Un passo, due passi, tre passi.
Mi siedo. Respiro. Un aroma: cos’è? Mi rialzo.
Un passo, due passi, tre passi.
Mi guardo intorno: possibile? Profumo di donna? Un profumo dispendioso? Dov’è?
Un passo, due passi, tre passi.
No, forse non è nulla. Odore della foresta alle mie spalle. Il vento lo porta, caldo.
Un passo, due passi, tre passi.
Chiudo gli occhi. È il profumo dell’amore di una donna, dei suoi capelli finalmente acconciati per lui. Ma lui non c’è. Li riapro.
Un passo, due passi, tre passi.
Guardo in alto. Tre uccelli, neri contro il cielo azzurro, volteggiano senza battere le ali. Sotto di loro un grosso uccello grigio.
Un passo, due passi, tre passi.
Sembra più goffo, ma lui si tuffa, lui pesca. Gli altri tre lo guardano dall’alto. Volteggiano nelle correnti.
Un passo, due passi, tre passi.
E il mare: possenti onde verdi si abbattono a centinaia di metri da me, su altre onde, su altro mare. E qui sulla spiaggia arrivano solo bave di schiuma a lambirmi i piedi.
Un passo, due passi, tre passi.
Profumo di foresta, amore di donna. Uccelli che volteggiano, un pellicano che si tuffa.
Un salto, due salti, tre salti.
Non mi fermo, voglio arrivare alle piante, coglierne il segreto che ricorda i capelli di una donna innamorata.
Un salto, due salti, tre salti.
Non mi fermo, voglio bagnarmi nel mare, voglio accarezzare il pellicano, incurante delle fregate invidiose.
Un salto, due salti, tre salti.
È lui, quello che si tuffa, quello che rischia, quello che pesca: non è goffo, è pesante di vita.
Un salto, due salti, tre salti.
Sono tra gli spruzzi, immerso nel profumo, la foresta è lontana.
Un salto, due salti, tre salti.
Le fregate magnifiche si divertono lassù. Giocano col vento. Sarebbe bello sapere se pensano, e cosa pensano, di noi quaggiù.
Un salto, due salti, tre salti.
Mi tuffo. Le onde mi colpiscono. Io resisto. Le onde mi colpiscono. Io resisto.
Un salto, due salti, tre salti.
E imparo a sorvolare la cresta bianca, a leggere i ventri verdi, a galleggiare in un mondo che si muove e mi colpisce.
Non so se ricordate Frescobaldi. Quello che nel 1615 scriveva “non dee questo modo di sonare stare soggetto a battuta”. Ossia: suonate le mie toccate e le mie partite per clavicembalo, ma interpretate. Non c’è bisogno che teniate il tempo come se fosse sempre uguale. Alla fine, è uno strumento solo, e le due mani sono comandate dallo stesso cervello. Riuscite a farle andare insieme anche se governate il tempo con elasticità: fate un po’ come il “canto” vi suggerisce.
Chiaramente dopo di lui c’è stato chi queste indicazioni le ha tenute più presenti. Altri non hanno potuto (quando bisogna mettere insieme più voci o strumenti, questa libertà è molto difficile e va costruita).
Il salto è vertiginoso: duecento anni. E non solo per i duecento, ma per cosa è accaduto alla musica in questi duecento anni. E arriviamo a Fryderyk Chopin, polacco naturalizzato francese. (Il Grande Esilio portò a Parigi diversi esponenti della vita culturale di Varsavia a seguito della repressione russa della rivolta del 1830). Chopin si occupa quasi esclusivamente di uno strumento, il pianoforte (ormai molto simile a quello che conosciamo oggi).
Nella sua produzione troviamo Sonate, Concerti per pianoforte e orchestra, Preludi, Scherzi, Fantasie, cioè letture personali di canoni già codificati. Ma troviamo anche nuove forme, nuove tipologie di composizione, spesso legate alla musica tradizionale polacca, ma non solo. Valzer, Polonaises, Mazurke, Notturni, Ballate, Studi: titoli che chi studia oggi il pianoforte conosce molto bene, e che associa in modo quasi automatico al pianista polacco. Anche se non le ha inventate lui, il suo contributo è stato essenziale nella loro diffusione.
Il Notturno è forse la forma più libera, tra le novità chopiniane (in realtà è stato inventato dall’irlandese John Field un paio di decenni prima di quelli editi da Chopin). Notturno come una composizione intima, che il compositore e pianista suona per sé nel momento della solitudine della notte. Nel periodo romantico il compositore non è più il prestigiatore che manipola le affezioni del pubblico usando un arsenale di forme standard; è ormai colui che traduce in note i propri sentimenti perché altri li possano condividere, come se fossero spettatori “di nascosto”.
