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Lully: il basso del potere

Verso mezzanotte Carlo, approfittando di una pausa dell’orchestrina, si alzò dalla panca, salutò i suoi amici seduti allo stesso tavolo, raccolse con attenzione i resti della cena per buttarli nei contenitori all’ingresso della piazza e si diresse verso casa.
La pausa si protrasse abbastanza da permettergli di attraversare tutta la piazza e di salutare Mariangela, il cui compito era fare attenzione all’accesso lungo la strada principale. La musica riprese quando ormai Carlo camminava da solo verso casa.
Non si accorse, come se fosse in uno stato di sospensione di coscienza, che i suoi passi lo portavano automaticamente verso la destinazione, mentre la sua attenzione era rivolta ai rumori, al vento che soffiava tra le case e il bosco e nel quale sentiva a tratti la musica della sagra e i cori dell’eremo; tutto sembrava tranquillo quando giunse a casa.
Notò tuttavia da qualche metro di distanza, su un lato della cassetta della posta, un segno tracciato con un gessetto. Senza fermarsi frugò nella tasca, dove teneva, per abitudine, un frammento di gesso bianco. Intanto che apriva con attenzione la cassetta, che peraltro aveva già controllato al mattino, alla luce della torcia del cellulare tracciò un segno a fianco dell’altro, e riscontrò che questo era giallo, non bianco come il suo: l’illuminazione notturna richiedeva questa
prova. Fece per entrare in casa, e vide il secondo segno, più piccolo, a fianco del campanello.
Entrò e senza nemmeno fermarsi, si diresse alla sua camera, estrasse una borsa da sopra l’armadio, controllò alcuni oggetti, carte, denaro e li trasferì nella sua valigetta di scuola, vi aggiunse qualche capo di vestiario accuratamente selezionato dal suo guardaroba, la chiuse e, ripetendo con un amaro sorriso l’espressione “Moscow rules”, spense la luce in tutta l’abitazione e si mise in poltrona a riposare.
Non dormì, effettivamente, ma si rilassò a sufficienza per il viaggio che l’avrebbe aspettato l’indomani. Doveva raggiungere Bologna, considerò con precisione, dove avrebbe cercato il signor Luton. Il silenzio in tutto l’appartamento lo rassicurava.
In tasca aveva comunque qualcosa con cui difendersi, e non era il gessetto. Sapeva che questa pausa di qualche mese in questo paesino dell’Italia centrale sarebbe finita prima o poi. Durante le vacanze estive effettivamente era meglio, non doveva avvisare nessuno, aveva tempo di sistemare le questioni amministrative, se ce ne fosse stato bisogno. Quattro dei suoi sensi erano all’erta,
scandagliavano gli scricchiolii, i movimenti d’aria, le ombre nello spazio che lo circondava.
Giunta l’alba, interruppe il suo riposo e si alzò, come se fosse un giorno qualunque. Fece colazione con ciò che trovò in frigo, svuotò un’intera moka, si cambiò con cura, mettendo vestiti comodi per il viaggio, prese lo zaino e lasciò l’appartamento, salutandolo mentalmente: chissà quando, chissà se l’avrebbe rivisto.
Carlo percepì il contrasto tra la quiete di un mondo ancora sotto le coperte, in quello stato di grazia tra la sveglia e l’alzata in cui ci si permette di abbandonare la coscienza ad un sogno che comprende la sensazione del corpo che gode del letto, e l’attenzione acuta che lo animava nel tragitto tra casa e stazione ferroviaria.
Fu sul treno, quando potè finalmente chiudere gli occhi, abbassare il livello di tensione che aveva mantenuto invisibilmente elevato fin da quando era rientrato in casa la sera precedente.
E quando riaprì gli occhi, dopo una pausa di qualche minuto, si accorse, con un certo piacere e infinita curiosità, che due file davanti a lui sedeva il collega Ermanno.

Eccoci con un nuovo esercizio di scrittura. La consegna è questa: scegli tre parole: semplici, concrete, di uso comune. Scrivi un testo in prosa di almeno otto sezioni su un personaggio a tua scelta. Nelle prime due sezioni le tre parole devono comparire esplicitamente, con precisione. Nelle sezioni successive possono comparire come sinonimi, come parole dello stesso campo semantico, come allusioni incarnate in un gesto o in un dettaglio narrativo. In un massimo di due sezioni una delle tre parole può essere completamente assente, a condizione che la sezione regga comunque.

Riesci a individuare quali parole ho scelto io? Indizio: i primi due sono nomi astratti, il terzo è concreto.

A ben guardare sia la consegna che il risultato assomigliano molto a quelli del post su Monteverdi. Ma ci sono delle differenze, che rispecchiano qualche novità che l’italo-francese J.-B. Lully portò alla corte del Re Sole. E per apprezzarle si può ascoltare la Passacaille tratta dalla tragédie en musique “Armide” (ispirata ovviamente alla Gerusalemme Liberata).

