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Vale la pena

Cuando se muere en la carne

El alma va derechito

A saludar a la luna

Y de paso al lucerito.

Adónde se fué su gracia

Adónde se fué su dulzura

Por qué se cae su cuerpo

Como una fruta madura

(Violeta Parra, Rin del angelito)

Il loro nome (me lo ricordo perché era insolito) era citato nel libro di musica delle medie. Però ho iniziato ad ascoltarli e apprezzarli solo anni dopo, quando a casa di un amico ho trovato un’intera collezione di vinili, subito travasati in musicassette da autoradio.

Gli Inti-Illimani ormai da tanti anni per me significano musica e resistenza, cultura alta e cultura popolare, lotta e dolcezza, passione civile ed esilio, ritorno e rinnovato impegno.

Domenica scorsa ho avuto il privilegio di ascoltarli per la prima volta dal vivo.

Emozioni forti.

Per ritmi e timbri, melodie e armonie che devo aver dentro, perché mi prendono già in registrazione, figuriamoci dal vivo.

Per la bravura di voci e strumentisti, poeti e compositori, ancor di più dal vivo.

Per la forza di una formazione musicale che ormai da cinquantacinque anni gira il mondo, quasi del tutto rinnovata nei volti delle persone e nel repertorio, ma fedele a se stessa.

Per la passione, che passa tutta. Una passione che prende le forme dell’amore romantico come valore in sé, ma che spesso si trasfigura nel rapporto del cittadino con il proprio Paese.

Per il racconto, mai interrotto, di storie che sento mie perché sottolineano che non ci sono fusi orari o latitudini e continenti che possano differenziare la dignità umana e i diritti, sempre conquistati a caro prezzo e insidiati, a macchie di guiña, in tutto il mondo anche oggi. Un racconto che fa sì che ascoltare anche le canzoni più schierate e storiche, come “El pueblo unido”, oggi, non mi porti a sorridere di un tempo irrimediabilmente passato, ma sentire in quelle parole, in quel gridare insieme, un’attualità costante.

E, alla fine, per la testimonianza viva e sofferta che anche dopo eventi tragici, per singoli e nazioni, è grazie a coloro che non hanno smesso di lavorare al telaio della dignità e dell’umanità se la trama della storia può tornare a vestire i colori della speranza.


Se poi volete la canzone che dà nome alla minitournée in collaborazione con Amnesty International (con Giulio Wilson, che non conoscevo: una bella scoperta), è questa qui. Diversa, ma forse no.

Comprendere e giustificare

Due verbi molto diversi, decisamente non sovrapponibili.

Di fronte a un evento come la guerra che Putin sta muovendo al popolo ucraino, comprendere e giustificare significano cose molto diverse. Ed è bene ricordarlo, perché c’è chi, per ignoranza o in malafede, tende a voler confondere queste azioni.

Comprendere, capire da dove venga questo conflitto, cercare la razionalità dietro un atto, la guerra, che è invece il trionfo dell’irrazionale, almeno per come ci siamo abituati a concepire l’una e l’altro: è doveroso. Per non dare letture semplicistiche, per non cadere nelle trappole della propaganda, per rispondere alle posizioni estremiste. Anche per sapere quali proposte negoziali possono essere accolte e quali no, quali strade possono essere percorse per una composizione diplomatica, ammesso che vi sia la volontà di affrontarla.

Giustificare vuol dire invece assegnare una patente di giustizia; ha fatto, fa bene Putin a fare così.

Se comprendere è doveroso, questo non vuol dire giustificare. E, per converso, non giustificare non significa non voler comprendere.

Significa che possiamo cercare la razionalità dietro le azioni di Putin, le ragioni del suo ritenere giusto muoversi in questo modo (in senso etico ma anche solo pragmatico), ma non siamo disposti ad accettare che, qualunque siano tali motivazioni, la guerra sia lo strumento per attuarle. Significa che prendiamo sul serio ciò che è scritto nella nostra Costituzione e ripudiamo la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, qualunque esse siano.

E che condanniamo queste azioni oltre che per la lesione unilaterale alla sovranità di un altro Paese, oltre che per le vittime civili e militari, oltre che per la distruzione di beni collettivi e personali, oltre che per i danni incalcolabili all’ambiente, anche, e forse soprattutto, per l’attacco ai valori della convivenza pacifica tra nazioni, che non sono valori unicamente o eminentemente ucraini, ma appartengono a tutti noi europei.

