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Pérotin, o del tempo frazionato

Pérotin, o del tempo frazionato

Alle 6:00 Ivan si svegliò a Hammersmith. Sapeva che non si sarebbe alzato da letto, non per pigrizia: l’incidente non gli lasciava molto da fare se non aspettare.

Alle 6:00 Irina si svegliò a Kensington, fece una doccia, uscì dal suo albergo e prese la metropolitana.

Alle 6:00 anche Jane si svegliò a Vauxhall, fece una doccia, uscì dal suo albergo e si avviò verso la metropolitana.

Alle 6:00 infine Mary si svegliò a Borough, fece una doccia, scese nella sala della colazione del suo albergo e prese un caffè lungo con un croissant, uscì dall’albergo e si avviò verso la metropolitana.

Alle 7:00 Irina uscì dalla metropolitana, si fermò a uno stand di giornali e comprò il Times, poi si avviò a piedi. Alle 7:30 si infilò in una caffetteria, dove ordinò un caffè lungo e un piatto di uova strapazzate col bacon.

Alle 7:00 Jane uscì dalla metropolitana, si fermò a uno stand di giornali e comprò il Times, poi prese un bus. Alle 8:00 scese e proseguì a piedi.

Alle 7:00 Mary uscì dalla metropolitana, mandò un messaggio al telefono e poi lo spense. Prese un bus. Alle 8:30 scese e proseguì a piedi.

Alle 8:00 Irina uscì dalla caffetteria ed entrò in un ospedale. Alle 8:30 ne uscì, con qualcosa in tasca. Prese un autobus.

Alle 8:00 Jane uscì dalla caffetteria e si incamminò lungo la stessa strada. Verso le 8:15 entrò in un negozio di valigie. Alle 8:30 ne uscì con un trolley nuovo. Alle 8:45 entrò in una libreria. Quando ne uscì alle 9:00 il suo trolley aveva l’aria di essere più pesante.

Alle 8:00 Mary scese dall’autobus, attraversò la strada e si fermò a uno stand di giornali ed acquistò il Times. Poi entrò nel parco, dove trovò una panchina e si sedette. A leggere il Times.

Alle 9:00 Irina scese dal bus, ed era di fianco al British Museum, ancora chiuso. Entrò in un negozio di cartoleria, alle 9:15. Ne uscì dopo pochi minuti e aveva al dito un piccolo rotolo di scotch. Alle 9:30 si sedette in una caffetteria, dove ordinò un succo di pompelmo, e si mise a leggere il Times.

Alle 9:00 Jane entrò in un negozio di lingerie. Ne uscì alle 9:30, dopo aver inserito nel trolley quel che aveva comprato. Alle 9:45 entrò in un negozio di cosmetici.

Alle 9:00 Mary uscì dal parco, prese un bus. Alle 9:30 ne scese e proseguì a piedi.

Alle 10:00 Irina si alzo dal tavolino della caffetteria, pagò, uscì e si mise in fila per entrare al British Museum. Alle 10:30 entrò e mandò un messaggio dal proprio cellulare. Poi si avviò verso la galleria Duveen, e si sedette ad ammirare i marmi di Elgin. Alle 10:45 appoggiò la copia del Times sulla panchina, si alzò per guardare un fregio da vicino. Poi si sedette di nuovo. Riprese in mano la copia del Times e se ne andò verso la Stele di Rosetta.

Alle 10:00 Jane si mise in fila per entrare al British Museum. Alle 10:15 entrò e mandò un messaggio dal proprio cellulare, poi si avviò verso la galleria Duveen, e si sedette ad ammirare i marmi di Elgin. Intanto che ammirava appoggiò la copia del Times sulla panchina. Alle 10:45 raccolse una copia del Times e se ne andò verso il tesoro di Sutton Hoo.

Alle 10:00 Mary entrò in una caffetteria, ordinò un succo di pompelmo e si sedette a un tavolino. Sotto il tavolino c’era un pezzetto di scotch, e qualcosa attaccato ad esso. Mary aprì il trolley, ne estrasse un Penguin con con la vita e le opinioni di Tristram Shandy gentiluomo, staccò lo scotch dal tavolino e lo inserì nel libro, che poi ricacciò nel trolley. Alle 10:45 si alzò, lasciò la sua copia del Times, pagò e uscì, avviandosi a piedi.

Alle 11:00 Irina uscì dal British Museum. Fece pochi passi e, alle 11:15 venne arrestata e portata alla più vicina stazione di polizia. La polizia pareva particolarmente interessata al giornale che ella aveva con sé.

Alle 11:00 Jane uscì dal British Museum. Fece pochi passi e, alle 11:15 venne arrestata e portata alla stazione di polizia, un’altra. La polizia, anche nel suo caso, pareva molto interessata al giornale che ella aveva con sé.

Alle 11:00 Mary prese la metropolitana.

Alle 12:00 Irina richiese un duty solicitor.

Alle 12:00 anche Jane richiese un duty solicitor.

Alle 12:00 Mary scese al Terminal 5 di Heathrow, con il suo trolley.

Alle 13:00 Irina fu interrogata alla presenza del suo difensore d’ufficio.

Alle 13:00 anche Jane fu interrogata alla presenza del suo difensore d’ufficio.

Alle 13:00 Mary si sedette al gate, in attesa del volo per Cracovia.

Alle 14:00 Irina fu rilasciata. Alle 14:15 si fermò in una caffetteria, prese un succo di pompelmo e un uovo strapazzato, e spedì un messaggio.

Alle 14:00 Jane fu rilasciata. Alle 14:45 si fermò in una caffetteria, prese un croissant e un caffè lungo e inviò un messaggio.

Alle 14:00 Mary si sedette a bordo, mandò un messaggio, mise il cellulare in modalità aereo e partì.

Alle 14:00 Ivan ricevette un messaggio, poi un altro alle 14:15 e un altro ancora alle 14:45; quindi sorrise, spense il cellulare e si addormentò.

Un po’ lunghetto. Ma se sei riuscito a resistere fin qui, confesso: anche in questo caso ho agito rispondendo a una consegna compositiva ben precisa. Questa:

Scrivi un breve racconto strutturato su tre o quattro “voci” (personaggi) seguendo queste regole matematico-compositive:

Il Tenor: scegli un personaggio che rimanga immobile o confinato per tutta la durata del racconto. Questo personaggio rappresenta il fondamento su cui poggia l’intera struttura.

Le Voci Superiori: Crea altri due o tre personaggi che partano tutti nello stesso istante, ma che si muovano a velocità diverse e compiano azioni differenti.

La Consonanza: Stabilisci dei punti orari precisi (es. le 10:00) in cui le traiettorie dei personaggi devono incrociarsi fisicamente o idealmente.

Il Micro-ritmo: Inserisci piccoli dettagli che fungano da “fioriture” rapide sopra il flusso lento del tempo.

A chi assomiglia questa struttura? A cosa? Beh, è pensata per ricalcare un Organum di Pérotin (XII-XIII secolo).

In un’epoca in cui la musica era quasi sempre una linea singola (il Canto Gregoriano), Pérotin introduce la dimensione del tempo frazionato. Al centro della sua architettura mette il Tenor: una melodia antica, sacra, stirata a tal punto che ogni sua nota diventa un pilastro immobile, un “Ivan” che aspetta. Sopra questo gigante addormentato, Pérotin fa danzare altre due o tre voci (Duplum, Triplum, Quadruplum).

Queste voci sono le nostre “Irina, Jane e Mary”: si muovono agilmente, si rincorrono con ritmi diversi, s’intrecciano in modi complessi ma tornano sempre a incontrarsi sulle note del Tenor. La matematica di Pérotin non è un calcolo freddo, ma l’arte di gestire il traffico delle anime nel tempo: è la scoperta che più voci possono abitare lo stesso istante, ognuna con la propria velocità, senza che l’unità del tutto venga mai meno.

Un esempio: Viderunt omnes.


Questo post fa parte della serie La matematica della musica. L’atto precedente parla di Hildegard di Bingen, e quella successiva di Giovanni Pierluigi da Palestrina.

Dove Hollywood fallisce

E’ in arrivo un post, l’ultimo, di letture primaverili. Arriverà, temo, ad estate già iniziata, visto che i tempi di lettura, in questo periodo, sono abbastanza compressi da una sonnolenza per nulla soprendente e piuttosto invadente.

Il romanzo che sto leggendo ha alcuni elementi biografici e storici legati all’Indocina nell’immediato secondo dopoguerra. Diciamo il periodo dell’ascesa di Ho Chi Minh, per intenderci.

Il nome Vietnam solitamente evoca immagini alla Apocalypse Now: una guerra americana.

Confesso il mio quasi totale disinteresse per l’argomento. Credo di aver visto Platoon, unico tra i film sul tema, giusto perché era in proiezione in un’assemblea di istituto quando ero liceale. Penso che il disinteresse sia legato alla prospettiva storica, indipendentemente da chi siano i buoni e i cattivi: la prospettiva di chi descrive la guerra in quanto tale, senza mai accennare al tempo di pace che l’ha innescata.

Ho scritto quasi totale disinteresse, perché invece alcuni nomi, alcune vicende, alcune presenze che ho ritrovato nel libro che ho sul comodino, riposavano inquiete in qualche angolo della mia memoria. Nomi come quelli del generale Giap, di Ho Chi Minh stesso, di Viet Minh, di Dien Bien Phu, del generale Navarre (ma come, un francese?): erano lì, da qualche parte, ad aspettare di essere rispolverati.

Ed è stato mio padre a farceli entrare. Chissà in che occasione me ne aveva parlato, chissà cosa gli avevo chiesto: lui mi aveva risposto con la storia della cacciata dei Francesi dall’Indocina, come se la ricordava lui che l’aveva seguita da adolescente, presumo alla radio.

E’ una delle cose che mi manca di più, di mio padre: il suo raccontare storie. A volte, storie con la s minuscola, aneddoti talvolta banali, magari legati alla sua esperienza lavorativa; altre volte brandelli della grande Storia che il suo tempo aveva attraversato, a differenza del mio.

Mi manca a due anni dalla sua scomparsa e a diversi di più da quando il suo raccontare storie si è appannato, ha perso ciò che sapeva comunicare: ancora oggi, sentendo certi nomi, leggendo di certi avvenimenti, la mia prima istintiva reazione è un’annotazione mentale, la prossima volta che lo vedo gliene parlo, gli chiedo…

Non mi manca, evidentemente, per le informazioni: le enciclopedie ieri e internet oggi garantiscono una maggiore precisione ed efficienza, senza dubbio. No, era qualcosa che assomigliava a un passaggio di testimone, proprio in senso sportivo, come una staffetta. Mi consegnava più che dei fatti, un’interpretazione dei fatti, un racconto che era lettura degli avvenimenti, quella di chi li aveva vissuti più o meno da vicino. Era anche un modo per conoscerlo meglio, mio padre, collocandolo rispetto non solo alle persone care e note, ma anche agli avvenimenti che avevano influenzato la sua vita e che erano rimasti come punti di riferimento anche per le generazioni successive. Parlandomi di Ho Chi Minh non me ne cantava le gesta, ma mi tratteggiava i miti, positivi per alcuni, negativi per altri, di un’epoca, quella dei suoi quindici anni, le paure e le speranze che quel nome esotico e lontanissimo evocavano qui allora. E lo faceva in modo intelligente: i suoi racconti erano spesso lunghi perché larghi, perché miravano anche a dar ragione del perché degli avvenimenti, a spiegare gli antefatti, a farmi capire che, come per gli effetti è impossibile stabilire un termine, anche per le cause è arbitrario determinare un inizio.

E dove hanno fallito le migliori forze dell’entertainment di Hollywood, è riuscito il racconto emozionale, esperienziale e intelligente di una persona cara. E un libro che tocca le stesse corde.

Da padre, da insegnante, questo me lo segno: è una lezione importante.

E anche questa la imparo ascoltando con emozione, vivendo l’esperienza di, leggendo con intelligenza: un racconto che può continuare ormai solo nel silenzio del ricordo.

Libertà

Fonti del Clitunno, Umbria, 2009.

Cara mamma,

Zoe dorme e approfitto di questo momento di quiete per scriverti quel che ho scoperto in queste ore.

Non so quando sia iniziata la mia sete di libertà. Forse da quando mi sono accorta del valore che tu e papà davate a questa parola, in ogni vostra scelta, e contemporaneamente a quanto poco valore le assegnavate quando ero io a pronunciarla.

Vi ho sbattuto in faccia la mia libertà e ne ho sempre pagato le conseguenze. I miei primi amori, le mie scelte scolastiche, il mio tempo libero: anche quando decidevo ciò che mi consigliavate voi, non ho mai mancato di farvi sapere, spesso con rabbia, più spesso con l’orgoglio di poter opporre alle vostre ricette la mia certezza, che le mie motivazioni erano lontane anni luce dalle vostre. E ho pagato prima di tutto con la distanza che vedevo crescere tra noi, e che volevo fosse il segno del mio essere diversa da voi, del mio essere un’altra cosa, del voler pensionare i vostri valori perché ne avevo dei migliori.

Quando sono uscita di casa mi avete detto che sarei tornata. Non è stato così, ed è giusto. Quando ho lasciato l’università e mi sono dedicata completamente al lavoro in cooperativa, quel lavoro che non avete mai approvato né capito, mi avete comunicato tutta la vostra delusione. La mia, se c’era, era nascosta dall’ebbrezza di potermi gestire da sola, di pagarmi l’affitto e condurre la vita che volevo senza dover rendere conto a nessuno.

Ho smesso di raccontarvi le cose importanti, non ce n’era più bisogno. Quando sono rimasta incinta sono venuta da voi perché non sapevo se essere felice o disperata. Avete scelto la seconda. Non avete capito perché non volevo dirvi chi è il padre, perché non l’ho detto nemmeno a lui e non lo farò. Non l’avete capito, e di fronte a questa mia scelta mi avete proposto di non farla nascere, poi di farla nascere e di affidarla ad altri. Tutti sembravano dire che non ero in grado di amare mia figlia. E per questo ho deciso di tenerla, e di tenerla con me, che fosse mia figlia, che la crescessi insegnandole la libertà che a me era sempre stata resa così difficile, così cara.

Ho fatto tanti errori, ma di molte scelte sono contenta e le rifarei. Credo di avere imparato a usarla, la mia libertà.

Ma la sera di cinque giorni fa, quando mi è stata consegnata Zoe appena uscita dal mio corpo, ho capito che avevo scelto bene, anche se per il motivo sbagliato. Poi vi ho visti entrare nella mia stanza d’ospedale e tu hai detto, quasi per giustificarti: “siamo venuti ad abbracciare la nostra nipotina”, e il papà ha aggiunto “e la nostra bambina che è diventata grande”. Quella sera qualcosa è cambiato. Sono stata felice, come non lo ero stata mai.

