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Twenty20

Concludevo qualche tempo fa il post sulle West Indies con una nota sportiva. Devo aver portato bene, visto che ieri le West Indies si sono aggiudicate il titolo mondiale nel cricket Twenty20.

Twenty20 è una delle diverse forme di cricket, quella sviluppata di recente per venire incontro alle esigenze del pubblico meno coinvolto ed esperto e della diffusione televisiva. Nel T20 ognuna delle due squadre gioca un solo innings per un massimo di 20 over (ogni over sono 6 palle). Essendo che il cricket non è un gioco particolarmente frenetico, una partita di questo tipo può durare fino a 4 ore. Che è sempre più facile da seguire di un match di test cricket che dura cinque giorni.

Orbene, onore alle West Indies e ai suoi giocatori: Darren Sammy (capitano, St. Lucia), Dwayne Bravo (T&T), Samuel Badree (T&T), Darren Bravo (T&T), Johnson Charles (St. Lucia), Fidel Edwards (Barbados), Chris Gayle (Giamaica), Sunil Narine (T&T), Kieron Pollard (T&T), Denesh Ramdin (wicket keeper, T&T), Ravi Rampaul (T&T), Andre Russell (Giamaica), Lendl Simmons (T&T), Dwayne Smith (Barbados) e in particolare Marlon Samuels (Giamaica) che ha ribaltato la partita contro la nazionale di Sri Lanka, finalista ospitante.

E finisco con qualche immagine dei festeggiamenti, anche se certamente le migliori verranno postate appena i festeggianti si saranno ripresi. E non è solo una questione di fusi orari.

West Indies

Ricordate quel genovese che partì con tre caravelle? Cosa stava cercando?

Gli inglesi, con il loro humour e la simpatia che sanno sfoderare ogni volta che possono prendere in giro gli spagnoli, questa cosa l’hanno presa talmente sul serio che per loro “West Indies” (al plurale: le Indie Occidentali) è rimasto ancora oggi il nome collettivo delle prime terre su cui Colombo mise piede cinque secoli fa, nel mar dei Caraibi, giusto davanti alle coste orientali del continente americano.

E non era nemmeno un nomignolo affibbiato a terre lontane e sconosciute: col passare dei cinque secoli, l’impero britannico si trovò a possederne parecchie, di quelle terre, come colonie.

Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, il vento della decolonizzazione portò alla dissoluzione dell’impero, il tentativo che gli inglesi fecero in molte occasioni fu quello di concedere l’indipendenza a regioni ampie, strutturate in modo federale, in modo che divenissero monarchie indipendenti ma unite dalla stessa casa regnante (reami del Commonwealth). Il tentativo funzionò bene con l’Australia e il Canada, meno bene altrove.

Le “West Indies” ci provarono a formare una federazione. Dal 1958 al 1962 esistette effettivamente una “Federazione delle Indie Occidentali”, con un Governatore-Generale che rappresentava la corona, un primo ministro e un consiglio di stato come esecutivo. Alcune delle colonie dell’area non avevano aderito: la Guyana, che stava percorrendo la propria strada verso la totale indipendenza (ottenuta come monarchia il 26 maggio 1966, come repubblica dal 23 febbraio 1970),  Bermuda e le isole Vergini britanniche (che rimasero e sono tuttora territori d’oltremare all’interno del Regno Unito), Belize e Bahamas (che ottennero in seguito la propria indipendenza dal Regno Unito, rispettivamente il 21 settembre 1981 e il 10 luglio 1973, pur riconoscendo la monarca inglese come proprio capo di stato).

Nei quattro anni e mezzo in cui sopravvisse, la Federazione non ottenne l’indipendenza, mentre altrove nel mondo altre colonie iniziarono a fregiarsi del prefisso “ex”. Questo segno di immobilità, unito ai localismi e ai campanilismi, portò dapprima Giamaica a staccarsi dalla Federazione e ottenere l’indipendenza (come monarchia, il 6 agosto 1962), e poi all’esplosione della Federazione stessa, in una manciata di stati indipendenti: Barbados (come monarchia, dal 30 novembre 1966), Grenada (come monarchia, dal 7 febbraio 1974), Dominica (come repubblica, dal 3 novembre 1978), St. Lucia (come monarchia, dal 23 febbraio 1979), St. Vincent e Grenadines (come monarchia, dal 27 ottobre 1979), Antigua e Barbuda (come monarchia, dal 1 novembre 1981), St. Kitts e Nevis (come monarchia, dal 19 settembre 1983), mentre le isole Cayman, Montserrat, Anguilla, Turks e Caicos sono a oggi territori d’oltremare del Regno Unito.

Mancano all’appello Trinidad e Tobago. Che ne fu? Niente di terribile: dopo l’indipendenza di Giamaica, fu il secondo stato a buttare a mare la Federazione e a rendersi autonomo, esattamente cinquant’anni fa, il 31 agosto 1962, come monarchia, per poi assumere l’assetto attuale, quello repubblicano, il 1 agosto 1976.

A Trinidad hanno festeggiato con un giorno di vacanza la qualificazione ai mondiali di Germania 2006 e l’oro nel giavellotto alle olimpiadi londinesi: non oso immaginare cosa succederà oggi per le strade di Port-of-Spain. E un po’ vorrei esserci.

E comunque, per la cronaca, le Indie Occidentali sopravvivono nello sport più amato da quelle parti, il cricket. Pur avendo ogni nazione la propria rappresentativa, nel circuito internazionale del cricket non sono le nazionali di Trinidad, Guyana, Giamaica eccetera a partecipare, ma la grande e gloriosa squadra delle “West Indies”. E’ forse l’unica occasione rimasta a un West Indian per ricordare di esserlo.

Cose che amo di T&T – Gli elementi

Oggi l’amica Sherry torna a Trinidad. L’anno scorso c’eravamo anche noi. Così, per fare un po’ di pubblicità e per condividere qualche bel ricordo, ecco qua un elenco, che nonostante il titolo, riferisco solo all’isola di Trinidad, che conosco meglio.

Gli elementi

Il fuoco è principalmente il sole, che a Trinidad non è particolarmente amichevole. Ma in spiaggia gli si perdona tutto, anche l’eccessiva irruenza, anche la incredibile velocità con cui sorge e tramonta, instancabile e puntuale tutto l’anno. Fuoco sono anche le misteriose attività del sottosuolo, di cui il lago d’asfalto è un esempio. Un mondo molle, in cui anche le case devono galleggiare su zattere di cemento, in cui l’acqua non è assorbita dal terreno e crea pozze oleose e odorose. E infine fuochi nei quartieri, per le strade, sono i segni delle preghiere indù, accompagnati da musiche, canti, cibo, incontri.

L’aria è calda e sempre profumata. Dagli aromi delle piante bagnate dopo un acquazzone, all’odore di fritto, se si passeggia lungo una strada commerciale, o di spezie se la strada è residenziale. Ed è anche e soprattutto condizionata, piacevole se delicata, cioè quasi mai, o quando goduta all’aria aperta camminando davanti a una fila di negozi.

La terra sono delizie naturalistiche come il Caroni Bird Sanctuary, isolotti nella palude in cui nidificano e pernottano quantità impressionanti di trampolieri, o il Wildfowl Trust di Point-à-Pierre con i suoi uccelli liberi in un’oasi di terra e corsi d’acqua nel mezzo di un insediamento industriale e petrolifero. Terra è anche la vegetazione, gli alberi a ombrello, la foresta, le mangrovie. Terra è tutta l’isola di Trinidad con le sue pianure, le sue valli, le tre catene montuose, la Saddle road, che collega San Juan a Maraval lungo il percorso più lungo possibile, attraverso monti e foresta.