Comprendiamo, cerchiamo di farlo, perché è doveroso, è importante. Ma anche perché questo non implica giustificare, anzi.

Possiamo comprendere senza giustificare. Dobbiamo non giustificare e ugualmente cercare di comprendere.

Coerenze virtuose o meno

“Dov’erano”, chiedono questi, “dov’erano i pacifinti” (che, a quanto ho capito, sarebbero quelli sani di mente che chiedono alla Russia di fermarsi) “quando erano gli USA, era l’Iran, era Paperino… a bombardare, invadere, massacrare eccetera?”

Sorvolo con sorriso su “pacifinti”.

Ma hanno ragione. Non è che si possa protestare in continuazione. Oddio, sì, ci sono anche quelli sempre attenti, informati (stranamente di solito non grazie ai social) e sempre in piazza contro l’oppressore di turno. Ci sono: per incontrarli bisognerebbe andarci davvero, in piazza.

La maggioranza, però, effettivamente si sveglia ogni tanto, quando il problema è vicino, più grave, più pubblicizzato. Dovrebbero saperlo, questi, visto che ogni tanto spariscono, e poi ricompaiono indignati (forse dormono male, o si sentono in colpa per averlo fatto).

Vogliamo considerarla una forma di incoerenza? D’accordo. Ma chi ha detto che la coerenza sia una virtù assoluta? Una virtù diffusa? Anzi, rilancio: chi ha detto che la coerenza sia sempre una virtù?

La coerenza di chi non fa mai nulla e sempre si permette di criticare, o di chiedere coerenza a chi si muove, ad esempio, vogliamo considerarla una virtù?

Perché in realtà ci sarebbe anche spazio per tutti, per protestare contro ciò che non va in questo mondo, chi per questo, chi per quello, sensibilità diverse, consapevolezze variegate, differenti livelli di informazione… Tutto dipende da cosa ti sta a cuore: dare un contributo per risolvere un grosso problema o sbugiardare qualcuno. Il solito discorso del dito e della luna, alla fine.

“Ma tu, invece, dov’eri quando i pacifinti si dimenticavano di questa o quella ingiustizia? C’eri in piazza, almeno tu che esigi coerenza, o eri troppo impegnato/a a scopiazzare nomignoli da minus habens dai social?”

(Ecco, lo sapevo, non sono riuscito a sorvolare.)

Di Giuseppe Verdi e altri musicisti leggendari

Ho sempre pensato che fossi una figura leggendaria, come gli unicorni o Giuseppe Verdi.

(il conte Olaf)

Non so se conoscete il conte Olaf. Non mi ha mai colpito come una delle persone meglio informate, nemmeno volendo limitare l’analisi all’ambito dei personaggi della letteratura per ragazzi.

Infatti, nella riga dopo Klaus, il “topo di biblioteca”, protesta.

Ci vuol del coraggio per dire che qualcuno, o qualcosa, non esiste. Difficile poter dimostrare la non-esistenza.

Basta una piccola prova (o un certificato, in Italia), briciole lasciate lungo un cammino, ad esempio una pagina di una partitura, o le lacrime di commozione che qualcuno può aver versato nell’ascoltarla eseguita, per poter dire che un Giuseppe Verdi è esistito.

A meno di fregarsene, di considerare le parole, e la logica che le lega, un puro strumento di propaganda, una retorica completamente slegata dalla realtà dei significati. Cosa che al conte Olaf effettivamente riusciva bene.

Posso presentarvi qualcuno? Si chiama Mikola Lysenko. Vitaliovic è il patronimico. Lo potete trovare anche su internet, magari con qualche lettera diversa, perché il suo nome è concepito per un’altro alfabeto (che potrebbe non essere esattamente quello a cui state pensando).

Lysenko: “Dumka-Shumka, 2a rapsodia su temi popolari ucraini”, op. 18.

Lysenko è considerato il primo compositore ed etnomusicologo ucraino. Morto qualche anno prima dei cannoni dell’Aurora, prima che Lenin si mettesse a tracciare linee sulle mappe.

Un indizio, una partitura, una briciola. Per dire al conte Olaf di turno che, sì, l’Ucraina esiste.

Esiste nelle orecchie, nelle dita, nella lingua; esiste nel cuore di milioni di persone.

