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Armonia pacificante: una tensione risolta

Palestrina, o l’armonia pacificante

Onda dopo onda piano
segue il mare il mio cammino.
Passo dopo passo vado
lento, sono solo sulla
spiaggia; passo dopo passo,
vado lento, salto:
piano piano torno indietro,
un’asperità vedevo
una punta nella sabbia
una chela ora pare;
ma riprendo, passo dopo
passo vado piano sulla
spiaggia che s’interrompe qui:
ora l’acqua impedisce
di passare: nuoto
attraverso metri salsi
la corrente spinge fuori,
l’acqua è dolce, questo è un fiume;
ma risalgo; passo dopo
passo vado lento, cerco
ombra, ora scorgo una
roccia sulla quale vive
un albero, vi pose le
radici: mi fermo.
Chioma folta, sotto ombra.
Siedo.
Spalle contro pietra appoggio.
Onda dopo onda piano
suona il mare, s’avvicina.
Dormo.
Onda dopo onda piano
suona il mare, nei miei sogni.

Ci siamo di nuovo, qualche nuova regola da seguire per scrivere qualche testo bizzarro, come qui e qui? C’è una matematica di fondo?

Effettivamente sì: questa volta le regole sono tre. Non sono immediatamente riconducibili alla matematica, ma costituiscono una struttura, e ogni struttura può essere vista come matematica.

  1. Il flusso uniforme: il metro scelto si mantiene costante dall’inizio alla fine; è il battito che non cambia mai;
  2. il meccanismo di molla-rilascio: ogni tensione deve essere introdotta e risolta prima che arrivi la successiva: non lasciare tensioni aperte;
  3. la compensazione dei salti: puoi spezzare il metro in uno o due punti — una parola sola, un verso breve, un silenzio — ma solo per segnare un salto importante. Ogni salto deve essere seguito da un ritorno graduale al metro costante e al centro del tema.

Dov’è che si può trovare, nella musica, un sistema che segua queste regole?

Ad esempio, e probabilmente per la prima volta insieme e con questa consapevolezza, nei mottetti di Pierluigi da Palestrina, come Sicut Cervus.

Queste regole hanno permesso di vedere la polifonia, in un momento in cui questa era messa in discussione come musica liturgica dalla Controriforma cattolica, non come qualcosa che distragga l’ascoltatore e lo disperda nella confusione delle voci, ma come uno strumento che gli permette, invece, di cogliere nell’armonia pacificata delle voci la profondità del testo sacro, e la bellezza della musica che lo dispiega.


Questo post fa parte della serie La matematica della musica: l’atto precedente riguarda Pérotin, mentre quello successivo Gregorio Allegri.

La poetica del pitaciò

Quasi un manifesto – La poetica del pitaciò

Posso partire da qui, qualche fiore di pitaciò nel cortile della scuola, sotto un albero, in mezzo alle auto dei docenti parcheggiate. La primavera che arriva. Ma lui, chi lo vuole davvero?

La saggezza officinale degli antichi lo consiglia in tisane e insalata. Io dei fiorellini gialli di gas di scarico delle auto parcheggiate farò volentieri a meno.

Ho letto di recente una recensione (ormai ci sono critici e intenditori di tutto, anche dei denti – di leone, in questo caso): diceva sostanzialmente che questo benedetto infestante fa il lavoro sporco che dovrebbero fare i giardinieri: colonizza terreni che altrimenti rimarrebbero incolti per composizione e caratteristiche, e con la sola sua presenza attuale e decomposizione futura, rende l’aiuola più facilmente sfruttabile da altre specie più schizzinose. E poi le api l’adorano e ne trasmutano il nettare in miele dalle proprietà poco meno che miracolose.

Santo subito, il fiorellino giallo che poi, passata la primavera, diventa un soffione, per la gioia dei bambini e degli allergici.

E’ un tizio che fa bello senza impegnarsi troppo. E’ vero che non ha molto altro da fare, che sicuramente non deve correggere verifiche, o scorrazzare figli in giro per la provincia, o fare settimanalmente la spesa. Però mi piace come modello: senza esagerare, cercando tempo e spazio dove c’è, e probabilmente trovandolo anche dove non c’è.