E infine l’acqua. Prima di tutto quella che cade dal cielo. Precipita, all’improvviso, con una violenza contro cui nessun ombrello ha speranza di vincere, e dopo poco, come è venuta, improvvisamente smette; che allaga e inonda, ma solo per mezz’ora, facendo uno strepito inaudito sui tetti che sotto il suo battere sembrano tutti di lamiera. Poi le nubi: tanto basse da dare un’idea di movimento anche quando costituiscono un soffitto compatto, tanto vicine che se ne vedono sfumature anche quando coprono il cielo in modo uniforme. E poi, ovviamente, il mare: un mare che non lascia nuotare tranquilli, che vuole essere protagonista di tutti i giochi acquatici; un mare romantico che non incanta con le visioni cromatiche delle barriere coralline, ma lascia senza fiato di fronte alle sue dimensioni, alla forza che esprime, alla profondità con cui specchia il verde, l’oro, il celeste.

Ecco, un piccolo assaggio di ciò che mi piace di Trinidad… A più avanti per un seguito.

Capodanno (3/4)

(segue da Capodanno (2))

Shawaine arrivò dal bar, evidentemente in cerca di qualcosa o di qualcuno.

“Dov’è David?”, gridò. “Dove diavolo è finito David? C’è da affettare il prosciutto, e tutti dicono che è il mestiere di David!”

“Eccomi, Sha!”, rispose gridando David, con improvvisa finta agitazione, “finalmente, non vedevo l’ora di affettare il prosciutto, anzi un intero maiale, se serve!”

Un grosso prosciutto al forno era stato appoggiato a un’estremità del tavolo, all’altro capo del quale stava una teglia di costine di manzo. Tra le due portate (anche etnicamente) rivali, giaceva una teoria di piatti, alcuni appena posti, altri già mezzi vuoti, in cui facevano bella mostra di sé cosce di pollo alla griglia immersi in salsa barbecue, costine di maiale, anatra al curry, riso bollito a profusione, coleslaw, sauze, riso e piselli, chutney, e due grandi insalatiere piene di roti, preparato da un ambulante di St James che lo riempiva di carne sul momento. Un altro tavolo presentava invece i dolci: una Dundee cake, ancora intatta, due fruitcake già intaccate, una torta di cioccolato incartata. E tutto intorno mandarini, pawpaw e anguria a cubetti. Sul banco del bar stavano invece bottiglie di Carib, di Rush, qualche Stag, una grossa bottiglia di rum punch piena a metà e fredda, un secchiello di ghiaccio, rum puro, Coca Cola, vodka, succhi di frutta di vario genere, sorrel, gingerbeer, shandy, ponch-de-crème.

Con decisione, David si posizionò tra il tavolo e la parete, dietro alla teglia di prosciutto. Dopo aver esaminato la lama del coltello che era stato preparato per lui, infilò profondamente il forchettone nella carne con la mano sinistra, e con l’altra iniziò a tagliare le prime sottilissime fette. Era un’operazione che aveva ripetuto tante e tante volte prima, l’ultima pochi giorni prima a casa dei suoi genitori, e David si sentiva sicuro nei gesti. Trovarsi a una tavola ben imbandita e compiere questo servizio era ormai per lui quasi un rito. Vedendolo pronto, diversi ospiti si avvicinarono con i propri piatti, in attesa di vederli riempiti.

“Pat”, egli disse. “Allunga il piatto, per favore… Ecco qua”.

“Grazie, David, che profumo!”

“Il profumo non è opera mia! Io affetto soltanto.”

“Grazie, David”, disse il prossimo invitato, il cui piatto mostrava abbondanti segni di precedenti acrobazie alimentari.

Mentre una ragazza si avvicinò per dare una mano a David con i piatti, Claire si posizionò dietro alla teglia del pollo, distribuendo, senza danni per l’immacolata tovaglia, la carne e la relativa salsa. Anche Lily si dette da fare al tavolo della carne, lei con le costine, anch’esse sugose, mentre dagli altri piatti, meno problematici, provvedevano gli ospiti stessi a servirsi. Lily aveva suggerito anche il tacchino, ma Shawaine aveva detto che ne aveva sempre fatto a meno e non era proprio necessario ordinare troppe varietà di carne: dopotutto, tra Natale e Divali, tutti esageravano sempre con il cibo in questi giorni. Gli invitati uomini si impossessavano abbondantemente, come avevano del resto già fatto finora, di bottigliette di birra, mentre le signore preferivano, come al solito, qualche bevanda frizzante, eventualmente corretta con uno schizzo più o meno abbondante di rum o di vodka. La musica proseguiva in sottofondo, ma ora che la mezzanotte si avvicinava e il cibo veniva servito ufficialmente, quasi nessuno era più impegnato nel salone in danze o in conversazione, mentre era la sala bar ad essere affollata. Non passò molto tempo, però, prima che anche il salone si ripopolasse, questa volta di ospiti con piatti in mano. I bicchieri iniziavano ad essere abbandonati qua e là, mentre Sha e Alana venivano spesso viste con scopa e spazzettone a cercare di prevenire infortuni agli ospiti bonificando i pavimenti resi scivolosi per le improvvide precipitazioni di bocconi dai piatti.

David ovviamente non riuscì a servirsi, ma questo faceva sempre parte del gioco. Ogni tanto si fermava accaldato, per le generali scherzose proteste degli ospiti in fila per essere serviti, per dissetarsi con una birra che calava e si riscaldava rapidamente. Boysie andava in giro con gli occhi ben aperti, assicurandosi che ciascuno avesse ciò che desiderava, dando consigli su quali prelibatezze assaggiare, indicando dove trovarle. Lee, con un piatto in mano, abbrancò Alana e la mise a sedere su una sedia, tra le risate, cedendole il proprio cibo. Quando la fila si fu esaurita, e nella teglia rimaneva un’abbondante quantità di fette pronte per essere prelevate, David disse:

“Ora, se qualcuno vuole ancora del prosciutto, lo dica subito”.

Un coro di voci lo invitò a servirsi e a star zitto, mentre Lily arrivò con un piatto di carne che aveva preparato per lui.

“Molto bene”, disse David amabilmente, prendendo un altro sorso preparatorio, “vi prego di gentilmente dimenticarvi della mia esistenza per qualche minuto, signore e signori”. Si allontanò dal tavolo con il suo piatto e non prese parte ad alcuna conversazione in corso tra i gruppetti di due o tre persone intente nella degustazione. Alcuni parlavano di cricket, altri di recenti incidenti avvenuti sulla Bus Route o di altri avvenimenti di cronaca, altri ancora degli ultimi film in programma nei cinema. Devin Andrews, un ragazzo nero magro e alto che lavorava al Globe, stava lodando un recente film dell’orrore in programmazione durante quella settimana, ma un suo interlocutore, che sembrava la sua controfigura, lo stava smentendo con termini tecnici e diceva che si trattava di un prodotto di bassissima qualità. Lee, che si era unito alla discussione, disse che gli era piaciuta molto l’interpretazione di un giovane attore inglese nel colossal del momento, appena uscito nelle sale.

“L’hai visto?”, chiese a Devin Andrews.

“No, non mi è capitato…”, rispose questi con un tocco di superiorità.

“Perché sarei curioso di avere la tua opinione”, spiegò Lee, “visto che vedi molti film. Penso che sia molto bravo.”

“Eh, lascia a Devin stabilire chi è bravo”, disse Boysie, passando di là, avendo un’idea molto vaga di ciò di cui si stava parlando.

“E perché non potrebbe essere bravo?”, chiese Lee piccato. “Perché non è Martin Lawrence o Laurence Fishburn? Solo perché è bianco come un cencio?”

Ovviamente nessuno rispose alla domanda, che, espressa a voce un po’ più alta del normale, era stata udita abbastanza diffusamente. Devin ricondusse l’argomento al film citato da Lee. Certamente, diceva, era il film di successo, ma non l’aveva visto semplicemente perché aveva promesso al suo fratellino Michael di andarlo a vedere con lui al Palladium, tristissimo cinema, tra l’altro, e quindi non era entrato a vedere la proiezione al Globe. Però sapeva che aveva avuto un grande successo, almeno a giudicare dai commenti dei suoi spettatori alla fine. E comunque, anche in questo film c’era un grande del cinema horror, Christopher Lee, che faceva la parte di un cattivo. E come mai, si chiedeva Devin? E si rispondeva dicendo che il cinema horror di una volta era stato una grande scuola di recitazione. Mentre oggigiorno…

“Basta vedere la maggior parte dei film dell’orrore di oggi”, disse Devin, “tutto basato sugli effetti speciali e senza sostanza”.

