Archivi tag: liturgia

Prime battute dell'Inno dei Cherubini

Čajkovskij, o del divino di sfuggita

I piedi sul letto, finalmente ascolto gli ultimi minuti.
Sanctus Sanctus Sanctus, eco dopo eco, sempre più piano.
Sull’unisono degli archi.
Immagini e suoni di un futuro ancora solo previsto.
Nell’attesa di un colpo di pianoforte, ecco il mio accordo mancante.
Nient’altro.
In una palla di fuoco. Con le orecchie piene di bellezza. Una piccola consolazione.

Poco prima del Natale 1880, Pëtr Il’ič Čajkovskij scrive alla sua benefattrice ed amica Nadežda von Meck, raccontandole come per inciso di un concerto di un mesetto prima. La Liturgia è stata presentata all’Associazione Musicale di Mosca, che l’ha trovata interessante. Tutto qui.

La Liturgia a cui fa riferimento è la “Liturgia di San Giovanni Crisostomo”, op. 41. Si tratta del frutto della curiosità dell’autore per un mondo, quello della liturgia ortodossa, che aveva conosciuto come fedele praticante. E che ora, da compositore di un certo successo, ha affrontato dal lato autoriale.

Si tratta di un modo agli antipodi rispetto allo stile di Čajkovskij. Che è uno stile fatto di tensioni e di risoluzioni, di melodie cantabili indimenticabili, di dispiego di forze orchestrali finalizzate a suscitare passione nell’ascoltatore. Un grande compositore romantico in stile occidentale, con qualche parzialità verso il folklore russo (e italiano).

Ecco, la liturgia ortodossa tutto questo lo nega. Non ci sono tensioni e risoluzioni: solo la stasi del canto che accompagna parti specifiche dei riti. Né melodie indimenticabili, solo un testo antichissimo che richiede di essere sostenuto e valorizzato da un corpo musicale che deve sparire sotto le parole. Non ci sono nemmeno le passioni individuali, solo l’adesione del singolo al canto collettivo. Una musica concepita secoli prima, ciclica come è ciclica la liturgia, che gravita intorno ad eventi extramusicali e li accompagna.

Che ci fa Čajkovskij in questo mondo? Perché arriva ad entrarci? Per curiosità. E anche per provare il piacere di poter usare la propria cassetta degli attrezzi in una situazione nuova, che si nutre di una retorica diversa da quella per cui i suoi attrezzi sono stati messi a punto. Probabilmente è il sistema di vincoli nuovi, diversi dal solito, ad affascinarlo. E ad inquietarlo lo stato di congelamento di questo mondo musicale imposto dalla Cappella Imperiale di San Pietroburgo. Lo stile dettato da quest’ultima probabilmente non risonava con la spiritualità tormentata, o con le memorie infantili, di Čajkovskij. E infine probabilmente anche la necessità di entrare con la propria creazione in quella che considerava una forma d’arte totale, tra architettura, arti visive e musica.

Čajkovskij entra, forse invade, in un campo che non è il suo, e questo gli causa qualche grattacapo legale. Ma alla fine può pubblicare quello che è il primo esempio di musica liturgica ortodossa scritta da un compositore sinfonico, formatosi all’occidentale. Altri seguiranno, tra cui forse il caso più brillante sono le Veglie (Vespri) di Sergei Rachmaninov, una quarantina d’anni dopo.

Cosa ascoltiamo di questa serie di brani? Il brano in cui si staglia evidente la logica di Čajkovskij, l’artigiano esperto che il destino sfida ad usare la sua precisione confezionando qualcosa di totalmente altro rispetto al solito. L’Inno dei Cherubini. Niente orchestra, solo coro. Niente melodia cantabile: una serie di scampoli di scala discendente, appoggiati l’uno sull’altro. E giù da questa scala scendono i Cherubini, per suscitare la comunione del canto dei fedeli con quello delle schiere celesti.