Il basso si sente subito. E’, tra l’altro, un classico basso di lamento diatonico (Sol-Fa-Mi bemolle-Re). Ma non si sente sempre, a differenza di quanto avviene negli esempi precedenti. Eppure se proviamo a canticchiarlo, non facciamo fatica: ci starebbe benissimo anche dove manca. Questo perché il basso sta qui perdendo la sua qualità di “voce più bassa”, ma diventa il principio armonico su cui si basa tutta la passacaglia. Non è più la sequenza di note (il tetracordo discendente) ma la sequenza di accordi che questo tetracordo induce (Sol minore, Si bemolle maggiore, Do maggiore, Re maggiore, con i rivolti necessari) ad essere onnipresente, e seguita scrupolosamente ormai da tutte le voci presenti. La presenza della sequenza melodica del basso diventa superflua, e Lully può permettersi di mantenerla od ometterla a suo piacimento.

Non solo, può anche permettersi di arricchirla, di tanto in tanto, di cromatismi: qualche nota intermedia, che crea tensioni che poi si risolvono con l’armonia principale. O qualche sequenza in un basso ascendente, anziché discendente, sempre in precisa aderenza con la sequenza armonica.

L’idea del basso ostinato di Monteverdi viene messa a sistema (tra l’altro, un sistema di proporzioni decisamente più vaste: qui un’orchestra di dimensioni abbastanza ampie per l’epoca, coro e solista), a tal punto che non è più nemmeno necessario che sia esplicita, visibile o udibile direttamente.

Lully è il musicista di corte di Luigi XIV. Rende in musica il principio organizzatore della corte di Versailles, non solo una reggia ma una vera e propria macchina politica. Luigi XIV trasforma la corte in uno spazio in cui ogni gesto, ogni abito, ogni movimento del corpo è codificato secondo un sistema di regole precise che riflettono e riproducono la gerarchia del potere. Chi siede dove, chi si inchina a chi, come si cammina, come si danza: tutto è prescritto, tutto è visibile, tutto è politico. In questo sistema, la musica non è intrattenimento: è architettura sociale.

Lully è l’architetto di questa musica. Le suite di danze che compone per la corte — allemande, courante, sarabande, gighe, minuetti — non sono semplici pezzi da ballo: sono forme con proporzioni fisse che codificano il corpo e il comportamento. La sarabanda è lenta e solenne, adatta alla dignità dei grandi; la giga è veloce e irregolare, adatta alla vivacità dei giovani; il minuetto è equilibrato e simmetrico, adatta all’eleganza di tutti. Ogni danza ha il suo metro, il suo carattere, il suo posto nella gerarchia delle forme. Le suites (che più avanti verranno codificate come raccolte di brani ben precisi) di Lully sono sequenze di questi caratteri, con una ouverture iniziale e un percorso attraverso le emozioni e i comportamenti che la corte riconosce come propri.

La passacaglia/ciaccona si colloca al vertice di questa gerarchia: è la forma più ampia, più complessa, più rappresentativa. Non si balla necessariamente (e in effetti perderà col tempo questa caratteristica per rimanere una struttura compositiva pura): si può semplicemente ascoltare e ammirare. È la forma in cui il potere si rappresenta a se stesso nella sua massima grandiosità. Quando Bach scrive la Ciaccona per violino (Partita BWV 1004), un’opera solitaria, privata, priva di qualsiasi funzione sociale, prende la stessa struttura matematica e la svuota di ogni connotazione politica. Quando Brahms usa una passacaglia nel finale della Sinfonia n. 4, la trasforma in congedo. La struttura viaggia attraverso i secoli cambiando significato ogni volta, ma portando sempre con sé la memoria di ciò che è stata.


Questo è un atto della serie sulla Matematica nella musica. Il post precedente era quello su Frescobaldi, il successivo su Couperin.

Il basso che guida

Monteverdi: il basso che guida

“Perspice, perpende, percipe, perage”.

Ermanno diede un’occhiata al foglietto che teneva in mano. Chiuse gli occhi per qualche secondo, ricordando il maestro che trent’anni prima gliel’aveva consegnato, quando era entrato nella comunità; li riaprì e adagiò il foglietto sul fondo del baule che aveva contenuto i suoi averi; chiuse il baule vuoto.

Si guardò intorno: la cella era vuota, a parte lui, in piedi, e il suo zaino, ai suoi piedi. Sentì gratitudine per la protezione che questi dodici metri quadrati gli avevano garantito negli ultimi anni. Ma era ora di lasciarla: si volse verso la porta, l’aprì, uscì nel corridoio buio mettendosi lo zaino in spalla, e infine la richiuse, spegnendo la luce.

