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Handel e il ritmo di sua maestà

Handel (2), o del ritmo di sua maestà

Toccano a festa campane: don.
Nella navata procede: flash.
Padre la porta all’altare: ooh.
Dove l’aspetta il futuro: lui!
Cantano i riti nuziali: e
quando il prete richiede: se
guardi con grande attenzione: lei
cerca invano qualcuno: ma
poi si rivolge allo sposo: sì!

Dicevamo del nostro George (anche il nome Georg, nel passaggio della Manica, cambia grafia e probabilmente anche pronuncia), che appena firmato un contratto di lavoro (come Kapellmeister, maestro di cappella) col principe elettore di Hannover (Giorgio Ludovico, si chiamava), nel 1710, chiede subito un anno sabbatico per andare a vedere come funzionava l’opera italiana a Londra: va, propone la sua Rinaldo (ancora oggi famosa l’aria Lascia ch’io pianga), che ha grande successo. Torna, e nel 1712 chiede di nuovo di poter tornare a Londra, promettendo di tornare in tempi ragionevoli. Ecco, no: non torna, perché nel frattempo la regina Anna (Stuart) scopre che le piacciono le sue composizioni e lui, insomma, capisce che lì può guadagnare più che in patria.

Dicevo che non è stata una delle sue mosse più astute, forse un azzardo che, però, gli va bene. Infatti, nel 1714 la regina Anna si spegne senza eredi. E chi è il parente protestante più prossimo? Esatto, il Giorgio Ludovico di Hannover, che inaugura in Gran Bretagna la dinastia degli Hannover con il nome di Giorgio I. La linea dinastica rimane sul trono britannico fino alla regina Vittoria.

Ovviamente Giorgio I si ricorda del discolo Handel che gli aveva tirato il bidone quando era solo un principe tedesco. Però lo stima molto, e alla fine lo perdona e lo paga, anche più profumatamente della regina Anna, per averne i servigi, lasciandogli però oculatamente la facoltà di perseguire la propria carriera di libero professionista.

In tutto questo rivolgimento di case reali, Handel si adatta alla vita londinese, e produce alcuni dei suoi capolavori proprio per accompagnare feste ed eventi. Un esempio è la Water Music, che, pare, segna la riconciliazione con il nuovo re. Musica per una grande parata sul Tamigi, per ammorbidire l’opinione degli inglesi di fronte a un re straniero, eseguita più volte da un’orchestra su un barcone che fa su e giù lungo il fiume. Oppure gli inni di incoronazione. Il più famoso di questi è Zadok the Priest. Chi ha assistito alla recente incoronazione di Carlo III, o alle partite della UCL, probabilmente la conosce.

Quella tra le composizioni “reali” di Handel che qui vale la pena ricordare, sono le Music for the Royal Fireworks, composta in occasione della pace di Aquisgrana, che mise fine alla guerra di successione austriaca.

Perché è matematicamente interessante. Principalmente perché, in questa opera, Handel riprende Lully e lo stile francese. In modo particolare, interpreta a suo modo il ritmo solenne del rhythme pointé. Si tratta di una figura ritmica che alla corte di Versailles aveva significato solennità e che Handel attualizza, diversi decenni dopo, alla corte inglese.

Si tratta di una figura composta da due note con durate nei rapporti di proporzione 3:1. La prima nota è cioè tripla della seconda, e insieme formano una durata di 4. Così sembra non dire nulla. In realtà alla corte francese le note venivano scritte così, ma poi probabilmente eseguite in modo ancor più sbilanciato, pare fino ad un rapporto di 7:1.

Qui un esempio di Lully, tratto dall’Armida avevamo già visto la Passacaglia, nel post relativo al compositore francese; qui l’Overture.

Il ritmo saltellante e con accenti X–XX–XX– è appunto il rhythme pointé.

Ecco allora la ripresa di questo elemento alla corte britannica. Perché per le feste all’aperto quello francese è lo standard. E anche perché Handel è fatto così, deve mostrare di essere cosmopolita, di conoscere il meglio di tutte le culture e di adattarle, come abbiamo già visto per il concerto grosso italiano, alla corte inglese.

L’overture, composta da due parti, una più lenta (inizio) e una veloce ed instancabile al minuto 2:32 di questa esecuzione, fa amplissimo uso di queste figure puntate. Si possono trovare coppie ritmiche con durate 3:1 a diversi livelli di durata e per tutta la durata del brano (in realtà dell’intera suite).

Salta comunque all’orecchio la solennità del carattere di questa overture. Così come non dovrebbe sfuggire la finezza della scrittura orchestrale che tiene conto dell’esecuzione all’aperto (da cui un vasto uso degli ottoni, per dare volume). Ma inoltre impiega tutta la ricchezza dell’organico con dispositivi di supporto, come scale per moto contrario, frammenti melodici secondari, raddoppi armonici, per dare l’impressione di una spinta inarrestabile.