Quella notte l’ho allattata piangendo. Quella notte ho capito che le uniche cose che non ho scelto nella mia vita, la vostra presenza e la presenza di Zoe, le uniche cose di fronte alle quali la mia volontà e la mia libertà erano impotenti, quelle catene che mi legano qualunque sia la mia scelta, quelle erano, sono le cose a cui tengo di più al mondo.

Grazie di essere venuta, grazie per aver compreso, come me e prima di me.

Tua figlia, V.

PS: non ho scritto al papà, ma ringrazia anche lui, per favore. Venirmi a trovare non dev’essere stato facile nemmeno per lui.

Dichiarazione spontanea

Signore e signori, onde evitare illazioni prive di fondamento e ricostruzioni lacunose dei fatti, mi accingo a fornire l’unica versione originale e corretta dei fatti. Come si vedrà, al sottoscritto non potrà essere imputata alcuna colpa di quanto è accaduto.

Parliamo dunque di domenica sera. Al rientro intorno alle ore 22 da una piacevole serata in compagnia di amici in località amena tra le colline della vallata a fianco, il sottoscritto si ricorda che l’altra autovettura utilizzata quotidianamente e parcheggiata davanti a casa è in riserva di carburante e che saggezza vorrebbe che si approfittasse degli sconti fine settimana, ancora attivi per meno di due ore.

Entra in casa alquanto appesantito da un piccolo orsetto russante di quasi diciotto chili e dai vari zainetti, borse, borselli, deposita il suo incosciente carico, ne elimina l’abbigliamento superfluo al sonno, lo copre e si reca in cucina a svolgere l’altra operazione fondamentale della domenica sera: il conferimento della frazione organica e dell’indifferenziato ai bidoncini condominiali all’ingresso dello stradello di accesso al condominio.

L’ardito progetto prevede una singola uscita: deposito spazzatura e rifornimento carburante.

La stanchezza della giornata pesa: la domenica è stata una lunga sequenza di viaggi. Inizialmente in città (arrivo ore 8.15) a recuperare le chiavi dell’appartamento materno, in cui cugini stranieri hanno abitato nell’ultima settimana e da cui sono appunto ripartiti. Poi nei monti per la sagra di Sant’Anna. Quivi pranzo luculliano a base di pasta ai funghi, salamini e porchetta, caffè “delicato”. Poi a casa per una sosta tecnica, con fermata anticolpodisonno lungo la strada per un caffè “meno delicato” e doppio. Un momento in cucina per preparare una pasta fredda (uscita ovviamente già fredda dallo scolapasta) e via di nuovo verso la vallata a fianco per la già citata cena tra amici.

In queste condizioni, senza pisolini sulle spalle e con tutto il bendidio sullo stomaco, il sottoscritto si accinge alla prima operazione veramente pericolosa della giornata: il recupero del sacchetto dell’organico dal suo scatolotto marrone. Dicesi il sacchetto, ma intendonsi i sacchetti, uno dentro l’altro, in quanto già al momento della posa ci si era accorti di una imperfetta saldatura del fondo. Manco a farlo apposta, anche il secondo era forato in fondo. Si aggiunga che entrambi i sacchetti straripavano di bucce di melone, ritagli di melanzane pomodori bucce d’arancia: tutta roba voluminosa e liquamosa. Qualche composta imprecazione interiore viene alla mente nel momento in cui il sottoscritto si accorge di dover: 1) suddividere il contenuto del doppio sacchetto in due nuovi sacchetti, per questioni di volume; 2)  pulire sottolavello e davantiallavello e 3) di avere una nuova, ottima ragione per fare una doccia.

Dopo aver passato abbondanti strappi di scottex sul pavimento inondato di sughi fuorusciti, e aver gettato (nell’indifferenziato, per qualche strana ragione) detti strappi maleodoranti, con i sacchetti in mano e, nella stessa mano, anche le chiavi di casa e dell’auto da rifornire, il sottoscritto si prepara quindi ad uscire.

Perché “nella stessa mano”? Ecco, qui è opportuna una lista di motivi:

  1. nella stessa mano, la sinistra, perché la destra, quella del saluto, deve essere pronta agli eventuali, per quanto improbabili, incontri di personalità lungo il tragitto con il massimo nitore e la più agevole stretta;
  2. nella stessa mano, la sinistra, perché la destra, non particolarmente abituata, ha il suo turno apertura porte e pressamento bottoni apriporta, turno che detta mano si offenderebbe a dover saltare;
  3. nella stessa mano, la sinistra, perché il posizionamento dei bidoncini è tale da rendere molto più rapida l’apertura con la destra e lo sgancio con la sinistra;
  4. nella stessa mano, la sinistra, perché le tasche dei pantaloni non sono eccezionalmente abbastanza capienti per i tre sacchetti (si ricordino, due di organico e uno di indifferenziato) e non abbastanza sostenute in vita per i due massivi mazzi di chiavi (casa e auto).

Il sottoscritto quindi si avvia e compie le seguenti operazioni.

  1. Apre (con la mano destra) il primo bidoncino dell’organico, vi trova sufficiente spazio, vi deposita i due sacchetti pertinenti rovesciando (con la mano sinistra) il sacchetto di servizio nel quale li aveva riuniti per timore di ulteriore rilascio di liquami;
  2. chiude (con la mano destra) il primo bidoncino dell’organico e apre (con la mano destra) il primo bidoncino dell’indifferenziato, trovandolo troppo pieno;
  3. chiude (con la mano destra) il primo bidoncino dell’indifferenziato e apre il secondo (sempre con la mano destra), trovandovi spazio sufficiente per il sacchetto nero che quivi deposita (con la mano sinistra);
  4. si volta per uscire dal cortile, accorgendosi di avere in mano solo uno dei due massivi mazzi di chiavi, quello di casa.

Per non tediare nessuno la farò breve. Trovandosi il deposito dei bidoncini in luogo totalmente oscuro (tanto che il sottoscritto confessa di non aver dubbi di aver confuso qualche volta il bidoncino blu e quello nero, di uguali dimensioni), il sottoscritto inizia a spostare i due candidati (il primo organico e il secondo indifferenziato) verso la luce, ma l’operazione, per quanto svolta con grande discrezione e agilità, non ha successo: in nessuno dei due bidoncini si avvista la minima forma del mazzo di chiavi mancante. Prova quindi a tastare il suolo alla ricerca di un portachiavi, trovando però solo erbe spinose che vegetano normalmente sopra i 2500 m di altitudine e nel suddetto deposito dei bidoncini. Sono appena state descritte operazioni che hanno comportato una certa quantità di improperi, principalmente rivolti nei propri stessi confronti, da parte del sottoscritto. Tuttavia, il tono di voce di tali ingiurie è sempre stato rispettoso della quiete e del riposo dei condomini.

Visto che alle 23:00 ormai tutte le tapparelle del condominio sono abbassate, si fa strada un’idea: abbiamo una torcia? avevamo una torcia… Ma la coniuge è assai meno certa, estrae una torcia ricaricabile di emergenza che deve, ovviamente, essere ricaricata; fornisce però il sottoscritto di una candelina da tè e un accendino tipo “bic”, con tanti auguri.

Questo porta il sottoscritto a rischiare la vita: per le vampate dei biogas all’interno dei bidoncini, per le ustioni dovute alla temperatura raggiunta dall’accendino dopo una ventina di secondi di accensione consecutiva; per la epilazione causata dall’abbondante bagno di cera su braccia e mani; per il pericolo di incenerimento del pattume; per le pene corporali inflitte solitamente dagli scherani di Montagna2000 a chi getta cera nel cassonetto sbagliato (visto che sicuramente è stata versata in due diversi). Esito sconfortante: delle chiavi nessun segno.

A questo punto la ricerca è sospesa: il sottoscritto si cambia e lava, prende un’altra mezza dozzina di mazzi di chiavi, l’altra auto, quella a cui il rifornimento era già stato fatto, e si reca di nuovo in città, all’appartamento avito, per recuperare la copia della chiave perduta (appartenente, è bene specificarlo, alla Fiesta dalla mamma, presa in prestito perché non era possibile prestare solo il climatizzatore da installare nella Punto a metano, l’utilitaria di casa, che ne è priva), torna a casa, estrae detta Punto dal garage e vi infila la Fiesta le cui chiavi giacciono da qualche parte in balia di orde di razziatori.

Infine va a dormire. Per poi alzarsi verso le 6:30 e riprendere le ricerche speleologiche alla luce del sole e prima che arrivi il veicolo adibito alla raccolta. Basta un secondo, ed eccole là, in fondo al secondo bidoncino dell’indifferenziato. Il sottoscritto svuota il bidoncino, che durante la notte ha assunto dimensioni spropositate, soprattutto quella verticale, tanto che infine deve tuffarsi al suo interno, col rischio di rimanere a gambe all’aria e testa nel posto meno morbido dove mettere il naso, ma l’agilità è ancora dalla sua parte e porta a termine il compito con un sorriso trionfale.

Tale buonumore lo manifesta anche nel ripristinare i sacchetti estratti e, addirittura, nell’esporre sulla pubblica via i bidoncini condominiali, crepi l’avarizia.

Ecco, così sono andate le cose, e mi riservo di adire le vie legali contro chi sosterrà il contrario. Tiè.

Se c’è una lezione che ho imparato da questa vicenda che è stata a lieto fine, ma avrebbe potuto finire in tragedia, con il sottoscritto triturato insieme all’indifferenziato (nonostante egli sia decisamente organico), è che le candeline da tè non servono a niente.

Una questione d’abito

L’abitudine è tanta che poi, ogni tanto e sempre più raramente, quando arriva una domanda o incrocio uno sguardo scettico o sarcastico, mi chiedo sempre cosa c’è che non va, se ho qualche macchia o se la fretta mi ha giocato qualche tiro.

Oggi è stata una collega di un amico, lei è insegnante, l’ho incontrata in metropolitana. Vedendomi forse a disagio all’ora di punta e in mezzo alla folla, mi ha chiesto se non mi viene mai voglia di poter cambiare vestito, di sentire la libertà nell’abbigliamento.

Avrei dovuto spiegarle meglio, e invece ho sorriso e ho detto: “non ne hai idea”.

Avrei dovuto dirle che l’abito che vesto è un segno delle mie scelte, non solo di un mondo che, chissà perché, dovrebbe costringermi. Come mi abbiglio è prima di tutto un segno di ciò che voglio, dello stile di vita che fa per me, dei valori che intendo vivere con coerenza. Certo, ci sono dei momenti in cui questo mi pesa, soprattutto per motivi pratici: ma mi basta ricordare il perché e subito da sopportare torno a portare.

Un’altra volta, mi è andata peggio, passando davanti a quattro scioperati seduti sui gradini di una piazza, a Roma. Ho sentito di dover giustificare il mio abbigliamento, e ho detto: perché sì, perché non faccio niente di male, perché questo è un paese libero e se qualcuno può andare in giro con buchi esposti alla vista di tutti in posti al limite della decenza, credo che il mio modo di coprirmi non abbia nulla di riprovevole.

Certo, poi quando sono a casa, mi butto addosso altre cose. Cerco quella freschezza, quella “libertà” a cui quando esco ho liberamente scelto di rinunciare. Mi pare che la libertà di vestirmi come mi pare sia un piccolo prezzo di fronte a quella di dare alla mia vita la direzione che voglio.

E allora la prossima volta che vedete un giovane dirigente in doppiopetto grigio in metropolitana a luglio, non fate domande imbarazzanti: se ci pensate su un po’, ci arrivate anche da soli.

La poltrona all’angolo

Sono una poltrona. Morbida, ma non troppo. La mia seduta è un po’ curva, così come è curvo lo schienale. Entrambi sono foderati di un bel cotone scozzese crema e oltremare. Ai bordi è cucito il resto della fodera, tesa, oltremare tinta unita, che scende fino al pavimento. Questo è tutto quello che si vede, non sporge nemmeno un piedino. Sono così, voglio essere tutta d’un pezzo e tutta foderata. E morbida.

Sotto di me un pavimento pulito e lucido. Davanti a me un corridoio che corre dritto e alto, con armadi blu e tante porte. A destra e a sinistra due altri corridoi, anche loro alti, anche loro con tante porte e diversi armadi. Potreste ben dire che sono la poltrona all’angolo.

Sono qui, al mio posto, da tempo, anni credo, anche se io non misuro il tempo: misuro, scusate l’espressione, i sedersi.

Sono fortunata: i miei sedersi sono quasi sempre morbidi. Sono quasi sempre i sedersi di una mamma. Meno spesso di un papà. Spessissimo, mamme e papà, si siedono pesanti di un bimbo, e di preoccupazione. Li sento sedersi morbidi, ma appesantiti.

Stanno aspettando. Di entrare in una di queste porte, o che ne esca il loro bimbo, o che ne esca qualcun altro con cui parlare. Aspettano seduti. Morbidi e pesanti. E inquieti.

Ho piedini piccoli, anche se non si vedono, ma sono forti. Mi servono forti, per portare tutto quel peso, per bilanciare tutto il movimento che un sedersi inquieto e pesante mi scarica addosso. E allora io mi faccio un po’ più curva, nella seduta e nello schienale, più accogliente. Chissà se il mio abbraccio viene colto da queste mamme o questi papà. Probabilmente no, ma io lo faccio lo stesso.

Non posso far altro che sperare che abbiano aspettato comodi, che nient’altro si sia aggiunto alla loro inquietudine e alla loro preoccupazione. E imparo, anch’io, cosa vuol dire essere morbida, lo imparo da quelle mamme e da quei papà, dai loro sedersi, dal loro cullare, giocare, sorridere, scherzare, quando sotto l’imbottitura, come me, hanno qualcosa di legnoso e duro, chi piccolo piccolo, chi grande grande.

In partenza

Chiusi lo schermo del portatile e mi guardai intorno alla ricerca di oggetti da non dimenticare. Intorno a me non vidi nulla di mio. Guardai allora Pau, che era seduto dal suo lato della scrivania. Era concentrato, con le cuffie alle orecchie: ascoltava qualche gruppo folk catalano, come al solito. Mi rivolsi a lui in inglese: lo spagnolo non mi veniva. “Quando vuoi, io sono pronta”.

Pau alzò lo sguardo dalla tastiera, fece per chiedermi di ripetere, ma capì prima, guardandomi: rispose in spagnolo che aveva bisogno di un minuto per inviare un’email.

