Ci sono diversi vantaggi, effettivamente: meno verifiche da correggere; meno orali; meno confusione in classe, meno necessità di ripetere una spiegazione.
E già così basterebbe. Ma si può rilanciare, se si vuole davvero provare a immaginare una scuola diversa, con classi più piccole, cioè con meno studenti per classe.
Più occasioni di valutazione (visto che sono meno dispendiose), anche più informali, più flessibilità nell’uso degli spazi e dei tempi (ce n’è di più a disposizione…), più attenzione, se si vuole, agli stili di apprendimento di ciascuno.
Verissimo: “ai nostri tempi” nessuno aveva attenzione agli stili di apprendimento, e “noi” ci siamo saltati fuori. Ma quanti altri no? E quanti nostri studenti, oggi, vivono una situazione psicologicamente salda, socialmente sicura e rassicurante come quella che abbiamo vissuto “noi” che ci siamo saltati fuori?
Ecco, magari anche più cura da dedicare a loro, a ciascuno di loro, guardandoli negli occhi, scoprendo cosa li fa brillare e cosa li appanna, questi occhi che comunque abbiamo sempre addosso, anche quando non ce li sentiamo.
Io credo che non ci siano alternative. Non è una questione di pedagogismi: anche l’apprendimento non funziona più (ma ha mai funzionato così?). La cura per il benessere non è buonismo, è la condizione perché gli studenti di oggi, che forse sono irrimediabilmente diversi da come eravamo noi sopravvissuti (forse) alla scuola degli anni ’70 e ’80 portino a casa qualcosa che non sia rifiuto di noi adulti, dei nostri significanti e dei nostri significati. Se crediamo che le nostre materie abbiano ancora qualcosa da dire, dobbiamo essere capaci di tradurle in una nuova lingua. Una lingua comprensibile oggi, che parli di attenzione a chi le deve imparare, che faccia scoprire sensi dove nessun altro glieli mostra più.
Meno studenti per classe vuol dire anche questo:
- vuol dire che i nomi li imparo a settembre e non ad aprile;
- che se voglio sedermi di fianco a Gloria, c’è la sedia, c’è il tempo, ci sono le parole da dirle, e soprattutto c’è il suo volto nella mia memoria, ben chiaro e non annegato in mezzo ai giochi di prestigio da inventare per tenere a bada la sua classe intanto che le dedico un minuto di sfuggita;
- che se i genitori di Kevin mi chiedono una mano, riesco a ricordarmelo;
- che se Giacomo prende un’insufficienza, sono lì ad aiutarlo a recuperarla, ho la possibilità di offrirgli una seconda chance, e magari una terza;
- che magari riesco anche a far capire a Leti che le possibilità date ad altri non sminuiscono la sua bravura, visto che lei c’è arrivata subito;
- che forse tutti insieme possiamo ripensare il core business di questo mostro chiamato scuola, che dovrebbe fare innamorare tutti delle cose più belle, ma invece tanti lapida fino allo stordimento con numeri privi di reale fondamento e vuoti di futuro.
Certo, è un investimento: costa. Come dicono benissimo Enrico Galiano, Federico Benuzzi e altri colleghi “social” le cui idee spesso mi trovo a condividere, ci vorrebbe l’onestà da parte dei nostri governanti – sono bipartisan qui, eh? – di dire “la scuola ci sta a cuore”, oppure “no, la scuola non ci interessa, non è tra le nostre priorità”. Per me è prioritario investire su classi che possano essere luoghi di persone più significativi, più caldi, più legati e più trasparenti. La cronaca ce lo ricorda. E questo costa. Ma non farlo, secondo me, costa di più. E la cronaca ci suggerisce anche questo.