Serve disciplina e buona volontà: non si diventa piscialetto da un giorno all’altro. Ci sono tante cose da imparare; la leggerezza di chi non si preoccupa dei like, l’agilità di chi deve fare i conti con uno stelo leggero e cavo, la saggezza… ma questa la lasciamo dire a qualcun altro, l’orgoglio di chi è colorato senza profumare, di chi è buono senza essere un eroe greco.

Però, se l’obiettivo è fare qualcosa di bello, la poetica del tarassaco credo sia un buon punto di partenza.

Avanti, viaggiatori

Pensando a inizi e fini, partenze e arrivi, torno a citare il mio vecchio amico TSE…

III.

Talvolta mi domando se questo è ciò che Krishna intendeva –
Tra le altre cose – o è un modo di dire la stessa cosa:
Che il futuro è un canto svanito, o una Rosa Reale o uno stelo di lavanda
Di nostalgico rimpianto per coloro che non sono più qui a rimpiangere,
Pressato tra le pagine gialle di un libro che non è mai stato aperto.
E la salita è la discesa, l’andata è il ritorno.
Non potete affrontarlo con fermezza, ma questo è sicuro,
Che il tempo non è guaritore: il paziente non c’è più.
Quando il treno parte, e i passeggeri si sono accomodati
Con la frutta, i periodici e le lettere di affari
(E quelli che li hanno salutati hanno lasciato il marciapiede)
I loro volti si rilasciano dall’angoscia al sollievo,
Al ritmo sonnolento di un centinaio di ore.
Avanti, viaggiatori! senza scappare dal passato
A vite diverse, o a un futuro qualsiasi;
Non siete le stesse persone che hanno lasciato quella stazione
O che arriverà a qualunque destinazione,
Mentre i binari che si avvicinano scivolano insieme dietro di voi;
E sul piano del merci tamburellante
Guardando il solco che diviene ampio dietro di voi
Non dovete pensare che ‘il passato è finito’
O che ‘il futuro è davanti a noi’.
Al calare della notte, nel sartiame e nell’antenna,
C’è una voce che canta (anche se non all’orecchio,
La mormorante conchiglia del tempo, e non in alcun linguaggio)
‘Avanti, voi che pensate di star viaggiando;
Voi non siete quelli che hanno visto il porto
allontanarsi, o quelli che sbarcheranno.
Qui, fra la sponda di qua e quella lontana
Mentre il tempo è ritratto, considerate il futuro
E il passato con mente imparziale.
Nel momento che non è di azione o di inazione
Potete ricevere questo: “in qualunque sfera di essere
La mente di un uomo possa essere intenta
Al tempo della morte” – quella è l’unica azione
(E il tempo della morte è ogni momento)
Che fruttificherà nelle vite di altri:
E non pensate al frutto dell’azione.
Avanti.
O viaggiatori, o naviganti,
Voi che venite al porto, e voi i cui corpi
Sopporteranno il processo e il giudizio del mare,
O che altro evento, questa è la vostra vera destinazione’.
Così Krishna, come quando ammoniva Arjuna
Sul campo di battaglia.
Non buon viaggio
Ma avanti, viaggiatori.

(Thomas S. Eliot, Quattro Quartetti, I Dry Salvages)

Il tempo del mondo che cinguetta

Mi ha colpito, rileggendolo, questo verbo, questo “twittering world”. E, come al solito, mi trovo a pensare che settantotto anni fa il signor Eliot aveva uno sguardo ben più lungimirante di tanti di noi oggi. Forse è lo sguardo della poesia.

III.

Questo è un luogo di disaffezione
Tempo prima e tempo dopo
In una luce fioca: né luce diurna
Che investe la forma di limpida immobilità
Che cambia l’ombra in breve bellezza
Che con lenta rotazione suggerisce permanenza
Né oscurità per purificare l’anima
Svuotando il sensuale attraverso la privazione
Cancellando l’affetto dal temporale.
Né pienezza né vuoto. Solo un tremolio di luce
Sui volti tirati logorati dal tempo
Distratti dalla distrazione per distrazione
Riempiti di fantasie e vuoti di significato
Tumida apatia senza concentrazione
Uomini e pezzetti di carta, che fa mulinare il vento freddo
Che soffia prima e dopo il tempo,
Vento dentro e fuori polmoni malati
Tempo prima e tempo dopo.
Eruzione di anime malsane
Nell’aria sbiadita, i torpidi
Portati dal vento che spazza le tristi colline di Londra,
Hampstead e Clerkenwell, Campden e Putney,
Highgate, Primrose e Ludgate. Non qui
Non qui il buio in questo mondo che cinguetta.

