Archivi tag: elezioni

Perché puntare sul protagonismo dei bambini e dei ragazzi

Perché ci sono, e non è scontato che ci siano; ed essendoci hanno il diritto e il dovere di contribuire a rendere migliore il mondo in cui vivono: non sono i “futuri cittadini”, cittadini li sono già oggi.

Perché hanno voglia di fare, conoscere, partecipare: affinché noi adulti li deludiamo qualche volta di meno.

Perché le idee le hanno, siamo noi adulti che non sappiamo decifrarle e renderle praticabili: per loro formulare idee e per noi capirle sono due esercizi fondamentali che costruiscono la comunità attraverso la coesione generazionale.

Perché hanno avuto meno tempo per formarsi pregiudizi e possono ricordarci cosa vuol dire esserne liberi.

Perché per imparare non c’è modo migliore del fare, dello sporcarsi le mani.

Perché hanno il maggior interesse nell’evitare scelte miopi e nel praticare quelle lungimiranti, già oggi.

Perché noi adulti siamo quasi tutti genitori, zii, nonni, fratelli o sorelle maggiori, e siamo stati tutti bambini e ragazzi: sappiamo benissimo che quando i bambini e i ragazzi si trovano a loro agio, tutta la comunità vive più serena, mentre quando i bambini e i ragazzi vivono situazioni di tensione, di pericolo, di difficoltà, è la comunità tutta a sentirle su di sé.

Perché non votano.

Perché impareranno, crescendo, che le orecchie non smettono mai di crescere; perché imparino anche che non si tratta solo di una curiosità anatomica.

Perché cresceranno, se ne andranno: per dar loro motivo di tornare.

Il protagonismo dei ragazzi non è una novità. Io ne sento parlare da almeno trent’anni. Ma nell’azione concreta delle nostre comunità locali, troppo poche sono le amministrazioni che hanno voglia di prendere i bambini e i ragazzi a misura delle loro iniziative.

Penso valga la pena provarci. E’ forse la ragione più importante che mi ha spinto ad accettare un impegno con Fornovo Insieme.

Venticinque aprile e venticinque maggio

Il 25 aprile è il giorno in cui festeggiamo la liberazione del nostro Paese dall’occupazione nazista, delle nostre città dalla dittatura fascista, la fine di una tragedia, la guerra, che ha toccato ogni famiglia, ogni persona di diverse generazioni.

E’ la festa dei Partigiani: uomini e donne di diversa estrazione culturale e sociale, comunisti, cattolici, liberali, ricchi, poveri, cittadini e contadini, letterati e analfabeti, che decisero di mettere a repentaglio le loro vite e il benessere delle proprie famiglie per contribuire a sovvertire un regime dittatoriale, per opporsi a nemici spietati, alcuni dei quali erano stati amici fino a poco tempo prima.

Perché credevano nella democrazia e nella libertà. Per dare ai loro figli, ai loro nipoti un futuro di democrazia e di libertà.

Il 25 maggio, quest’anno, sarà un momento di celebrazione di questa stessa democrazia, di questa stessa libertà.

Non importa se ci piace o non ci piace l’Europa dei tecnocrati, la signora Merkel, Tsipras o Schultz. Il Parlamento che andremo a eleggere il 25 maggio è la risposta al 25 aprile. Non più un’Europa disintegrata, rasa al suolo, a lutto in ogni famiglia per la guerra, ma un’Europa che si siede in cerchio e decide del proprio futuro, insieme. Seguendo le regole della democrazia, non delle armi. Certo, una democrazia imperfetta, una libertà non totale. Ma prima di guardare avanti, guardiamo indietro e ricordiamo da dove veniamo. E allora recupereremo anche lo slancio per eleggere rappresentanti che portino avanti lo spirito delle origini di questa costruzione di pace, lo spirito di Schuman, Adenauer, De Gasperi, Spinelli, Monnet: nemici, secondo le logiche della guerra, iniziatori di un percorso di integrazione che ci conduce fino ad oggi.

Ma il 25 maggio sarà anche il giorno in cui, più in piccolo, in tante città si deciderà chi amministrerà il bene comune per i prossimi cinque anni.

Amministrare il bene comune: si tratta di questo, e non è un gioco sporco. E’ il frutto di ciò che celebriamo oggi.

Mi è stato chiesto di impegnarmi in una lista, nel mio paese.

Ho detto di sì.

Con lo spirito di chi non si accontenta di criticare da fuori. Di chi vuole mostrare che ancora ha un senso impegnarsi per migliorare le cose per tutti, sacrificare il proprio tempo libero, le proprie aspirazioni individuali, persino quelle famigliari, per il bene della comunità a cui appartiene.