“E qual è oggi il settore del cinema dove si vedono i migliori talenti?”, chiese Boysie scettico.

“Mah, nel cinema europeo, forse. Quello americano è troppo commerciale e gli unici che fanno carriera sono i belloni e le strafighe”.

“Può essere”, disse Boysie. “Ma anche tra di loro ci sono dei talenti. Guarda Brad Pitt, o quell’altro, quello di ‘Sleepy Hollow’… E poi chi ha qualcosa in contrario sulle strafighe? E poi dimentichi”, aggiunse sogghignando, “il cinema indiano: Bollywood e dintorni!”.

“Johnny Depp”, disse informatissima Lily, che era accorsa con Shawaine e relativi piatti ormai quasi vuoti, attirate e allarmate dal rumoroso exploit di Lee.

“A me”, disse Shawaine con un’ala di pollo in mano, “Brad Pitt non piace. È troppo finto, si vede che recita. A me piace uno che ho visto in un film… come si chiama?”

“Chi, Shawaine?”, chiese Devin con interesse.

“Non mi ricordo il nome”, disse Sha, “era in ‘Hamlet’, non Ethan Hawke… fa ridere: faceva Rosenstein.”

“Hmm…”, disse Devin. “Non saprei. Non sarà Steve Zahn?”

“Sì, sì, è lui!”, disse Sha. “È molto carino. E probabilmente anche bravo”.

“Vedete? Prima carino, poi, probabilmente, bravo”, disse Devin, confortato nelle sue opinioni.

Nel frattempo la distribuzione si era rianimata. Gli ospiti ricominciavano ad affollarsi intorno al tavolo, mentre Claire si era spostata ai dolci e adagiava con agilità fette delle varie torte sui piatti flessibili, di solito riuscendo a mantenerle in piedi. Lily si era spostata ad aiutarla, porgendole i piatti. Le torte non provenivano dal servizio di catering, ma erano state fatte in casa da vari parenti, e la torta di cioccolato da Alana in persona, che declinava i complimenti delle signorine dicendo che non era riuscita abbastanza scura.

“E che cosa vuol dire?”, chiese Boysie. “Anch’io non sono molto scuro, ma sai bene che sono buonissimo lo stesso”.

Quasi tutti i signori ospiti, tranne David e pochi altri, presero del dessert. David, che non mangiava volentieri dolci, si servì di un’altra porzione di riso. Anche Lee prese di nuovo del riso e lo mangiò insieme alla fruitcake, una combinazione insolita, che destò l’ilarità nascosta e distante di parecchi ospiti che lo tenevano d’occhio come un’attrazione della serata. Il medico gli aveva consigliato la frutta e lui, incurante del fatto che la fruitcake contenesse praticamente solo frutta secca, non voleva assolutamente trasgredire gli ordini del suo dottore. Senza contare, ovviamente, la spropositata quantità di rum che costituiva l’ingrediente essenziale del dolce in questione. La sorella di Lee stava giusto dicendo ad alcune ragazze intorno a sé che sarebbe andata a Tobago di lì a qualche giorno. Le sue compagne iniziarono allora a parlare di Tobago, delle loro guesthouse abituali e di cosa ci fosse da fare una volta in vacanza là: visitare Scarborough, andare in spiaggia a Store Bay o a Pigeon Point, il curry crab an’dumplins di Jeanne, le cascate.

“Volete dire che siete tutte delle esperte di Tobago?” chiese un incredulo Boysie, che a Tobago non metteva piede da tempo.

“Ma sì, un paio di volte all’anno vale la pena andarci. Maracas dopo un po’ stanca”, disse Shawaine.

“Ah, se è per quello, ho smesso di andarci, a Maracas. Se voglio nuotare vado a Blanchisseuse o a Salybia, dove c’è scelta: i miei amici vanno in mare, io nel fiume”, disse Boysie candido. “E poi, sei ore di traghetto: mi passa la voglia solo a pensarci!”

Rimase di sasso alla reazione delle signorine, che evidentemente tutte preferivano andarci in aereo.

“Ma certo! Hai ragione, sei ore di traghetto sono tantissime. A parte che ho letto che fra poco metteranno il traghetto veloce, che impiega la metà. Ma ogni ora c’è un volo per Tobago, e ci si mette mezz’ora! Ma da quanto non ci vai?”, chiese Shawaine decisa.

“Mah, una decina d’anni, forse. E costa molto?”, chiese Boysie.

Sha rispose che non ricordava esattamente, ma pensava fosse all’incirca un centinaio di TT. Boysie sembrava ancora più colpito. Lee gli spiegò come meglio poté che il governo teneva le tariffe basse per favorire gli spostamenti dei tobagoniani. La spiegazione non fu molto chiara per Boysie, probabilmente per il tasso alcolico di entrambi, tanto che quest’ultimo chiese:

“E quindi per i tobagoniani costa ancora meno?”

“Tutti uguali, Boysie, tutti uguali. Sta’ tranquillo, non ti fanno pagare di più solo perché è evidente che sei di Trinidad”, gli disse Sha ridendo.

La risata finì in un silenzio in cui nessuno si sentiva di aggiungere qualcosa o di cambiare argomento. Nel silenzio si poteva però udire la sorella di Lee sussurrare a qualcuno:

“Ho una cugina a Tobago. Una brava ragazza, sissignore, una brava ragazza.”

La mezzanotte era ormai alle porte. Boysie e altri amici andavano e venivano carichi di birra, bevande varie e persino un paio di bottiglie di champagne. Dei nuovi bicchieri furono distribuiti. Lee stava per lamentarsi quando gli versarono una quantità secondo lui insufficiente di vodka nel suo succo d’arancia, ma Alana, dietro di lui, gli sussurrò qualcosa in un orecchio e lui si zittì immediatamente. Gradualmente, via via che i bicchieri venivano riempiti, la musica si abbassò, poi cessò completamente e le conversazioni si fecero più tenui. Improvvisamente gli speaker gracchiarono e tutta la casa si trovò sintonizzata sul canale 95 della radio, a un volume decisamente alto. Il presentatore, evidentemente circondato da una folla festante, stava urlando che mancava ormai un minuto al nuovo anno. Ci fu una corsa alle bottigliette, a stappare le birre per essere pronti a trangugiare come prima buona azione del nuovo anno. Shawaine e Alana presero ciascuna una bottiglia di champagne e iniziarono ad aprirne la gabbietta. Quella di Sha si smontò subito, tanto che il suo tappo esplose quando ancora mancavano venti secondi alla mezzanotte; la prima bottiglia fu seguita immediatamente dall’altra, che ormai non aveva nessun motivo per rimanere chiusa. Lo champagne finì dappertutto, le bottiglie scosse apposta per tramutarlo in schiuma volante. I bicchieri si riempirono di qualunque liquido potabile a disposizione degli ospiti, ci furono abbracci, baci, auguri, la radio fu abbassata proprio quando iniziava il conto alla rovescia: per il fuso orario di casa Blake, la mezzanotte era già passata. Qualcuno intonò The Auld Lang Syne, che in pochi secondi conquistò tutta la casa. Al termine della canzone, in un applauso generale, Alana e Shawaine levarono il loro bicchiere, chiedendo attenzione, mentre Boysie picchiava con un coltello da carne su una bottiglia di rum per richiamare il silenzio. David si schiarì la voce.

