“Perspice, perpende, percipe, perage”.
Ermanno diede un’occhiata al foglietto che teneva in mano. Chiuse gli occhi per qualche secondo, ricordando il maestro che trent’anni prima gliel’aveva consegnato, quando era entrato nella comunità; li riaprì e adagiò il foglietto sul fondo del baule che aveva contenuto i suoi averi; chiuse il baule vuoto.
Si guardò intorno: la cella era vuota, a parte lui, in piedi, e il suo zaino, ai suoi piedi. Sentì gratitudine per la protezione che questi dodici metri quadrati gli avevano garantito negli ultimi anni. Ma era ora di lasciarla: si volse verso la porta, l’aprì, uscì nel corridoio buio mettendosi lo zaino in spalla, e infine la richiuse, spegnendo la luce.
Intorno a lui il silenzio e l’oscurità. Intanto che camminava per i corridoi, l’olfatto era l’unico tra i sensi a fornirgli stimoli; Ermanno salutò con emozione i ricordi che il suo passaggio evocava. Il suo dito si arrestò per un secondo sul pulsante rosso dell’elettroserratura del portone principale; infine lo premette ed uscì, richiudendo piano ma fino in fondo.
“Perspice, perpende, percipe, perage”.
Il bosco profumava di notte, la luce tenue e mobile dei lampioni tra i rami gli indicava la strada. Vedeva davanti a sé treni, il mare, il nord. Si voltò un’ultima volta, l’eremo era immerso nell’oscurità della foresta. Ermanno recitò mentalmente il salmo 91 intanto che s’incamminava. Al gloria si aggiustò gli spallacci e allungò il passo.
La strada era deserta, nella foresta, ma più giù, in fondo alla valle, qualche faro passava di quando in quando. Ermanno fece due calcoli: camminando speditamente sarebbe arrivato al paese all’alba. Avrebbe allora preso il primo treno, prima delle lodi. Il piano stava funzionando, tutto era in ordine. Ermanno si permise un sorriso. Tirò fuori dalla tasca un panino avvolto in un tovagliolo e lo addentò.
Il cielo iniziava a farsi chiaro quando arrivò in paese. Incontrò una panetteria aperta, l’unico segno del risveglio. Giunse infine alla stazione ferroviaria. Una corriera blu sostava davanti all’edificio. Il treno era fermo al binario, con il motore diesel acceso. Ermanno valutò: la corriera che prendeva tutti i giorni per andare a scuola, o il treno verso la sua nuova vita? Sorrise di nuovo: non c’erano dubbi. Andò verso la biglietteria automatica, acquistò il biglietto, e, senza voltarsi indietro, salì sul treno.
“Perspice, perpende, percipe, perage”.
Qual è, questa volta, la consegna di scrittura che ho cercato di rispettare?
Scegli una frase di quattro parole — semplice, concreta, neutra. Questa è la tua base: si ripeterà invariata a intervalli costanti. Tra una ripetizione e l’altra scrivi liberamente — puoi cambiare tono, registro, argomento, punto di vista. L’unico vincolo è che ogni sezione libera deve in qualche modo rispondere alla base, anche implicitamente.
A che musica assomiglia questa struttura? A quella che Claudio Monteverdi (1567-1643) propone nella sua musica, abbastanza generalmente. Alla base corrisponde il cosiddetto basso continuo, sul quale le varie voci si accordano.
In che modo questo è innovativo? L’armonia, ad esempio quella di Palestrina o di Allegri, emergeva dalla sovrapposizione delle varie voci. Qui invece abbiamo una linea armonica che non funge da “voce” a se stante. Essa fornisce il tappeto sul quale le voci melodiche si muovono in modo da risultare compatibili. Un vincolo (che in realtà può essere a sua volta determinato da una particolare linea melodica) che costringe la libertà melodica di tutte (le altre) voci.
Alcuni esempi da ascoltare? Zefiro torna (ciaccona su testo di Ottavio Rinuccini), in cui è evidentissimo il ruolo ritmico e armonico del basso.
Un altro esempio è il Lamento della ninfa, un madrigale in cui il basso continuo assume una caratteristica talmente peculiare da avere un nome specifico, il basso di lamento, ossia una linea discendente che richiama il pianto ed è usata, specialmente per brani drammatici e con il carattere, appunto, del lamento.
L’idea del basso continuo ebbe un successo clamoroso per tutto il ‘600 e diventò cruciale nella musica concertistica di tutto il periodo barocco e oltre. Il basso di lamento (qui un’analisi storica) viene ripreso ad esempio da Purcell, nell’aria del lamento di Didone, When I am laid in earth (Dido and Aeneas, 1689), da Bach nel Crucifixus del Credo (Messa in si minore, 1749), e avanti fino al ‘900 con, ad esempio, Ray Charles in Hit the road, Jack (1961) o i Led Zeppelin in Stairway to heaven (1971).
Ecco allora la consegna e il mio tentativo (perché non provi anche tu?): un elemento fondamentale di poche note che si ripetono, che creano una sequenza riconoscibile di per sé e riscontrabili secondariamente nelle altre narrazioni che, per potersi sovrapporre armonicamente ad esso, devono ad esso adeguarsi. C’è un perspice, in ogni riga, c’è un perpende, in ogni riga; c’è anche un percipe, in ogni riga, e in ogni riga c’è, finalmente, anche un perage.
Questo post fa parte della serie alla scoperta della matematica nel mondo musicale: la pagina iniziale è questa. L’atto precedente parla di Gregorio Allegri, quello successivo di Girolamo Frescobaldi.
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