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La mistica dell’albero imperfetto

Fare per imparare

C’è una dimensione quasi mistica nel fare. In un certo tipo di fare.

Nel fare per imparare, per la precisione. Nel fare per la curiosità, ma anche per la sensazione di migliorare se stessi… beh, me stesso; parlo di me.

Mistica perché da un lato mi mette nella condizione di vedere, capire, scorgere magari non da vicinissimo, ma certamente più da vicino che non semplicemente ammirando, cosa possa significare davvero il termine capolavoro.

E dall’altro, e forse ancora di più, perché mi mette nella condizione dell’artigiano paziente, che impara un’arte, una pennellata alla volta, una nota dopo l’altra, parola per parola, nella grande, miracolosa consapevolezza di non avere la responsabilità di crearlo davvero, un capolavoro, perché quel destino è sempre accompagnato da doni che evidentemente non posseggo.

Ed è liberante. Non la mediocrità, perché la mediocrità è di chi critica senza muovere un dito. E’ liberante perché mi apre gli occhi, mi allena muscoli, e mi fa sentire la freschezza di una creatività gratuita e comune, di tutti.

Ricordo a scuola, per quanto mi piacesse stare ad ascoltare alcuni dei miei prof, per quanto mi interessassero alcune delle loro lezioni, il momento sfidante, di difficile soddisfazione o di scontro con i limiti che dovevo superare, erano le produzioni: il tema, la traduzione, il compito in classe di matematica. Momenti che poi mi stimolavano, talvolta, ad andare oltre, a tradurre il brano successivo per capire che fine faceva Giugurta, o a risistemare uno scritto per come lo ricordavo e per come avrei preferito, con più tempo e meno pressione, formularlo, esprimerlo o risolverlo.

Forse uno dei grandi limiti della nostra scuola è proprio questo: tante idee già adulte e poche opportunità di vederle nascere e crescere.

Credo, tra l’altro, che questo sia un delitto nei confronti dei nostri giovani: perdiamo credibilità e autorevolezza con loro proprio su questo campo. Che è quello di saper giocare con loro con regole sulle quali possono essere più bravi di noi vecchi. Sulle idee neonate, sul muovere dita e mani, sulla creazione, se noi adulti non siamo abituati, son più bravi loro, fino a quando non li plasmiamo per essere come noi, critici spesso livorosi e senza talenti.

Ho dipinto un albero: non è particolarmente bello, non è un Raffaello, e nemmeno un Garpez. Non l’ho fatto per il voto, per i like. Volevo capire come si fa, come si può fare. Ne dipingerò ancora, probabilmente; alcuni saranno migliori di altri, nessuno un Raffaello, e probabilmente nemmeno un Garpez. Sicuramente migliore sarò io, e non solo come pittore.

classi più piccole

Classi più piccole?

Ci sono diversi vantaggi, effettivamente: meno verifiche da correggere; meno orali; meno confusione in classe, meno necessità di ripetere una spiegazione.

E già così basterebbe. Ma si può rilanciare, se si vuole davvero provare a immaginare una scuola diversa, con classi più piccole, cioè con meno studenti per classe.

Più occasioni di valutazione (visto che sono meno dispendiose), anche più informali, più flessibilità nell’uso degli spazi e dei tempi (ce n’è di più a disposizione…), più attenzione, se si vuole, agli stili di apprendimento di ciascuno.

Verissimo: “ai nostri tempi” nessuno aveva attenzione agli stili di apprendimento, e “noi” ci siamo saltati fuori. Ma quanti altri no? E quanti nostri studenti, oggi, vivono una situazione psicologicamente salda, socialmente sicura e rassicurante come quella che abbiamo vissuto “noi” che ci siamo saltati fuori?

Ecco, magari anche più cura da dedicare a loro, a ciascuno di loro, guardandoli negli occhi, scoprendo cosa li fa brillare e cosa li appanna, questi occhi che comunque abbiamo sempre addosso, anche quando non ce li sentiamo.