E’ una lista civica, Fornovo insieme, che vuole aggregare un consenso ampio su alcune idee, non su posizioni ideologiche. Ma è una lista a cui hanno aderito alcuni partiti, il Partito Democratico, Rifondazione Comunista, Sinistra Ecologia e Libertà e altri gruppi politici presenti sul territorio (da ultimo, Fare per fermare il declino), che mettono a disposizione il loro patrimonio migliore di persone, di energie, di esperienze.

Mi sono sentito onorato della richiesta, come mi sento onorato di figurare in una lista in cui compaiono nomi di giovani personalità, onorato per le loro qualità umane, professionali, ideali.

E’ una lista che si stringe intorno a un candidato sindaco, Andrea Belli, che con la sua generosità e le sue capacità è stato capace di costruire intorno a sé un consenso convinto e convincente.

Il 25 maggio è anche il compleanno del mio primogenito: 6 anni. Ho pensato che un bel regalo per lui, per l’altro (che li compie poco dopo) e per tutte le bambine e i bambini di Fornovo, sarà un paese che prova a tornare a vivere. Sarà un’amministrazione che cercherà di guardare al paese dal loro punto di vista, dalla loro altezza. Che non li considererà figli di, nipoti di, o come futuri cittadini, ma che li chiamerà per nome come cittadini oggi, capaci di dire la loro, di partecipare, di progettare, di vivere il paese, nella consapevolezza che se loro sono in grado di abitare da cittadini nel loro paese, con doveri e diritti, idee e richieste, tutti gli altri cittadini, di ogni fascia d’età e condizione, si troveranno a loro agio.

E allora inizio questa campagna elettorale, in compagnia di persone che conosco da poco o da più tempo, ma che ho imparato rapidamente a stimare. E la inizio il 25 aprile: un mese per prepararmi all’appuntamento con la democrazia e con la libertà.

E a festeggiare, visto che vinceremo!

Alcuni perché

Rieccomi.

Sono stato via per qualche giorno, come avrà capito chi ha seguito quel che succedeva sotto i pioppi. Una trasferta di lavoro che non mi ha lasciato troppo tempo per pensare a cose molto più articolate di quelle scritte laggiù a commento delle fotografie scattate qua e là.

Ecco il primo perché, quello del mio silenzio di qualche giorno.

Nel frattempo, però, leggendo dall’estero notizie e commenti sulla nostra situazione italica, forse per una strana forma di presbiopia (eh sì, sto invecchiando), alcune cose si sono venute chiarendo, e ve le comunico, nella speranza possano essere d’interesse per qualcuno. Almeno, lo sono per me, nel senso che, come al solito, messi nero su bianco, certi pensieri mi diventano ancora più nitidi, nonostante i difetti di visione.

Perché voterò come voterò. Inizio con la pars construens, in barba ai dettami della retorica, perché il voto è per me un atto positivo, non solo in senso etico ma principalmente letterale: il voto è una posizione che si prende, una scelta che si fa, non prima di tutto l’elenco delle esclusioni.

Voterò, convintamente, il PD. Prima di tutto perché conosco la storia di alcuni dei candidati, ho tanti amici che li conoscono personalmente, che hanno speso energie per sostenerli, per lavorare in questo partito, per cercare di migliorarlo. Di loro mi fido, mi fido della loro competenza, del loro impegno, della loro onestà, e di questa in modo assoluto. Poi perché il programma del PD mi pare adeguato e, anche se non ne condivido il 100% dei contenuti, credo che complessivamente offra un quadro su cui in Parlamento sia possibile costruire ciò di cui l’Italia ha bisogno. Quindi, perché il PD è l’unico partito che ha affrontato queste elezioni con un ampio confronto alla base, un confronto democratico che ha portato alla doppia celebrazione delle primarie per il candidato premier e dei candidati al Parlamento. Nonostante i malumori interni, nonostante le frizioni. E ancora, perché è un partito in cui Renzi e chi lo ha sostenuto può stare senza dover sbattere la porta, in cui Tabacci e chi lo ha promosso può portare il suo contributo con lealtà, insieme a Vendola. Perché è un partito di donne in gamba, come Laura Puppato, e di uomini che possono riconoscerlo. Perché è un partito che a novembre 2011 avrebbe potuto sottrarsi alla durissima responsabilità di sostenere un governo tecnico e stravincere le elezioni dopo il tragico fallimento del governo Berlusconi, ma non l’ha fatto, giocandosi con l’inevitabile politica del rigore dell’anno successivo una grande fetta di elettorato.

Ecco perché voterò il PD.

E ora, perché non voterò gli altri. E mi limito agli altri cinque schieramenti individuandoli col nome del candidato premier, pur sapendo che dietro ci sono partiti, persone, opinioni, programmi.