E a Chopin riesce l’intento di prendere una forma molto semplice e spontanea, quella di Field, e di renderla un format di successo. Come? Con regole precise che codificano più che un genere, il tipo di effetto che deve produrre. Regole nascoste in bella vista: basta ascoltare con attenzione le forme e non solo il sentimento, per coglierle.
Cosa eredita da John Field? Una composizione semplice, in cui c’è una melodia (solitamente idilliaca, si vede che Field aveva notti serene) e un accompagnamento ben delineati. Il tempo è fissato e scandito solitamente dall’andamento della mano sinistra.
Ad esempio, qui il Notturno n. 5 di John Field.
Cosa aggiunge Chopin? Una struttura generalmente tripartita ABA’; un carattere nuovo dinamico e cangiante, non necessariamente idilliaco ma con forti contrasti emotivi; modulazioni ardite, sviluppo degli elementi melodici più flessibili.
La cosa per cui diventa interessante anche da un punto di vista matematico è la gestione del tempo. Anche in questo caso, come in Field, l’accompagnamento detta il tempo, ed è un tempo preciso: può cambiare all’interno del brano, ma di sezione in sezione; ci possono anche essere dei momenti di accelerazione o rallentamento, ma all’interno di una sezione il tempo è scandito in modo uniforme.
La melodia, invece, gode di una libertà nuova. Nell’ambito del metronomo dell’accompagnamento, la linea melodica può perdere precisione: spesso è Chopin stesso che, “sbagliando” opportunamente i calcoli, impedisce una perfetta contemporaneità tra il tocco delle due mani; e questo per lasciare alla mano che porta la melodia (solitamente la destra) la libertà di seguire le frasi, di interpretare l’espressione, senza preoccuparsi di “andare a tempo”.
Una libertà non assoluta. Alla fine della battuta, o della frase, comunque, le due mani devono essere insieme. Quindi se la melodia è in anticipo, deve poi aspettare, o se è in ritardo deve affrettarsi, in modo che il ruolo metrico dell’accompagnamento sia rispettato.
Un notturno che vale la pena ascoltare da questo punto di vista è l’op. 48 n. 1.
Questo notturno è diviso in 3 parti. (ABA’, dicevamo).
A. Si vede benissimo, grazie a questa visualizzazione tipo “piano roll”, nella sinistra la regolarità dell’accompagnamento fatto di ottave al basso e accordi nel registro intermedio. La melodia è appannaggio della mano destra. La libertà di cui gode si sente, più che vedersi: si sente che la melodia non procede con lo stesso passo dell’accompagnamento, ma ha scatti ed indugi. Prima sezione in Do minore.
B. Un momento corale in Do maggiore. Parte con accordi in stile organistico, poi via via entrano arpeggi di ornamento, ma anche una serie di figure ad ottave nel basso, che portano ad una suddivisione ritmica più rapida e preparano per A’.
A’: è A’, cioè una riproposizione di A, con qualcosa di nuovo. Di nuovo c’è un accompagnamento non più sui quattro quarti della battuta, ma in terzine di crome, quindi con una suddivisione tre volte più fitta, per non parlare del fatto che la melodia stessa è comunque più veloce dell’inizio. Inoltre, l’accompagnamento è ora condiviso tra mano destra e sinistra, e questo porta, inevitabilmente, alla difficoltà ulteriore di una mano destra che fa contemporaneamente due cose che richiedono tempi letti e interpretati in modo diverso: deve essere inflessibile sull’accompagnamento, ma anche respirare liberamente nella parte melodica. Chopin aiuta: inserisce quartine di semicrome nella destra in modo che l’incastro tra melodia e accompagnamento sia un 4 contro 3, e la mano destra non sia vincolata a stare sulle terzine dell’accompagnamento.
Le ultime battute, pur nel rallentando finale, mostrano in modo evidente questi due modi di vedere il tempo e di metterli in relazione: l’accompagnamento tarda a spegnersi, proseguendo nel suo moto in terzine, ma quando finalmente tace, la mano destra riprende la parola con una frase ascendente espressiva e dal tempo (questa volta, finalmente) libero.
Chopin ha imparato la lezione di Mozart: la struttura conta, anche nella musica sentimentale romantica, e conta tanto più quanto riesce a nasconderla senza cuciture nel tessuto musicale.
Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Beethoven. Anche il prossimo atto, invece, sarà su Chopin.

