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Un regalo di più di trent’anni fa

Ieri, durante uno zapping selvaggio (nel senso che si è spinto fino ai canali oltre il 60, per vedere di nascosto l’effetto che fa) sono incappato in un vecchissimo video musicale: questo qua.

Sono rimasto praticamente ipnotizzato (per quanto si possa rimanere ipnotizzati con due bimbi che si scagliano il lego nella stanza a fianco) per tutta la durata del video.

Ed è stato il suono dell’organo (leggo trattarsi di un Vox Continental, buono a sapersi) a darmi i brividi.

Era mio cugino D. che suonava (cantava pure?) questo brano ogni volta che lo andavo a trovare, in via Cenni, sul suo mastodontico strumento (mastodontico per me, che avevo sicuramente meno di dieci anni). E ricordo che mi piaceva molto sedermi e provare tutti i registri, ora come ora non ricordo, ma probabilmente aveva almeno due manuali.

Non so se fosse un suo cavallo di battaglia, forse me l’aveva fatta sentire una volta e mi era piaciuto il giro armonico, o l’arpeggiato, non saprei proprio. Ma ricordo che ogni volta che andavo a casa degli zii e lui era in casa, gli chiedevo che suonasse l’organo per me, e quella canzone in particolare, e poi di lasciarmi provare.

Chissà se se la ricorda, se saprebbe suonarla ancora, se ha una tastiera oggi, a casa sua, su cui farlo, se la fa ascoltare a suo figlio. Chissà se si ricorda della mia insistenza, tanti anni fa.

La cosa bizzarra, ma forse non tanto, è che io ricordo questo brano mai più sentito, e lo ricordo come un regalo, l’unico rimasto in memoria, anche se immagino che ovviamente non sarà stato il solo ricevuto da lui e zii durante la mia infanzia.

Così come di sua sorella I. ricordo le storie che mi raccontava, e di A. le passeggiate che facevamo.

Dove sarà il segreto di questa permanenza, di questa rilevanza? Il tempo dedicato? La fatica, la tecnica, l’arte? Il bello? L’affetto?

In ogni caso, grazie, D.!

Ciliegie

Un sabato di qualche settimana passata sono andato al supermercato con il piccolo più piccolo (sarei poi uscito col grande al pomeriggio).

Entrando c’è il banco della frutta: ciliegie. (“Babbo, babbo… le… le… hm… fragole!”).

Le ciliegie sono una cosa strana, nella mia memoria. E’ come se fossero arrivate tardi. Comprensibile: per bambini piccoli i noccioli non sono esattamente consigliabili.

Non avevamo ciliegi vicini, per cui anche l’idea molto rurale e romantica dei bambini che “rubano” le ciliegie non mi appartiene.

L’una che tira l’altra, invece, sì. Quando iniziavo a mangiarne, come tutti i  bambini, credo, bisognava che arrivassi al fondo della bacinella prima che potessi smettere.

Però il mio primo ricordo legato alle ciliegie è una calda giornata, una casa di campagna, una famiglia di amici che vi si trasferiva d’estate, una bella signora dai capelli rossi che mi metteva un arnese in mano e via, sul tavolo del giardino, una montagna di ciliegie (o erano amarene?): snocciolare! Intorno non ricordo nemmeno se ci fosse mia sorella, o le bambine della signora dai capelli rossi, credo, anzi, certamente i suoi genitori, suo marito, affascinante quando parlava, e l’immancabile cocker dal pelo rosso. Forse c’era un dondolo, forse una piscina. E in casa il profumo che ha la marmellata quando ancora non c’è.

Ricordi confusi, che si sovrappongono a quelli successivi, in cui la casa di campagna è un’altra, c’è anche una casa di città, ci sono le bambine, ci sono film, feste, musica, pianoforte, posti vuoti e parole affascinanti mai più ascoltate.

Ma le ciliegie, le ciliegie! Quel pomeriggio a snocciolare, l’aroma della frutta che cuoce, sole e ombra, caldo e brezza, sorrisi e calore: era cent’anni fa, ma grazie al cielo ogni anno arriva il momento delle ciliegie.

Aule scolastiche

La mia scuola media non esiste più da tempo.

Come istituzione è stata fagocitata con i vari riordini in qualche istituto comprensivo. Mentre come edificio, beh, quando la frequentavo io, pur essendo statale, era ospitata nei locali della parrocchia, a fianco della materna e delle elementari “delle suore”: diversi anni fa ha tolto il disturbo per accomodarsi vicino agli altri pezzi del comprensivo.