Esiste nelle lacrime, nella paura e nella rabbia di chi ieri l’ha vista negata, oggi attaccata e invasa.

Lysenko ci mostra qualcos’altro. Creando musica per diversi lavori di Gogol’ (tra cui il celebre racconto di Taras Bulba), scrittore russo nato in quella che oggi è Ucraina, ma rifiutando (nientemeno che a Ciaikovski) il permesso alla sua rappresentazione a Mosca in lingua russa, ci fa capire la fiera necessità di separazione, di differenziazione, pur nella promiscuità delle immense pianure condivise oggi e nei secoli passati con i popoli cugini.

L’Ucraina esiste. Il conte Olaf dovrà fare i conti con questo: nessun unicorno lo perseguiterà, ma l’Ucraina continuerà ad esistere, e a resistere, indipendentemente da ciò che il Conte pensa di farci.

E dietro le note ucraine di Lysenko, dita che suonano, voci che cantano, persone che vivono. E muoiono, soffrono, lottano. Tante anche lontane dal fuoco delle armi.

L’Ucraina esiste, oggi anche nel nostro cuore.

Di motociclisti e altro

Stavo leggendo (ai miei pargoli) di una motocicletta volante cavalcata da un gigante ispido che recava con sé un bambino in fasce. E poi del sogno, probabilmente ricorrente, di quest’ultimo, una volta cresciutello, riguardante tale veicolo volante.

E così mi sono incuriosito, e siccome domani il più grande dei miei pargoli salta scuola grazie al provvido intervento del santo patrono locale, mi sono chiesto: ma i motociclisti avranno un santo patrono che li protegga anche intanto che volano?

Di coincidenza in coincidenza mi sono trovato a scoprire che esiste un santo patrono dei motociclisti: un tale santo da Harley Davidson che calò dall’Irlanda mille secoli fa rombando lungo la via per Roma e fondando monasteri ovunque si fermasse a sostare.

Uno ce l’ho vicino, nella nostra Emilia così ricca e oggi così poco elettorale, dove è morto e riposa il centauro monastico, e dove proprio oggi si è celebrata la tradizionale sagra, nella ricorrenza della morte, che pare sia avvenuta proprio il 23 novembre del 615.

Ecco, pensando al buon irlandese (wikipedia ne traduce il nome gaelico come “bianca colomba”), penso che avremmo bisogno oggi di bikers come lui. Che attraversano l’Europa piantando semi spirituali, che germogliano, sviluppano radici che tengono insieme, con la forza dei valori e dell’umanità, un continente oggi diviso come mai negli ultimi sessant’anni.

Buon san Colombano!

Di calendari, rivoluzioni ed esprit de finesse

Il calendario giuliano prende nome da Giulio Cesare, che lo promulgò nel 46 a.C..

Il calendario gregoriano, invece, da papa Gregorio XIII, che riformò quello giuliano nel 1582.

Il problema, è noto, riguarda il fatto che l’anno solare, il giorno terrestre e il secondo (inteso come unità di misura della durata temporale) non stanno tra loro in un rapporto esatto multiplo-sottomultiplo, per cui a scandire l’anno in ore, giorni, mesi saltano sempre fuori dei rotti, che si accumulano e fanno sballare la periodicità dell’anno. Giulio Cesare (o meglio, i suoi astronomi) avevano trovato una soluzione, Gregorio XIII ne ha trovata un’altra, più precisa, che è stata adottata ormai praticamente ovunque nel mondo.

Ma non è stata un’adozione istantanea: papa Gregorio poteva comandare a casa sua, ma chi si faceva vanto di non prendere ordini da Roma ha colto questa come un’occasione per dimostrarlo. Ad esempio nel mondo del cristianesimo ortodosso. 

In Russia e nei Paesi orbitanti nell’orbita russa la riforma del calendario entrò in vigore dopo la Rivoluzione, nel 1918 e solo fino al 1923 quando si inventarono un loro calendario rivoluzionario ancora più preciso, abbandonato qualche anno più tardi: alla fine, il poter parlare con persone di altre nazioni indicando lo stesso giorno con lo stesso nome è sembrato un vantaggio anche sul Calendario Rivoluzionario Sovietico. 