Non voterò Ingroia, perché non mi è piaciuto come si è venuta creando la sua candidatura, non mi è piaciuto come ha interpretato la sua professionalità negli ultimi tempi del suo lavoro di magistrato, non mi piace l’intransigenza nei confronti di ogni altra formazione, senza distinguere, ad esempio, tra un centro-destra moderno, da sostenere perché diventi il normale avversario da battere quando ancora non lo è, e uno populista, da far sparire dal Parlamento.

Non voterò Monti, anche se vorrei che riportasse un buon risultato elettorale per diventare, in un futuro prossimo, il secondo polo, in una dialettica bipolare moderna, europeista e concreta. Non lo voterò perché non mi rappresenta, e, per quanto il suo periodo di governo sia stato assolutamente eccezionale per la gravità dei problemi che ha dovuto affrontare (e che non ha risolto né affrontato da solo, ma con una grande mano da Francoforte), non credo proprio che condividiamo la stessa idea di società, di equità, di rapporto pubblico-privato.

Non voterò Giannino, perché tutto quel che sa dire è “liberismo”, che è la filosofia economica che sta vedendo in questi mesi di crisi quel che il comunismo ha vissuto con lo stalinismo. Personalmente attendo con ansia la caduta del muro del liBerlino, e quando questo avverrà, Giannino dovrà ripensare a tante cose.

Non voterò Grillo, perché di comici premier ne abbiamo già avuto uno e ci ha portati al disastro. Perché i politici non sono tutti uguali, e il qualunquismo e il populismo mi disgustano. Perché dove il M5S sta governando una città, la mia, non sta facendo vedere nulla di buono, solo tanta mediocrità. Perché non so chi sia Casaleggio, non so che ruolo abbia, non so come mai un partito che dovrebbe governare un paese democratico non possa essere democratico al proprio interno: non lo so, e senza saperlo non lo voterò. E poi perché capisco e condivido la rabbia espressa in questo post.

E infine non voterò ??? (Alfano? Berlusconi? non ho ancora capito chi sia il candidato premier). Semplicemente perché hanno governato per la maggior parte degli ultimi vent’anni e, a mio modestissimo modo di vedere, sono stati il peggio della storia della Repubblica, hanno rappresentato la parte peggiore del Paese. Non voglio aggiungere altro.

Ecco i miei perché di oggi. Buon voto a tutti.

Ce la faremo?

Questa settimana ho sentito con grande interesse l’idea di tenere aperte le scuole un mese in più, d’estate.

In realtà sembra che nessuno l’abbia avanzata, questa proposta. Leggenda metropolitana, come i coccodrilli nelle fogne di New York.

Risposta alla leggenda metropolitana, questa invece non ritirata da chi l’aveva proposta, anzi sottoscritta da altri: tenere aperte le scuole tutti i pomeriggi.

Tutto bello, per carità.

Magari la settimana prossima sentiremo qualcuno che propone di tenere le scuole aperte a giorni alterni, o il tempo prolungato anche al sabato, o chissà che altra meravigliosa e risolutiva idea.

Io vorrei votare domani.

Così la finiamo con la gente che parla tanto per parlare anche di argomenti che, invece, hanno tanto bisogno di gente che pensa bene prima di aprir bocca.

Finora abbiamo avuto sindacati che chiedevano più risorse da una parte, dall’altra la politica che ha cercato in tutti i modi, riuscendoci abbondantemente, di far cassa. Come se la scuola fosse prima di tutto una questione di soldi. E nessuno che ascoltasse davvero chi nella scuola ci vive ogni giorno: studenti, genitori, docenti, personale.

No, non la è.

E quel che serve non sono proclami, non sono promesse elettorali, come sempre, non sono proposte estemporanee, o prese di posizione sindacali. Occorre investire, è vero. Ma chi investe senza un progetto è un cretino.

Il progetto della scuola italiana dov’è? Penso nello stesso posto in cui si trova il progetto per l’industria italiana, o quello per l’energia italiana, e via dicendo.

Ce la faremo a ritrovare una politica in grado di fare il suo mestiere?

Di che vergognarsi

Ho visto un’immagine, di quelle che si diffondono su Facebook.

L’immagine era divisa in due, da una parte c’era una porcilaia, dall’altra il Parlamento della Repubblica Italiana.

C’è di che vergognarsi.

Prima di tutto, a condividere un’immagine del genere. Il Parlamento è il luogo della democrazia nel nostro Paese. C’è gente che è morta perché l’Italia avesse un Parlamento rappresentativo del popolo sovrano. C’è gente che è morta perché il nostro Paese fosse libero e autonomo.