Io credo che non ci siano alternative. Non è una questione di pedagogismi: anche l’apprendimento non funziona più (ma ha mai funzionato così?). La cura per il benessere non è buonismo, è la condizione perché gli studenti di oggi, che forse sono irrimediabilmente diversi da come eravamo noi sopravvissuti (forse) alla scuola degli anni ’70 e ’80 portino a casa qualcosa che non sia rifiuto di noi adulti, dei nostri significanti e dei nostri significati. Se crediamo che le nostre materie abbiano ancora qualcosa da dire, dobbiamo essere capaci di tradurle in una nuova lingua. Una lingua comprensibile oggi, che parli di attenzione a chi le deve imparare, che faccia scoprire sensi dove nessun altro glieli mostra più.

Meno studenti per classe vuol dire anche questo:

  • vuol dire che i nomi li imparo a settembre e non ad aprile;
  • che se voglio sedermi di fianco a Gloria, c’è la sedia, c’è il tempo, ci sono le parole da dirle, e soprattutto c’è il suo volto nella mia memoria, ben chiaro e non annegato in mezzo ai giochi di prestigio da inventare per tenere a bada la sua classe intanto che le dedico un minuto di sfuggita;
  • che se i genitori di Kevin mi chiedono una mano, riesco a ricordarmelo;
  • che se Giacomo prende un’insufficienza, sono lì ad aiutarlo a recuperarla, ho la possibilità di offrirgli una seconda chance, e magari una terza;
  • che magari riesco anche a far capire a Leti che le possibilità date ad altri non sminuiscono la sua bravura, visto che lei c’è arrivata subito;
  • che forse tutti insieme possiamo ripensare il core business di questo mostro chiamato scuola, che dovrebbe fare innamorare tutti delle cose più belle, ma invece tanti lapida fino allo stordimento con numeri privi di reale fondamento e vuoti di futuro.

Certo, è un investimento: costa. Come dicono benissimo Enrico Galiano, Federico Benuzzi e altri colleghi “social” le cui idee spesso mi trovo a condividere, ci vorrebbe l’onestà da parte dei nostri governanti – sono bipartisan qui, eh? – di dire “la scuola ci sta a cuore”, oppure “no, la scuola non ci interessa, non è tra le nostre priorità”. Per me è prioritario investire su classi che possano essere luoghi di persone più significativi, più caldi, più legati e più trasparenti. La cronaca ce lo ricorda. E questo costa. Ma non farlo, secondo me, costa di più. E la cronaca ci suggerisce anche questo.

La mia maturità

Oggi iniziano gli Esami di Stato delle superiori, con le riunioni preliminari delle commissioni d’esame.

Per gli studenti l’inizio è mercoledì, con lo scritto d’italiano. Per i docenti impegnati l’inizio è invece proprio oggi.

Io sarò impegnato lontano (in realtà forse solo un chilometro in linea d’aria) dai miei alunni di terza liceo. Non ho mai avuto modo di raccontar loro che venticinque anni fa c’ero io nella loro stessa situazione. Un quarto di secolo fa mi preparavo a sostenere l’esame di maturità (allora si chiamava così).

Era un esame diverso, per alcuni versi più facile, per altri più difficile. C’erano solo due scritti, non tre: per me allo scientifico lo scritto di italiano e quello di matematica. In entrambi i casi i temi erano più rigidi: la scelta era molto più ristretta, non c’era apparato di testi, la traccia era molto più essenziale, lo svolgimento più tradizionale.

All’orale, poi, non bisognava portare tutte le materie dell’ultimo anno. Erano quattro in totale quelle da preparare, sapendo che si sarebbe stati interrogati solo su due di esse: una a scelta del candidato e l’altra decisa dalla commissione. Poi in realtà bastava sceglierne una e indicare la seconda, in modo che fossero bilanciate, una scientifica e una letteraria, e avere cura di indicare come seconda materia quella col voto più alto, e la commissione di solito non obiettava.