Nel frattempo il nuovo parroco ha affittato i locali, che ora ospitano un’associazione di associazioni di volontariato (non è un refuso).

La settimana scorsa ho partecipato a una riunione che si è tenuta proprio nell’edificio. Sono passato davanti a quella che è stata l’aula in cui ho trascorso i tre anni delle medie.

Oggi vi ha sede un’associazione che si occupa di dialogo interculturale. Una parete è stata sostituita da una grande vetrata attraverso cui si vedono colori, arredamento, tessuti, un’ambientazione molto lontana da quella di un’aula. Del resto anche il corridoio è stato tinteggiato con tonalità forti, e invece di avvisi e circolari, alle pareti sono stati appesi poster e locandine.

Ecco, è evidente che non è più la mia scuola media. Ed è stato allo stesso tempo un momento di ritrovamento e di perdita.

Così ho ripensato al significato di un’aula, a così tanto tempo di distanza. L’aula delle elementari non sarei in grado di ritrovarla, anche potendo visitare la scuola, che ancora esiste in quanto tale. E un po’ mi dispiace, è come se mi fosse stato sottratto un luogo importante, un riferimento. Ma solo un po’: alla fine l’aula, ne sono sicuro, è ancora lì, a fare il suo lavoro.

Quella delle superiori: assolutamente sì, sono passato davanti alle sue finestre diverse volte e ho visto che è tuttora in uso. E questa, invece, l’avverto come una sicurezza, un pezzo del mio passato, un luogo significativo che è ancora là, che, volendo, posso andare a riprendermi.

Quella delle medie, no. Non è più un’aula. E’ un luogo che esiste ancora, ma il filo della sua storia è stato tagliato.

O forse no: quell’associazione di nome la conosco da tempo, ma mai ho sentito come oggi la curiosità di andarla a trovare, là, nella sua nuova sede, la mia aula delle medie.

Rivedersi

Mi sto organizzando: tra breve, spero meno di una settimana, sarò in grado di riprendere una frequenza un po’ più assidua nella pubblicazione… Prendiamola come un periodo di vacanza, forzata vacanza.

L’anno è finito, nel frattempo, e ne è arrivato uno nuovo che si è aperto, dalle mie parti, maluccio. Ne parlerò, forse, più avanti.

Si è aperto permettendomi di incontrare di nuovo, dopo tanto, tantissimo tempo, persone con cui ho condiviso un pezzo di vita. Un pezzo importante.

Ecco, so che qualcuna di queste persone sta leggendo: scusatemi, il contesto e il torcicollo mi hanno un po’ condizionato, l’altra sera.

Mi ha fatto tanto, ma tanto piacere rivedervi.

C’è chi ho faticato a riconoscere: dopo qualche secondo di “ma sta guardando me?”, poi ho effettivamente sentito l’omino dei neuroni che si metteva al lavoro e… “ma dai! è l*i”.

E’ che, non so, mi sono sentito più alto, più grande. E’ un po’ come l’effetto Alice, di cui già parlavo. Vent’anni fa evidentemente eravamo un po’ diversi.

Un effetto Alice che non riguarda solo le dimensioni, però, e che funziona un po’ al contrario. Invece di causare delusione per un ambiente che si è ristretto, mi pare abbia amplificato, lo ha certamente fatto dentro di me, il peso delle esperienze comuni, anche quelle intervenute dopo ma a cui certamente la vita ci ha tutti condotto.

“Un tuffo nel passato”, ha detto A.. E non solo, aggiungo io. Perché il calore e la profondità che ho avvertito negli abbracci dell’altra sera, in alcuni di essi, io non li ricordo tuffandomi con la memoria.

E questa è una piccola ma grande consolazione.

Ritrovare la bussola

Ieri pomeriggio primo giro post-legale e doposcuola con i bambini.

Andiamo a trovare il nonno, il cui compleanno ricorreva. Poi un salto al Parco Ducale, al tramonto.

Il Parco Ducale è un luogo in cui da almeno un anno non tornavano, il che equivale a dire che non c’erano mai stati.

Piaciute molto le statue, le foglie cadute (raccolte un sacchetto, tra platano e ippocastano), il laghetto con {i cigni, le papere} (vi sono evidentemente due scuole di pensiero), e i misteriosissimi “grilli” (“motociclette per bimbi!”). Il gradimento, lo specifico, si misura in etti di domande: in questo caso mezzo chilo cadauno.