L’applauso si levò subito più forte, per poi cessare completamente. David depose piatto e bicchiere sul tavolo davanti a sé, appoggiò dieci dita tremanti sulla tovaglia bianca e sorrise nervosamente alla compagnia in attesa. Incontrando una fila di sguardi, alzò gli occhi al lampadario-ventilatore. Il DJ aveva scelto un lento, a basso volume, per le persone rimaste nel salone. Fuori dalla casa si sentiva il crepitare di mortaretti e i cani di tutto il vicinato abbaiavano furiosamente. L’intera vallata era illuminata: le case, le decorazioni esterne, i fuochi d’artificio tingevano di colori e di luce tutta la valle da San Juan a Cantaro. Dietro alle colline, Laventille e poi Port-of-Spain in questa nottata di pioggia leggera scintillavano come vestite di paillettes. Iniziò:

“Ladies and Gentlemen,

“tocca a me stasera, come gli anni passati, un compito assai piacevole ma per cui le mie capacità temo essere inadeguate.”

“No, no!”, gridò Boysie.

“Comunque sia, vi chiedo di accettare la mia buona volontà e prestarmi la vostra attenzione per un momento mentre cerco di esprimere i miei sentimenti in quest’occasione.

“Ladies and Gentlemen, non è il primo capodanno che celebriamo insieme in questa casa, in questa casa ospitale. Per me è un piacevole ritorno a casa. Un appuntamento che ho il grande piacere di poter onorare, tornando da lontano qui tra voi, tutti voi. Salutiamo le splendide nostre ospiti, Alana e Shawaine Blake”. L’applauso scrosciò rumoroso, frammisto di urla e commenti entusiastici più o meno espliciti sulle due sorelle. David decise di non citare Bob, che non si era ancora fatto vivo. Fece un segno circolare con il braccio e si fermò alle due sorelle che, vicine, stavano arrossendo sotto gli sguardi di tutti. Continuò con più coraggio:

“Sono tanti i ricordi che mi legano a questa casa, a voi tutti. Alcuni ricordi sono belli, altri purtroppo si riferiscono a situazioni spiacevoli o persino tragiche. Sono memorie che si sono accumulate di anno in anno, di giorno in giorno, che fanno parte di me, di ciascuno di noi che le ha vissute, memorie di volti cari, di episodi che legano questi volti alle nostre vite. Per me, che abito lontano, questo momento, questa serata è la mia fabbrica di memorie di casa per tutto un anno. In questi pochi giorni, in questa serata si concentrano i momenti del mio Paese che ricorderò in futuro.”

Un mormorio di assenso si diffuse tra il pubblico. David ricordò che Michelle non era là e, anzi, se n’era andata piuttosto scortesemente; disse, con sicurezza:

“Ladies and Gentlemen,

“d’altra parte, non sono le uniche memorie che vedo costruirsi. Da lontano, come su una cartina, Trinidad sembra così piccola, mentre il tempo che vivo in altri luoghi molto più ampi è molto più lungo. Ciò mi rende meno amati il mio Paese, la mia isola, la mia casa? No, rende più libera la mia mente nel giudicarle, ma non le rende meno care. Ne vedo più chiaramente i difetti, ne apprezzo meglio le qualità; ma non le amo di meno. Capisco meglio quanto ristretti e provinciali siano alcuni loro tratti, certo. E proprio perché continuo ad amarle, mi viene il desiderio di cambiarle; vorrei che tutti vedessero quel che ho visto io”.

“Giusto, giusto!”, disse Boysie ad alta voce.

“Perciò”, continuò David, con voce più morbida e confidenziale, “il mio augurio, per tutti voi, è che il nuovo anno vi porti questa esperienza, questa consapevolezza, questo spirito critico. Dio viene da Trinidad…”

Tutti scoppiarono a ridere e ad applaudire alla citazione di questo detto, noto a tutti, ma qui inatteso. Shawaine, che si era distratta un attimo, chiese invano ai suoi vicini di ripeterle la battuta di David.

“Dice che Dio è un trinidadiano”, disse Alana.

Shawaine non capì cosa c’entrasse, ma rivolse nuovamente lo sguardo su David, sperando che la prossima frase chiarisse il suo pensiero.

“Dio viene da Trinidad, ma per fortuna non si è fermato qua, per quanto bello sia il nostro piccolo giardino dell’Eden”.

David guardò le cugine; vedendo il sorriso sulle labbra di Alana e di Shawaine, il dubbio di aver sprecato il fiato gli fu confermato. Si affrettò a chiudere. Levò il bicchiere pieno di champagne con trasporto, mentre tutti gli altri lo imitavano, e disse a voce ben alta:

“Brindiamo al nuovo anno. Salute, prosperità, felicità…e un po’ di saggezza e di conoscenza per tutti noi! Cheers!”

Tutti gli ospiti presenti, bicchiere in mano, ripeterono. Boysie intonò nuovamente The Auld Lang Syne e al suo canto, una volta vuotati i rispettivi bicchieri, tutti quanti si unirono.

Should old acquaintance be forgot

and never brought to mind?

Should old acquaintance be forgot

and auld lang syne?

Alana cantava a pieni polmoni, e persino la solitamente più compassata Shawaine partecipava con trasporto al momento. Lee batteva il tempo stritolando ritmicamente un bicchiere di plastica in mano, e tutti cantavano con grande solennità, voltandosi l’uno verso l’altro:

For auld lang syne, my dear

for auld lang syne

we’ll take a cup o’kindness yet

for auld lang syne.

Le acclamazioni che seguirono furono colte e amplificate anche dagli incalliti ballerini nel salone, che le ripresero più e più volte, con Lee che fungeva da direttore d’orchestra con una forchetta di plastica bianca alta e ben in vista. Il canto scozzese sfumò in nuova musica, bassi che pompavano, bevande che scorrevano, gente che camminava, passava, ballava, si sedeva e si alzava, s’addormentava o mangiava, parlava, gridava, fumava, entrava ed usciva: come poteva e voleva, si divertiva.

Uno spruzzo raggiunse Shawaine, che si guardò attorno per capire chi la stesse schizzando, per poi rendersi conto che la porta-finestra del bar era stata aperta e che ciò che le era arrivato in faccia era proprio pioggia. Disse:

“Chiudiamo subito la porta. Rischiamo di affogare!”

“Boysie è fuori, Sha”, rispose Lily.

“Boysie è dappertutto”, disse Alana, a bassa voce.

Lily rise alla battuta e riprese, affettando sincerità:

“Davvero, è molto attento.”

“Si è installato qui come un elettrodomestico”, disse Alana nello stesso tono, “fin dal giorno di Natale.”

Rise di buon umore, questa volta, e poi aggiunse:

“Cosa sta facendo là fuori? Ormai di cibo non ne serve più… Digli di venir dentro, Lily, e di chiudere la porta. Speriamo che non mi abbia sentito!”

In quel momento si spalancò la porta e Boysie rientrò, ridendo a crepapelle e tentando di pulirsi le mani in un tovagliolo di carta fradicio. Aveva i capelli completamente bagnati e rivoli di pioggia gli segnavano il viso. Indicò con il pollice l’esterno alle sue spalle e disse:

“Sono uscito a godermi la pioggerellina, ma mi sono ricordato che preferisco il rum all’acqua”.

E con questo diede l’avvio alla seconda fase della festa, quella in cui alla musica si sovrapponevano le abbondanti libagioni e insieme a coloro che salutavano e se ne andavano per primi, partiva certo anche la sobrietà di quelli che rimanevano.

David avanzò verso Boysie, sistemandosi la giacca e guardandosi intorno, chiese:

“Dov’è finita Claire?”

“Forse di là a ballare?”, provò Shawaine.

“Ballano ancora?”, chiese David.

“Ma sì, qualcuno… lo sai come va a quest’ora: sempre meno in piedi, sempre più seduti o sdraiati”.

“No, no”, disse Lily. “Devin e quella ragazza che ha ballato tutta la sera con Boysie non se ne sono ancora andati e sono là, avvinghiati come due rampicanti”.

“Beh, qualcuno sta ballando, sentite il DJ come ci dà dentro!”, disse David.

Lily guardò David e gli chiese:

“Non te ne starai andando, spero, David. Non sono ancora riuscita a ballare con te, bello!”