Ma non c’era la tesina, il che voleva dire che il programma andava fatto tutto e bene.

Nel mio anno le materie orali erano italiano, inglese, storia e scienze. Storia eliminata subito (ai miei tempi la storia dell’ultimo anno iniziava con la Restaurazione e finiva con la prima guerra mondiale o poco dopo: un tratto di storia che mi è sempre piaciuto più o meno come farmi pestare i piedi), avevo scelto italiano come prima e inglese (che, stranamente, contava come materia scientifica) come seconda. Ricordo che la prof di scienze, convinta che avrei portato la sua materia come seconda, mi aveva assegnato in pagella un voto più alto di quanto mi aspettassi, 9, e comunque più alto dell’8 in inglese… venne poi a chiedermi scusa, tra scrutinio ed esame, venuta a conoscenza della mia scelta, perché temeva che il suo voto mi avrebbe messo in difficoltà suggerendo alla commissione di non interrogarmi in inglese ma piuttosto in scienze. Cosa che non avvenne (anche se mi avrebbe scocciato un po’).

Io, che mi ero preparato Pascoli per l’orale, trovai il tema di letteratura proprio su Pascoli, ed ebbi fortuna, da quel punto di vista, perché ero pronto, ma poi all’orale non potei giocarmi i miei approfondimenti. Il compito di matematica sapevo che sarebbe stato il mio forte e infatti lo svolsi molto bene. Andò molto bene anche l’orale di/in inglese: lo ricordo come una chiacchierata informale con la commissaria (esterna, mai vista prima) sugli autori inglesi che mi erano piaciuti maggiormente durante l’ultimo anno, Joyce (lo so, ero un ragazzo così…) ed Eliot. L’orale di italiano invece non fu un capolavoro: non ricordo se era l’islandese o quale altro dialogo, perso Pascoli per lo scritto, mi dovetti accontentare di rispondere sull’odiato Leopardi. Il sentimento che ci legava certamente non ne ebbe giovamento. Anche se comunque non andò male nemmeno quello…

L’orale fu, se non ricordo male, uno degli ultimi giorni di giugno. Considerato che la nostra commissione raggruppava quattro classi, non enormi, è vero, ma pur sempre di almeno venti alunni, mi sentii abbastanza fortunato a finire così presto.

Ricordo il senso di euforia prima: non so bene se imputarlo a una preparazione che sentivo procedere bene, o piuttosto ai successi della nazionale di calcio che si sarebbe insediata al terzo posto del mondiale casalingo delle Notti Magiche proprio nei giorni degli orali.

Ricordo il senso di soddisfazione per l’esito. Stavo ascoltando una cassetta (musicassetta? di quelle col nastro dentro, che si usava la bic per riavvolgerle? dice qualcosa?) di mia sorella la sera in cui telefonò la mia cara prof di italiano per anticipare il voto finale (dopo 25 anni forse si può dire…), e quando ritornai allo stereo, questo stava suonando la fanfara olimpica di Seul ’88: credo che la riascoltai almeno altre cinque o sei volte di seguito, perché mi sentivo abbastanza sul podio. Inaugurando, tra l’altro, una venerazione per John Williams che dura tuttora.

E ricordo il senso di perdita, dopo. La consapevolezza che qualcosa di grande, di bello, di importante, era finito. Forse era la prima volta che mi capitava di trovarmi di fronte all’ineluttabile.

Ma dei giorni dell’esame non ho grandi memorie, dell’esame in sé. Ed è un peccato, credo: se potessi tornare indietro probabilmente cercherei di assaporarne meglio i vari momenti, perché in fondo è stato il primo di una lunga serie di esami, forse il più importante perché l’ho affrontato da inesperto, da “piccolo”. Perché ha segnato una svolta.