Intorno a lui il silenzio e l’oscurità. Intanto che camminava per i corridoi, l’olfatto era l’unico tra i sensi a fornirgli stimoli; Ermanno salutò con emozione i ricordi che il suo passaggio evocava. Il suo dito si arrestò per un secondo sul pulsante rosso dell’elettroserratura del portone principale; infine lo premette ed uscì, richiudendo piano ma fino in fondo.

“Perspice, perpende, percipe, perage”.

Il bosco profumava di notte, la luce tenue e mobile dei lampioni tra i rami gli indicava la strada. Vedeva davanti a sé treni, il mare, il nord. Si voltò un’ultima volta, l’eremo era immerso nell’oscurità della foresta. Ermanno recitò mentalmente il salmo 91 intanto che s’incamminava. Al gloria si aggiustò gli spallacci e allungò il passo.

La strada era deserta, nella foresta, ma più giù, in fondo alla valle, qualche faro passava di quando in quando. Ermanno fece due calcoli: camminando speditamente sarebbe arrivato al paese all’alba. Avrebbe allora preso il primo treno, prima delle lodi. Il piano stava funzionando, tutto era in ordine. Ermanno si permise un sorriso. Tirò fuori dalla tasca un panino avvolto in un tovagliolo e lo addentò.

Il cielo iniziava a farsi chiaro quando arrivò in paese. Incontrò una panetteria aperta, l’unico segno del risveglio. Giunse infine alla stazione ferroviaria. Una corriera blu sostava davanti all’edificio. Il treno era fermo al binario, con il motore diesel acceso. Ermanno valutò: la corriera che prendeva tutti i giorni per andare a scuola, o il treno verso la sua nuova vita? Sorrise di nuovo: non c’erano dubbi. Andò verso la biglietteria automatica, acquistò il biglietto, e, senza voltarsi indietro, salì sul treno.

“Perspice, perpende, percipe, perage”.

Qual è, questa volta, la consegna di scrittura che ho cercato di rispettare?

Scegli una frase di quattro parole — semplice, concreta, neutra. Questa è la tua base: si ripeterà invariata a intervalli costanti. Tra una ripetizione e l’altra scrivi liberamente — puoi cambiare tono, registro, argomento, punto di vista. L’unico vincolo è che ogni sezione libera deve in qualche modo rispondere alla base, anche implicitamente.

A che musica assomiglia questa struttura? A quella che Claudio Monteverdi (1567-1643) propone nella sua musica, abbastanza generalmente. Alla base corrisponde il cosiddetto basso continuo, sul quale le varie voci si accordano.

In che modo questo è innovativo? L’armonia, ad esempio quella di Palestrina o di Allegri, emergeva dalla sovrapposizione delle varie voci. Qui invece abbiamo una linea armonica che non funge da “voce” a se stante. Essa fornisce il tappeto sul quale le voci melodiche si muovono in modo da risultare compatibili. Un vincolo (che in realtà può essere a sua volta determinato da una particolare linea melodica) che costringe la libertà melodica di tutte (le altre) voci.

Alcuni esempi da ascoltare? Zefiro torna (ciaccona su testo di Ottavio Rinuccini), in cui è evidentissimo il ruolo ritmico e armonico del basso.

Un altro esempio è il Lamento della ninfa, un madrigale in cui il basso continuo assume una caratteristica talmente peculiare da avere un nome specifico, il basso di lamento, ossia una linea discendente che richiama il pianto ed è usata, specialmente per brani drammatici e con il carattere, appunto, del lamento.

L’idea del basso continuo ebbe un successo clamoroso per tutto il ‘600 e diventò cruciale nella musica concertistica di tutto il periodo barocco e oltre. Il basso di lamento (qui un’analisi storica) viene ripreso ad esempio da Purcell, nell’aria del lamento di Didone, When I am laid in earth (Dido and Aeneas, 1689), da Bach nel Crucifixus del Credo (Messa in si minore, 1749), e avanti fino al ‘900 con, ad esempio, Ray Charles in Hit the road, Jack (1961) o i Led Zeppelin in Stairway to heaven (1971).

Ecco allora la consegna e il mio tentativo (perché non provi anche tu?): un elemento fondamentale di poche note che si ripetono, che creano una sequenza riconoscibile di per sé e riscontrabili secondariamente nelle altre narrazioni che, per potersi sovrapporre armonicamente ad esso, devono ad esso adeguarsi. C’è un perspice, in ogni riga, c’è un perpende, in ogni riga; c’è anche un percipe, in ogni riga, e in ogni riga c’è, finalmente, anche un perage.


Questo post fa parte della serie alla scoperta della matematica nel mondo musicale: la pagina iniziale è questa. L’atto precedente parla di Gregorio Allegri, quello successivo di Girolamo Frescobaldi.