“Ho paura che dovrai aspettare di essere più grande, piccolina”, disse Boysie sorridendo malizioso, “sembra proprio che il nostro David stia per andarsene, in effetti. Ma io rimango, cara, e le bambine mi piacciono tanto…”

“Ma no, David, aspetta ancora un po’: hai fatto un bellissimo discorso, aspetta un po’ di complimenti, almeno”, disse Alana, che, passando con il sacco dei piatti usati, aveva sentito la risposta di Boysie e aveva compreso l’intenzione di David.

“E chi me li fa adesso i complimenti? Sono tutti ubriachi. Ma no, penso che dovremo andare. Domani avremo una giornata di saluti e preparativi, e in più credo che Claire abbia accettato un invito di Michelle per un bagno a Las Cuevas. Non so con chi verrà, se col suo ragazzo…”

“Ne dubito!”, disse Lily, con un’occhiata ad Alana.

Shawaine disse:

“È stata carina a venire, comunque. Quella ragazza ha un bel caratterino! Sai chi era sua nonna, David? Mrs Persad”.

“Mrs Persad chi?”, chiese David, il cui volto subito cambiò espressione in un lampo di tardiva comprensione.

“Lei!”, dissero Alana e Shawaine all’unisono.

Boysie si lamentò di non aver capito di chi si stava parlando. David iniziò a raccontare la storia.

“Il fu Sheldon Blake, nostro nonno”, spiegò David, “comunemente noto nei suoi ultimi anni come ‘il vecchio caimano’, importava noce moscata e immigrati da Grenada”.

“Dai, David”, disse Sha, ridendo, “aveva un’azienda di import-export!”

“Ma sì, sto scherzando”, disse David, “il vecchio caimano aveva questa azienda che aveva rapporti con le isole, soprattutto con Grenada. Mrs Persad era la sua… diciamo contabile-segretaria-legale-factotum. Era come il suo braccio destro. Una donna che tutti rispettavano quasi più di lui! E si faceva rispettare anche da noi nipotini, anche se ci voleva molto bene e ci comprava sempre dei regali”.

“Pace all’anima sua”, disse Shawaine con compassione.

“Amen”, disse David distrattamente, “Era molto più giovane del nonno, no? Mi ricordo che era noto in tutta la famiglia che all’inizio la nonna non la poteva sopportare, ma poi ci fu una serata come queste, in cui le due donne si affrontarono in privato, e da allora divennero inseparabili. Le donne, eh?”

Tutti risero, e Shawaine disse:

“Dai, inseparabili… Diciamo che le ostilità cessarono. Io mi ricordo che la nonna comunque non ne parlava sempre benissimo”.

“Inseparabili’!’, continuò David, “La nonna era una donna di casa: la sua unica occupazione era crescere i figli e mandare avanti la casa, giusto? Bene, lei e Mrs Persad erano diventate tanto inseparabili che a qualunque meeting, cena, occasione più o meno mondana legata al lavoro, il nonno dovesse andare e a cui sarebbe stata presente anche Mrs Persad, iniziò ad andarci anche la nonna!”

Shawaine e Alana, insieme a Lily e Boysie eruppero in una fragorosa risata, specialmente quest’ultimo.

“Mia madre mi ha raccontato”, proseguì David, “che una volta il nonno aveva chiesto ironicamente alla nonna se doveva far liberare un ufficio per lei, così poteva seguirlo anche al lavoro. E, alla risposta acida di lei, che se lui non si fosse tolto dai piedi quella gattamorta, lei sarebbe certamente arrivata anche a controllarlo in ufficio, lui rispose che avrebbe immediatamente provveduto a installare fornelli e lavatoio nell’ufficio vicino al suo, perché ‘quelle sono le uniche cose che devi controllare, donna!’”

Lo scroscio di risa che seguì l’imitazione del nonno che David aveva appena inscenato fu interrotto da un rumore alla porta-finestra. Lily corse ad aprirla, per trovarvi dietro Lee, completamente fradicio, con un cappellino da baseball in testa, che imprecava contro la pioggia.

“Fottuta macchina!”, disse trascinando le parole più che mai, “non vuol saperne di partire!”.

“Con questa pioggia e al buio è inutile provare a ripararla: cercati un passaggio, Lee”, disse David.

“Ma certo”, disse Sha. “Piuttosto, tua sorella non può tornare a Toco stanotte. Dai la facciamo dormire qui, domani chiama il meccanico e ti porta la macchina a St Joseph. Cosa ne dici?”

La sorella di Lee fu ben contenta di non doversi sottoporre a tre ore di viaggio con il fratello in quelle condizioni al volante e sotto la pioggia. Le fu preparata una stanza al piano di sopra, dove si ritirò quasi subito, dopo aver salutato calorosamente David. Lee trovò un ospite diretto a Diego Martin che lo avrebbe accompagnato subito fino a City Gate; da lì avrebbe potuto prendere un qualche maxi fino a St Joseph. Ma subito dopo un altro tizio, diretto a est, verso Valencia, lo avrebbe portato direttamente a St Joseph, ma sarebbe partito fra un’oretta. Ovviamente Lee accettò entrambe le proposte, generando una discreta confusione, accentuata dal fatto che una ragazza di Chaguanas aveva anch’essa chiesto un passaggio a quest’ultimo autista, e tutti intorno si davano da fare nel consigliare dove quest’ultima dovesse essere lasciata senza far troppo deviare l’autista dal suo percorso. Lily cercò di rendersi utile, ma il fatto che ancora non guidasse non giovava alla qualità delle sue proposte. Lee, intanto, in mezzo a tutta questa confusione, era piegato in due dal ridere, finché l’autista della prima macchina decise per tutti e gridò sopra le risate di tutti:

“Lee viene con me, a City Gate, e da lì si arrangia, è un uomo di mondo e sa cavarsela”.

“Sissignore”, disse Lee cercando di rimanere serio.

“Invece la signorina viene con te e tu la porti a Chaguanas. Fai una deviazione sulla Uriah Butler, ci metti un quarto d’ora in più, ma la porti a casa, hai capito bene? Non è la notte da far girare da sola per la strada una fanciulla innocente! Innocente, dico bene?”

“Fino a prova contraria, vostro onore”, rispose la ragazza.

“Sissignore”, fece eco ridendo il secondo autista contemporaneamente.

“Bene, situazione risolta”, disse il deciso autista, accasciandosi su una sedia.

“E quando partiamo? Faccio in tempo per un’altra birra?” chiese Lee.

“Non se ne parla nemmeno”, disse l’altro, “partiamo subito! Andiamo a salutare!”, e si alzò di nuovo, partendo a distribuire baci, abbracci e ringraziamenti.

(segue)

Capodanno (2/4)

(segue da Capodanno (1))

In effetti, David era fuori nel garage con Lee. Quest’ultimo, un ragazzone di circa trentacinque anni, era più o meno della stessa struttura fisica di David, ma di carnagione più scura e fattezze africane più marcate. Il suo viso era pieno e più pallido del solito, ma chi lo conosceva da tanto tempo come David poteva vedere che un tocco di colore gli animava i lobi delle orecchie e l’ampio naso. Le palpebre pesanti e i capelli arruffati ne facevano il ritratto di qualcuno che si è appena svegliato. Rideva rumorosamente e in falsetto mentre raccontava a David una storia e, contemporaneamente, si strofinava le nocche della mano sinistra sull’occhio corrispondente.

“Ciao, Lee!”, disse Alana.

Lee salutò la signorina Blake con voce impastata, poi, accorgendosi che Boysie gli stava sorridendo, pur se immerso nella danza, entrò nel salone direttamente, con gambe piuttosto tremanti, rapì l’amico indiano alla sua concentratissima compagna e iniziò a ripetergli gridando la storia che aveva appena finito di raccontare a David.

“Non è messo malissimo, vero?” chiese a David Shawaine, liberatasi dal suo bruto ed accorsa alla porta.

La fronte di David era aggrottata, ma si distese quasi subito quando egli rispose:

“No, non mi sembra fatto. Probabilmente ubriaco, ma meno della metà dei tuoi ospiti in questo momento.”