Allora tu che hai condiviso, se hai qualcosa contro qualcuno dei parlamentari, usi nomi e cognomi e ti prendi la responsabilità di quel che dici. Persone, individui. Ma l’istituzione no, quella non la diffami, perché un Parlamento libero e democraticamente eletto è la differenza tra l’Italia di oggi, pur con tutti i suoi problemi, e l’Italia della dittatura, delle leggi razziali, delle purghe, della Seconda Guerra Mondiale.

Poi, c’è di che vergognarsi per alcuni tra coloro che occupano un posto in quel Parlamento. Coloro che non hanno capito che sono lì per servire il popolo sovrano e non i propri interessi, attirando sulle istituzioni che dovrebbero servire lo sdegno che loro stessi meritano. Coloro che, con i loro intrallazzi o semplicemente con i loro voti hanno reso agli occhi di tanti il Parlamento non il luogo in cui si costruisce un Paese migliore, ma il fortino di una casta privilegiata.

E infine, se è il popolo ad essere sovrano, c’è di vergognarsi anche per il popolo, che ha scelto in diversi casi non proprio il meglio e non è stato in grado di esprimere niente di più degno.

Invece di sparare sulle poche cose buone che ci sono rimaste, come l’architettura istituzionale del nostro Paese, pensiamo alla nostra responsabilità, soprattutto in vista dell’appuntamento elettorale di febbraio. Alcuni partiti hanno fatto un po’ di pulizia in casa, almeno per quanto riguarda lo sporco più sporco. Tocca a noi sovrani dare il tocco finale, informandoci sui candidati, sui singoli candidati, e votando, onorando quel Parlamento offeso dal menefreghismo e dal qualunquismo, con consapevolezza e attenzione, non con il naso turato ma con convinzione.

Perché il Parlamento è, nel male ma anche nel bene, lo specchio del Paese.

A proposito della ridiscesa in campo

Io non so cosa possa spingere un anziano a sottoporsi al ridicolo, alla vergogna in mondovisione.

In ogni caso, vuoi che si tratti di una percezione completamente distorta della realtà, vuoi che sia per disperazione, o per secondi fini talmente impellenti da far perdere ogni senso di dignità, si tratta di motivazioni pericolosissime.

Pericolosissime non soltanto e banalmente per i sacrifici che nell’ultimo anno tutto il Paese è stato chiamato a compiere e che potrebbero essere vanificate. Non soltanto idealmente per la messa in discussione degli ideali che hanno portato al percorso di integrazione europea, ancora ampiamente insoddisfacente ma che comunque ha fatto passi da gigante rispetto alla situazione all’uscita dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ricordiamoci a che punto il signore in questione, con la sua dissennata gestione (e, lo ammetto, con una effettiva responsabilità parziale di una opposizione che non ha mai saputo offrire alternative vere), ha mollato il Paese tredici mesi fa.

In discussione c’era l’economia mondiale. Ricordiamolo. Lo scenario peggiore era di una caduta dell’Italia e, a domino, delle principali economie europee. Un disastro di proporzioni inimmaginabili, legato allo scatenarsi di tensioni speculative sul debito sovrano nostro e di altri paesi “deboli”.

Oggi quel signore chiede retoricamente “che c’importa dello spread?”. Ciò che è avvenuto negli ultimi tredici mesi, pur con tutte le sue criticità, è servito a riportare la calma sui mercati internazionali, a mettere i presupposti per non dover pagare interessi sempre maggiori sul debito, per non essere strangolati dalle spese del passato e poter affrontare un futuro non troppo vicino con maggiori speranze. La tempesta non si è dissolta, è solo stata alla larga. Anche il tanto fortemente voluto “scudo anti-spread” non potrà essere usato senza conseguenze, e comunque non è politicamente sostenibile a lungo.

Io credo che a questo punto occorra fare una scelta di azione.

Lasciar perdere per un attimo il popolo di internet. Quello è informato e consapevole, e anche coloro di questi che voteranno per lui, lo faranno comunque ideologicamente: non credo ci sia modo di far loro cambiare idea.

Andare a trovare i nonni, gli zii, gli anziani, tutte quelle categorie che non si informano o si informano tramite i canali del caimano. Rivolgere a loro gli sforzi di comunicazione, di contatto: fare campagna elettorale su di loro.

E sarebbe bello che qualche esponente di centrodestra si smarcasse, mostrasse carattere e una qualche volontà di sacrificio, e magari anche consapevole della sconfitta lo sfidasse, desse l’alternativa di un voto conservatore ma democratico, europeista. Serio.

Temo che la posta in gioco sia troppo alta, a questo punto, perché qualcuno possa chiamarsi fuori.