Ecco: se mai leggeranno queste poche righe i miei cari Anna, Alessandro, Corinna, Giulia, Mattia, Elisa, Tommaso, Elisa, Martina, Marta, Nico, Andrea, Laura, Tito, Martino, Clara, Chiara, Fjorela, Francesca, Costanza e Carolina  (in rigoroso ordine alfabetico), ecco quel che direi loro: di cercare di vivere i giorni che vengono con consapevolezza. Credo che avranno soddisfazioni, perché sono bravi. Ma mi piacerebbe che l’esperienza dell’esame potesse lasciar loro un bel ricordo. Perché se lo meritano e perché li aspetta un futuro da affrontare con entusiasmo.

Io sciopero, perché…

Martedì 5 maggio è il mio giorno libero. Non andrei a scuola comunque.

Però ho provveduto a dare comunicazione volontaria al mio Dirigente Scolastico sulla mia intenzione di essere considerato in sciopero.

Ho già scritto qualche giorno fa che ero indeciso. L’uscita successiva della ministra Giannini, che parlava di “squadristi” che contestano e di altri che stanno zitti, e il susseguente silenzio del Premier (si scrive, un silenzio irato e operativo; bubbole, dico io, sempre silenzio è) mi hanno convinto.

Ho trovato anche questa lettera, che condivido pienamente. L’hanno inviata le maestre di mio figlio ai genitori della classe. E io, pur non dando nessun fastidio a studenti o alla scuola (è il mio giorno libero, avrebbero fatto comunque a meno di me), pago la mia quota di stipendio per far numero tra coloro che scioperano. Perché voglio che sappiano, lassù, che basta così.

Che basta con le prese in giro.

Si applichi per favore

Leggo la risposta che il Presidente del Consiglio Renzi avrebbe dato a commento del fatto che tutte le sigle sindacali si stanno mobilitando contro la famosa “buona scuola”. Bel colpo.

Personalmente non ho ancora deciso se e quando sciopererò, principalmente perché alcuni dei contenuti della “buona scuola” mi sembrano un positivo passo avanti. Altri meno, e da qui la mia indecisione.

Quello che, caro Presidente del Consiglio, potrebbe far spostare la mia decisione, e penso quella di tanti indecisi come me, è l’impressione, sempre più forte in questi giorni e via via che le Sue dichiarazioni si susseguono, l’impressione dicevo di sentirmi preso in giro.

Vede, io, come diversi colleghi, qualche anno l’ho passato sui banchi di scuola. Uno dei miei compiti professionali è inoltre quello di insegnare ai miei studenti a leggere testi di una certa complessità, come i problemi di geometria. Sentirmi dire che non ho letto bene la vostra proposta suona vagamente di presa in giro.

Dice che lo sciopero suona ridicolo. Mi fa piacere che si senta particolarmente ilare, particolarmente in un momento storico in cui immagino abbia poche occasioni di sorridere. Sentire però quest’aggettivo associato alle richieste, mi pare legittime, di una categoria professionale che negli ultimi vent’anni è stata sonoramente bastonata (e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, e Lei stesso ne ha diverse volte parlato), principalmente richieste di essere consultata, di non essere assoggettata a dinamiche estranee alla scuola, di non essere presa in giro per l’ennesima volta, mi suona, di nuovo, vagamente di presa in giro.

Mi fa molto piacere che questo governo abbia deciso di assumere i precari. Io sono stato assunto nel 2005 su concorso bandito nel 1999. Quindi non è che prima di voi nessuno assumesse. Inoltre, le assunzioni di cui parla, sia onesto, sono almeno in parte l’adeguamento necessario ad una sentenza europea. E, a voler fare proprio i precisini, tutte le simulazioni (è vero, fatte dai sindacati cattivoni, ma loro almeno le hanno fatte; le simulazioni del ministero io le devo ancora vedere…) parlano di una diminuzione degli stipendi, non di un loro aumento, con la vostra buona scuola. Quindi, non so, io continuo a sentire puzza di presa in giro.

