del movimento,

Senza tempo e desideri

Tranne che nell’aspetto del tempo

Colto nella forma del limite

Fra non-essere ed essere.

Improvviso in un dardo di sole

Mentre ancora la polvere si muove

Ecco salire il riso nascosto

Di bambini tra le foglie

Presto, su, qui, ora, sempre –

Ridicolo il desolato triste tempo

che si stende prima e dopo.

 

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

A un solo termine

I.

Tempo presente e tempo passato
Sono forse presenti nel tempo futuro,
E il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
Tutto il tempo è irredimibile.
Ciò che potrebbe essere stato è un’astrazione
Che rimane una perpetua possibilità
Solo in un mondo speculativo.
Ciò che potrebbe essere stato e ciò che è stato
Puntano a un sol termine, che è sempre presente.
Passi echeggiano nella memoria,
Lungo il corridoio che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo mai
Sul giardino di rose. Le mie parole echeggiano
Così nella vostra mente.

                                                 Ma a che scopo,
Smuovono la polvere su una coppa di petali di rosa,
Non lo so.

                         Altri echi
Popolano il giardino. Li seguiremo?
Presto, disse l’uccello, trovàteli, trovàteli,
Dietro l’angolo. Attraverso il primo cancello,
Nel nostro primo mondo, seguiremo
L’inganno del tordo? Nel nostro primo mondo.
Là essi erano, dignitosi, invisibili.
Si muovevano senza peso, sulle foglie morte,
Nel calore dell’autunno, attraverso l’aria vibrante,
E l’uccello chiamava, in risposta
Alla musica non udita nascosta nei cespugli,
E lo sguardo non visto passava, poiché le rose
Avevano l’aspetto di fiori che sono osservati.
Là essi erano come ospiti nostri, accolti e accoglienti.
Così ci movemmo noi, e loro, in modo formale,
Lungo la passeggiata vuota, al cerchio di bosso,
A guardare giù nel laghetto prosciugato.
Secco il laghetto, secco cemento, dal bordo marrone,
E il laghetto si riempì d’acqua alla luce del sole,
E i fiori del loto si alzarono, lentamente, lentamente,
La superficie brillò al cuore della luce,
Ed essi erano dietro di noi, riflessi nel laghetto.
Poi una nuvola passò, e il laghetto era vuoto.
Andate, disse l’uccello, poiché le foglie erano piene di bambini,
Che si nascondevano eccitati, trattenendo il riso.
Andate, andate, andate, disse l’uccello: gli umani
Non possono sopportare molta realtà.
Tempo passato e tempo futuro
Ciò che potrebbe essere stato e ciò che è stato
Puntano a un solo termine, che è sempre presente.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Il silenzio di questi giorni

Incredibile a dirsi, in questi giorni di mio silenzio sul blog sono state tantissime le visite.

In particolare, tanti hanno cercato l’aforisma di Cicerone di cui parlavo qui. Evidentemente tanti che non hanno capito come è possibile farsi ingannare per la terza volta.

Per costoro oggi un nuovo aforisma col marchio di qualità.

E’ tratto dalle Metamorfosi di Ovidio, Libro IV, v. 428.

Fas est et ab hoste doceri.

Si può anche farsi ammaestrare dal nemico, non è un male.