Quindi allo scoppio della Rivoluzione d’Ottobre, in Russia era ancora in vigore il calendario giuliano. Mentre in tutto il resto del mondo occidentale quello gregoriano. Il 25 ottobre 1917, quando i punti nevralgici di Pietrogrado sono occupati dai bolscevichi, il  primo ministro menscevico Kerenskij fugge, il Palazzo d’Inverno viene conquistato e si riunisce il Congresso dei Soviet, quel 25 ottobre era il 25 ottobre del calendario giuliano.

Da noi, gregoriani, era il 7 novembre 1917.

A Budapest c’era negli anni Settanta ed Ottanta (di cui ho memoria diretta, probabilmente c’era anche prima) una bella piazza chiamata November Hét tér, piazza Sette Novembre, appunto. Ricordo che era sulla linea del tram che portava al Városliget, allo zoo, al luna park, al castello di Vajdahunyad, i miei luoghi preferiti quando eravamo in visita ai nonni ungheresi. E mi ricordo il mio orgoglio, totalmente inconsapevole del significato storico della data, nel sapere che c’era, da qualche parte nel mondo, una piazza dedicata al mio compleanno.

Poi, dopo il 1990, la fine del comunismo, il crollo dell’URSS eccetera, mi hanno cancellato il compleanno dallo stradario. La piazza, per notevole applicazione di esprit géometrique, è tornata ad essere l’Oktogon, come suppongo si chiamasse già nell’Ottocento.

Personalmente (ma potrebbe essere un giudizio parziale) visto che lo vedono tutti che la piazza è ottagonale, forse avrei preferito un po’ di esprit de finesse. Mantenere i segni di un doloroso passato, ormai sconfitto dalla Storia in certe sue caratteristiche, distillato dalla stessa Storia in altre, più essenziali linee, forse è più curativo che cancellarli con cura.

Oltre al fatto che è il mio compleanno, caspita!

Dalla Luna a…

Gaetano, recentemente, suggeriva la visione di uno dei miei corti Pixar preferiti.

Io commentavo che forse il mio preferito, tra tutti, è quello intitolato “One man band“.

Ovviamente tutto questo parlare di corti Pixar mi ha fatto venir voglia di tirar fuori il DVD e riguardarmeli.

E così, intanto che cucinavo, con mia moglie che accompagnava il maggiore a kung-fu, sudoku, ikebana o qualcosa del genere, ho proposto al minore entusiasta la visione dei suddetti corti.

Li sapeva a memoria, e alla sigla finale di ognuno mi prevedeva correttamente il prossimo in sequenza. Tanto per dar l’idea se gli piacciono o no.

E comunque mi sono staccato dalle zucchine proprio nel momento in cui è arrivato il mio preferito.

Musiche di Michael Giacchino, lo stesso della Luna, di Up. Tranne la sigla finale. Eh no, la sigla finale la conosco bene, non è di Giacchino! E’ di Sarasate.

Uno spagnolo di Pamplona che suonava il violino, pare, divinamente e scriveva pure robette piuttosto difficili da eseguire. Come questa “Zingaresca“, ispirata alla musica zigana ungherese.

Questo brano io l’ho conosciuto che ero relativamente cresciutello. Non l’avevamo nella nostra collezione domestica di LP per il semplice motivo che mio padre aveva lasciato il cofanetto che lo conteneva a casa di sua madre, da cui si premurò di riscattarlo che avrò avuto quindici, sedici anni.

Io che la musica ungherese posso dire di averla ascoltata fin da piccolissimo, e, pur non sapendo la lingua, ho nelle orecchie la musicalità del magiaro forse addirittura da quando ero nel pancione di mia mamma, questo brano composto da uno spagnolo non ho faticato un attimo ad assimilarlo. Sarà una questione di prosodia: non so con quali parole, ma se lo si dovesse cantare, sarebbe sicuramente con parole ungheresi: ritmo, accenti, misura delle frasi, sono quelli giusti.

Ed è così che un giro partito dalla Luna mi porta, passando per un violinista spagnolo nato in terra basca, alla nostalgia di un Paese che saranno almeno dieci anni che non vedo, da cui mi provengono però tanti ricordi, metà del DNA, la mia mamma.

Dedica

Di Axel mi fido. Oltre ad avere una lista quasi imbarazzante di pubblicazioni, è un fine intenditore di vini e di locali. Così quando oggi mi ha detto che conosceva la strada in cui alloggio perché c’è una Cerveceria Braseria Gallega, mi sono fatto un appunto mentale e ho approfittato per ascoltare il suo implicito consiglio.