“Ma che tipo”, disse lei. “Non oso immaginare in che stato arriverà all’anno nuovo…”

Prima di tornare in cucina con David, fece segno a Boysie, mettendosi la punta dell’indice sotto l’occhio destro. Boysie rispose con un occhiolino e trascinò Lee verso il bar, si volse verso di lui dicendogli:

“Un po’ di sorrel? L’artiglieria pesante la teniamo per dopo, vero Lee?”

Lee, che era ormai arrivato al cuore della storia, con un gesto rifiutò impaziente, ma Boysie, richiamando prima l’attenzione dell’altro sulla giacca leggermente storta sulle spalle, gli riempì e gli mise in mano un mezzo bicchiere della bevanda rossa dolcissima e assolutamente analcolica. La mano sinistra di Lee accettò meccanicamente, mentre la destra era altrettanto meccanicamente impegnata a sistemare la giacca. Boysie, che stava di nuovo sorridendo, si aprì una Carib mentre Lee esplose, prima di raggiungere l’apice della sua storia, in un accesso di risa sguaiate e tosse. Poi, appoggiando il suo bicchiere scosso e pericoloso, iniziò a sfregarsi le nocche del pugno sinistro sull’occhio sinistro, ripetendo le parole della sua ultima frase quanto meglio la risata poteva permettergli.

David non si fermò nel salone, dove con un misto di soca e dub Kurl stava imperversando. Gli piaceva la musica, e anche ballare, ma non si sentiva dell’umore giusto. Ole Year’s Nite era da sempre una ricorrenza che non gradiva troppo: il passare del tempo giocava un ruolo troppo importante. Si chiedeva se anche per gli altri fosse lo stesso: forse tutti facevano finta di niente e anzi scalpitavano un paio di mesi per essere invitati a un party. Quattro giovani, appena arrivati dal bar, si erano affacciati sull’ampia porta del salone e si erano ritirati da dove erano venuti dopo una ventina di secondi. Ma c’erano diverse persone che stavano ballando in questo momento, forse una decina di coppie, con un Kurl compiaciuto ed esperto, sotto l’occhio vigile di Lann, che, passando spesso e tenendo tutto sotto controllo, gli dava a ogni giro un occhiolino di approvazione.

David stesso si ritirò nel bar, che era, in tempi normali, la sala TV di casa Blake; qui si versò in un bicchiere di polistirolo una Coca Cola ghiacciata che corresse con un abbondante spruzzo di rum; si mise a gustarselo, mentre i suoi occhi vagavano sulle pareti di questa stanza. Un’immagine sacra, un Gesù bianco e biondo, sorridente e buono, aveva sempre fatto bella mostra di sé proprio sopra il tavolo ora adibito alla mescita delle bibite. Per l’occasione era stata rimossa, sostituita da una pittura di gusto orientale, un lago con una barca, la sagoma delle montagne e qualche nuvola in cielo, tutto in un tono di azzurro che era in tinta con il resto dell’arredamento, delle suppellettili e dei complementi. Erano brave, le sorelle, nel mettere insieme i dettagli; invece Bob in questo era negato. A proposito di Bob, chissà dov’era. Non l’aveva ancora visto, e non era pensabile che si perdesse la serata. Probabilmente era a qualche altra festa con la sua ragazza del momento e sarebbe arrivato a mezzanotte o qualche minuto prima, facendo arrabbiare Alana e Shawaine. La sua ragazza del momento. Chissà com’era questa volta? Bob non aveva smesso di passare da una all’altra, e non aveva potuto credere, l’anno prima, che David avesse intenzione di `mettere la testa a posto’ con Claire. Ma poi l’aveva vista e aveva dovuto accettare il fatto che ci fosse, che fosse bianca e dottoressa, come qualche tempo prima aveva dovuto farsi una ragione del fatto che David fosse stato preso come assistente in una piccola ed esclusiva università degli Stati Uniti. Doveva ancora finire di pensare ai contenuti del corso che avrebbe dovuto tenere nel prossimo semestre. Il professor Wighman voleva vedere un prospetto appena possibile. Ma lui non aveva voluto prendere con sé il portatile, aveva detto che una vacanza è una vacanza. Questa era una di quelle cose che sperava di non imparare mai dai suoi ospiti statunitensi, l’essere così maledettamente competitivi e legati al lavoro. Ma lo sapevano che lui veniva da qui, che i suoi ritmi erano diversi. Voleva dire che davvero ritenevano che valesse parecchio, o non lo avrebbero preso. Eh ragazzi, quante cose in testa. Adesso Claire che parlava di matrimonio, suo padre che non stava bene, a migliaia di chilometri di distanza, e non voleva nemmeno prendere in considerazione il fatto di venire negli States a farsi curare, i suoi fratelli che lo rimproveravano silenziosamente di averli abbandonati in questa situzione. Un altro `Rum an’Coca Cola’, coraggio. Come il calypso di Lord Invader, che aveva avuto successo anche negli States. Certo che questo dava proprio il senso della stupidità, visto che parlava dell’arrivo dei soldati americani come la miniera d’oro, anzi di dollari US per le ragazze di Trinidad… Che schifo! Pagare una ragazza, no, certo, lui non ne aveva mai avuto bisogno, e nemmeno Bob. Avevano provato qualche volta, da ragazzini, per vedere cosa voleva dire, ma poi aveva preso il sopravvento il gusto di avventure altro genere, non meno costose, anzi, ma certamente meno squallide. Un po’ gli mancavano queste avventure, a dire il vero; gli mancava l’`andare a caccia’, lo `sport’, ed era uno sport che certamente Claire non poteva approvare. D’altra parte, Claire aveva fatto subito un’impressione enorme nella sua famiglia, quaggiù. Cosa che non era mai successa prima. Una volta addirittura suo padre aveva sbattuto la porta in faccia a una delle sue ragazze, perché aveva le gambe troppo scoperte. Leslie-Ann, si chiamava. Bel culo, e poco altro. Talmente stupida che bisognava spiegarle le battute di Eddie Murphy al cinema. E che risate, dopo, coi suoi fratelli. E le risate con quell’altra, Sherry, che diceva di saper guidare, e lui l’aveva fatta provare sulla sua Audi col cambio manuale, e lei era uscita con la scusa che lei aveva la patente solo per le macchine giapponesi! Ma a parte la stupidità, era il poter cambiare, la varietà, lo scoprire nuove persone e nuovi personaggi, che gli mancava, ora con Claire. Ma Claire… era un’altra cosa?

Sapeva che sarebbe dovuto rientrare presto, che non poteva rimanere da solo ancora a lungo. La canzone di Alison Hinds terminò, sfumata in un pezzo scritto da Machel per il prossimo carnevale: una sequenza forse troppo movimentata, tanto che alcune delle coppie smisero di ballare e si diressero verso il bar.

Mentre ancora pensava allo sport, si accorse che una giovane gli veniva incontro. Altezza media, taglia leggermente abbondante, indiana, lunghi capelli ondulati. E sempre pensando allo sport, non rifiutò quando lei gli chiese di ballare. Era una ragazza abbastanza loquace, in grado di farsi sentire anche in mezzo alla musica, Michelle, ventidue anni, iscritta alla UWI, futura insegnante di inglese. Aveva indosso un vestito molto sottile, che sotto le dita di David lasciava quasi apprezzare la morbidezza della pelle.

Quando si trattò di mettersi in posizione, lei prese il posto dietro, insolitamente, per parlargli più agevolmente:

“Ho un rimprovero per te”.

“Per me?”, chiese David.

Lei diede conferma pizzicando i fianchi di David.

“Cioè?” chiese David, voltandosi e prendendola a sua volta per i fianchi, probabilmente infastidito dal fatto di poter essere visto in questi atteggiamenti dal Claire, ma anche, provocato dalla situazione.

“Chi è D.A.?”, chiese Michelle, i suoi grandi occhi scuri piantati nei suoi.

David impercettibilmente arrossì, e stava quasi per indossare la maschera di chi non sa di che cosa si stia parlando, quando lei disse, brutalmente:

“Non far finta di niente! Ho scoperto che scrivi per il Guardian. Non ti vergogni?”