Andai per un’ultima volta alla finestra. Vidi il parcheggio dell’Istituto, il cancello pedonale con il suo traffico di studenti e docenti; appena fuori l’ingresso dell’Hotel Princesa Sofia e un piccolo tratto di marciapiedi dell’Avinguda Diagonal. Mi sfuggì un sospiro: stavo dicendo addio alla città in cui avevo trascorso gli ultimi sei mesi e di cui mi ero, un poco, innamorata.

Non volevo cedere alle emozioni. Assolutamente escluso. Chiusi gli occhi e visualizzai il volto di Giorgio. Ancora una settimana e l’avrei abbracciato di nuovo, questa volta ad Anversa. L’ultima volta era stato qui, era venuto lui, un mese prima.

Tra qui e Anversa c’era in mezzo una settimana a Roma, l’umiliante esercizio di bussare a tutte le porte della “Sapienza”, di contattare i pochi amici rimasti in giro per l’Italia. A riferire, a spiegare, a chiedere. Non ne avevo nessuna voglia. Non questa volta, basta. Dovevo solo sperare che Giorgio potesse trovare qualche contatto in Belgio, o magari un bando interessante per un post-doc per me, da qualche parte non troppo lontano.

Gli ultimi sei anni erano stati un continuo rincorrerci. Nessuno dei due voleva rinunciare alla propria carriera, alle energie, al tempo, ai soldi spesi per arrivare dov’eravamo arrivati. C’erano stati momenti in cui a turno uno dei due era stato lì lì per cedere, ma poi era arrivata una chiamata, un’email, un contatto che aveva fatto ben sperare.

Pau era pronto. Presi la mia valigia e lo seguii giù fino alla sua auto. La Corolla si infilò nel traffico, diretta all’aeroporto.

“Allora, quando torni?”, mi chiese in spagnolo.

“Se potessi, domani. Ma Anversa ha la precedenza, ora”, risposi in inglese.

“Hai deciso cosa rispondere a McReady?”, chiese di nuovo passando anche lui all’inglese.

“Gli ho già risposto, Pau. ‘No, grazie’. Come faccio? La pendolare tra la Virginia e il Belgio?”.

“E’ un peccato. Ma Giorgio non verrebbe negli Stati Uniti?”.

“Lui verrebbe in capo al mondo, se ci fosse un laboratorio dove lavorare. Alla Virginia State non c’è. Ho chiesto a Stan se conosce qualcuno nel campo di Giorgio, ho chiesto a Giorgio se conosce qualcuno in Virginia e dintorni, ma niente da fare. Guarda, ormai sia lui che io abbiamo una bella lista di pubblicazioni e le chiamate iniziano ad arrivare. Resistiamo così un po’ finché non ci arrivano due chiamate vicine”, conclusi, sperando di non dover riaprire.

“Auguri! E nel frattempo tu?”, chiese Pau mettendo la freccia.

“Io devo sistemare un po’ di cose. Ho diversi articoli ancora in ballo qui, c’è quello con te, quello con Tevez, con Heyes, quella collaborazione a Tampa, con Frankowiak, sai quello del convegno a Cracovia; poi c’è quel progetto europeo di cui ti parlavo… No, di cose da fare ne ho. E posso farle anche in Belgio. Chissà magari riesco a passare tre mesi di seguito con mio marito”, risposi sorridendo e slacciandomi la cintura.

“Se sento qualcosa, ti chiamo. Ma magari mi chiami tu per dirmi che hai trovato qualcosa per voi due  in Italia”, disse lui mentre apriva il bagagliaio.

Scoppiai a ridere per quell’uscita inattesa. “Certo, come no? Grazie Pau, di tutto! Alla prossima! Ci sentiamo…”.

Entrai nella hall, guardai lo schermo delle partenze, infine mi mossi verso il banco del check-in del mio inutile volo per l’Italia.

Capodanno (3/4)

(segue da Capodanno (2))

Shawaine arrivò dal bar, evidentemente in cerca di qualcosa o di qualcuno.

“Dov’è David?”, gridò. “Dove diavolo è finito David? C’è da affettare il prosciutto, e tutti dicono che è il mestiere di David!”

“Eccomi, Sha!”, rispose gridando David, con improvvisa finta agitazione, “finalmente, non vedevo l’ora di affettare il prosciutto, anzi un intero maiale, se serve!”

Un grosso prosciutto al forno era stato appoggiato a un’estremità del tavolo, all’altro capo del quale stava una teglia di costine di manzo. Tra le due portate (anche etnicamente) rivali, giaceva una teoria di piatti, alcuni appena posti, altri già mezzi vuoti, in cui facevano bella mostra di sé cosce di pollo alla griglia immersi in salsa barbecue, costine di maiale, anatra al curry, riso bollito a profusione, coleslaw, sauze, riso e piselli, chutney, e due grandi insalatiere piene di roti, preparato da un ambulante di St James che lo riempiva di carne sul momento. Un altro tavolo presentava invece i dolci: una Dundee cake, ancora intatta, due fruitcake già intaccate, una torta di cioccolato incartata. E tutto intorno mandarini, pawpaw e anguria a cubetti. Sul banco del bar stavano invece bottiglie di Carib, di Rush, qualche Stag, una grossa bottiglia di rum punch piena a metà e fredda, un secchiello di ghiaccio, rum puro, Coca Cola, vodka, succhi di frutta di vario genere, sorrel, gingerbeer, shandy, ponch-de-crème.

Con decisione, David si posizionò tra il tavolo e la parete, dietro alla teglia di prosciutto. Dopo aver esaminato la lama del coltello che era stato preparato per lui, infilò profondamente il forchettone nella carne con la mano sinistra, e con l’altra iniziò a tagliare le prime sottilissime fette. Era un’operazione che aveva ripetuto tante e tante volte prima, l’ultima pochi giorni prima a casa dei suoi genitori, e David si sentiva sicuro nei gesti. Trovarsi a una tavola ben imbandita e compiere questo servizio era ormai per lui quasi un rito. Vedendolo pronto, diversi ospiti si avvicinarono con i propri piatti, in attesa di vederli riempiti.

“Pat”, egli disse. “Allunga il piatto, per favore… Ecco qua”.

“Grazie, David, che profumo!”

“Il profumo non è opera mia! Io affetto soltanto.”

“Grazie, David”, disse il prossimo invitato, il cui piatto mostrava abbondanti segni di precedenti acrobazie alimentari.

Mentre una ragazza si avvicinò per dare una mano a David con i piatti, Claire si posizionò dietro alla teglia del pollo, distribuendo, senza danni per l’immacolata tovaglia, la carne e la relativa salsa. Anche Lily si dette da fare al tavolo della carne, lei con le costine, anch’esse sugose, mentre dagli altri piatti, meno problematici, provvedevano gli ospiti stessi a servirsi. Lily aveva suggerito anche il tacchino, ma Shawaine aveva detto che ne aveva sempre fatto a meno e non era proprio necessario ordinare troppe varietà di carne: dopotutto, tra Natale e Divali, tutti esageravano sempre con il cibo in questi giorni. Gli invitati uomini si impossessavano abbondantemente, come avevano del resto già fatto finora, di bottigliette di birra, mentre le signore preferivano, come al solito, qualche bevanda frizzante, eventualmente corretta con uno schizzo più o meno abbondante di rum o di vodka. La musica proseguiva in sottofondo, ma ora che la mezzanotte si avvicinava e il cibo veniva servito ufficialmente, quasi nessuno era più impegnato nel salone in danze o in conversazione, mentre era la sala bar ad essere affollata. Non passò molto tempo, però, prima che anche il salone si ripopolasse, questa volta di ospiti con piatti in mano. I bicchieri iniziavano ad essere abbandonati qua e là, mentre Sha e Alana venivano spesso viste con scopa e spazzettone a cercare di prevenire infortuni agli ospiti bonificando i pavimenti resi scivolosi per le improvvide precipitazioni di bocconi dai piatti.

David ovviamente non riuscì a servirsi, ma questo faceva sempre parte del gioco. Ogni tanto si fermava accaldato, per le generali scherzose proteste degli ospiti in fila per essere serviti, per dissetarsi con una birra che calava e si riscaldava rapidamente. Boysie andava in giro con gli occhi ben aperti, assicurandosi che ciascuno avesse ciò che desiderava, dando consigli su quali prelibatezze assaggiare, indicando dove trovarle. Lee, con un piatto in mano, abbrancò Alana e la mise a sedere su una sedia, tra le risate, cedendole il proprio cibo. Quando la fila si fu esaurita, e nella teglia rimaneva un’abbondante quantità di fette pronte per essere prelevate, David disse:

“Ora, se qualcuno vuole ancora del prosciutto, lo dica subito”.

Un coro di voci lo invitò a servirsi e a star zitto, mentre Lily arrivò con un piatto di carne che aveva preparato per lui.

“Molto bene”, disse David amabilmente, prendendo un altro sorso preparatorio, “vi prego di gentilmente dimenticarvi della mia esistenza per qualche minuto, signore e signori”. Si allontanò dal tavolo con il suo piatto e non prese parte ad alcuna conversazione in corso tra i gruppetti di due o tre persone intente nella degustazione. Alcuni parlavano di cricket, altri di recenti incidenti avvenuti sulla Bus Route o di altri avvenimenti di cronaca, altri ancora degli ultimi film in programma nei cinema. Devin Andrews, un ragazzo nero magro e alto che lavorava al Globe, stava lodando un recente film dell’orrore in programmazione durante quella settimana, ma un suo interlocutore, che sembrava la sua controfigura, lo stava smentendo con termini tecnici e diceva che si trattava di un prodotto di bassissima qualità. Lee, che si era unito alla discussione, disse che gli era piaciuta molto l’interpretazione di un giovane attore inglese nel colossal del momento, appena uscito nelle sale.

“L’hai visto?”, chiese a Devin Andrews.

“No, non mi è capitato…”, rispose questi con un tocco di superiorità.

“Perché sarei curioso di avere la tua opinione”, spiegò Lee, “visto che vedi molti film. Penso che sia molto bravo.”

“Eh, lascia a Devin stabilire chi è bravo”, disse Boysie, passando di là, avendo un’idea molto vaga di ciò di cui si stava parlando.

“E perché non potrebbe essere bravo?”, chiese Lee piccato. “Perché non è Martin Lawrence o Laurence Fishburn? Solo perché è bianco come un cencio?”

Ovviamente nessuno rispose alla domanda, che, espressa a voce un po’ più alta del normale, era stata udita abbastanza diffusamente. Devin ricondusse l’argomento al film citato da Lee. Certamente, diceva, era il film di successo, ma non l’aveva visto semplicemente perché aveva promesso al suo fratellino Michael di andarlo a vedere con lui al Palladium, tristissimo cinema, tra l’altro, e quindi non era entrato a vedere la proiezione al Globe. Però sapeva che aveva avuto un grande successo, almeno a giudicare dai commenti dei suoi spettatori alla fine. E comunque, anche in questo film c’era un grande del cinema horror, Christopher Lee, che faceva la parte di un cattivo. E come mai, si chiedeva Devin? E si rispondeva dicendo che il cinema horror di una volta era stato una grande scuola di recitazione. Mentre oggigiorno…

“Basta vedere la maggior parte dei film dell’orrore di oggi”, disse Devin, “tutto basato sugli effetti speciali e senza sostanza”.

“E qual è oggi il settore del cinema dove si vedono i migliori talenti?”, chiese Boysie scettico.

“Mah, nel cinema europeo, forse. Quello americano è troppo commerciale e gli unici che fanno carriera sono i belloni e le strafighe”.

“Può essere”, disse Boysie. “Ma anche tra di loro ci sono dei talenti. Guarda Brad Pitt, o quell’altro, quello di ‘Sleepy Hollow’… E poi chi ha qualcosa in contrario sulle strafighe? E poi dimentichi”, aggiunse sogghignando, “il cinema indiano: Bollywood e dintorni!”.

“Johnny Depp”, disse informatissima Lily, che era accorsa con Shawaine e relativi piatti ormai quasi vuoti, attirate e allarmate dal rumoroso exploit di Lee.

“A me”, disse Shawaine con un’ala di pollo in mano, “Brad Pitt non piace. È troppo finto, si vede che recita. A me piace uno che ho visto in un film… come si chiama?”

“Chi, Shawaine?”, chiese Devin con interesse.

“Non mi ricordo il nome”, disse Sha, “era in ‘Hamlet’, non Ethan Hawke… fa ridere: faceva Rosenstein.”

“Hmm…”, disse Devin. “Non saprei. Non sarà Steve Zahn?”

“Sì, sì, è lui!”, disse Sha. “È molto carino. E probabilmente anche bravo”.

“Vedete? Prima carino, poi, probabilmente, bravo”, disse Devin, confortato nelle sue opinioni.

Nel frattempo la distribuzione si era rianimata. Gli ospiti ricominciavano ad affollarsi intorno al tavolo, mentre Claire si era spostata ai dolci e adagiava con agilità fette delle varie torte sui piatti flessibili, di solito riuscendo a mantenerle in piedi. Lily si era spostata ad aiutarla, porgendole i piatti. Le torte non provenivano dal servizio di catering, ma erano state fatte in casa da vari parenti, e la torta di cioccolato da Alana in persona, che declinava i complimenti delle signorine dicendo che non era riuscita abbastanza scura.

“E che cosa vuol dire?”, chiese Boysie. “Anch’io non sono molto scuro, ma sai bene che sono buonissimo lo stesso”.

Quasi tutti i signori ospiti, tranne David e pochi altri, presero del dessert. David, che non mangiava volentieri dolci, si servì di un’altra porzione di riso. Anche Lee prese di nuovo del riso e lo mangiò insieme alla fruitcake, una combinazione insolita, che destò l’ilarità nascosta e distante di parecchi ospiti che lo tenevano d’occhio come un’attrazione della serata. Il medico gli aveva consigliato la frutta e lui, incurante del fatto che la fruitcake contenesse praticamente solo frutta secca, non voleva assolutamente trasgredire gli ordini del suo dottore. Senza contare, ovviamente, la spropositata quantità di rum che costituiva l’ingrediente essenziale del dolce in questione. La sorella di Lee stava giusto dicendo ad alcune ragazze intorno a sé che sarebbe andata a Tobago di lì a qualche giorno. Le sue compagne iniziarono allora a parlare di Tobago, delle loro guesthouse abituali e di cosa ci fosse da fare una volta in vacanza là: visitare Scarborough, andare in spiaggia a Store Bay o a Pigeon Point, il curry crab an’dumplins di Jeanne, le cascate.