I bimbi hanno anche gradito (un altro mezzo chilo di “perché?”, sempre cadauno) sapere che quello era il luogo in cui da piccolo andavo con lo zio Narciso (ed effettivamente è stato difficile far capire che in famiglia io avevo un babbo e uno zio provvisti dello stesso impegnativo nome, mentre per me è stato scioccante pensare che probabilmente mio zio sarebbe stato oggi arrestato dalla solerte polizia municipale qualora colto con un bimbo sulla canna senza seggiolino omologato elmo antinfortunistico liberatoria di entrambi i genitori), e che quivi sempre mi divertivo con cotali tricicli a catena.

Quando l’assideramento ha iniziato a manifestarsi, abbiamo preso l’auto per tornare verso casa, era ormai il crepuscolo.

Ed è stato in questo momento che, ciascuno a proprio modo e, forse, adeguatamente rispetto alle età, ci siamo trovati a stupirci della sovrabbondanza di bellezza che i quattro punti cardinali ci regalavano.

Il Nord, dalle nostre parti solitamente assai noioso, svelava lì, tra il cielo blu e lo strato violaceo della foschia qualche timido tocco di bianco, il Monte Baldo, credo, che solo quella particolare limpidezza dell’aria che segue a giorni di pesanti piogge può manifestare.

A Est, una grande, luminosa, nettissima bianca luna si stagliava tra il moderno palazzo a specchi dell’Autorità e l’illuminazione blu di viale Piacenza, in un cielo indaco sempre più scuro.

A Sud, il profilo nerastro delle colline contro un cielo terso e, in lontananza, le vette dell’Appennino reggiano, innevate e quasi sottolineate (o meglio, sopralineate) dalla sosta di gonfie, piccole nubi che giocavano a specchiare il proprio candore sulle cime più alte.

E a Ovest, i rimasugli del tramonto. Sottili linee di nuvole rosa, rosse, fucsia su uno sfondo arancione.

Così, tra vivi e morti, tra foglie cadute e statue, tra terra e cielo, tra oscurità e colori, tra ricordi e domande, ci siamo trovati a casa, al caldo, con la mamma che ci aspettava per un bagnetto e la cena.

Forse è proprio così che si ritrova la bussola, anche senza il bisogno di perderla.

Mandorle

C’è vento oggi: tempo ideale per stendere i panni bagnati.

C’è da qualche parte nell’Egeo, vicino alla costa turca, una piccola isola greca. E’ un vulcano e si chiama Nisyros.

Si sbarca al porticciolo di Mandraki, si prende poi un pullman piuttosto sgangherato che corre su strade iconicamente adeguate al mezzo e che salgono lungo il pendio della montagna. Poi, all’improvviso, il lato che prima era occupato dal fianco del monte si apre su una valle ampia e ripida: la caldera. Si scende, sempre con l’impressione che le ruote del veicolo siano decisamente troppo vicine all’orlo del precipizio, finché si arriva a destinazione: il cratere vero e proprio.

Lì occorre scendere a piedi, e se la temperatura è torrida al di fuori della caldera, lo è ancora più dentro, dove non si avverte alcun movimento d’aria; ma nel cratere ancora si leva qualche piccolo pennacchio di vapore e il caldo è quasi insopportabile.

Ma poco distante dal parcheggio della corriera e dal sentiero che scende nel cratere c’era, qualche anno fa, un piccolo chiosco.

Soumada, si chiama la bevanda che servono. Non è diversa da un’orzata nostrana: una bibita ghiacciata a base di mandorle. Molto dolce e fredda, morbida in bocca, profumata.

Ecco, a ripensarci, a lavarlo bene, questo ricordo, mi pare assai probabile che quella bibita non fosse nulla di straordinario. Niente mandorle bio, niente acqua sorgiva, penso. Probabilmente preparata altrove e trasformata in sciroppo da allungare alla consumazione.

Eppure, quando lo stendo al sole, sento ancora il profumo di mandorle, contro l’odore di zolfo. Avverto ancora la consistenza cremosa, con qualche fibra qua e là sulla lingua, prima secca e impastata. Mi coglie anche adesso la sensazione di freschezza, in un mondo reso tremulo dall’aria cocente. Una dolcezza quasi eccessiva, ma necessaria per bilanciare la durezza e l’aridità di quello scrigno di fuoco nel mare nostro.