“E perché dovrei?”, chiese David, sopracciglia alzate, sbattendo le palpebre e cercando di sorridere.

“Beh, io mi vergognerei”, disse Michelle sinceramente. “Scrivere per un giornale del genere. Non sapevo che fossi un uomo di Panday… O c’era già aria di cambiamento al Guardian, e tu sei arrivato per l’altra parte?”.

Uno sguardo perplesso apparve sul volto di David. Era vero che da qualche mese scriveva un articolo di recensioni letterarie ogni mercoledì sul Guardian, il giornale filo-governativo, per cui veniva pagato duecentocinquanta TT al pezzo. Ma questo non faceva di lui un emissario del governo. E poi, di quale governo, visto che quello nuovo si era insediato qualche giorno prima? Tanto più che gli articoli li scriveva dagli Stati Uniti e li spediva per posta elettronica. I libri che riceveva per le recensioni gli erano probabilmente più graditi dell’assegno, che, tra l’altro, non vedeva nemmeno, visto che veniva ricevuto, incassato e speso dai suoi genitori. Amava sentire le copertine e voltare le pagine dei libri freschi di stampa. Quasi ogni giorno, alla sua università, passava dalla biblioteca centrale per vedere se c’erano dei nuovi arrivi, o se non ce n’erano, per dare un’occhiata alla sezione delle antichità; altre volte andava a Columbus o fino a Cleveland per visitare i mercatini del libro.

Non sapeva come rispondere all’accusa della ragazza. Voleva dirle che la letteratura era al di sopra della politica. Ma non la conosceva, la situazione era imbarazzante, specialmente perché la sua ragazza… fidanzata probabilmente li stava guardando.

Dall’attacco che Michelle gli aveva sferrato, David poteva vedere che si trattava di una persona con una certa opinione politica e con una certa consapevolezza delle proprie idee: non sapeva se poteva rischiare una frase ad effetto con lei. Continuò a sbattere le palpebre e a cercare di sorridere, mormorando che non vedeva nulla di politico nello scrivere recensioni di libri.

Alla prossima canzone, ancora una novità di Bunji Garlin per il carnevale dell’anno successivo, egli era ancora perplesso e disattento. Michelle gli prese la mano in una calda stretta e gli disse, in un tono morbido e amichevole:

“Non ti preoccupare, caro, stavo scherzando. Quasi. Sei qui da solo o hai una ragazza da qualche parte?”

Quando lui le spiegò che era venuto con la sua fidanzata, lei gli disse di non preoccuparsi, anche lei poteva considerarsi impegnata, anche se in pausa di riflessione. Questo non mise David molto più a proprio agio: ricordava di aver approfittato più di una volta di tali pause di riflessione per `sollevare il morale’ di amiche in crisi nel loro rapporto di coppia. Michelle  lo sorprese dicendogli di aver saputo della sua rubrica da una compagna di corso, che le aveva mostrato una sua recensione di un recente libro di Naipaul. Poi disse, improvvisamente:

“David, domani vado a Blanchisseuse, se c’è bel tempo. Vieni a fare il bagno con me? Se vuoi”, e qui strizzò l’occhio, “puoi anche portare la tua ragazza, basta dirmelo, che cerco un quarto. È americana, vero?”.

“Ti sei informata bene, vedo…”, disse David senza impegnarsi.

“Allora?”, chiese Michelle, prendendogli il braccio con entrambe le mani.

“In realtà,” disse David, “avevamo in programma…”

“No, non dirmi di no… speravo tanto di conoscerti un po’ meglio, da quando Bob mi ha detto che sei suo amico…”, disse Michelle.

“In realtà ripartiamo dopodomani mattina, e domani è l’ultimo giorno per stare con la mia famiglia. Non potevo sbagliarmi: Bob non poteva non conoscerti!”

“Oh peccato…”, disse Michelle, arrossendo per il complimento e smettendo di ballare.

I due si diressero di nuovo verso il bar.

“Ma se viene anche Bob, che tra l’altro non ho ancora avuto l’onore di vedere, forse… magari invece di Blanchisseuse si potrebbe andare a Maracas o a Las Cuevas, un po’ più vicino… Non sia mai che vengo a casa e non faccio nemmeno un bagno. Magari porto anche i miei”, disse David possibilista.

“Non credo che Bob verrà…”, disse Michelle, “ma Las Cuevas si potrebbe fare. Mi fai conoscere la tua amata? Magari lei è più facile da convincere.”

“Ma chissà dov’è Bob comunque. Claire, si chiama Claire, è di là in cucina, penso. Non è una grande ballerina”, disse David. “Bisogna che le insegni un po’ di cultura locale, quando veniamo”.

“Eh, devi assolutamente. Poi vengono i bambini, voi non tornerete più a casa… alla fine non ti riconosceremo più, e i tuoi figli non saranno dei veri trinidadiani”, disse Michelle con aria saggia e di rimprovero.

“Beh”, disse David, “meglio che aprire una nuova colonia di trinidadiani isolati nell’Ohio. No, Michelle, vorrei che i miei figli fossero un po’ più cittadini del mondo che elettori dell’UNC o del PNM! Quando e se avrò dei figli, comunque”.

I loro vicini, i soliti quattro giovani ormai mezzi ubriachi, si erano voltati per ascoltare questo interrogatorio. David si guardò attorno nervosamente, cercando di mantenere il suo buonumore nonostante il rossore che sentiva invadergli la fronte e le guance.

“E non vuoi che almeno conoscano le nostre tradizioni e la nostra cultura?” continuò Michelle.

“A dir la verità, sono stanco di questa storia della nostra cultura”, ribatté David con veemenza. “Sono stanco di questo posto, di questo orgoglio al chutney di mango e al ritmo di soca!

Di questa gente che si pavoneggia dappertutto tranne davanti a 15 Queen’s Park West, l’ambasciata americana”.

“Non ti sembra quantomeno curioso, detto da uno che vive nell’Ohio?”, chiese Michelle.

David non rispose, accalorato dalla sua tirata.

“Non ti sembra?” ripeté Michelle.

Non arrivandole nessuna risposta, Michelle concluse, appoggiando una pacca sui fianchi di David:

“Conversazione interessante. Da approfondire”.

David tentò di mascherare la sua agitazione allungandosi verso il bar e versandosi un altro rum e Coca Cola, con qualche difficoltà nel gestire i flussi di liquidi dalle bottiglie al bicchiere.

Evitò gli occhi di lei, avendo intravvisto un’espressione di sfida sul suo viso. Quando alla fine la guardò, fu sorpreso nel sentire la mano di lei allungarsi verso suo polso. Lei lo guardò sorridendo, quasi chiedendo conferma del fatto che avrebbero potuto parlare ancora senza litigare, finché anche lui sorrise.

Lei si avviò verso il salone tirandolo senza troppa forza, e si rivolse a lui, chiedendogli:

“Un’altra danza, signore?”

A questa richiesta David non poté che acconsentire. Finita la prossima danza, che gli sembrò durare un’eternità, David si ritirò in un angolo del salone, dove la sorella di Lee stava seduta, sola, ad osservare. Era una ragazzona scura e non molto curata, con capelli cortissimi e crespi, niente trucco. La sua voce era impastata e balbettava leggermente. Le era stato detto che suo fratello era arrivato e che era quasi sobrio. David le chiese se si stesse divertendo. Viveva con i suoi genitori a Toco, dove lavorava in un rum shop tenuto dai suoi; veniva a ovest raramente. Rispose placidamente che si stava divertendo un mondo, anche se non sapeva ballare. Commentò sulla bravura di David e gli chiese che gliene pareva della ragazza di Bob. David disse che non aveva avuto il piacere di conoscerla, al che la ragazza disse qualcosa che lui non udì perfettamente, in parte per la musica che continuava a volumi sempre più alti e in parte perché la sua mente continuava a tornare allo spiacevole incidente con Michelle. Certamente la ragazza aveva delle opinioni piuttosto forti, ma c’era un momento per ogni cosa.