“Volete dire che siete tutte delle esperte di Tobago?” chiese un incredulo Boysie, che a Tobago non metteva piede da tempo.

“Ma sì, un paio di volte all’anno vale la pena andarci. Maracas dopo un po’ stanca”, disse Shawaine.

“Ah, se è per quello, ho smesso di andarci, a Maracas. Se voglio nuotare vado a Blanchisseuse o a Salybia, dove c’è scelta: i miei amici vanno in mare, io nel fiume”, disse Boysie candido. “E poi, sei ore di traghetto: mi passa la voglia solo a pensarci!”

Rimase di sasso alla reazione delle signorine, che evidentemente tutte preferivano andarci in aereo.

“Ma certo! Hai ragione, sei ore di traghetto sono tantissime. A parte che ho letto che fra poco metteranno il traghetto veloce, che impiega la metà. Ma ogni ora c’è un volo per Tobago, e ci si mette mezz’ora! Ma da quanto non ci vai?”, chiese Shawaine decisa.

“Mah, una decina d’anni, forse. E costa molto?”, chiese Boysie.

Sha rispose che non ricordava esattamente, ma pensava fosse all’incirca un centinaio di TT. Boysie sembrava ancora più colpito. Lee gli spiegò come meglio poté che il governo teneva le tariffe basse per favorire gli spostamenti dei tobagoniani. La spiegazione non fu molto chiara per Boysie, probabilmente per il tasso alcolico di entrambi, tanto che quest’ultimo chiese:

“E quindi per i tobagoniani costa ancora meno?”

“Tutti uguali, Boysie, tutti uguali. Sta’ tranquillo, non ti fanno pagare di più solo perché è evidente che sei di Trinidad”, gli disse Sha ridendo.

La risata finì in un silenzio in cui nessuno si sentiva di aggiungere qualcosa o di cambiare argomento. Nel silenzio si poteva però udire la sorella di Lee sussurrare a qualcuno:

“Ho una cugina a Tobago. Una brava ragazza, sissignore, una brava ragazza.”

La mezzanotte era ormai alle porte. Boysie e altri amici andavano e venivano carichi di birra, bevande varie e persino un paio di bottiglie di champagne. Dei nuovi bicchieri furono distribuiti. Lee stava per lamentarsi quando gli versarono una quantità secondo lui insufficiente di vodka nel suo succo d’arancia, ma Alana, dietro di lui, gli sussurrò qualcosa in un orecchio e lui si zittì immediatamente. Gradualmente, via via che i bicchieri venivano riempiti, la musica si abbassò, poi cessò completamente e le conversazioni si fecero più tenui. Improvvisamente gli speaker gracchiarono e tutta la casa si trovò sintonizzata sul canale 95 della radio, a un volume decisamente alto. Il presentatore, evidentemente circondato da una folla festante, stava urlando che mancava ormai un minuto al nuovo anno. Ci fu una corsa alle bottigliette, a stappare le birre per essere pronti a trangugiare come prima buona azione del nuovo anno. Shawaine e Alana presero ciascuna una bottiglia di champagne e iniziarono ad aprirne la gabbietta. Quella di Sha si smontò subito, tanto che il suo tappo esplose quando ancora mancavano venti secondi alla mezzanotte; la prima bottiglia fu seguita immediatamente dall’altra, che ormai non aveva nessun motivo per rimanere chiusa. Lo champagne finì dappertutto, le bottiglie scosse apposta per tramutarlo in schiuma volante. I bicchieri si riempirono di qualunque liquido potabile a disposizione degli ospiti, ci furono abbracci, baci, auguri, la radio fu abbassata proprio quando iniziava il conto alla rovescia: per il fuso orario di casa Blake, la mezzanotte era già passata. Qualcuno intonò The Auld Lang Syne, che in pochi secondi conquistò tutta la casa. Al termine della canzone, in un applauso generale, Alana e Shawaine levarono il loro bicchiere, chiedendo attenzione, mentre Boysie picchiava con un coltello da carne su una bottiglia di rum per richiamare il silenzio. David si schiarì la voce.

L’applauso si levò subito più forte, per poi cessare completamente. David depose piatto e bicchiere sul tavolo davanti a sé, appoggiò dieci dita tremanti sulla tovaglia bianca e sorrise nervosamente alla compagnia in attesa. Incontrando una fila di sguardi, alzò gli occhi al lampadario-ventilatore. Il DJ aveva scelto un lento, a basso volume, per le persone rimaste nel salone. Fuori dalla casa si sentiva il crepitare di mortaretti e i cani di tutto il vicinato abbaiavano furiosamente. L’intera vallata era illuminata: le case, le decorazioni esterne, i fuochi d’artificio tingevano di colori e di luce tutta la valle da San Juan a Cantaro. Dietro alle colline, Laventille e poi Port-of-Spain in questa nottata di pioggia leggera scintillavano come vestite di paillettes. Iniziò:

“Ladies and Gentlemen,

“tocca a me stasera, come gli anni passati, un compito assai piacevole ma per cui le mie capacità temo essere inadeguate.”

“No, no!”, gridò Boysie.

“Comunque sia, vi chiedo di accettare la mia buona volontà e prestarmi la vostra attenzione per un momento mentre cerco di esprimere i miei sentimenti in quest’occasione.

“Ladies and Gentlemen, non è il primo capodanno che celebriamo insieme in questa casa, in questa casa ospitale. Per me è un piacevole ritorno a casa. Un appuntamento che ho il grande piacere di poter onorare, tornando da lontano qui tra voi, tutti voi. Salutiamo le splendide nostre ospiti, Alana e Shawaine Blake”. L’applauso scrosciò rumoroso, frammisto di urla e commenti entusiastici più o meno espliciti sulle due sorelle. David decise di non citare Bob, che non si era ancora fatto vivo. Fece un segno circolare con il braccio e si fermò alle due sorelle che, vicine, stavano arrossendo sotto gli sguardi di tutti. Continuò con più coraggio:

“Sono tanti i ricordi che mi legano a questa casa, a voi tutti. Alcuni ricordi sono belli, altri purtroppo si riferiscono a situazioni spiacevoli o persino tragiche. Sono memorie che si sono accumulate di anno in anno, di giorno in giorno, che fanno parte di me, di ciascuno di noi che le ha vissute, memorie di volti cari, di episodi che legano questi volti alle nostre vite. Per me, che abito lontano, questo momento, questa serata è la mia fabbrica di memorie di casa per tutto un anno. In questi pochi giorni, in questa serata si concentrano i momenti del mio Paese che ricorderò in futuro.”

Un mormorio di assenso si diffuse tra il pubblico. David ricordò che Michelle non era là e, anzi, se n’era andata piuttosto scortesemente; disse, con sicurezza:

“Ladies and Gentlemen,

“d’altra parte, non sono le uniche memorie che vedo costruirsi. Da lontano, come su una cartina, Trinidad sembra così piccola, mentre il tempo che vivo in altri luoghi molto più ampi è molto più lungo. Ciò mi rende meno amati il mio Paese, la mia isola, la mia casa? No, rende più libera la mia mente nel giudicarle, ma non le rende meno care. Ne vedo più chiaramente i difetti, ne apprezzo meglio le qualità; ma non le amo di meno. Capisco meglio quanto ristretti e provinciali siano alcuni loro tratti, certo. E proprio perché continuo ad amarle, mi viene il desiderio di cambiarle; vorrei che tutti vedessero quel che ho visto io”.

“Giusto, giusto!”, disse Boysie ad alta voce.

“Perciò”, continuò David, con voce più morbida e confidenziale, “il mio augurio, per tutti voi, è che il nuovo anno vi porti questa esperienza, questa consapevolezza, questo spirito critico. Dio viene da Trinidad…”

Tutti scoppiarono a ridere e ad applaudire alla citazione di questo detto, noto a tutti, ma qui inatteso. Shawaine, che si era distratta un attimo, chiese invano ai suoi vicini di ripeterle la battuta di David.

“Dice che Dio è un trinidadiano”, disse Alana.

Shawaine non capì cosa c’entrasse, ma rivolse nuovamente lo sguardo su David, sperando che la prossima frase chiarisse il suo pensiero.

“Dio viene da Trinidad, ma per fortuna non si è fermato qua, per quanto bello sia il nostro piccolo giardino dell’Eden”.

David guardò le cugine; vedendo il sorriso sulle labbra di Alana e di Shawaine, il dubbio di aver sprecato il fiato gli fu confermato. Si affrettò a chiudere. Levò il bicchiere pieno di champagne con trasporto, mentre tutti gli altri lo imitavano, e disse a voce ben alta:

“Brindiamo al nuovo anno. Salute, prosperità, felicità…e un po’ di saggezza e di conoscenza per tutti noi! Cheers!”

Tutti gli ospiti presenti, bicchiere in mano, ripeterono. Boysie intonò nuovamente The Auld Lang Syne e al suo canto, una volta vuotati i rispettivi bicchieri, tutti quanti si unirono.

Should old acquaintance be forgot

and never brought to mind?

Should old acquaintance be forgot

and auld lang syne?

Alana cantava a pieni polmoni, e persino la solitamente più compassata Shawaine partecipava con trasporto al momento. Lee batteva il tempo stritolando ritmicamente un bicchiere di plastica in mano, e tutti cantavano con grande solennità, voltandosi l’uno verso l’altro:

For auld lang syne, my dear

for auld lang syne

we’ll take a cup o’kindness yet

for auld lang syne.

Le acclamazioni che seguirono furono colte e amplificate anche dagli incalliti ballerini nel salone, che le ripresero più e più volte, con Lee che fungeva da direttore d’orchestra con una forchetta di plastica bianca alta e ben in vista. Il canto scozzese sfumò in nuova musica, bassi che pompavano, bevande che scorrevano, gente che camminava, passava, ballava, si sedeva e si alzava, s’addormentava o mangiava, parlava, gridava, fumava, entrava ed usciva: come poteva e voleva, si divertiva.

Uno spruzzo raggiunse Shawaine, che si guardò attorno per capire chi la stesse schizzando, per poi rendersi conto che la porta-finestra del bar era stata aperta e che ciò che le era arrivato in faccia era proprio pioggia. Disse:

“Chiudiamo subito la porta. Rischiamo di affogare!”

“Boysie è fuori, Sha”, rispose Lily.

“Boysie è dappertutto”, disse Alana, a bassa voce.

Lily rise alla battuta e riprese, affettando sincerità:

“Davvero, è molto attento.”

“Si è installato qui come un elettrodomestico”, disse Alana nello stesso tono, “fin dal giorno di Natale.”

Rise di buon umore, questa volta, e poi aggiunse:

“Cosa sta facendo là fuori? Ormai di cibo non ne serve più… Digli di venir dentro, Lily, e di chiudere la porta. Speriamo che non mi abbia sentito!”

In quel momento si spalancò la porta e Boysie rientrò, ridendo a crepapelle e tentando di pulirsi le mani in un tovagliolo di carta fradicio. Aveva i capelli completamente bagnati e rivoli di pioggia gli segnavano il viso. Indicò con il pollice l’esterno alle sue spalle e disse:

“Sono uscito a godermi la pioggerellina, ma mi sono ricordato che preferisco il rum all’acqua”.

E con questo diede l’avvio alla seconda fase della festa, quella in cui alla musica si sovrapponevano le abbondanti libagioni e insieme a coloro che salutavano e se ne andavano per primi, partiva certo anche la sobrietà di quelli che rimanevano.

David avanzò verso Boysie, sistemandosi la giacca e guardandosi intorno, chiese:

“Dov’è finita Claire?”

“Forse di là a ballare?”, provò Shawaine.

“Ballano ancora?”, chiese David.

“Ma sì, qualcuno… lo sai come va a quest’ora: sempre meno in piedi, sempre più seduti o sdraiati”.

“No, no”, disse Lily. “Devin e quella ragazza che ha ballato tutta la sera con Boysie non se ne sono ancora andati e sono là, avvinghiati come due rampicanti”.

“Beh, qualcuno sta ballando, sentite il DJ come ci dà dentro!”, disse David.

Lily guardò David e gli chiese:

“Non te ne starai andando, spero, David. Non sono ancora riuscita a ballare con te, bello!”

“Ho paura che dovrai aspettare di essere più grande, piccolina”, disse Boysie sorridendo malizioso, “sembra proprio che il nostro David stia per andarsene, in effetti. Ma io rimango, cara, e le bambine mi piacciono tanto…”

“Ma no, David, aspetta ancora un po’: hai fatto un bellissimo discorso, aspetta un po’ di complimenti, almeno”, disse Alana, che, passando con il sacco dei piatti usati, aveva sentito la risposta di Boysie e aveva compreso l’intenzione di David.

“E chi me li fa adesso i complimenti? Sono tutti ubriachi. Ma no, penso che dovremo andare. Domani avremo una giornata di saluti e preparativi, e in più credo che Claire abbia accettato un invito di Michelle per un bagno a Las Cuevas. Non so con chi verrà, se col suo ragazzo…”

“Ne dubito!”, disse Lily, con un’occhiata ad Alana.

Shawaine disse:

“È stata carina a venire, comunque. Quella ragazza ha un bel caratterino! Sai chi era sua nonna, David? Mrs Persad”.

“Mrs Persad chi?”, chiese David, il cui volto subito cambiò espressione in un lampo di tardiva comprensione.

“Lei!”, dissero Alana e Shawaine all’unisono.

Boysie si lamentò di non aver capito di chi si stava parlando. David iniziò a raccontare la storia.

“Il fu Sheldon Blake, nostro nonno”, spiegò David, “comunemente noto nei suoi ultimi anni come ‘il vecchio caimano’, importava noce moscata e immigrati da Grenada”.

“Dai, David”, disse Sha, ridendo, “aveva un’azienda di import-export!”

“Ma sì, sto scherzando”, disse David, “il vecchio caimano aveva questa azienda che aveva rapporti con le isole, soprattutto con Grenada. Mrs Persad era la sua… diciamo contabile-segretaria-legale-factotum. Era come il suo braccio destro. Una donna che tutti rispettavano quasi più di lui! E si faceva rispettare anche da noi nipotini, anche se ci voleva molto bene e ci comprava sempre dei regali”.

“Pace all’anima sua”, disse Shawaine con compassione.

“Amen”, disse David distrattamente, “Era molto più giovane del nonno, no? Mi ricordo che era noto in tutta la famiglia che all’inizio la nonna non la poteva sopportare, ma poi ci fu una serata come queste, in cui le due donne si affrontarono in privato, e da allora divennero inseparabili. Le donne, eh?”