E tutto basato su questo piccolo elemento ritmico di due note, di cui una lunga il triplo dell’altra, o anche di più.

Ecco allora la consegna del piccolo esercizio di scrittura che apre, come al solito, il post. Scrivi un testo in cui ogni frase è costruita su una proporzione interna precisa: tre quarti della frase sono lenti, carichi, solenni — parole lunghe, subordinate, pause — e un quarto è rapido, secco, conclusivo — una parola sola, o due al massimo. La parte lunga crea attesa; la parte breve la risolve con uno scatto. Il contenuto è libero; la proporzione è fissa.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Handel, e pure il prossimo.

Lully: il basso del potere

Verso mezzanotte Carlo, approfittando di una pausa dell’orchestrina, si alzò dalla panca, salutò i suoi amici seduti allo stesso tavolo, raccolse con attenzione i resti della cena per buttarli nei contenitori all’ingresso della piazza e si diresse verso casa.
La pausa si protrasse abbastanza da permettergli di attraversare tutta la piazza e di salutare Mariangela, il cui compito era fare attenzione all’accesso lungo la strada principale. La musica riprese quando ormai Carlo camminava da solo verso casa.
Non si accorse, come se fosse in uno stato di sospensione di coscienza, che i suoi passi lo portavano automaticamente verso la destinazione, mentre la sua attenzione era rivolta ai rumori, al vento che soffiava tra le case e il bosco e nel quale sentiva a tratti la musica della sagra e i cori dell’eremo; tutto sembrava tranquillo quando giunse a casa.
Notò tuttavia da qualche metro di distanza, su un lato della cassetta della posta, un segno tracciato con un gessetto. Senza fermarsi frugò nella tasca, dove teneva, per abitudine, un frammento di gesso bianco. Intanto che apriva con attenzione la cassetta, che peraltro aveva già controllato al mattino, alla luce della torcia del cellulare tracciò un segno a fianco dell’altro, e riscontrò che questo era giallo, non bianco come il suo: l’illuminazione notturna richiedeva questa
prova. Fece per entrare in casa, e vide il secondo segno, più piccolo, a fianco del campanello.
Entrò e senza nemmeno fermarsi, si diresse alla sua camera, estrasse una borsa da sopra l’armadio, controllò alcuni oggetti, carte, denaro e li trasferì nella sua valigetta di scuola, vi aggiunse qualche capo di vestiario accuratamente selezionato dal suo guardaroba, la chiuse e, ripetendo con un amaro sorriso l’espressione “Moscow rules”, spense la luce in tutta l’abitazione e si mise in poltrona a riposare.
Non dormì, effettivamente, ma si rilassò a sufficienza per il viaggio che l’avrebbe aspettato l’indomani. Doveva raggiungere Bologna, considerò con precisione, dove avrebbe cercato il signor Luton. Il silenzio in tutto l’appartamento lo rassicurava.
In tasca aveva comunque qualcosa con cui difendersi, e non era il gessetto. Sapeva che questa pausa di qualche mese in questo paesino dell’Italia centrale sarebbe finita prima o poi. Durante le vacanze estive effettivamente era meglio, non doveva avvisare nessuno, aveva tempo di sistemare le questioni amministrative, se ce ne fosse stato bisogno. Quattro dei suoi sensi erano all’erta,
scandagliavano gli scricchiolii, i movimenti d’aria, le ombre nello spazio che lo circondava.
Giunta l’alba, interruppe il suo riposo e si alzò, come se fosse un giorno qualunque. Fece colazione con ciò che trovò in frigo, svuotò un’intera moka, si cambiò con cura, mettendo vestiti comodi per il viaggio, prese lo zaino e lasciò l’appartamento, salutandolo mentalmente: chissà quando, chissà se l’avrebbe rivisto.
Carlo percepì il contrasto tra la quiete di un mondo ancora sotto le coperte, in quello stato di grazia tra la sveglia e l’alzata in cui ci si permette di abbandonare la coscienza ad un sogno che comprende la sensazione del corpo che gode del letto, e l’attenzione acuta che lo animava nel tragitto tra casa e stazione ferroviaria.
Fu sul treno, quando potè finalmente chiudere gli occhi, abbassare il livello di tensione che aveva mantenuto invisibilmente elevato fin da quando era rientrato in casa la sera precedente.
E quando riaprì gli occhi, dopo una pausa di qualche minuto, si accorse, con un certo piacere e infinita curiosità, che due file davanti a lui sedeva il collega Ermanno.