C’è vento oggi, e io il mio piccolo ricordo bagnato l’ho steso al sole, lo stesso sole capace di inondare di luce questo pomeriggio emiliano e quella mattinata nel Dodecaneso. E mi pare che stia già asciugando. Il profumo di soumada: lo sento, lo cerco. Anche oggi, sul bordo del cratere.

Gite scolastiche

Ho delle mie gite scolastiche dei ricordi indelebili. Come tutti, credo.

Ricordo che in seconda e in quarta elementare la nostra maestra, ai primi di giugno, ci aveva portato in “settimana verde” in una vecchia struttura termale ristrutturata e adibida all’accoglienza di scolaresche a una ventina di chilometri dalla città. Da lì gite bellissime al Lago Santo, ai barboj, a Torrechiara…

Ricordo la gita di seconda media, a Trieste e le prime volte che avevo qualche soldo in tasca da spendere autonomamente (il calippo!); quella di terza media, a Vienna: l’albergo in cui c’era sempre un sottofondo di Mozart, e la nostra camera da sei: un accampamento in stile Schoenbrunn, quante risate!

Ricordo la stupenda gita in quarta scientifico, in Provenza, la scoperta di posti che ancora oggi rimangono in testa ai luoghi dove tornerei, la scoperta di un nuovo modo di vivere nella mia classe.

E poi quella meravigliosa a Parigi, l’anno dopo, da “grande”, in un posto da grandi, i discorsi tra noi, le discussioni, la musica, gli amori…

E anche da insegnante, mi è rimasta nella memoria una gita a Praga che mi ha dato la preziosa opportunità di conoscere meglio diverse persone, non tutte miei alunni.

Purtroppo è sempre più arduo organizzare i cosiddetti “viaggi d’istruzione”. Nelle classi aumenta la difficoltà nel raggiungere il numero minimo di partecipanti, soprattutto quando le mete proposte non sono quelle generalmente ritenute a ragione o a torto le uniche ad offrire divertimenti notturni. E anche da parte degli insegnanti, offrire la propria disponibilità ad accompagnare una classe è sempre meno scontato per gli aspetti economici e di responsabilità, se non diventa addirittura uno strumento di lotta sindacale.

Non voglio entrare nel merito e mi limito ad osservare che sindacalmente parlando l’obiettivo “gita” è da una parte economicamente rilevante per tutto il mondo del turismo scolastico, e formativamente sempre meno centrale, anche, ma non solo, perché la graduale concessione all’evento di connotazioni extra-scolastiche da parte di tanti insegnanti ha fatto sì che queste siano diventate col tempo l’aspettativa primaria negli studenti. Non a caso le destinazioni che vedo più gettonate sono grandi città quali Amsterdam (oggi in declino), Barcellona, Berlino, un interesse difficilmente associabile a motivazioni di carattere culturale o formativo, mentre proponendo, ad esempio, la Provenza si va facilmente incontro a una defezione di buona parte della classe.

Ed è un peccato, perchè nella mia esperienza, come credo in quella di tanti della mia generazione, la gita scolastica è un elemento cruciale per la costruzione della propria autonomia personale, per una certa forma di autostima, per le relazioni di gruppo, per la conoscenza reciproca tra alunni e tra alunni e docenti; tutto questo non è direttamente legato al profitto scolastico, è vero, ma non credo ci voglia un pedagogista per capire quanto, indirettamente, possano pesare sul modo di vivere la scuola, il proprio percorso formativo, le proprie modalità di apprendimento.

Una domanda intelligente, secondo me, che al ministero o anche nelle scuole i collegi docenti dovrebbero porsi, è come restituire valore a questa esperienza, magari cercando al contempo di sostenere le ragioni di chi protesta contro il precariato nella scuola, ma senza dover penalizzare sulla gita, su una rinnovata forma di gita, proprio gli studenti.

Un luogo del cuore

C’è, da qualche parte (chissà se qualcuno riconosce il posto) nelle nostre colline, un piccolo balcone delle meraviglie. Non ci torno da qualche anno, ma lo ricordo delimitato su un lato da una staccionata di legno e pietra e sull’altro da arbusti e cespugli.

Dalla parte della staccionata lo sguardo si perde su una piccola porzione di campagna che parla d’infinito; gli occhi sono liberi di pascolare in un’ampia valle, su fino al prossimo crinale collinare, oltre il quale riescono a cogliere la pianura e la sua eterna foschia, e poi a destra giù fino ad intuire il percorso nascosto del fiume grazie ai rilievi che ne delimitano l’altra sponda, e a sinistra su verso il vicino monte, alto e scuro di foresta. Sotto, distante, una strada tortuosa su cui raramente passano auto e d’estate più facilmente trattori.