Tutti risero, e Shawaine disse:

“Dai, inseparabili… Diciamo che le ostilità cessarono. Io mi ricordo che la nonna comunque non ne parlava sempre benissimo”.

“Inseparabili’!’, continuò David, “La nonna era una donna di casa: la sua unica occupazione era crescere i figli e mandare avanti la casa, giusto? Bene, lei e Mrs Persad erano diventate tanto inseparabili che a qualunque meeting, cena, occasione più o meno mondana legata al lavoro, il nonno dovesse andare e a cui sarebbe stata presente anche Mrs Persad, iniziò ad andarci anche la nonna!”

Shawaine e Alana, insieme a Lily e Boysie eruppero in una fragorosa risata, specialmente quest’ultimo.

“Mia madre mi ha raccontato”, proseguì David, “che una volta il nonno aveva chiesto ironicamente alla nonna se doveva far liberare un ufficio per lei, così poteva seguirlo anche al lavoro. E, alla risposta acida di lei, che se lui non si fosse tolto dai piedi quella gattamorta, lei sarebbe certamente arrivata anche a controllarlo in ufficio, lui rispose che avrebbe immediatamente provveduto a installare fornelli e lavatoio nell’ufficio vicino al suo, perché ‘quelle sono le uniche cose che devi controllare, donna!’”

Lo scroscio di risa che seguì l’imitazione del nonno che David aveva appena inscenato fu interrotto da un rumore alla porta-finestra. Lily corse ad aprirla, per trovarvi dietro Lee, completamente fradicio, con un cappellino da baseball in testa, che imprecava contro la pioggia.

“Fottuta macchina!”, disse trascinando le parole più che mai, “non vuol saperne di partire!”.

“Con questa pioggia e al buio è inutile provare a ripararla: cercati un passaggio, Lee”, disse David.

“Ma certo”, disse Sha. “Piuttosto, tua sorella non può tornare a Toco stanotte. Dai la facciamo dormire qui, domani chiama il meccanico e ti porta la macchina a St Joseph. Cosa ne dici?”

La sorella di Lee fu ben contenta di non doversi sottoporre a tre ore di viaggio con il fratello in quelle condizioni al volante e sotto la pioggia. Le fu preparata una stanza al piano di sopra, dove si ritirò quasi subito, dopo aver salutato calorosamente David. Lee trovò un ospite diretto a Diego Martin che lo avrebbe accompagnato subito fino a City Gate; da lì avrebbe potuto prendere un qualche maxi fino a St Joseph. Ma subito dopo un altro tizio, diretto a est, verso Valencia, lo avrebbe portato direttamente a St Joseph, ma sarebbe partito fra un’oretta. Ovviamente Lee accettò entrambe le proposte, generando una discreta confusione, accentuata dal fatto che una ragazza di Chaguanas aveva anch’essa chiesto un passaggio a quest’ultimo autista, e tutti intorno si davano da fare nel consigliare dove quest’ultima dovesse essere lasciata senza far troppo deviare l’autista dal suo percorso. Lily cercò di rendersi utile, ma il fatto che ancora non guidasse non giovava alla qualità delle sue proposte. Lee, intanto, in mezzo a tutta questa confusione, era piegato in due dal ridere, finché l’autista della prima macchina decise per tutti e gridò sopra le risate di tutti:

“Lee viene con me, a City Gate, e da lì si arrangia, è un uomo di mondo e sa cavarsela”.

“Sissignore”, disse Lee cercando di rimanere serio.

“Invece la signorina viene con te e tu la porti a Chaguanas. Fai una deviazione sulla Uriah Butler, ci metti un quarto d’ora in più, ma la porti a casa, hai capito bene? Non è la notte da far girare da sola per la strada una fanciulla innocente! Innocente, dico bene?”

“Fino a prova contraria, vostro onore”, rispose la ragazza.

“Sissignore”, fece eco ridendo il secondo autista contemporaneamente.

“Bene, situazione risolta”, disse il deciso autista, accasciandosi su una sedia.

“E quando partiamo? Faccio in tempo per un’altra birra?” chiese Lee.

“Non se ne parla nemmeno”, disse l’altro, “partiamo subito! Andiamo a salutare!”, e si alzò di nuovo, partendo a distribuire baci, abbracci e ringraziamenti.

(segue)

Capodanno (2/4)

(segue da Capodanno (1))

In effetti, David era fuori nel garage con Lee. Quest’ultimo, un ragazzone di circa trentacinque anni, era più o meno della stessa struttura fisica di David, ma di carnagione più scura e fattezze africane più marcate. Il suo viso era pieno e più pallido del solito, ma chi lo conosceva da tanto tempo come David poteva vedere che un tocco di colore gli animava i lobi delle orecchie e l’ampio naso. Le palpebre pesanti e i capelli arruffati ne facevano il ritratto di qualcuno che si è appena svegliato. Rideva rumorosamente e in falsetto mentre raccontava a David una storia e, contemporaneamente, si strofinava le nocche della mano sinistra sull’occhio corrispondente.

“Ciao, Lee!”, disse Alana.

Lee salutò la signorina Blake con voce impastata, poi, accorgendosi che Boysie gli stava sorridendo, pur se immerso nella danza, entrò nel salone direttamente, con gambe piuttosto tremanti, rapì l’amico indiano alla sua concentratissima compagna e iniziò a ripetergli gridando la storia che aveva appena finito di raccontare a David.

“Non è messo malissimo, vero?” chiese a David Shawaine, liberatasi dal suo bruto ed accorsa alla porta.

La fronte di David era aggrottata, ma si distese quasi subito quando egli rispose:

“No, non mi sembra fatto. Probabilmente ubriaco, ma meno della metà dei tuoi ospiti in questo momento.”

“Ma che tipo”, disse lei. “Non oso immaginare in che stato arriverà all’anno nuovo…”

Prima di tornare in cucina con David, fece segno a Boysie, mettendosi la punta dell’indice sotto l’occhio destro. Boysie rispose con un occhiolino e trascinò Lee verso il bar, si volse verso di lui dicendogli:

“Un po’ di sorrel? L’artiglieria pesante la teniamo per dopo, vero Lee?”

Lee, che era ormai arrivato al cuore della storia, con un gesto rifiutò impaziente, ma Boysie, richiamando prima l’attenzione dell’altro sulla giacca leggermente storta sulle spalle, gli riempì e gli mise in mano un mezzo bicchiere della bevanda rossa dolcissima e assolutamente analcolica. La mano sinistra di Lee accettò meccanicamente, mentre la destra era altrettanto meccanicamente impegnata a sistemare la giacca. Boysie, che stava di nuovo sorridendo, si aprì una Carib mentre Lee esplose, prima di raggiungere l’apice della sua storia, in un accesso di risa sguaiate e tosse. Poi, appoggiando il suo bicchiere scosso e pericoloso, iniziò a sfregarsi le nocche del pugno sinistro sull’occhio sinistro, ripetendo le parole della sua ultima frase quanto meglio la risata poteva permettergli.

David non si fermò nel salone, dove con un misto di soca e dub Kurl stava imperversando. Gli piaceva la musica, e anche ballare, ma non si sentiva dell’umore giusto. Ole Year’s Nite era da sempre una ricorrenza che non gradiva troppo: il passare del tempo giocava un ruolo troppo importante. Si chiedeva se anche per gli altri fosse lo stesso: forse tutti facevano finta di niente e anzi scalpitavano un paio di mesi per essere invitati a un party. Quattro giovani, appena arrivati dal bar, si erano affacciati sull’ampia porta del salone e si erano ritirati da dove erano venuti dopo una ventina di secondi. Ma c’erano diverse persone che stavano ballando in questo momento, forse una decina di coppie, con un Kurl compiaciuto ed esperto, sotto l’occhio vigile di Lann, che, passando spesso e tenendo tutto sotto controllo, gli dava a ogni giro un occhiolino di approvazione.

David stesso si ritirò nel bar, che era, in tempi normali, la sala TV di casa Blake; qui si versò in un bicchiere di polistirolo una Coca Cola ghiacciata che corresse con un abbondante spruzzo di rum; si mise a gustarselo, mentre i suoi occhi vagavano sulle pareti di questa stanza. Un’immagine sacra, un Gesù bianco e biondo, sorridente e buono, aveva sempre fatto bella mostra di sé proprio sopra il tavolo ora adibito alla mescita delle bibite. Per l’occasione era stata rimossa, sostituita da una pittura di gusto orientale, un lago con una barca, la sagoma delle montagne e qualche nuvola in cielo, tutto in un tono di azzurro che era in tinta con il resto dell’arredamento, delle suppellettili e dei complementi. Erano brave, le sorelle, nel mettere insieme i dettagli; invece Bob in questo era negato. A proposito di Bob, chissà dov’era. Non l’aveva ancora visto, e non era pensabile che si perdesse la serata. Probabilmente era a qualche altra festa con la sua ragazza del momento e sarebbe arrivato a mezzanotte o qualche minuto prima, facendo arrabbiare Alana e Shawaine. La sua ragazza del momento. Chissà com’era questa volta? Bob non aveva smesso di passare da una all’altra, e non aveva potuto credere, l’anno prima, che David avesse intenzione di `mettere la testa a posto’ con Claire. Ma poi l’aveva vista e aveva dovuto accettare il fatto che ci fosse, che fosse bianca e dottoressa, come qualche tempo prima aveva dovuto farsi una ragione del fatto che David fosse stato preso come assistente in una piccola ed esclusiva università degli Stati Uniti. Doveva ancora finire di pensare ai contenuti del corso che avrebbe dovuto tenere nel prossimo semestre. Il professor Wighman voleva vedere un prospetto appena possibile. Ma lui non aveva voluto prendere con sé il portatile, aveva detto che una vacanza è una vacanza. Questa era una di quelle cose che sperava di non imparare mai dai suoi ospiti statunitensi, l’essere così maledettamente competitivi e legati al lavoro. Ma lo sapevano che lui veniva da qui, che i suoi ritmi erano diversi. Voleva dire che davvero ritenevano che valesse parecchio, o non lo avrebbero preso. Eh ragazzi, quante cose in testa. Adesso Claire che parlava di matrimonio, suo padre che non stava bene, a migliaia di chilometri di distanza, e non voleva nemmeno prendere in considerazione il fatto di venire negli States a farsi curare, i suoi fratelli che lo rimproveravano silenziosamente di averli abbandonati in questa situzione. Un altro `Rum an’Coca Cola’, coraggio. Come il calypso di Lord Invader, che aveva avuto successo anche negli States. Certo che questo dava proprio il senso della stupidità, visto che parlava dell’arrivo dei soldati americani come la miniera d’oro, anzi di dollari US per le ragazze di Trinidad… Che schifo! Pagare una ragazza, no, certo, lui non ne aveva mai avuto bisogno, e nemmeno Bob. Avevano provato qualche volta, da ragazzini, per vedere cosa voleva dire, ma poi aveva preso il sopravvento il gusto di avventure altro genere, non meno costose, anzi, ma certamente meno squallide. Un po’ gli mancavano queste avventure, a dire il vero; gli mancava l’`andare a caccia’, lo `sport’, ed era uno sport che certamente Claire non poteva approvare. D’altra parte, Claire aveva fatto subito un’impressione enorme nella sua famiglia, quaggiù. Cosa che non era mai successa prima. Una volta addirittura suo padre aveva sbattuto la porta in faccia a una delle sue ragazze, perché aveva le gambe troppo scoperte. Leslie-Ann, si chiamava. Bel culo, e poco altro. Talmente stupida che bisognava spiegarle le battute di Eddie Murphy al cinema. E che risate, dopo, coi suoi fratelli. E le risate con quell’altra, Sherry, che diceva di saper guidare, e lui l’aveva fatta provare sulla sua Audi col cambio manuale, e lei era uscita con la scusa che lei aveva la patente solo per le macchine giapponesi! Ma a parte la stupidità, era il poter cambiare, la varietà, lo scoprire nuove persone e nuovi personaggi, che gli mancava, ora con Claire. Ma Claire… era un’altra cosa?

Sapeva che sarebbe dovuto rientrare presto, che non poteva rimanere da solo ancora a lungo. La canzone di Alison Hinds terminò, sfumata in un pezzo scritto da Machel per il prossimo carnevale: una sequenza forse troppo movimentata, tanto che alcune delle coppie smisero di ballare e si diressero verso il bar.

Mentre ancora pensava allo sport, si accorse che una giovane gli veniva incontro. Altezza media, taglia leggermente abbondante, indiana, lunghi capelli ondulati. E sempre pensando allo sport, non rifiutò quando lei gli chiese di ballare. Era una ragazza abbastanza loquace, in grado di farsi sentire anche in mezzo alla musica, Michelle, ventidue anni, iscritta alla UWI, futura insegnante di inglese. Aveva indosso un vestito molto sottile, che sotto le dita di David lasciava quasi apprezzare la morbidezza della pelle.

Quando si trattò di mettersi in posizione, lei prese il posto dietro, insolitamente, per parlargli più agevolmente:

“Ho un rimprovero per te”.

“Per me?”, chiese David.

Lei diede conferma pizzicando i fianchi di David.

“Cioè?” chiese David, voltandosi e prendendola a sua volta per i fianchi, probabilmente infastidito dal fatto di poter essere visto in questi atteggiamenti dal Claire, ma anche, provocato dalla situazione.

“Chi è D.A.?”, chiese Michelle, i suoi grandi occhi scuri piantati nei suoi.

David impercettibilmente arrossì, e stava quasi per indossare la maschera di chi non sa di che cosa si stia parlando, quando lei disse, brutalmente:

“Non far finta di niente! Ho scoperto che scrivi per il Guardian. Non ti vergogni?”

“E perché dovrei?”, chiese David, sopracciglia alzate, sbattendo le palpebre e cercando di sorridere.

“Beh, io mi vergognerei”, disse Michelle sinceramente. “Scrivere per un giornale del genere. Non sapevo che fossi un uomo di Panday… O c’era già aria di cambiamento al Guardian, e tu sei arrivato per l’altra parte?”.

Uno sguardo perplesso apparve sul volto di David. Era vero che da qualche mese scriveva un articolo di recensioni letterarie ogni mercoledì sul Guardian, il giornale filo-governativo, per cui veniva pagato duecentocinquanta TT al pezzo. Ma questo non faceva di lui un emissario del governo. E poi, di quale governo, visto che quello nuovo si era insediato qualche giorno prima? Tanto più che gli articoli li scriveva dagli Stati Uniti e li spediva per posta elettronica. I libri che riceveva per le recensioni gli erano probabilmente più graditi dell’assegno, che, tra l’altro, non vedeva nemmeno, visto che veniva ricevuto, incassato e speso dai suoi genitori. Amava sentire le copertine e voltare le pagine dei libri freschi di stampa. Quasi ogni giorno, alla sua università, passava dalla biblioteca centrale per vedere se c’erano dei nuovi arrivi, o se non ce n’erano, per dare un’occhiata alla sezione delle antichità; altre volte andava a Columbus o fino a Cleveland per visitare i mercatini del libro.