Scendete più in basso, scendete soltanto
Nel mondo della perpetua solitudine,
Mondo non mondo, ma ciò che non è mondo,
Oscurità interna, privazione
E spoliazione di ogni proprietà,
Essiccazione del mondo del senso,
Evacuazione del mondo della fantasia,
Inattività del mondo dello spirito;
Questa è una strada, e l’altra
È la stessa, non in movimento
Ma astensione dal movimento; mentre il mondo si muove
Pieno di voglie, sulle sue vie lastricate
Del tempo passato e del tempo futuro.

(Thomas S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Insonnia

Per un libro che sto leggendo (di cui parlerò, ovviamente, in altro post), per l’insonnia, per la situazione, per tutto quanto, ecco un gioiello ritrovato.

Insonnia

Nel cuore della notte mi chiedo

che sarà del Cile?

Che sarà della mia povera patria oscura?

 

Dal tanto amare questa nave sottile,

queste pietre, questi grumi,

la persistente rosa

della costa che vive di schiuma,

giunsi ad esser tutt’uno con la mia terra,

conobbi ciascuno dei suoi figli

e in me procedevano le stagioni

successive, piangendo o fiorendo.

 

Sento che ora, appena

terminato l’anno morto dei dubbi,

quando l’errore che ci dissanguò tutti

è finito e cominciamo a sommare di nuovo

il meglio, il più giusto della vita,

appare di nuovo la minaccia

e sul muro il rancore inalberato.

(Pablo Neruda, Memoriale di Isla Negra, 1964)

Prima dell’inizio e dopo la fine

Oggi, intanto che pensavo a cose durature e cose caduche, al pane in freezer e all’essenza del tempo, alla gastroenterite e al ciclo delle stagioni, mi è tornato alla mente questo pezzo. E ve lo regalo volentieri.

V.

Le parole si muovono, la musica si muove

Solo nel tempo; ma ciò che è solo vivo

Può solo morire. Le parole, dopo il discorso, giungono

Al silenzio. Solo attraverso la forma, il disegno,

Parole o musica possono raggiungere

La quiete, come un vaso cinese ancora

Si muove perpetuamente nella sua quiete.

Non la quiete del violino, finché la nota dura,

Non quella solo, ma la coesistenza,

O diciamo che la fine precede l’inizio,

E che la fine e l’inizio erano sempre lì

Prima dell’inizio e dopo la fine.

E tutto è sempre ora. Le parole si sforzano,

Crepano e a volte si rompono, sotto il peso,

Sotto la tensione, inciampano, scivolano, si deteriorano,

Marciscono per imprecisione, non vogliono stare a posto,

Non vogliono stare ferme. Voci che strillano,

Sgridano, deridono, o semplicemente chiacchierano,

Le assillano sempre. La Parola nel deserto

È soprattutto attaccata da voci di tentazione,

L’ombra piangente nella danza funebre,

Il forte lamento della chimera sconsolata.

 

Il dettaglio del disegno è movimento,

Come nella figura delle dieci scale.

Il desiderio stesso è movimento

Non in sé desiderabile;

L’amore è in se stesso immobilità,

Solo la causa e il fine del movimento,

Senza tempo e desideri

Tranne che nell’aspetto del tempo

Colto nella forma del limite

Fra non-essere ed essere.

Improvviso in un dardo di sole

Mentre ancora la polvere si muove

Ecco salire il riso nascosto

Di bambini tra le foglie

Presto, su, qui, ora, sempre –

Ridicolo il desolato triste tempo

che si stende prima e dopo.

 

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

A un solo termine

I.

Tempo presente e tempo passato
Sono forse presenti nel tempo futuro,
E il tempo futuro è contenuto nel tempo passato.
Se tutto il tempo è eternamente presente
Tutto il tempo è irredimibile.
Ciò che potrebbe essere stato è un’astrazione
Che rimane una perpetua possibilità
Solo in un mondo speculativo.
Ciò che potrebbe essere stato e ciò che è stato
Puntano a un sol termine, che è sempre presente.
Passi echeggiano nella memoria,
Lungo il corridoio che non prendemmo
Verso la porta che non aprimmo mai
Sul giardino di rose. Le mie parole echeggiano
Così nella vostra mente.

                                                 Ma a che scopo,
Smuovono la polvere su una coppa di petali di rosa,
Non lo so.