Eccoci con un nuovo esercizio di scrittura. La consegna è questa: scegli tre parole: semplici, concrete, di uso comune. Scrivi un testo in prosa di almeno otto sezioni su un personaggio a tua scelta. Nelle prime due sezioni le tre parole devono comparire esplicitamente, con precisione. Nelle sezioni successive possono comparire come sinonimi, come parole dello stesso campo semantico, come allusioni incarnate in un gesto o in un dettaglio narrativo. In un massimo di due sezioni una delle tre parole può essere completamente assente, a condizione che la sezione regga comunque.

Riesci a individuare quali parole ho scelto io? Indizio: i primi due sono nomi astratti, il terzo è concreto.

A ben guardare sia la consegna che il risultato assomigliano molto a quelli del post su Monteverdi. Ma ci sono delle differenze, che rispecchiano qualche novità che l’italo-francese J.-B. Lully portò alla corte del Re Sole. E per apprezzarle si può ascoltare la Passacaille tratta dalla tragédie en musique “Armide” (ispirata ovviamente alla Gerusalemme Liberata).

Il basso si sente subito. E’, tra l’altro, un classico basso di lamento diatonico (Sol-Fa-Mi bemolle-Re). Ma non si sente sempre, a differenza di quanto avviene negli esempi precedenti. Eppure se proviamo a canticchiarlo, non facciamo fatica: ci starebbe benissimo anche dove manca. Questo perché il basso sta qui perdendo la sua qualità di “voce più bassa”, ma diventa il principio armonico su cui si basa tutta la passacaglia. Non è più la sequenza di note (il tetracordo discendente) ma la sequenza di accordi che questo tetracordo induce (Sol minore, Si bemolle maggiore, Do maggiore, Re maggiore, con i rivolti necessari) ad essere onnipresente, e seguita scrupolosamente ormai da tutte le voci presenti. La presenza della sequenza melodica del basso diventa superflua, e Lully può permettersi di mantenerla od ometterla a suo piacimento.

Non solo, può anche permettersi di arricchirla, di tanto in tanto, di cromatismi: qualche nota intermedia, che crea tensioni che poi si risolvono con l’armonia principale. O qualche sequenza in un basso ascendente, anziché discendente, sempre in precisa aderenza con la sequenza armonica.

L’idea del basso ostinato di Monteverdi viene messa a sistema (tra l’altro, un sistema di proporzioni decisamente più vaste: qui un’orchestra di dimensioni abbastanza ampie per l’epoca, coro e solista), a tal punto che non è più nemmeno necessario che sia esplicita, visibile o udibile direttamente.

Lully è il musicista di corte di Luigi XIV. Rende in musica il principio organizzatore della corte di Versailles, non solo una reggia ma una vera e propria macchina politica. Luigi XIV trasforma la corte in uno spazio in cui ogni gesto, ogni abito, ogni movimento del corpo è codificato secondo un sistema di regole precise che riflettono e riproducono la gerarchia del potere. Chi siede dove, chi si inchina a chi, come si cammina, come si danza: tutto è prescritto, tutto è visibile, tutto è politico. In questo sistema, la musica non è intrattenimento: è architettura sociale.

Lully è l’architetto di questa musica. Le suite di danze che compone per la corte — allemande, courante, sarabande, gighe, minuetti — non sono semplici pezzi da ballo: sono forme con proporzioni fisse che codificano il corpo e il comportamento. La sarabanda è lenta e solenne, adatta alla dignità dei grandi; la giga è veloce e irregolare, adatta alla vivacità dei giovani; il minuetto è equilibrato e simmetrico, adatta all’eleganza di tutti. Ogni danza ha il suo metro, il suo carattere, il suo posto nella gerarchia delle forme. Le suites (che più avanti verranno codificate come raccolte di brani ben precisi) di Lully sono sequenze di questi caratteri, con una ouverture iniziale e un percorso attraverso le emozioni e i comportamenti che la corte riconosce come propri.

La passacaglia/ciaccona si colloca al vertice di questa gerarchia: è la forma più ampia, più complessa, più rappresentativa. Non si balla necessariamente (e in effetti perderà col tempo questa caratteristica per rimanere una struttura compositiva pura): si può semplicemente ascoltare e ammirare. È la forma in cui il potere si rappresenta a se stesso nella sua massima grandiosità. Quando Bach scrive la Ciaccona per violino (Partita BWV 1004), un’opera solitaria, privata, priva di qualsiasi funzione sociale, prende la stessa struttura matematica e la svuota di ogni connotazione politica. Quando Brahms usa una passacaglia nel finale della Sinfonia n. 4, la trasforma in congedo. La struttura viaggia attraverso i secoli cambiando significato ogni volta, ma portando sempre con sé la memoria di ciò che è stata.


Questo è un atto della serie sulla Matematica nella musica. Il post precedente era quello su Frescobaldi, il successivo su Couperin.