Non sapeva come rispondere all’accusa della ragazza. Voleva dirle che la letteratura era al di sopra della politica. Ma non la conosceva, la situazione era imbarazzante, specialmente perché la sua ragazza… fidanzata probabilmente li stava guardando.

Dall’attacco che Michelle gli aveva sferrato, David poteva vedere che si trattava di una persona con una certa opinione politica e con una certa consapevolezza delle proprie idee: non sapeva se poteva rischiare una frase ad effetto con lei. Continuò a sbattere le palpebre e a cercare di sorridere, mormorando che non vedeva nulla di politico nello scrivere recensioni di libri.

Alla prossima canzone, ancora una novità di Bunji Garlin per il carnevale dell’anno successivo, egli era ancora perplesso e disattento. Michelle gli prese la mano in una calda stretta e gli disse, in un tono morbido e amichevole:

“Non ti preoccupare, caro, stavo scherzando. Quasi. Sei qui da solo o hai una ragazza da qualche parte?”

Quando lui le spiegò che era venuto con la sua fidanzata, lei gli disse di non preoccuparsi, anche lei poteva considerarsi impegnata, anche se in pausa di riflessione. Questo non mise David molto più a proprio agio: ricordava di aver approfittato più di una volta di tali pause di riflessione per `sollevare il morale’ di amiche in crisi nel loro rapporto di coppia. Michelle  lo sorprese dicendogli di aver saputo della sua rubrica da una compagna di corso, che le aveva mostrato una sua recensione di un recente libro di Naipaul. Poi disse, improvvisamente:

“David, domani vado a Blanchisseuse, se c’è bel tempo. Vieni a fare il bagno con me? Se vuoi”, e qui strizzò l’occhio, “puoi anche portare la tua ragazza, basta dirmelo, che cerco un quarto. È americana, vero?”.

“Ti sei informata bene, vedo…”, disse David senza impegnarsi.

“Allora?”, chiese Michelle, prendendogli il braccio con entrambe le mani.

“In realtà,” disse David, “avevamo in programma…”

“No, non dirmi di no… speravo tanto di conoscerti un po’ meglio, da quando Bob mi ha detto che sei suo amico…”, disse Michelle.

“In realtà ripartiamo dopodomani mattina, e domani è l’ultimo giorno per stare con la mia famiglia. Non potevo sbagliarmi: Bob non poteva non conoscerti!”

“Oh peccato…”, disse Michelle, arrossendo per il complimento e smettendo di ballare.

I due si diressero di nuovo verso il bar.

“Ma se viene anche Bob, che tra l’altro non ho ancora avuto l’onore di vedere, forse… magari invece di Blanchisseuse si potrebbe andare a Maracas o a Las Cuevas, un po’ più vicino… Non sia mai che vengo a casa e non faccio nemmeno un bagno. Magari porto anche i miei”, disse David possibilista.

“Non credo che Bob verrà…”, disse Michelle, “ma Las Cuevas si potrebbe fare. Mi fai conoscere la tua amata? Magari lei è più facile da convincere.”

“Ma chissà dov’è Bob comunque. Claire, si chiama Claire, è di là in cucina, penso. Non è una grande ballerina”, disse David. “Bisogna che le insegni un po’ di cultura locale, quando veniamo”.

“Eh, devi assolutamente. Poi vengono i bambini, voi non tornerete più a casa… alla fine non ti riconosceremo più, e i tuoi figli non saranno dei veri trinidadiani”, disse Michelle con aria saggia e di rimprovero.

“Beh”, disse David, “meglio che aprire una nuova colonia di trinidadiani isolati nell’Ohio. No, Michelle, vorrei che i miei figli fossero un po’ più cittadini del mondo che elettori dell’UNC o del PNM! Quando e se avrò dei figli, comunque”.

I loro vicini, i soliti quattro giovani ormai mezzi ubriachi, si erano voltati per ascoltare questo interrogatorio. David si guardò attorno nervosamente, cercando di mantenere il suo buonumore nonostante il rossore che sentiva invadergli la fronte e le guance.

“E non vuoi che almeno conoscano le nostre tradizioni e la nostra cultura?” continuò Michelle.

“A dir la verità, sono stanco di questa storia della nostra cultura”, ribatté David con veemenza. “Sono stanco di questo posto, di questo orgoglio al chutney di mango e al ritmo di soca!

Di questa gente che si pavoneggia dappertutto tranne davanti a 15 Queen’s Park West, l’ambasciata americana”.

“Non ti sembra quantomeno curioso, detto da uno che vive nell’Ohio?”, chiese Michelle.

David non rispose, accalorato dalla sua tirata.

“Non ti sembra?” ripeté Michelle.

Non arrivandole nessuna risposta, Michelle concluse, appoggiando una pacca sui fianchi di David:

“Conversazione interessante. Da approfondire”.

David tentò di mascherare la sua agitazione allungandosi verso il bar e versandosi un altro rum e Coca Cola, con qualche difficoltà nel gestire i flussi di liquidi dalle bottiglie al bicchiere.

Evitò gli occhi di lei, avendo intravvisto un’espressione di sfida sul suo viso. Quando alla fine la guardò, fu sorpreso nel sentire la mano di lei allungarsi verso suo polso. Lei lo guardò sorridendo, quasi chiedendo conferma del fatto che avrebbero potuto parlare ancora senza litigare, finché anche lui sorrise.

Lei si avviò verso il salone tirandolo senza troppa forza, e si rivolse a lui, chiedendogli:

“Un’altra danza, signore?”

A questa richiesta David non poté che acconsentire. Finita la prossima danza, che gli sembrò durare un’eternità, David si ritirò in un angolo del salone, dove la sorella di Lee stava seduta, sola, ad osservare. Era una ragazzona scura e non molto curata, con capelli cortissimi e crespi, niente trucco. La sua voce era impastata e balbettava leggermente. Le era stato detto che suo fratello era arrivato e che era quasi sobrio. David le chiese se si stesse divertendo. Viveva con i suoi genitori a Toco, dove lavorava in un rum shop tenuto dai suoi; veniva a ovest raramente. Rispose placidamente che si stava divertendo un mondo, anche se non sapeva ballare. Commentò sulla bravura di David e gli chiese che gliene pareva della ragazza di Bob. David disse che non aveva avuto il piacere di conoscerla, al che la ragazza disse qualcosa che lui non udì perfettamente, in parte per la musica che continuava a volumi sempre più alti e in parte perché la sua mente continuava a tornare allo spiacevole incidente con Michelle. Certamente la ragazza aveva delle opinioni piuttosto forti, ma c’era un momento per ogni cosa.

Forse lui non avrebbe dovuto risponderle così. Ma lei non aveva nessun diritto di giudicarlo per le sue idee, specialmente senza averle sentite. Lei aveva cercato di far pace alla fine e di tenere aperto il discorso, questo era vero, ma c’era gente che ascoltava e lei l’aveva quasi messo in ridicolo. Una ragazza da trattare con cautela, si disse.

Vide Claire che si faceva strada nel salone tra le coppie che ballavano, con un sorriso a metà tra il divertito e l’indispettito. Quando lo raggiunse, gli sussurrò in un orecchio: “David, hai finito di trascurarmi per le tue amiche? Puoi darci una mano con il cibo, ti va?”

“Va bene”, disse David.

“Tu potresti andare a servire il maiale e le verdure, io penso al pollo e al manzo e Sha… non so, c’è un sacco di roba, più dell’anno scorso!”

“Hai ballato?” chiese David.

“Certo! Non mi hai visto? Con chi hai litigato questa volta?”

“Litigato? Con nessuno! Perché? Chi te l’ha detto?”

“Un uccellino… Sto cercando di far suonare qualcosa di internazionale al DJ, ma non ne vuol sapere…”

“Non c’è stata nessuna lite”, disse David rabbuiato, “solo una tizia che si è messa a farmi la predica dopo averci invitato domani a Las Cuevas”.

Claire si portò automaticamente una mano ai capelli, mentre considerava l’offerta.

“Ci? Ci ha invitati? Vuoi dire anche me? Andiamoci! Chi è la tipa?”

“Se vuoi andarci, te la presento, così andate tu e lei e fate amicizia”, disse David con freddezza.

Lei lo guardò un momento, poi si voltò verso la sorella di Lee e le disse:

“Se conosci qualcuna che vuole un fidanzato, dille che glielo presto. Potrei anche regalarglielo.”

Mentre Claire riguadagnava decisa l’altro lato della sala, la sorella di Lee, senza dar segno di essersi accorta dell’interruzione, riprese a descrivere a David tutti i cambiamenti che erano intervenuti nell’ultimo anno sulla costa nord, e in particolare nella zona tra Toco e Grande Riviere. Suo zio era un pescatore, e un ottimo pescatore, bisognava dirlo. Quando era bambina andava spesso a pesca con lo zio Herman, ma ora che il rum shop andava bene e lei era praticamente la persona che lo gestiva, non aveva più tempo per andare a pesca con lo zio Herman. Che poi, poveretto, era anche invecchiato e non prendeva più i pesci di una volta. David udì a malapena quello che lei diceva. Ora che la mezzanotte si avvicinava, e il stava per essere servito, iniziò a pensare di nuovo al suo discorso e alla citazione. Quando vide Lee venire verso di loro per salutare la sorella, David gli lasciò il posto e si ritirò verso il garage. Il salone si era già spopolato e dall’altra stanza si sentiva un buon profumo di carne alla griglia. Quelli che erano rimasti nel salone  sembravano stanchi di ballare e conversavano a coppie o a piccoli gruppi. David si accese una sigaretta. Un Natale al caldo, in maglietta, rifletté.

Se non altro, questa era una buona ragione per lasciare il freddo Ohio in inverno. Ma ce n’erano davvero molte altre? Non sarebbe stato meglio laggiù, lontano da tutta questa gente che riteneva giusto richiamarlo al suo passato? Forse sarebbe stato addirittura un bianco Natale, a Urbana. Il campus tutto bianco. Immaginarsi la neve a Port-of-Spain. Da ridere. Si ricordò con rammarico di aver promesso a Claire di dare una mano con la carne. Scrollò le spalle, e con esse l’impegno preso, almeno per il momento.

Ripassò le parti principali del suo discorsetto: essere di nuovo a casa, i ricordi, il nuovo anno, il mondo sempre più piccolo, la citazione di Joyce. Si ripeté una frase che aveva scritto nella recensione di una recente riedizione: “Sembra quasi di seguire i percorsi della mente in una serata tra amici, tra ricordi e proiezioni future, tra visibile concatenazione e balzi imprevisti, tra interni e finestre su un mondo che è comunque tutt’intorno”. A Claire era piaciuta. Era sincera? Sarebbe piaciuta anche a Michelle, se l’avesse letta? L’aveva letta? Lo innervosiva pensare che anche lei sarebbe stata lì a guardarlo mentre lui parlava, osservandolo con i suoi occhi critici e interrogativi. Forse non le sarebbe dispiaciuto vederlo fare fiasco con il suo discorso. Gli venne in mente un’idea che gli dette coraggio. Avrebbe detto, alludendo ad Alana e a Shawaine:

“Ladies and Gentlemen, non basta andare a far shopping negli Stati Uniti ogni tanto per capire quanto è piccola la nostra isola. Solo vivendo lontani da Trinidad si scopre che Miami non è solo una versione esagerata del West Mall. Solo uscendo dalla vita quotidiana del nostro paradiso privato possiamo scoprirne i difetti e i pregi. E gustare appieno il ritorno a casa…”

Benissimo: questo metteva a posto Michelle. Con anche una frecciata alle sue cugine spendaccione ma provinciali.

Un aumento del volume sonoro alle sue spalle attrasse la sua attenzione. Scagliò la mezza sigaretta oltre il cancello e si affacciò sul salone. Boysie stava entrando nel salone tenendo galantemente per mano Alana, che sorrideva paziente, presumibilmente convinta finalmente a ballare con lui. Una salva irregolare di applausi li scortò al centro del salone, e quando Kurl annunciò una canzone appositamente per Miss Lann Blake and Mr Boysie Rampersad, entrambi si inchinarono scherzosamente al pubblico che altrettanto scherzosamente rivolgeva loro apprezzamenti gridati e fischiati. Boysie, naturalmente, lasciò fare tutto o quasi ad Alana, che sicuramente aveva esperienza e sensualità per entrambi. Nessuno ovviamente notò la canzone, di fronte a questa pantera che esibiva con naturalezza tutto ciò di cui era dotata. Seguire i suoi fianchi ondeggiare, le sue braccia sottolineare con un lieve ritardo ogni movimento del resto del corpo, prolungandolo, le sue gambe snelle e tese, ritmicamente prese in un gioco di muscoli e pelle liscia e lucida, voleva dire partecipare a un’eccitazione collettiva che, con diverse intenzioni, coinvolgeva tutti, uomini e donne presenti. David applaudì forte con tutti gli altri, alla fine della danza, e un suono di applauso venne anche dalla sala del bar. Non si poteva dire se fosse la concitazione o l’applauso a far arrossire leggermente Alana, un rossore evidente soprattutto quando sollevò il volto, direttamente sotto un faretto, aggiustandosi la minigonna sul posteriore di cui quasi tutti avevano avuto più di un accenno pochi istanti prima. Lee, che aveva assistito ad occhi sgranati, fu l’ultimo a smettere il proprio battimano, abbondantemente dopo tutti gli altri, mentre parlava animatamente con sua sorella, che, certo meno animatamente, annuiva ripetutamente. Alla fine, non potendo più applaudire, si alzò improvvisamente e corse al centro del salone, sequestrando una mano di Alana fra le proprie e scuotendola al mancargli delle parole.

“Stavo giusto dicendo a Jane”, egli disse, “che ho sempre voluto ballare con te. Sempre. No, davvero, sei fantastica. Ci credi? Parola mia, l’anno prossimo ti faccio fare io un giro, Lann: Boysie è bravo, ma ti ci vuole uno alla tua altezza, cara. Non ti ho mai visto ballare così bene, comunque. Davvero”.

Alana sorrise con calore e gli disse, in modo che tutti udissero, che sperava tanto di non poter ballare con lui l’anno prossimo a causa della gelosissima e bellissima ragazza che Lee avrebbe portato. Boysie aprì le braccia verso di lei e disse ai suoi vicini, come uno showman che presenta un’attrazione al suo pubblico:

“Miss Alana Blake, la mia ultima scoperta!”