Questa discesa sfrutta le capacità del coro russo, senza esagerare. Sono sempre quattro voci, ma sparse e allargate, per dare l’idea di un muro sonoro compatto, senza buchi. Non c’è costruzione ritmica: l’omofonia e la variazione ritmica per divisione semplice sono gli unici principi di movimento. Čajkovskij usa accordi semplici ma larghi, e li fa arrivare fino al punto in cui emergono gli oktavisty, i bassi profondi russi, le cui voci sono fondamentali, nel senso tecnico: le note da loro emesse, le più basse, risuonano nella cattedrale, eccitano armonici nell’edificio, rendendolo una cassa di risonanza di pietre. E la pienezza di un’armonia scarna, con accordi di quattro note, si spiega con il cantare della terra stessa, delle sue ossa, della chiesa fisica, alla discesa dell’annuncio recato dai messaggeri della gloria divina.

Un esperimento, forse, per Čajkovskij. Che però lascia il segno di una logica matematica e fisica che rivela consapevolezza e padronanza, tecnica prima di tutto. Čajkovskij artigiano, ho scritto, ma nel senso dell’artigiano medievale, custode di un’arte che può mettere a disposizione di qualunque creazione.

Ecco allora la consegna del brano con cui si apre il post. La sottrazione come metodo. Scrivi un testo di dieci frasi su un tema che normalmente ti verrebbe da sviluppare, argomentare, costruire — una convinzione, un’emozione, un’idea complessa. Poi riscrivilo eliminando tutto ciò che è sviluppo, tutto ciò che è argomentazione, tutto ciò che è tensione verso una conclusione. Quello che rimane deve essere solo presenza: affermazioni senza contrasto, immagini senza movimento, frasi che esistono invece di andare da qualche parte. Il vincolo: nessuna frase può contenere un verbo di movimento o di trasformazione.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente parlava di Sibelius. Il successivo introdurrà Mikhail Glinka.

La matematica e la musica

La matematica della musica – una saga in costruzione

Un viaggio personale sulla musica come struttura incarnata, come ricerca di matematica fisica.

Ogni scoperta di una nuova struttura musicale diventa un nuovo atto.

Non so quanti atti saranno, alla fine, se ci sarà una fine. Torna spesso: nuovi atti in arrivo.

─────────────────────────────────────────────────────────────── ATTO 1 — Tra cerchi e radici: matematica tra le note | 23 Aprile 2026