Non so, veda un po’ lei. Noi insegnanti siamo quelli che dicono ai loro studenti di diffidare degli slogan, di cercare la sostanza. In tutta questa vicenda, parlando di comunicazione, caro Presidente del Consiglio, se fosse un mio studente, per ora si meriterebbe un cinque e mezzo, per i contenuti interessanti, ma anche la superficialità e il vago sentore di presa in giro (quante volte l’ho già scritto?) che nel suo orale, come nel vostro scritto, continua a sentirsi. Non potendo darvi un voto, lo dico chiaramente, vedrò. Vedrò il 23 aprile o il 5 maggio se scioperare o no.

Si applichi, per favore.

La paura della novità

E’ un mantra dei riformisti (nelle cui schiere, politicamente parlando, dovrei collocarmi pure io) di questi giorni: non bisogna aver paura della novità.

Parlando di scuola, della “buona scuola”, mi sembra di capire che chi vuole assecondare la riforma non ha paura delle novità, mentre chi si oppone è per paura della novità.

E’ certamente una posizione comoda a chi propone una riforma, quella di suggerire che chi è a favore è dalla parte della razionalità, mentre chi è contro è irrazionale (la paura, signori, la paura!).

Io appartengo a una categoria, a una sottocategoria, a una sottosotto… molto conservatrice. Giocano molti fattori, non ultimo il fatto che le novità negli ultimi vent’anni o giù di lì sono stati, invariabilmente, delle mazzate: sia dal punto di vista personale (contratti bloccati, scatti di anzianità bloccati, norme ad minchiam sul pensionamento, e via dicendo), sia dal punto di vista dell’efficienza e dell’efficacia del lavoro, del supporto sociale del datore di lavoro, lo Stato, ai dipendenti, della totale incapacità del datore di lavoro di tutelare i lavoratori capaci e ligi al dovere nei confronti dei comportamenti scorretti o illegali di altri lavoratori furbetti, incapacità sancita dai provvedimenti punitivi erga omnes.

E allora il mantra: tutto sta per cambiare, non bisogna aver paura della novità.

Io avrei qualcosa da dire. In parte l’ho già detto nelle righe sopra.

  1. La paura della novità è sacrosanta: è un meccanismo di difesa rispetto alla perdita di sicurezze.
  2. Di fronte a qualunque persona che ha paura, dire “non aver paura” è utile più o meno quanto consigliare di infilarsi le mani in tasca.
  3. La paura della novità c’è, in particolare, in chi dalle novità è stato ripetutamente fregato.
  4. La paura della novità non si sconfigge con consigli più o meno insensati, ma mostrando che la particolare novità di cui si sta parlando non è pericolosa.

Allora, per favore, piantiamola con questo atteggiamento zen del piffero, “paura non paura abbandoniamoci al panta rei”:

  • chi si oppone può avere ragioni dettate dalla paura, ma può anche aver pensato ragionevolmente bene, fatto calcoli non solo sulle proprie tasche ma anche sulla tenuta del sistema scolastico italiano;
  • a quelli che semplicemente hanno paura della novità, riconosciamo che hanno pienamente ragione, che dopo vent’anni di riforme abortive dettate solo da motivazioni contabili, lo status quo è meglio di qualunque altra pessima novità;
  • e se ci sono effettivamente buone nuove, facciamole maturare, convincendo della loro bontà non con slogan cretini ma con sperimentazioni serie, non legate al colore del governo, ma alla solidità di chi lavora ogni giorno in classe indipendentemente dal colore del governo.

Tanto per interrompere la tradizione di prendere pure per il culo chi per spirito di servizio non si lamenta forte delle sberle che becca ogni giorno.

BYOD

Per chi segue i dibattiti online sulle nuove tecnologie a scuola, è arrivato il momento del BYOD.

Acronimo inglese, apparentemente mutuato dalle politiche aziendali rispetto alle tecnologie stesse: Bring Your Own Device. Portati il tuo dispositivo.

Tradotto in italiano, l’acronimo sarebbe “FLNCFS”: “fare le nozze coi fichi secchi”.

Vogliamo le scuole 2.0, vogliamo le LIM, vogliamo le tecnologie a scuola, vogliamo vogliamo. Poi non ci sono i soldi e allora? Ragazzi, la tecnologia ce la mettete voi.