Rideva di cuore con se stesso, allorché Lee disse:

“Beh, Rampersad, non credo proprio che tu abbia scoperto niente. Io so solo che lei è sempre stata la migliore ballerina, da quando la conosco, e sono tanti, tanti anni, sai?”

“Certo, certo, una grande ballerina”, disse Boysie conciliante. “E migliora ogni anno”.

Alana, ridendo, alzò le spalle dicendo:

“Dai, adesso non esageriamo. Venite con me, uomini, andiamo a prendere un po’ di cibo!”.

Li prese entrambi sottobraccio e si allontanò con loro verso la sala del bar, mentre la musica riprendeva e altri si lanciavano di nuovo in balli solitari o a coppie, motivati dalla recente esibizione della padrona di casa. Shawaine arrivò trafelata e un po’ scarmigliata, volgendosi attorno e chiedendo che era successo. All’udire, si mostrò contrariata per essersi persa lo spettacolo.

“Peccato”, disse, “ma tanto me la rivedrò alla prossima festa, quando avremo meno cose a cui pensare”.

“Uno spettacolo, valeva la pena vederla. Se ci fosse stato Bob, avrebbe ballato lui, invece di lasciarla ballare con quel pezzo di legno…”, disse Lily, che era riuscita a vedere almeno l’ultimo minuto della performance.

Sha si rivolse a lei e le disse, con tono irritato:

“Ah certo. Questa storia di Bob sta iniziando a darmi sui nervi, però. Ho promesso di star zitta e di far finta di niente durante la serata ma…”

Si era accalorata e, non fosse stato per gli ospiti che le stavano intorno, si sarebbe probabilmente lasciata andare. Vedendo però che qualcuno si stava avvicinando a Sha, Lily intervenne pacificamente:

“Hai ragione. Sha. Guarda, c’è Boysie che ti cerca”.

Shawaine si voltò verso Boysie, che era tornato per parlarle e le stava sorridendo a trentadue denti:

“Dimmi caro, come vanno le cose di là? Cè bisogno di qualcosa?”

“Sha”, disse Lily, “il prosciutto sta per arrivare, e il resto mi è sembrato in ordine”.

“Sì, ho appena controllato il carburante, e mi sembra che possiamo andare avanti ancora per qualche centinaio di chilometri”, aggiunse Boysie.

“Bene, Sha. Forse puoi mangiare qualcosa anche tu?”, chiese Lily.

“Vuoi che porti qualcosa di sopra?”

Shawaine, con un sorriso cattivo, disse:

“No, no, si arrangia, il cretino. Se ha fame viene giù”.

David, che era ancora sulla porta esterna del salone, vide Lily e Claire che cercavano di convincere Michelle a rimanere fino alla mezzanotte. Ma Michelle, che aveva già preso la borsetta e vi stava cercando le chiavi dell’auto, non ne aveva l’intenzione. Non si sentiva troppo bene, diceva. David si mosse e le raggiunse.

“Manca solo un’ora, Michelle”, disse Claire. “Faresti piacere anche a David e a me”.

“Se vuoi un panadol, ne abbiamo di là in cucina”, disse Lily, “ci sono delle donne in casa, lo sai”.

“No, davvero, preferisco andare a letto”, disse Michelle.

“Mi dispiace che tu non ti sia divertita molto”, disse Lily, con espressione preoccupata da vicaria padrona di casa.

“Ah, no, mi sono divertita moltissimo, ho anche conosciuto una coppia di persone davvero interessanti”, disse Michelle guardando Claire, “ma davvero, non vi preoccupate, preferisco andare a casa, sai cosa voglio dire, Lily”.

“Sei in macchina?”, chiese Claire.

“Sì, abito qui a Maraval, faccio la Saddle Road e in un quarto d’ora sono a letto”.

David esitò un attimo e disse:

“Ti seguo in macchina, Michelle, se proprio devi andare. Non mi piace che una signorina vada in giro su quella strada di notte, anche se stanotte è una notte particolare”.

Ma Michelle varcò la porta, rispondendo a voce alta:

“Non se ne parla nemmeno. Per carità, grazie, ma andate a mangiare e a brindare senza preoccuparvi. So badare a me stessa”.

“Chiamami domani, per Las Cuevas”, disse Claire.

“Lo farò. ‘Notte!” gridò Michelle ridendo e correndo verso il cancello. Lily la seguì di qualche passo nel garage, un’espressione accigliata sul suo viso, mentre Claire la guardò uscire da dove si trovava. David si chiese se fosse lui la causa dell’improvvisa partenza. Ma lei sembrava essersene andata di buonumore: rideva.

Guardò senza espressione in direzione della Yaris che stava partendo dal marciapiede di fianco al giardino.

(segue)

Capodanno (1/4)

(parafrasando Joyce)

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Queste cose si capiscono con il tempo e l’esperienza. (Cesare Pavese, “La luna e i falò”)

Lily, la figlia del vicino di casa, si dava un gran daffare alla porta. Non faceva in tempo ad andare ad aprire il cancello e a far entrare un tizio nel portico ingombro di bottiglie vuote e piene di Carib, che subito un clacson si faceva sentire sulla strada. Lily doveva allora districare un percorso tra gli amici semiubriachi che occupavano la stanza e il cortile per accogliere il nuovo ospite. E le andava bene che i membri della famiglia o gli amici più intimi si aprivano il cancello da soli. Ma Alana e Shawaine avevano pensato anche a questo e avevano dedicato un angolo del salone ai parenti, con sedie di plastica e il divano, in modo che potessero sedersi dopo l’indubbia immane fatica di entrare senza aiuti. Alana e Shawaine erano lì, a portata di voce, immerse in risate piuttosto rumorose e in pettegolezzi quasi altrettanto udibili, a sbirciare dalla cucina verso l’ingresso e a chiedere a Lily chi fosse arrivato.

Era sempre un grande evento, il party di fine anno delle sorelle Blake. Tutti quelli che le conoscevano declinavano ogni altro invito: parenti, vecchi amici, membri della congregazione a cui Alana apparteneva, qualunque amico di Shawaine e, ovviamente, tutte le amiche di Bob. Mai una volta l’evento si era rivelato un fiasco. Da anni si svolgeva in grande stile, fin da quando, alla morte dei genitori, le ragazze erano rimaste sole con il loro fratellino Robert, lasciando la piccola e decrepita casa coloniale di Ariapita Avenue, venduta a una società che ne avrebbe fatto un ristorante, per accendere un mutuo congiunto e acquistare una splendida, moderna, ampia casa a Santa Cruz, tanto grande da poterne persino affittare una discreta parte a un medico cubano in servizio temporaneo al Mount Hope. Questo era accaduto una decina di anni prima. Bob, che al tempo era un ragazzino piuttosto impacciato di dodici anni, era ora l’elemento più vivace della famiglia. Lavorava alla Republic Bank, come esperto informatico, aveva potuto studiare in Giamaica e ora faceva un sacco di soldi. E li spendeva abbondanti e volentieri. Molte delle sue girlfriends erano tra le ragazze più in (bella) vista di tutta l’isola. Maggiori d’età, anche le sue sorelle facevano la loro parte. Alana, anche se iniziava a mostrare qualche ruga, poteva vantarsi di essere single giusto per un paio di settimane all’anno, e precisamente durante il carnevale e intorno al Great Race di Tobago, in luglio, quando questo significava opportunità senza rimorsi. Shawaine, più giovane di lei, era da anni intricata in una storia sentimentale del cui basso contenuto intellettuale si lamentava spesso in pubblico, ma dei cui aspetti meno evidenti parlava solo in privato e non certo lamentandosi. Lily, la figlia del vicino, veniva spesso a dare una mano in casa. La vita dei tre fratelli era agiata, sfacciatamente gaudente: credevano nel buon divertimento; il meglio di tutto: birra, rum, party, concerti, viaggi, dormire (o non dormire) a casa dell’uno o dell’altro (nel caso di Bob, dell’una o dell’altra), o anche in casa propria, quando era `libera’. Lily sapeva come sistemare la casa in modo che fosse pronta per qualunque evenienza: lei ci rimediava qualche dollaro (e un po’ di invidia per quelle gattine spettacolari che Bob portava a fare il giro delle stanze); grazie a lei, i tre fratelli potevano stare tranquilli di avere sempre la tana pronta, e su questo non c’era da scherzare.

Naturale, c’erano buone ragioni per non voler scherzare su un party come questo. Erano le otto di sera passate e non c’era traccia di David e della sua ragazza. Inoltre, avevano paura che Lee potesse arrivare già su di giri. Non avevano voglia di sorbirsi Lee sotto l’influenza di qualche sostanza, questa sera, anche perché in quelle condizioni lui diventava un personaggio molto difficile da gestire. Lee arrivava sempre tardi, ma in molti si domandavano che cosa poteva aver trattenuto David: ecco perché ogni due minuti le due sorelle si affacciavano verso la porta d’ingresso per chiedere a Lily se ci fossero novità.

“Finalmente”, disse Lily a David quando gli aprì il cancello, “avevamo cominciato a dubitare”.

“Immagino”, disse David, “Troppo banale dire che è colpa di una signorina?”.

David si fermò un attimo sotto il portico, una duMaurier accesa in mano, mentre osservava le casse di birra e si sistemava gli occhiali da sole e Lily faceva strada a Claire, gridando a gran voce all’indirizzo della cucina, per sovrastare la musica a tutto volume:

“Sono arrivati!”

Lann e Sha uscirono dalla cucina nel salone, e, infilando ripetutamente le proprie sottili, lunghe, nude e nerissime gambe tra quelle stese di ospiti seduti in divano o poltrona, aironi neri in un canneto obliquo, guadagnarono l’ingresso. Entrambe salutarono Claire, le comunicarono che doveva avere una fame terribile e che poteva servirsi pure in cucina, in attesa del momento gastronomico ufficiale, e chiesero se David fosse venuto con lei.

“Eccomi, vengo a salutarvi fra un attimo”, disse David dal portico.

Continuò a fumare, mentre le donne si allontanavano nel cuore della festa, ridendo. Qualche goccia di pioggia si era depositata sulla sua capigliatura riccia e impomatata; mentre la sua mano passava con leggerezza per verificarne lo stato, un buon odore di brillantina si diffuse nell’aria.

“Piove ancora, Dave?” chiese Lily.

Lo stava aspettando sull’uscio. David sorrise al monosillabo in cui lei aveva trasformato il suo nome e la guardò. All’ombra del portico, sembrava ancora più scura. David l’aveva conosciuta fin da quando lei era una bambina e si sedeva sull’orlo del canale di scolo fuori dal cancello di casa, spesso con la bambola di pezza preferita, Mrs Mellon, in mano.

“Sì, Lily”, rispose, “e le previsioni dicono che va avanti per un paio di giorni. Ma ci credi?”.

Egli guardò i vetri che davano su quella parte di portico che veniva normalmente usata come garage, vetri che vibravano al suono dei bassi che imperversavano all’interno della casa; ascoltò per un momento Shurwayne Winchester nella canzone vincitrice dell’ultimo carnevale, e poi guardò la ragazza, che si stava sistemando i capelli, aspettandolo, lo sguardo fisso sullo stipite opposto a quello contro cui stava appoggiata.

“Lily, dimmi”, le disse in tono amichevole, “vai ancora a scuola?”

“Nossignore”, lei rispose. “Ho finito con la scuola”.

“Beh, allora”, disse David con leggerezza, “immagino che uno di questi giorni verremo al tuo matrimonio, eh?”.

La ragazza mosse appena la testa, ricambiò lo sguardo, gli prese la sigaretta, diede un tiro, gliela rese, e disse, non senza malizia:

“Quelli che ho provato finora non erano da sposare. Mi sa che verrò prima io al tuo…”.

David, con esperto gesto della mano scagliò il resto della sigaretta lontano, oltre la cancellata, nella pioggia, si voltò verso la ragazza, le strizzò l’occhiolino, si sistemò la giacca con una bella scrollata di spalle e passò davanti alla ragazza nello stretto uscio, senza che lei facesse nessun gesto per agevolarlo.

Era un giovane alto, muscoloso. Il colore scuro della sua pelle era uniforme, dalle guance fino alla fronte; il suo viso ordinato e ben curato era ornato da un pizzetto di barba e sottilissimi baffi neri; sotto gli occhi, vivaci e anch’essi neri, vi erano due ampi aloni scuri, tipici di chi ha almeno una parte di sangue indiano, ma il resto del viso evidenziava maggiormente le caratteristiche africane. I capelli, tuttavia, ricci e non crespi, erano un altro tocco che testimoniava una parte di provenienza asiatica. Sistematosi, oltrepassata la soglia e la ragazza, si fermò e si voltò, estraendo dalla tasca un biglietto da visita.

“Lily”, egli disse, infilandolo nelle mani di lei. “È un nuovo anno, no? Beh… chiamami, se hai bisogno”.

Si voltò dall’altra parte, verso i primi ospiti seduti e immersi nella conversazione.

“Lo farò…”, disse la ragazza, poco convinta ma mostrando un sorriso sorpreso, seguendolo.

“Sì, non so, per il lavoro… Ho ancora qualche conoscenza qua in zona… Un buon anno, un buon anno!”, disse David sopra una spalla, rivolgendole un ultimo sguardo.

La ragazza lo lasciò andare, continuando a sorridere perplessa e mettendo in tasca il biglietto.

“A più tardi, Dave!”