                         Altri echi
Popolano il giardino. Li seguiremo?
Presto, disse l’uccello, trovàteli, trovàteli,
Dietro l’angolo. Attraverso il primo cancello,
Nel nostro primo mondo, seguiremo
L’inganno del tordo? Nel nostro primo mondo.
Là essi erano, dignitosi, invisibili.
Si muovevano senza peso, sulle foglie morte,
Nel calore dell’autunno, attraverso l’aria vibrante,
E l’uccello chiamava, in risposta
Alla musica non udita nascosta nei cespugli,
E lo sguardo non visto passava, poiché le rose
Avevano l’aspetto di fiori che sono osservati.
Là essi erano come ospiti nostri, accolti e accoglienti.
Così ci movemmo noi, e loro, in modo formale,
Lungo la passeggiata vuota, al cerchio di bosso,
A guardare giù nel laghetto prosciugato.
Secco il laghetto, secco cemento, dal bordo marrone,
E il laghetto si riempì d’acqua alla luce del sole,
E i fiori del loto si alzarono, lentamente, lentamente,
La superficie brillò al cuore della luce,
Ed essi erano dietro di noi, riflessi nel laghetto.
Poi una nuvola passò, e il laghetto era vuoto.
Andate, disse l’uccello, poiché le foglie erano piene di bambini,
Che si nascondevano eccitati, trattenendo il riso.
Andate, andate, andate, disse l’uccello: gli umani
Non possono sopportare molta realtà.
Tempo passato e tempo futuro
Ciò che potrebbe essere stato e ciò che è stato
Puntano a un solo termine, che è sempre presente.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Burnt Norton)

Inizio, fine ed esplorazione

Torno a Eliot. La fine dei Quattro Quartetti, tanto per ricominciare.

V.
Ciò che chiamiamo l’inizio è spesso la fine
E finire è cominciare
La fine è dove iniziamo. E ogni frase
Ogni proposizione che sia giusta (in cui ogni parola è a casa,
Prende il suo posto per sostenere le altre,
La parola né diffidente né ostentata,
Facile scambio di vecchio e nuovo,
La parola comune esatta senza volgarità,
La parola formale precisa ma non pedante,
La famiglia completa che danza insieme)
Ogni frase e ogni proposizione è una fine e un inizio,
Ogni poesia un epitaffio. E ogni azione
E’ un passo verso il patibolo, verso la pira, giù alla gola del mare
O a una lapide illeggibile: e da lì partiamo.
Moriamo con i morenti:
Ecco, partono, e noi andiamo con loro.
Nasciamo con i morti:
Ecco, ritornano, e ci portano con loro.
Il momento della rosa e il momento del tasso
Hanno uguale durata. Un popolo senza storia
Non è redento dal tempo, perché la storia è uno schema
Di momenti senza tempo. Perciò, mentre la luce si perde
Un pomeriggio d’inverno, in una cappella solitaria
La storia è ora e l’Inghilterra.

Con la forza di questo Amore e la voce di questa Chiamata

Non desisteremo dall’esplorazione
E la fine di tutto il nostro esplorare
Sarà arrivare al punto di partenza
E conoscere il luogo per la prima volta.
Attraverso il cancello ignoto ricordato
Quando l’ultima terra da scoprire
E’ quella del principio;
Alla sorgente del fiume più lungo
La voce della cascata nascosta
E i bambini nel melo
Ignoti perché non cercati
Ma uditi, quasi uditi, nell’immobilità
Tra due onde del mare.
Presto ora, qui, ora, sempre…
Una condizione di completa semplicità
(Che non costa meno di tutto)
E tutto sarà bene e
Ogni genere di cose sarà bene
Quando le lingue di fiamma saranno ripiegate
Nel nodo coronato di fuoco
E il fuoco e la rosa saranno uno.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Little Gidding)

La primavera di mezzo inverno

Un gioiello invernale e che mi pare appropriato per la giornata di oggi. Enjoy.