Hai lo smartphone? Benissimo, usiamo quello. Hai il tablet? Ottimo. Hai un portatile? Eccellente.

Ma come, Pierino, tu niente? Non te l’avevano detto quando ti sei iscritto che questa è una scuola di serie A? No, non di serie A come dotazione della scuola, di serie A come reddito delle famiglie degli alunni… Non ti vergogni un pochetto?

Un dialogo surreale

S: “Da quest’anno, come dico da qualche anno senza muovere un dito, in ogni classe terminale una materia non letteraria dovrà essere insegnata in lingua straniera. Tu sai l’inglese?”

A: “Sì…”

S: “Che certificazione hai?”

A: “Nessuna”.

S: “Quindi non sai l’inglese”.

A: “Guardi, mi dicono che potrei essere a un livello C1; un pochettino lo so…”

S: “Ma non hai la certificazione”

A: “Veda lei”.

S: “Perché non hai fatto il corso linguistico organizzato dal provveditorato ad aprile?”

A: “Ma per chi dovevo lasciarmi punire con un corso che non mi interessava, era due livelli sotto il mio, e prevedeva uno o due pomeriggi alla settimana, da quattro ore di lezione in stecca ogni volta, dopo aver insegnato quattro o cinque ore a scuola?”

S: “Era per chi non ha la certificazione”

A: “A me non serve la certificazione”

S: “Serve a me che tu ce l’abbia…”

A: “Se la faccio privatamente devo pagare almeno 200 euro… Cosa mi dà in cambio?”

S: “Oggi assolutamente nulla, ma c’è una riforma dietro l’angolo per cui chissà che avanzamenti stipendiali e di carriera… Anzi, visto che i docenti con i requisiti ce ne sono pochissimi in ogni scuola, se tu ti metti in regola puoi star certo di beccarti ogni anno la fantastica opportunità di una classe terminale da portare all’esame”.

Ecco, considerate che A sono io, e S è il mio datore di lavoro (“S” come “scuola”, l’istituzione). Come valutate questo dialogo? Che risposta devo dare?

Coding

Uscito il piano del governo Renzi per la scuola, avendo un figlio che si appresta ad iniziare il suo percorso alla scuola primaria, sono rimasto colpito dall’idea di vedere presto il “coding” tra le sue materie scolastiche.

Premetto: non ho idea del motivo per cui questo fantomatico “coding” non possa essere chiamato “programmazione” (in senso informatico).

L’idea mi piace: aiutare i bambini a capire che il computer fa quel che gli dici tu, e non viceversa. E che è possibile fargli fare cose che nessun programma gli fa fare, semplicemente scrivendo il programma.

Come insegnarglielo? Io, che da dilettante mi scrivo i miei applicativi PHP o C++, non saprei proprio da dove iniziare con i bambini. Non so quanti colleghi della primaria siano nella mia posizione.

Non vorrei che per insegnare il coding ci fosse bisogno di installare sui computer delle classi (ci sono in tutte le classi? di che dinastia egizia? quanto tempo impiegano ad accendersi, a connettersi, a far partire i software necessari?) costosi programmi e attivare i relativi corsi di formazione e aggiornamento, magari monopolizzati da qualche ditta che qualche maligno potrebbe anche pensare avere qualche interesse nella mossa, visto che questo è ciò che si dice sia successo con le LIM.

E basterebbe poco.

Basterebbe installare una qualunque distribuzione Linux, aprire il terminale, e insegnare a fare qualche operazione in bash. Costo dell’operazione: ZERO euro da dare a fornitori, qualche ora di buona volontà del personale docente e ATA, magari retribuita tanto per cambiare, per l’installazione del sistema operativo, la stampa e la lettura di uno dei mille manuali che si trovano gratuitamente sulla rete.