ATTO 2 — Hildegard, o della musica balistica | 26 Aprile 2026

ATTO 3 — Pérotin, o del tempo frazionato | 11 Maggio 2026

ATTO 4 — Palestrina, o l’armonia pacificante | 29 Maggio 2026

ATTO 5 — Allegri: lo spazio come strumento | 24 Giugno 2026

ATTO 6 — Monteverdi: il basso che guida | 26 Giugno 2026

ATTO 7 — Frescobaldi: il tempo elastico | 27 Giugno 2026

ATTO 8 — Lully: il basso del potere | 28 Giugno 2026

ATTO 9 — Couperin, o la struttura sbriciolata | 29 Giugno 2026

ATTO 10 — Rameau, o la musica che descrive | 30 Giugno 2026

ATTO 11 — Rameau (2), o la spinta dell’esotico | 1 luglio 2026

ATTO 12 — Cosa combina Vivaldi | 7 luglio 2026

ATTO 13 — Vivaldi (2) e la texture sonora | 8 luglio 2026

ATTO 14 — I numeri di Telemann | 9 luglio 2026

ATTO 15 — Bach, o dello stretto indispensabile | 13 luglio 2026

ATTO 16 — Bach (2), o di mani, voci, idee e temi | 15 luglio 2026

ATTO 17 — Specchi e crostacei in fuga, e il nome di Bach (3) | 16 luglio 2026

ATTO 18 — Händel e la sua cassetta degli attrezzi | 18 luglio 2026

ATTO 19 — Handel (2), o del ritmo di sua maestà | 20 luglio 2026

ATTO 20 — Handel (3) e le fughe di massa | 21 luglio 2026

ATTO 21 — Haydn, o della regola e dello scarto | 22 luglio 2026

ATTO 22 — Haydn (2), l’orologiaio della forma | 24 luglio 2026

ATTO 23 — Mozart e i suoi padri | 26 luglio 2026

ATTO 24 — Mozart (2) e la sezione aurea | 30 luglio 2026

ATTO 25 — Mozart (3) e il finale dei finali | 3 agosto 2026

ATTO 26 — Mozart (4) danza, si prende in giro (e poi ci manda all’inferno) | 6 agosto 2026

ATTO 27 — Beethoven, o delle Nove e del frammento infinito | 10 agosto 2026

ATTO 28 — Beethoven (2) e il dialogo anelastico | 13 agosto 2026

ATTO 29 — Beethoven (3) e l’esito delle variazioni | 17 agosto 2026

ATTO 30 — Chopin, o del tempo in libertà vigilata | 20 agosto 2026

ATTO 31 — Chopin (2) e il dialogo irreversibile | 24 agosto 2026

ATTO 32 — Chopin (3) e lo sviluppo che implode | 27 agosto 2026

ATTO 33 — Brahms e l’incrocio dei ritmi | 31 agosto 2026

ATTO 34 — Brahms (2) e la catena delle terze | 3 settembre 2026

ATTO 35 — Brahms (3) e la prigione circolare | 7 settembre 2026

ATTO 36 — Saint-Saëns, o del colore brillante della resistenza | 10 settembre 2026

ATTO 37 — Dvořák, o degli irriducibili | 14 settembre 2026

ATTO 38 — Wagner, o dei riferimenti vivi | 17 settembre 2026

ATTO 39 — Bruckner, o delle cattedrali sonore | 21 settembre 2026

ATTO 40 — Mahler, o dei temi in cerca di polifonia | 24 settembre 2026

ATTO 41 — Sibelius, o la strategia della tensione | 28 settembre 2026

ATTO 42 — Sibelius (2), o della foresta frattale | 1 ottobre 2026

ATTO 43 — Čajkovskij, o del divino di sfuggita | 5 ottobre 2026

ATTO 44 — Glinka, o delle scale sdrucciolevoli | 8 ottobre 2026

ATTO 45 — Rimskij-Korsakov, o delle magie musicali | 12 ottobre 2026

ATTO 46 — Rachmaninov, o di quando Caronte rema | 15 ottobre 2026

ATTO 47 — Rachmaninov (2), o dell’importanza di arrivare | 19 ottobre 2026

ATTO 48 — Fauré, o della promessa presa sul serio | 22 ottobre 2026

ATTO 49 — Debussy, o dell’importanza di non andare da nessuna parte | 26 ottobre 2026

ATTO 50 — Ravel, o del prezzo della reticenza | 29 ottobre 2026

ATTO 51 — Ravel (2), o di quando lo studio eclissa i dipinti | 2 novembre 2026

─────────────────────────────────────────────────────────────── Ogni atto è indipendente, ma insieme raccontano un pezzo di storia e di incarnazione matematica nel mondo musicale.

la Cappella Sistina e l'organizzazione dello spazio come strumento per i due cori

Allegri: lo spazio come strumento

Dobbiamo prendere provvedimenti
nei confronti del giovane; non sa quel
che vuole, quest’errore sia fermato.
Obbediente scompare la fanciulla
nelle sue stanze, non lo cercherà:
deve dimenticarla, non c’è scampo.

Dice che l’ama, dice di vedere
una, due case in cui viver con lei
senza viver con lei, se questo vuole,
amandosi vicini ma lontani.