David dovette aspettare qualche istante: una coppia di persone di mezza età, impegnata nel ballo, ostruiva il passaggio. Stava ancora pensando alla reazione non certo entusiastica della ragazza. Si sentiva ora addosso una sorta di incertezza, che cercò di scacciare salutando da sopra le spalle dei ballerini alcuni amici che vedeva dall’altra parte. Ripassò mentalmente il discorso che si era preparato per il brindisi della mezzanotte. Non era sicuro della citazione di Joyce, perché temeva che fosse esagerata per l’occasione. Meglio una citazione da qualche calypso o forse dalla Bibbia. Guardando gli ospiti presi nel ballo e le loro bottiglie di birra e di Rush gli ricordò che il livello culturale era abbastanza diverso da quello a cui era abituato negli States. Si sarebbe reso solo ridicolo citando prosa che gli altri non potevano capire. Avrebbero pensato che stava facendo sfoggio del suo più alto livello di educazione. Sarebbe stato frainteso, proprio come era stato frainteso da Lily all’ingresso. Aveva preso il tono sbagliato. Tutto il suo discorso sapeva di errore, dall’inizio alla fine. Proprio in quel momento le sue cugine e la sua fidanzata uscirono dalla cucina per venirgli incontro e trascinarlo dentro, nella stanza più tranquilla della casa, dove si poteva effettivamente scambiare quattro parole senza dover gridare. Le sue cugine erano due ragazze alte, elegantemente poco vestite. Alana (per quasi tutti, Lann) era di poco la più alta, sul metro e ottanta. I capelli, lunghi, raccolti in un mare di treccine, scendevano fin oltre le spalle scoperte, a metà dell’ampia schiena, anch’essa scoperta. Nel suo viso nerissimo, pulito, senza trucco, risaltava il bianco degli occhi e dei denti, costantemente visibili nel sorriso che la caratterizzava. Il fisico atletico era sottolineato dal vestito rosso brillante che indossava, lungo tanto da coprire (e scoprire, all’occorrenza, in modo agevole) le uniche parti che la decenza imponeva coperte; senza maniche, legato dietro al collo e con un ampio spacco sul retro fino alle natiche. Aveva l’aria di una persona ben consapevole di sé. Shawaine era più elegante. Il suo viso, sebbene meno attraente di quello della sorella, era impreziosito da orecchini di perle e da un tocco di trucco color argento. Indossava un vestito più lungo, grigio-azzurro, al ginocchio, estremamente attillato, che non aveva bisogno di scoprire per mostrare la biancheria sottostante. Anche i suoi capelli erano raccolti in treccine, più corte, una specie di caschetto con accenni di un innaturale colore biondastro. Entrambe baciarono David con trasporto. Era il loro cugino preferito, l’unico figlio della zia Ellen, che aveva sposato il celebre A.J.B. Anderson, della Petrotrin.

“Claire dice che tornate a Miami dopodomani mattina presto. Mi portate con voi?”, disse Sha, ridendo.

“Sì”, disse David, voltandosi verso la sua fidanzata, “ne abbiamo avuto abbastanza l’anno scorso, con le nevicate e tutto quanto. Ti ricordi, Sha, che siamo rimasti bloccati a Washington per due giorni perché Columbus era chiuso? Claire si è presa un raffreddore che si è trascinata fino a febbraio”.

Sha aggrottò le curatissime sopracciglia.

“Santa cacca, è vero…Ma dovete vivere proprio così lontani? Speravamo di poter stare in compagnia per qualche giorno in più”, disse. “Anche Bob è un anno che vi aspetta”.

“Ah, fosse per Claire, rimarremmo fino a capodanno dell’anno prossimo”, disse David. “Si metterebbe in malattia per un anno e manderebbe le sue foto col termometro in bocca e le palme di Maracas sullo sfondo”.

Claire rise. L’unica bionda naturale presente alla festa, l’unica bianca (se non si contavano un paio di Trinidad-whites), indossava una mini color crema e una maglietta bianca senza maniche. Poco trucco, solo un po’ di rossetto pallido, non aveva bisogno di altri espedienti per dare nell’occhio. Un bel fisico, longilineo, tonico, le dava qualche anno in meno dei suoi ventotto, la stessa età di Shawaine.

“Non dargli retta, Sha”, disse, con un accento marcatamente americano. “A sentir lui, è l’unico che lavora. No, quest’anno non possiamo permetterci di arrivare in ritardo al lavoro, dopo quel che è successo l’anno scorso. Anzi, probabilmente, quella che avrebbe più problemi sarei io, non lui! Io ho dei colleghi che devono copririmi, in ospedale. David gli racconta quel che vuole, all’università!”.

Scoppiò a ridere e guardò il suo fidanzato, i cui occhi curiosi e vivaci stavano vagando dal vestito di lei, al suo viso, ai suoi capelli. Anche le due cugine risero di cuore, perché l’abilità di David nel raccontare fandonie era un fatto che tutti conoscevano bene da lungo tempo.

“Si è persino fatto comprare un i-pod, con la scusa che gli serviva per ascoltare i testi delle sue lezioni!” disse Claire. “E quelli gliel’hanno preso senza fare una piega! Un giorno o l’altro mi tornerà a casa con la macchina nuova e mi dirà che se l’è fatta prendere dalla Urbana University”.

David rise composto, aggiustandosi la giacca, mentre Shawaine si piegò quasi in due, come se il volume sonoro della sua risata non fosse sufficiente a testimoniare il gradimento della battuta. Il sorriso svanì invece presto dalle labbra di Alana, i cui occhi curiosi erano piantati in faccia a suo cugino. Dopo una pausa, chiese:

“E… che cos’è un i-pod, David, che non mi ricordo?”

“Un i-pod, Lann!” esclamò sua sorella, “ma dai, a momenti te lo sei fatto regalare da Martin, e poi hai preferito il massaggio per i piedi… Quella cosa per ascoltare la musica, no?”

“Sì”, disse Claire, indicando con le dita più o meno le dimensioni dell’oggetto in questione. “È grosso così e ci stanno dentro un sacco di canzoni… ti dice qualcosa?”

“Ah, sì sì sì, ho capito, l’avevo visto anche a Miami a novembre”, riprese Alana, ridendo quasi più di sua sorella.

David scrollò le spalle.

“Non è niente di che, un centinaio di dollari… US, ma mi serve per concentrarmi quando sono in ufficio… è tutto così silenzioso al campus, e sapete che un trinidadiano non riesce nemmeno a dormire senza musica!”.

“E dove alloggiate, David?”, chiese Sha bruscamente. “Siete dai tuoi o avete preso una stanza?”

“No, no, dai miei c’è troppa confusione. Abbiamo preso una stanza al Crowne Plaza”, rispose David.

“Non ci sono mai stata. Io avrei prenotato all’Hilton”, disse Shawaine, “è il migliore. Ogni tanto Kevin e io ci andiamo, per sguazzare nel lusso e farci una colazione colossale… Quand’ero più giovane prendevo il maxi e andavo al Bel Air, a Piarco… non c’era nessuno che mi conosceva, a quei tempi era meglio così…”, concluse ridacchiando.

“Ma sì, per un paio di notti”, disse Claire, evidentemente non troppo entusiasta di conoscere le scappatelle di gioventù di Sha, “va benissimo il Crowne. Poi è vicino a casa di David, in un attimo andiamo e veniamo”.

“Beh, sì, quello è vero”, concesse Sha. “Quando sei ospite, è meglio non essere di peso. Però potevate venire qui da noi, il liming era assicurato, non pagavate niente, e tra noi tre, beh, tra noi due più eventualmente Lily avevate anche il trasporto gratis a tutte le ore. Oltre ovviamente alla compagnia delle due ragazze più ricercate dei Caraibi del sud! E del loro impareggiabile fratello, ovvio, Claire!”

A David era venuta subito in mente una domanda su Bob, ma dovette tenersela per sé, visto che Lann si era allungata verso la porta della cucina, chinandosi per raccogliere qualcosa, e lo spettacolo lo lasciò senza fiato. O forse fu la gomitata di Claire.

“Lann, ma scusa!”, disse Sha tra le risate per la piccola scena a cui aveva appena assistito, “Risparmiaci! Usa le tue armi con i tuoi futuri boyfriends… Noi siamo innocenti! Lann? Alana! Dove vai?”

Lann si era rialzata e si era affacciata nel salone, trattenendosi però con una mano allo stipite della porta. Si voltò quindi indietro, verso il piccolo gruppo che aveva appena lasciato, per annunciare, candida, inclinando il capo:

“È arrivato Lee”.

Nello stesso istante un applauso e un momento di silenzio nei bassi rivelò che il DJ aveva appena proclamato una tregua. Alcune persone, specialmente giovani uomini, si diressero verso la sala dedicata al bar, o uscirono verso il portico dove altri frigoriferi portatili potevano fornire abbondanti bevande ghiacciate. Shawaine prese David per un braccio e gli disse in un orecchio:

“Va’ fuori un attimo, David. Va’ a vedere se sta bene e non lasciarlo entrare se è fatto. Molto probabilmente lo è. Quasi certo”.

David si avviò verso il portico e il garage, cercando di cogliere tra le conversazioni, finalmente parlate e non urlate nella musica, la voce di Lee. Riconobbe la sua risata. Uscì.

“Ci manca”, disse Sha a Claire con una certa leggerezza, “con David sì che ci divertivamo. Il cugino con cui siamo cresciuti come quattro fratelli. Specialmente Bob si è sentito solo quando David è venuto negli States. Facevano tutto insieme, tutte le loro avventure, sembravano gemelli… Lann, va’ a sentire se Kurl è a posto o se ha bisogno di qualcosa. Kurl è il DJ, Claire, un altro vecchio amico… credo che Alana ci sia uscita insieme per un po’… ma questo accomuna la metà della gente che è qui stasera!”, sfumò ridendo la sorella minore.

Un uomo sulla quarantina, alto, indiano, capelli e corti baffi neri, passando davanti alla cucina si fermò e disse:

“È finito il Rush. Ne avete ancora o devo dire che finalmente si passa al rum puro?”

“Lann,” urlò Sha alla ormai lontana sorella, “aspetta Boysie e fagli vedere dove sono le altre bibite”. Proseguì poi rivolto al nuovo arrivato: “Ecco, segui Alana fino al tesoro, tesoro!”

“Lo so che mi vuoi bene”, disse Boysie, allungando le labbra in un immaginario bacio a Shawaine, e i suoi baffi si contorsero sul labbro superiore proteso. Alle risate della giovane, vedendo che Lann lo stava aspettando, riprese:

“Aspetta, vado a vedere se ho ancora qualche chance con tua sorella, ma lo sai che l’uomo della tua vita sono io…”

Lasciò la sua passione per Sha in sospeso onde seguire quella per gli alcolici e si diresse con decisione verso la sorella maggiore, sul lato opposto del salone, verso il bar, dove Lann stava parlando con il padre di Lily, che si era occupato del catering. Su un tavolo che era appena stato portato, ma che doveva essere spostato, stavano piatti, bicchieri e posate di plastica, e in questo momento uno degli ospiti stava appoggiando una grossa caraffa di sorrel da cui si era evidentemente appena servito. Gli stessi due uomini erano ora all’esterno, visibili dalla posizione di Lann, e stavano scaricando i vassoi con il cibo. Boysie arrivò al tavolo e, vedendo Alana ancora impegnata in conversazione con il padre di Lily, si servì di ponch-de-crème da un’altra caraffa appena deposta sul tavolo dagli addetti ai rifornimenti. Si voltò intorno e cedette con un gran sorriso il bicchiere appena riempito a una ragazzina, meno della metà dei suoi anni, che ringraziò ammiccando. L’indiano si versò di nuovo un bicchiere, sempre tenendo d’occhio la ragazza, levò il bicchiere in segno di brindisi, che la ragazza ricambiò allontanandosi. Un giovane lo stava guardando sorridendo, come in attesa di un suo giudizio sulla bevanda.

“Ahh…” egli disse, sorridendo, “Non è Natale senza il ponch-de-crème di casa Blake”.

Sul suo viso simpatico comparve un sorriso ancor più ampio, quando Lann gli si rivolse, sorriso malizioso, facendogli segno col dito di seguirlo. La sconosciuta compagna di brindisi, vista la situazione, si mise le mani sulle anche, in segno di scherzoso rimprovero. Al che, allontanandosi verso il deposito delle bevande, Boysie allargò le mani a palme aperte, con un’espressione sul viso che diceva “che ci posso fare?”.

“Boysie, guarda, incarico te, ok? Le casse con le bibite sono qui. Fa’ un giro ogni tanto e accertati che ci sia un po’ di tutto nei cooler, va bene? Se vedi che qualcosa inizia a scarseggiare, ci pensi tu a rifornire? O magari chiedi a qualcuno di darti una mano. Scusaci tanto, Boysie, sai che ci pensa sempre Bob…” lo investì Alana, quasi senza guardarlo in faccia.

Boysie bevve del suo punch, allungò il labbro inferiore in espressione di perplessità e disse:

“Baby, non ti preoccupare, adesso chiedo a Caleb di tenere le bevande sott’occhio. Io preferisco tenerle nel bicchiere! Comunque tu non ti preoccupare, ok? Vai e fai quello che fai di solito, a questo ci penso io. Vorrà dire che mi farai un regalo domani.”

Il suo viso abbronzato si sporse verso Lann come in attesa di un cenno d’intesa.

“Fa’ il bravo, Boysie”, disse Lann, guadagnando l’uscita e scoccandogli dalla distanza un bacio in punta d’indice.

Boysie sorrise, abbandonò il suo bicchiere ormai vuoto, si scarmigliò i capelli, prese mezza dozzina di bottigliette di Rush e tornò nella mischia, con lo sguardo un po’ sconvolto. Non tardò a vedere la ragazza di prima, che guardò con un “non hai un’idea di quel che mi è appena successo di là” dipinto sul volto.

Una ragazzina, diciott’anni a dir tanto, arrivò trafelata nel locale bar, richiamando tutti:

“Kurl è tornato! Kurl è tornato!”

E subito dopo entrò Shawaine, gridando:

“Ragazzi, è l’ultimo giro prima di mezzanotte! Coraggio! Si balla! Let’s wine an’grind!”

“Mi fai ballare?” chiese la ragazza del brindisi a Boysie, mentre entrambi si avvicinavano alla porta che dava sul salone. “Alicia”.

“Boysie”, disse l’altro, “puoi chiamarmi zio Boysie, oppure non chiamarmi e tenerti forte…”

I due ormai si erano sistemati nella pista ed erano pronti a iniziare le danze.

“Secondo me, sei tu quello che si deve tenere forte, zio Boysie…”, rinfacciò lei.

“Vedremo… Ma dov’è la musica?”

“Si può fare anche senza, lo sai?”, maliziosamente ribatté lei.

“Certo, ma senza musica preferisco ballare in privato. Ma eccola qua…”, disse Boysie concludendo il suo intervento verbale con l’inizio di una nuova canzone piuttosto movimentata.

“Grande scelta”, gridò Shawaine, che nel frattempo si era avvicinata a un marcantonio dall’aria stupida che evidentemente doveva essere “il suo Kevin”. Questi, appena la musica iniziò, la prese come fosse una bambola per farsela muovere contro, mentre lui, con buon senso del ritmo, scuoteva il bacino e poco più.

“Vieni a ballare”, Gridò Shawaine a Lann che passava non troppo sorridente. “Che c’è?”

Alana, che aveva in mano un vassoio di salatini, si voltò verso sua sorella e le gridò di rimando semplicemente, come sorpresa della domanda:

“Niente, solo Lee. C’è David con lui”.

(segue)