Vantaggi? Capire (docenti e alunni) com’è fatto un computer, cos’è un sistema operativo. Recuperare vecchi computer e usarli senza essere minimamente disturbati dalla loro lentezza.

Ma dico di più. Basterebbe ancora meno. Anche in assenza… di computer!

Diceva un commento che ho letto da qualche parte su Facebook: la programmazione è questione di testa, non di PC.

Credo che già oggi le competenze di problem solving e di pensiero algoritmico, che sono alla base di ogni approccio alla programmazione (e alle discipline scientifiche, e non solo!), facciano parte degli obiettivi della scuola primaria. Dal mio punto di osservazione delle superiori, però, mi viene da dire che quasi sempre la priorità sia data ad altro.

O forse gli insegnanti ricevono oggi una formazione inadeguata su questi temi. Chi gliele spiega queste cose?

Allora sarei contento se mio figlio, nei prossimi cinque anni, mi portasse a casa qualche diagramma di flusso, qualche algoritmo su cui riflettere, oltre a quello della divisione, che lavorasse sui problemi da risolvere, sì, va bene, anche di quelli che richiedono creatività e pensiero laterale, ma prima di tutto di quelli in cui la strada possibile è una sola: prima di poter scegliere il sentiero da prendere, è importante sapere com’è fatto un sentiero.

Lo sento, sembra un approccio “vecchio”. Ma bisogna che ci rassegniamo, io credo.

  • L'”informatica”, lo sappiamo tutti benissimo, semplifica le cose solo se la si sa usare. Altrimenti le complica terribilmente.
  • Imparare a usare l'”informatica”, per noi insegnanti che non siamo nativi digitali, richiede tanto tempo e tante energie.
  • I nostri ragazzi oggi sono invece nativi digitali: possono imparare facilmente e da soli tante cose.
  • E allora, visto che non riusciamo ad insegnar loro, perché siamo più lenti di loro, almeno aiutiamoli ad imparare da soli, ad interpretare ciò che sperimentano da soli. A capire com’è fatto il computer, come “ragiona”, ad acquisire una struttura di pensiero compatibile con quella del computer, a tradurre situazioni comuni nella logica degli algoritmi. Poi i linguaggi per tradurre verranno, se i ragazzi saranno curiosi: impareranno da soli. E intanto avremo offerto strumenti anche per capire meglio tanti altri aspetti della realtà.

Oppure facciamo il coding.

Duepuntozero

In questo periodo estivo, anche se ufficialmente da un paio di giorni sono in ferie, sto cercando di continuare ad aggiornarmi. Anche perché, come dicevo altrove, credo di non essere ancora tanto schizofrenico da essere coinvolto da ciò che accade ai miei alunni per undici mesi all’anno e dimenticarli completamente il dodicesimo.

E aggiornandomi mi sono accorto di quanto si parli oggi (nelle comunità virtuali dei colleghi) della Scuola 2.0.

Che vuol dire, credo di aver capito, l’introduzione nella prassi didattica delle tecnologie informatiche e degli ambienti di apprendimento che tali tecnologie permettono.

Il mio giudizio? All’80% una moda, che comporta un grosso giro di denaro, con qualche principio meritevole di approfondimento, una sperimentazione avviata e in corso in paesi con sistemi scolastici assolutamente diversi dal nostro, mentre da noi non mi pare ci siano ancora studi significativi. Che come tutte le mode didattiche ha i suoi fanatici sostenitori, a tutti i livelli, e i suoi assoluti oppositori nel nome di una tradizione più mitologica che reale.

Un’analisi che ho trovato interessante e condivisibile è quella che, nell’ambito di una videolezione sulla “flipped classroom” (commento: un’altra moda nella moda), si trova qui.