Per il bene di lui gli costruiremo
una rete d’aiuti per capire
che noi sappiamo il suo bene qual è.
Gli troveremo un’altra che lo ami
che un giorno imparerà a chiamare moglie,
purché da qui in pace si ritiri.

Dice che del suo bene non discute
con chi non è capace di vederlo
sorridere coi cari di lei occhi,
dice che mente chi vuole il suo bene
senza parlare di quello di lei.

Fuori spingiamolo, non più parlargli
dobbiamo, isoliamolo e allora
lo vedremo convinto a dare a un’altra
ciò che non può più donare a colei
che ormai non gli rivolge la parola.

Ed è solo per questo che Romeo se n’è andato,
e non vi disturberà più.

Romeo se n’è andato, non ci disturberà più

Lo spazio della pagina può essere strumento, come in una poesia impaginata così. Ma ormai l’avrete capito: anche questo è un esercizio di scrittura, e la consegna dice questo:

scrivi un testo per due voci che non si trovano nello stesso luogo — una voce vicina e una lontana, una voce interna e una esterna, una voce presente e una assente. Le due voci non dialogano direttamente: si alternano, ciascuna ignara dell’altra. Eppure il testo complessivo deve avere senso come se le due voci stessero rispondendo a una stessa domanda che nessuna delle due pronuncia esplicitamente. Il vincolo: le due voci devono unirsi nell’ultimo passaggio in un momento di sintesi dell’intero testo.

L’immagine della Cappella Sistina rispecchia questa struttura. Due cori, uno sulla cantoria, uno nascosto a fianco dell’altare maggiore, uno in alto e uno in basso, entrambi vicino alla parete che proietta il suono verso l’assemblea.

Gregorio Allegri (ca 1582-1652) è famoso principalmente per una composizione, il Miserere, la resa per coro del Salmo 50. Si tratta del salmo penitenziale per eccellenza, spesso integrato nella liturgia. Zio Greg (il mio figlio #1 così lo chiama, supponendo un’improbabile parentela) scrive per la cappella pontificia di Urbano VIII Barberini. Ha a disposizione la Cappella Sistina e la usa per mettere in scena effetti sonori innovativi. Usa lo spazio come uno strumento musicale.

La scrittura originale era probabilmente lacunosa, per lasciare spazio agli abbellimenti che i cantori spontaneamente e solitamente introducevano. La sovrapposizione delle voci si rispecchia nella sovrapposizione delle versioni del Miserere. Dalla prima metà del 1600 fino ad oggi l’evoluzione del testo, tra tentativi di completare la scrittura, errori di trascrizione e sedimentazioni della prassi esecutiva, è notevole. La versione che ascoltiamo oggi più comunemente presenta delle caratteristiche che, inseritesi per diversi motivi lungo i secoli, sono state assorbite e apprezzate dal pubblico.

Però la struttura matematica è chiarissima. La forma antifonale (in questo caso: due cori, in altri un solista e un coro, che si alternano cantando strofe speculari di un salmo o un cantico, spesso incorniciato da un’antifona, che riprende il tema del canto), antichissima, è qui evidente. I due cori, tuttavia, sono asimmetrici in numero (5+4 voci), posizione e qualità sonora. Le due voci si spartiscono i versi del salmo, non si parlano direttamente, ma si alternano nel portare il significato, nel fondere le loro voci, lontane tra loro, riverberate sulle pareti vicine. E la coerenza finale del testo è quella data dal contenuto: il Salmo 50, la richiesta di misericordia da parte della comunità dei fedeli che ha come fine il gradimento da parte di Dio delle offerte del popolo, la benevolenza del divino.

Quanti livelli di geometria: dello spazio, del tempo, delle voci, in un unico brano. Un nuovo atto nel mio percorso di scoperta della matematica nel mondo musicale. Se vuoi seguirlo, inizia qui e segui poi con Hildegard, Pérotin e Palestrina, fino a questo punto. Il prossimo post riguarda Monteverdi. E questa è la pagina della serie La matematica della musica.