Un piccolo locale, con l’etichetta Tripadvisor ben in vista sulla porta d’ingresso, due tavolini sul marciapiede, otto all’interno, ma elegante nei dettagli, mi ha quasi spaventato, finché non ho visto il menu esposto all’esterno.

Avevo con me il Giménez-Bartlett d’ordinanza, che ho leggiucchiato prima, durante e dopo la cena per appropriarmi indebitamente dell’aria nonchalante di chi è abituato a cenare da solo. La cameriera, una bella giovane rotonda dai tratti latinoamericani e un sorriso pieno di simpatia, era imbarazzata per il suo inglese, mentre io, meno giovane, dissimulavo il mio imbarazzo per il castigliano che non ho proprio sfoderato.

Con calma, come non mi capitava da tanto tempo, ho gustato una cena gustosa come da tanto tempo non mi capitava. Il vino, servito nel cestello a ghiaccio da pavimento, un albariño della Galizia, ha avvolto di aromi i sapori di mare che mi sono concesso.

Il pan de coca con escalivada, una sorta di focaccia tostata ricoperta di succulenti melanzane e peperoni grigliati freddi è stato l’antipasto, a cui è seguito un piatto di seppioline alla griglia condite con aglio, olio e prezzemolo e contorno di patate bollite.

Giunto a questo punto, ormai in estasi, mi sono reso conto del lusso che mi stavo concedendo. Un lusso a buon mercato che mi ha ricordato i luculliani pranzi del commissario Montalbano (dev’essere stata l’influenza poliziesca dell’ispettrice Delicado che ammiccava di tra le pagine del mio Sellerio).

Quando mi capita di scoprirmi dedito a una qualche forma di lusso, raramente, e solitamente all’improvviso, la tattica che ho elaborato per sfuggire al senso di colpa che inevitabilmente si affaccia sul retro della mia coscienza è di cercare la celebrazione che giustifichi il mio supposto eccesso, una dedica, una ricorrenza in onore della quale levare il calice e gustarmi l’eccellenza.

Questa volta non ho dovuto cercare a lungo: a voi che siete rientrati nelle aule della scuola, a voi che siete i miei figli che tornate oggi tra i piccoli banchi della scuola dell’infanzia, o a voi che sarete i miei alunni a gennaio, è andato il mio pensiero, la mia dedica, il mio brindisi simbolico. A voi che oggi avete ricominciato a fare ciò che sto facendo qui anch’io, lontano eppure vicino: imparare. Non perché sarete domani più bravi, belli, capaci, preparati: ma perché oggi, apprendendo, avete ripreso formalmente a fare ciò che vi auguro di non smettere mai di fare, perché vi rende, ci rende eredi consapevoli, partecipi, continuatori di un’umanità che nella sua piccolezza è stata, è e sarà ancora capace di grandi cose.

E le acciughe fritte, la delizia definitiva, l’ultimo goccio di bianco, il caffè col cioccolatino le ho dedicate a noi, che andiamo a scuola.

Prosit!

E grazie Axel.

Dietro un bacio, un grande assente

Era il 2005, il 28 agosto (data simbolica, tra l’altro: le celebrazioni di ieri del sogno di Martin Luther King ce lo ricordano), otto anni fa.

A Piacenza, in piazza Cavalli, si svolgeva il concerto di Miriam Makeba, Mama Africa.

Tra il pubblico, una giovane caraibica di origini indiane al termine del concerto, titubante, si avvicina alle transenne che separano la piazza dal retropalco. Lì l’anziana cantante saluta i fan. La giovane le grida “Trinidad loves you!”. Makeba la sente, si ferma, le si avvicina e la bacia.

C’è qualcosa da capire, qui, dietro a questo grido, a questo bacio. C’è un personaggio taciuto, assente.

Si chiamava Stokely Carmichael, conosciuto anche, nel mondo della diaspora africana, come Kwame Ture.