Sostanzialmente, la tesi che si sostiene è che il modello di lezione che è stato assolutamente predominante fino, direi io, agli anni ’70 (ed è ancora presente in modo abbastanza importante, nonostante sia stato modificato, modernizzato, reso più interattivo e ibridato con altre metodologie) nella scuola italiana è antico come il libro: la lezione come spiegazione di un libro (testo ed eventualmente figure) che inizialmente non era fisicamente disponibile ai discenti, poi lo è diventato richiedendo però una interpretazione. Quindi, se riteniamo che la multimedialità e le potenzialità di creazione, strutturazione, elaborazione di contenuti che le tecnologie informatiche oggi offrono possano costituire una rivoluzione paragonabile a quella che l’introduzione del testo scritto ha portato nella didattica, è legittimo pensare che una scuola che usa, sfrutta, si avvale di tali tecnologie debba rivoluzionare il proprio modo di insegnare.

Se.

Nel senso che il primo dubbio che mi viene è che non si tratti davvero di un voltar pagina, ma piuttosto di un allargare il foglio. La multimedialità eccetera eccetera non sostituiscono minimamente il testo scritto, l’immagine statica. Come insegnante non mi sento di prendermi la responsabilità (e non penso che la Scuola possa pensare di assumersela in quanto istituzione) di scegliere quali canali aprire e quali chiudere: è mio compito offrire tutti i canali disponibili, nuovi e vecchi.

Al di là di mode e modelli, ci sono alcuni aspetti che personalmente ritengo insoddisfacenti del mio modo di fare scuola, anche se è un modo molto simile a quello degli altri miei colleghi del mio istituto. E io credo che mi sia utile rifletterci, cercare di trovare soluzioni, sperimentarle.

Sperimentare: un verbo doveroso, ma, credo, con tutta la cautela di chi sa che i propri sbagli, per quanto in buona fede, non li pagherà in prima persona. Quindi uno sperimentare in cui ho bisogno di tanto studio e aggiornamento, per vedere quello che altri hanno fatto o stanno facendo e capire cosa può essere utile con le mie classi, coi miei alunni e le mie alunne; in cui ho bisogno di confronto con i colleghi, perché sono parte di un istituto; in cui ho bisogno di piccoli passi, per cambiare qualcosa e di questa variazione misurare l’impatto.

In quali direzioni mi muoverei?

La prima è quella della gestione del tempo. Le ore a disposizione sono poche: vorrei riuscire a seguire meglio i tanti alunni che ho in classe, ma tra spiegazioni, necessarie, e verifiche, altrettanto necessarie, non so proprio come fare. In questo senso io credo che alcune risorse tecnologiche e metodologiche possano essere utili. Altre io credo siano devastanti nel senso che probabilmente possono portare a un ottimo livello di apprendimento ma richiedono quantità di tempo tali da amputare in modo inaccettabile lo svolgimento dei programmi, che nonostante tutto vanno portati avanti.

La seconda è quella del coinvolgimento degli alunni, della motivazione. E’ abbastanza legata alla precedente, nel senso che almeno nel liceo in cui insegno gli stimoli culturali, storici, filosofici, i contatti con le altre discipline, la contestualizzazione, i testi originali… sono tutte cose che riscuotono interesse, che aprono porte nelle menti e nei cuori degli studenti. Ma richiedono tempo, collaborazione tra docenti, approfondimento. Sono convinto che alcuni ritrovati tecnologici e metodologici possono aiutare.

La terza è quella della valutazione. Io mi sento sempre a disagio nell’assegnare un voto unico a una verifica che mette in evidenza una serie spesso molto ampia di conoscenze e competenze, variamente sviluppate. Io vorrei dire ai miei studenti: questa cosa la sai benissimo; quest’altra meno; questa non l’hai proprio capita. Invece è: cinque. Sei. Nove. Lo è per me, e soprattutto per gli studenti e le loro famiglie. “Sì, va bene, ma quanto mi ha dato?” “La media quanto viene?”. Anche in questo caso io credo sia possibile lavorare più per competenze; è un impegno gravoso, certamente, ma credo valga la pena. E le tecnologie possono aiutare.

Come? Non so, è una riflessione che ho iniziato, qualche idea ce l’ho. C’è ancora un mese abbondante per sviluppare il mio 2.0 per l’anno prossimo.