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Comprendere e giustificare

Due verbi molto diversi, decisamente non sovrapponibili.

Di fronte a un evento come la guerra che Putin sta muovendo al popolo ucraino, comprendere e giustificare significano cose molto diverse. Ed è bene ricordarlo, perché c’è chi, per ignoranza o in malafede, tende a voler confondere queste azioni.

Comprendere, capire da dove venga questo conflitto, cercare la razionalità dietro un atto, la guerra, che è invece il trionfo dell’irrazionale, almeno per come ci siamo abituati a concepire l’una e l’altro: è doveroso. Per non dare letture semplicistiche, per non cadere nelle trappole della propaganda, per rispondere alle posizioni estremiste. Anche per sapere quali proposte negoziali possono essere accolte e quali no, quali strade possono essere percorse per una composizione diplomatica, ammesso che vi sia la volontà di affrontarla.

Giustificare vuol dire invece assegnare una patente di giustizia; ha fatto, fa bene Putin a fare così.

Se comprendere è doveroso, questo non vuol dire giustificare. E, per converso, non giustificare non significa non voler comprendere.

Significa che possiamo cercare la razionalità dietro le azioni di Putin, le ragioni del suo ritenere giusto muoversi in questo modo (in senso etico ma anche solo pragmatico), ma non siamo disposti ad accettare che, qualunque siano tali motivazioni, la guerra sia lo strumento per attuarle. Significa che prendiamo sul serio ciò che è scritto nella nostra Costituzione e ripudiamo la guerra come strumento di offesa e di risoluzione delle controversie internazionali, qualunque esse siano.

E che condanniamo queste azioni oltre che per la lesione unilaterale alla sovranità di un altro Paese, oltre che per le vittime civili e militari, oltre che per la distruzione di beni collettivi e personali, oltre che per i danni incalcolabili all’ambiente, anche, e forse soprattutto, per l’attacco ai valori della convivenza pacifica tra nazioni, che non sono valori unicamente o eminentemente ucraini, ma appartengono a tutti noi europei.

Comprendiamo, cerchiamo di farlo, perché è doveroso, è importante. Ma anche perché questo non implica giustificare, anzi.

Possiamo comprendere senza giustificare. Dobbiamo non giustificare e ugualmente cercare di comprendere.

Di Giuseppe Verdi e altri musicisti leggendari

Ho sempre pensato che fossi una figura leggendaria, come gli unicorni o Giuseppe Verdi.

(il conte Olaf)

Non so se conoscete il conte Olaf. Non mi ha mai colpito come una delle persone meglio informate, nemmeno volendo limitare l’analisi all’ambito dei personaggi della letteratura per ragazzi.

Infatti, nella riga dopo Klaus, il “topo di biblioteca”, protesta.

Ci vuol del coraggio per dire che qualcuno, o qualcosa, non esiste. Difficile poter dimostrare la non-esistenza.

Basta una piccola prova (o un certificato, in Italia), briciole lasciate lungo un cammino, ad esempio una pagina di una partitura, o le lacrime di commozione che qualcuno può aver versato nell’ascoltarla eseguita, per poter dire che un Giuseppe Verdi è esistito.

A meno di fregarsene, di considerare le parole, e la logica che le lega, un puro strumento di propaganda, una retorica completamente slegata dalla realtà dei significati. Cosa che al conte Olaf effettivamente riusciva bene.

Posso presentarvi qualcuno? Si chiama Mikola Lysenko. Vitaliovic è il patronimico. Lo potete trovare anche su internet, magari con qualche lettera diversa, perché il suo nome è concepito per un’altro alfabeto (che potrebbe non essere esattamente quello a cui state pensando).

Lysenko: “Dumka-Shumka, 2a rapsodia su temi popolari ucraini”, op. 18.

Lysenko è considerato il primo compositore ed etnomusicologo ucraino. Morto qualche anno prima dei cannoni dell’Aurora, prima che Lenin si mettesse a tracciare linee sulle mappe.

Un indizio, una partitura, una briciola. Per dire al conte Olaf di turno che, sì, l’Ucraina esiste.

Esiste nelle orecchie, nelle dita, nella lingua; esiste nel cuore di milioni di persone.

Esiste nelle lacrime, nella paura e nella rabbia di chi ieri l’ha vista negata, oggi attaccata e invasa.

Lysenko ci mostra qualcos’altro. Creando musica per diversi lavori di Gogol’ (tra cui il celebre racconto di Taras Bulba), scrittore russo nato in quella che oggi è Ucraina, ma rifiutando (nientemeno che a Ciaikovski) il permesso alla sua rappresentazione a Mosca in lingua russa, ci fa capire la fiera necessità di separazione, di differenziazione, pur nella promiscuità delle immense pianure condivise oggi e nei secoli passati con i popoli cugini.

L’Ucraina esiste. Il conte Olaf dovrà fare i conti con questo: nessun unicorno lo perseguiterà, ma l’Ucraina continuerà ad esistere, e a resistere, indipendentemente da ciò che il Conte pensa di farci.

E dietro le note ucraine di Lysenko, dita che suonano, voci che cantano, persone che vivono. E muoiono, soffrono, lottano. Tante anche lontane dal fuoco delle armi.

L’Ucraina esiste, oggi anche nel nostro cuore.