I.
La primavera di mezzo inverno è una stagione a sé
Sempiterna, sebbene intrisa al calar del sole,
Sospesa nel tempo, fra polo e tropico.
Quando il giorno corto più brilla, di gelo e fuoco,
Il breve sole infiamma il ghiaccio, su stagni e fossi,
Nel freddo senza vento che è il calore del cuore,
Riflettendo in uno specchio acquoso
Il bagliore che è cecità nel primo pomeriggio.
E uno splendore più intenso di vampa di ramo o di braciere,
Smuove lo spirito muto: non vento ma fuoco di Pentecoste
Nel tempo oscuro dell’anno. Tra il disgelo e il gelo
La linfa dell’anima trema. Non c’è odore di terra
O odore di vivo. Questo è tempo di primavera,
Ma non secondo la legge del tempo. Ora la siepe
S’imbianca per un’ora di boccioli passeggeri
Di neve, una fioritura più improvvisa
Di quella d’estate, né germoglio né appassimento,
Non nello schema della generazione.
Dov’è l’estate, l’inimmaginabile
Estate zero?

Se veniste da queste parti,
Prendendo la strada che verosimilmente prendereste
Dal posto da cui verosimilmente verreste,
Se veniste da queste parti nel tempo di maggio, trovereste le siepi
Di nuovo bianche, in maggio, di voluttuosa dolcezza.
Sarebbe lo stesso alla fine del viaggio,
Se veniste di notte come un re spezzato,
Se veniste di giorno senza sapere perché siete venuti,
Sarebbe lo stesso, quando lasciaste la strada sconnessa
E giraste dietro la porcilaia fino alla sciocca facciata
E alla pietra tombale. E ciò per cui credevate di essere venuti
È solo un guscio, una buccia di significato
Da cui lo scopo erompe solo quando è adempiuto
Se mai. O non avevate uno scopo
O lo scopo è oltre la fine che immaginavate
Ed è alterato nel compimento. Ci sono altri posti
Che sono anch’essi la fine del mondo, alcuni alle fauci del mare,
O sopra un lago oscuro, in un deserto o in una città –
Ma questo è il più vicino, nello spazio e nel tempo,
Ora e in Inghilterra.

Se veniste da queste parti,
Prendendo qualunque strada, partendo da qualunque posto,
In qualunque momento o in qualunque stagione,
Sarebbe sempre lo stesso: dovreste spogliarvi
Del senso e della ragione. Voi non siete qui per verificare,
Istruirvi, o soddisfare la curiosità
O per fare rapporto. Voi siete qui per inginocchiarvi
Dove la preghiera è stata efficace. E la preghiera è più
Di un ordine di parole, della conscia occupazione
Della mente che prega, o del suono della voce che prega.
E ciò per cui i morti non avevano parole, da vivi,
Essi possono dirvelo, da morti: la comunicazione
Dei morti ha la lingua del fuoco al di là del linguaggio dei vivi.
Qui, l’intersezione del momento senza tempo
È l’Inghilterra e nessun luogo. Mai e sempre.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, Little Gidding)

Itaca

Questa poesia l’avevo scoperta qualche anno fa in un bar che profuma di Grecia. Mi era piaciuta molto. Ieri sera il mio bimbo più grande, notando un piccolo ornamento portato da un’amica di ritorno dalle sue vacanze greche, con le sue domande ha un poco risvegliato la mia nostalgia. E allora sono tornato a rileggere il buon Kavafis, e vi regalo la sua personale odissea.

Quando ti metterai in viaggio per Itaca

devi augurarti che la strada sia lunga,

fertile in avventure e in esperienze.

I Lestrigoni e i Ciclopi

o la furia di Nettuno non temere,

non sarà questo il genere di incontri

se il pensiero resta alto e un sentimento

fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo.

In Ciclopi e Lestrigoni, no certo,

né nell’irato Nettuno incapperai

se non li porti dentro

se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga.

Che i mattini d’estate siano tanti

quando nei porti – finalmente e con che gioia –

toccherai terra tu per la prima volta:

negli empori fenici indugia e acquista

madreperle coralli ebano e ambre

tutta merce fina, anche profumi

penetranti d’ogni sorta;

più profumi inebrianti che puoi,

va’ in molte città egizie

impara una quantità di cose dai dotti.

Sempre devi avere in mente Itaca –

raggiungerla sia il pensiero costante.

Soprattutto, non affrettare il viaggio;

fa’ che duri a lungo, per anni, e che da vecchio

metta piede sull’isola, tu, ricco

dei tesori accumulati per strada

senza aspettarti ricchezze da Itaca.

Itaca ti ha dato il bel viaggio,

senza di lei mai ti saresti messo

sulla strada: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.

Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso

già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

(K. Kavafis )