Se si cerca su Wikipedia, si scopre che Carmichael nacque nel 1941 a Trinidad, nelle Indie Occidentali britanniche, ma si trasferì adolescente a New York. Come studente della Howard University, si affiliò allo Student Nonviolent Coordinating Committee (SNCC) e fu arrestato diverse volte per aver partecipato attivamente alle Freedom Rides. Nel 1964 partecipò alla fondazione del Mississippi Freedom Democratic Party, come risposta all’atteggiamento del Democratic Party, dominato nel sud da lobby bianche e segregazioniste. Nel 1966 fondò nella contea di Lowndes, Alabama, il LCFO, un partito locale finalizzato alla rappresentanza politica della popolazione afroamericana della contea, allora una maggioranza senza rappresentanti nelle assemblee elettive. Il simbolo di tale partito era una pantera nera, a cui si ispireranno poco più tardi ad Oakland per il Black Panther Party. Fu collaboratore di Martin Luther King; prese poi le distanze dai Black Panther e si impose l’esilio in Africa, in Guinea, dal 1969 alla morte, avvenuta nel 1998.

Miriam Makeba fu sua moglie dal 1968 al 1973.

La popolazione di Trinidad, di qualunque origine etnica, tende ad essere abbastanza orgogliosa dei suoi figli illustri, anche quando sono lontani dall’isola. E a fianco di Carmichael si ricordano di Mama Africa; evidentemente anche lei lo sapeva.

Ecco chi c’era dietro quel grido, dietro quel bacio. Un uomo amato tanti anni prima, una terra lontana, affetti sopravvissuti.

Karpouzi

Era l’agosto del 2005.

Io e mia moglie avevamo appena iniziato la nostra vacanza nel Peloponneso. Prima notte sul traghetto tra Ancona e Patrasso, una volta sbarcati iniziamo il nostro giro in senso antiorario della grande penisola greca.

Prima tappa l’antica Olimpia, visita al sito, si riparte. Verso sera arriviamo in un posto che, ora, a distanza di otto anni, identificherei dalle parti di Kiparissia. Mai sentito nominare? Stupirebbe il contrario, visto che è un posto sperduto nel nulla.

Troviamo un cartello che indica camere libere e, dopo un certo sforzo di ricerca del personale in un nuovissimo e deserto residence, concordiamo il prezzo per la notte con un custode più scocciato che contento di avere, per quella sera, almeno un alloggio occupato.

Appoggiamo le nostre cose, ci liberiamo sotto la doccia di almeno trentasei ore di viaggio, e scendiamo nella calda ma ventilata serata a cercare informazioni circa una taverna nelle vicinanze. Il custode è sparito. Vabbè, ci arrangiamo noi. Ci rimettiamo in macchina (fuori dal residence nel raggio visivo cadono solo lampioni e un paio di strade) e dopo pochi chilometri verso Pylos troviamo appunto una taverna illuminata ma desolatamente vuota.

Entriamo e veniamo accolti da almeno tre generazioni di ristoratori che ci fanno una festa inverosimile nell’unica lingua che evidentemente conoscono (e che, manco a dirlo, ci è del tutto ignota), ovviamente il greco. Ci accomodiamo al tavolo, sotto un tendone gemente per la brezza, indichiamo un po’ di voci del menu che conosciamo, veniamo serviti rapidamente e con cortesia, il cibo è buono e abbondante.

Finito quello che riteniamo essere il secondo, chiediamo un po’ a gesti un po’ in italiano se hanno qualche dolce da consigliare. Non ci capiamo. Noi continuiamo a ripetere, questi offrono il caffè, noi che diciamo sì il caffè dopo, ma prima non c’è altro?

All’improvviso il ragazzino di turno a cercare di comprendere le nostre esigenze (si sono impegnati, eh) si illumina in volto. “Karpouzi”, dice. Io e mia moglie ci guardiamo: “Karpouzi? Karpouzi!”. Vada per il karpouzi.

La soddisfazione per essere riusciti a concludere degnamente il pasto si mescola con la curiosità per questa nuova specialità di cui assolutamente non abbiamo mai sentito parlare. Che sarà mai, questo karpouzi?

Da allora il termine “karpouzi” è entrato nel nostro gergo familiare, insieme al ricordo delle risate che ci siamo fatti quando ci è stato presentato, un minuto dopo, ciò che avevamo ordianto.

In fin dei conti, una fetta di anguria d’estate è sempre gradevole, e se non è abbastanza esotica o sofisticata, vi consigliamo di chiamarla karpouzi e la vedrete diventare immediatamente una specialità gastronomica.