Alle spalle del balcone, un breve sentiero tra le piante, un piccolo cimitero con la fontanella amica, infine la carrabile che più giù, oltre la pineta, si unisce alla provinciale. Ma guardando in alto, fin dal camposanto, rassicurante e solenne, si scorge la sagoma di una chiesa: millenaria, costruita dalla gente con i materiali più poveri; il suo nome un’antonomasia, tangibile.

Quel balcone è per me un luogo del cuore, un luogo dove spesso, più giovane, mi sono trovato in compagnia di me stesso e dei miei pensieri, a godere della brezza calda che sale lungo il fianco della collina, nel silenzio totale rotto solo dalle cicale; o ad ammirare i colori dell’autunno sui rilievi tutt’intorno; a rabbrividire nel vento che scaglia contro i pochi lembi di pelle scoperta proiettili di neve ghiacciata, o infine a sentirmi svegliare dai profumi stranieri, per me cittadino, delle fioriture primaverili.

Un luogo che ho frequentato, un tempio interiore. Alle spalle la torre antica, davanti a me una mano di cielo, o forse lì il cielo è felino e quella è una zampa, morbida e rotonda, che accarezza una guancia della terra, in armonia.

Il tuono

Dovevo essere molto piccolo, perché i ricordi sono confusi, e non saprei dire se si è trattato di una sola volta o se capitava spesso. Però nella memoria è rimasta un’emozione difficile da descrivere, che mi porta, ogni volta che il cielo s’annuvola, a guardarlo e ancor più ad ascoltare: è il rumore della pioggia, quella pesante, di cui ogni goccia lascia una traccia sul cemento, è quel rumore che attendo.

E poi annusare l’aria bagnata, cercando di gustare quello che so chiamare solo “odore di pioggia”.

Ricordo allora le tende della sala, la finestra così in alto che avevo bisogno di essere sollevato dalla mamma per vedere fuori. E la sua gonna, a cui mi abbracciavo quando finalmente arrivava il tanto temuto, tanto atteso temporale.

Col tempo ho imparato che d’inverno non arrivavano mai, solo in primavera ed estate, chissà perché. E un po’ anche nel primo autunno. E infatti il temporale era uno degli ingredienti che rendevano delizioso l’arrivo della primavera: dopo mesi di cielo piatto, a tinta unita, finalmente guardando in alto si potevano vedere abissi, profondità, tutte le tinte del grigio come in un mare gratis, un mare vicino. Quel cielo portava con sé una pioggia vera, una pioggia che bagna, ma colpisce i sensi, non come la noiosa impalpabile o insistente pioggia d’autunno e d’inverno.

Il temporale portava i lampi. Meraviglie inafferrabili, sfuggenti: come le stelle cadenti, ci voleva occhio pronto e tanta fortuna per coglierli al volo. Ma soprattutto, i tuoni. I tuoni che qualche volta sembravano addirittura dimenticarsi dei lampi e andare per conto proprio. Scoppi fragorosi e vicinissimi o “bubbolii lontani”, lunghi, continui, che si trascinavano indecisi fino a svanire nel rumore dei tetti bagnati.

Era il tuono la vera attrazione, ciò che mi spaventava e affascinava sempre, perché sapeva far tremare i vetri, quando voleva, era impossibile da perdere, ma al tempo stesso era nuovo ogni volta, per durata, per intensità, mille variazioni. Come un discorso in un linguaggio sconosciuto, mi investiva, con delicatezza o con potenza, mi colpiva, mi lasciava a bocca aperta, musica da non capire, da ascoltare e basta.

Non so se il motivo sia l’allontanarsi di quei momenti d’infanzia dall’oggi, ma l’impressione è che i tuoni siano sempre meno. E allora quando capitano, quando, come pochi istanti fa, risuona improvviso il tuono, ho bisogno di rinnovare quelle memorie antiche, tornare tra quelle tende, accarezzare quella gonna di lana, guardare in alto e ascoltare fuori: cogliere le infinite sfumature delle nuvole e del loro canto. E di notte, come ora, chiudere gli occhi, infilarmi nello spazio caldo tra i ricordi e l’attesa di svegliarmi, al mattino, di aprire la finestra e scoprire nel cielo e nelle sue nubi a brandelli, un letto sfatto come quello da cui mi sono appena alzato.