Forse lui non avrebbe dovuto risponderle così. Ma lei non aveva nessun diritto di giudicarlo per le sue idee, specialmente senza averle sentite. Lei aveva cercato di far pace alla fine e di tenere aperto il discorso, questo era vero, ma c’era gente che ascoltava e lei l’aveva quasi messo in ridicolo. Una ragazza da trattare con cautela, si disse.

Vide Claire che si faceva strada nel salone tra le coppie che ballavano, con un sorriso a metà tra il divertito e l’indispettito. Quando lo raggiunse, gli sussurrò in un orecchio: “David, hai finito di trascurarmi per le tue amiche? Puoi darci una mano con il cibo, ti va?”

“Va bene”, disse David.

“Tu potresti andare a servire il maiale e le verdure, io penso al pollo e al manzo e Sha… non so, c’è un sacco di roba, più dell’anno scorso!”

“Hai ballato?” chiese David.

“Certo! Non mi hai visto? Con chi hai litigato questa volta?”

“Litigato? Con nessuno! Perché? Chi te l’ha detto?”

“Un uccellino… Sto cercando di far suonare qualcosa di internazionale al DJ, ma non ne vuol sapere…”

“Non c’è stata nessuna lite”, disse David rabbuiato, “solo una tizia che si è messa a farmi la predica dopo averci invitato domani a Las Cuevas”.

Claire si portò automaticamente una mano ai capelli, mentre considerava l’offerta.

“Ci? Ci ha invitati? Vuoi dire anche me? Andiamoci! Chi è la tipa?”

“Se vuoi andarci, te la presento, così andate tu e lei e fate amicizia”, disse David con freddezza.

Lei lo guardò un momento, poi si voltò verso la sorella di Lee e le disse:

“Se conosci qualcuna che vuole un fidanzato, dille che glielo presto. Potrei anche regalarglielo.”

Mentre Claire riguadagnava decisa l’altro lato della sala, la sorella di Lee, senza dar segno di essersi accorta dell’interruzione, riprese a descrivere a David tutti i cambiamenti che erano intervenuti nell’ultimo anno sulla costa nord, e in particolare nella zona tra Toco e Grande Riviere. Suo zio era un pescatore, e un ottimo pescatore, bisognava dirlo. Quando era bambina andava spesso a pesca con lo zio Herman, ma ora che il rum shop andava bene e lei era praticamente la persona che lo gestiva, non aveva più tempo per andare a pesca con lo zio Herman. Che poi, poveretto, era anche invecchiato e non prendeva più i pesci di una volta. David udì a malapena quello che lei diceva. Ora che la mezzanotte si avvicinava, e il stava per essere servito, iniziò a pensare di nuovo al suo discorso e alla citazione. Quando vide Lee venire verso di loro per salutare la sorella, David gli lasciò il posto e si ritirò verso il garage. Il salone si era già spopolato e dall’altra stanza si sentiva un buon profumo di carne alla griglia. Quelli che erano rimasti nel salone  sembravano stanchi di ballare e conversavano a coppie o a piccoli gruppi. David si accese una sigaretta. Un Natale al caldo, in maglietta, rifletté.

Se non altro, questa era una buona ragione per lasciare il freddo Ohio in inverno. Ma ce n’erano davvero molte altre? Non sarebbe stato meglio laggiù, lontano da tutta questa gente che riteneva giusto richiamarlo al suo passato? Forse sarebbe stato addirittura un bianco Natale, a Urbana. Il campus tutto bianco. Immaginarsi la neve a Port-of-Spain. Da ridere. Si ricordò con rammarico di aver promesso a Claire di dare una mano con la carne. Scrollò le spalle, e con esse l’impegno preso, almeno per il momento.

Ripassò le parti principali del suo discorsetto: essere di nuovo a casa, i ricordi, il nuovo anno, il mondo sempre più piccolo, la citazione di Joyce. Si ripeté una frase che aveva scritto nella recensione di una recente riedizione: “Sembra quasi di seguire i percorsi della mente in una serata tra amici, tra ricordi e proiezioni future, tra visibile concatenazione e balzi imprevisti, tra interni e finestre su un mondo che è comunque tutt’intorno”. A Claire era piaciuta. Era sincera? Sarebbe piaciuta anche a Michelle, se l’avesse letta? L’aveva letta? Lo innervosiva pensare che anche lei sarebbe stata lì a guardarlo mentre lui parlava, osservandolo con i suoi occhi critici e interrogativi. Forse non le sarebbe dispiaciuto vederlo fare fiasco con il suo discorso. Gli venne in mente un’idea che gli dette coraggio. Avrebbe detto, alludendo ad Alana e a Shawaine:

“Ladies and Gentlemen, non basta andare a far shopping negli Stati Uniti ogni tanto per capire quanto è piccola la nostra isola. Solo vivendo lontani da Trinidad si scopre che Miami non è solo una versione esagerata del West Mall. Solo uscendo dalla vita quotidiana del nostro paradiso privato possiamo scoprirne i difetti e i pregi. E gustare appieno il ritorno a casa…”

Benissimo: questo metteva a posto Michelle. Con anche una frecciata alle sue cugine spendaccione ma provinciali.

Un aumento del volume sonoro alle sue spalle attrasse la sua attenzione. Scagliò la mezza sigaretta oltre il cancello e si affacciò sul salone. Boysie stava entrando nel salone tenendo galantemente per mano Alana, che sorrideva paziente, presumibilmente convinta finalmente a ballare con lui. Una salva irregolare di applausi li scortò al centro del salone, e quando Kurl annunciò una canzone appositamente per Miss Lann Blake and Mr Boysie Rampersad, entrambi si inchinarono scherzosamente al pubblico che altrettanto scherzosamente rivolgeva loro apprezzamenti gridati e fischiati. Boysie, naturalmente, lasciò fare tutto o quasi ad Alana, che sicuramente aveva esperienza e sensualità per entrambi. Nessuno ovviamente notò la canzone, di fronte a questa pantera che esibiva con naturalezza tutto ciò di cui era dotata. Seguire i suoi fianchi ondeggiare, le sue braccia sottolineare con un lieve ritardo ogni movimento del resto del corpo, prolungandolo, le sue gambe snelle e tese, ritmicamente prese in un gioco di muscoli e pelle liscia e lucida, voleva dire partecipare a un’eccitazione collettiva che, con diverse intenzioni, coinvolgeva tutti, uomini e donne presenti. David applaudì forte con tutti gli altri, alla fine della danza, e un suono di applauso venne anche dalla sala del bar. Non si poteva dire se fosse la concitazione o l’applauso a far arrossire leggermente Alana, un rossore evidente soprattutto quando sollevò il volto, direttamente sotto un faretto, aggiustandosi la minigonna sul posteriore di cui quasi tutti avevano avuto più di un accenno pochi istanti prima. Lee, che aveva assistito ad occhi sgranati, fu l’ultimo a smettere il proprio battimano, abbondantemente dopo tutti gli altri, mentre parlava animatamente con sua sorella, che, certo meno animatamente, annuiva ripetutamente. Alla fine, non potendo più applaudire, si alzò improvvisamente e corse al centro del salone, sequestrando una mano di Alana fra le proprie e scuotendola al mancargli delle parole.

“Stavo giusto dicendo a Jane”, egli disse, “che ho sempre voluto ballare con te. Sempre. No, davvero, sei fantastica. Ci credi? Parola mia, l’anno prossimo ti faccio fare io un giro, Lann: Boysie è bravo, ma ti ci vuole uno alla tua altezza, cara. Non ti ho mai visto ballare così bene, comunque. Davvero”.

Alana sorrise con calore e gli disse, in modo che tutti udissero, che sperava tanto di non poter ballare con lui l’anno prossimo a causa della gelosissima e bellissima ragazza che Lee avrebbe portato. Boysie aprì le braccia verso di lei e disse ai suoi vicini, come uno showman che presenta un’attrazione al suo pubblico:

“Miss Alana Blake, la mia ultima scoperta!”

Rideva di cuore con se stesso, allorché Lee disse:

“Beh, Rampersad, non credo proprio che tu abbia scoperto niente. Io so solo che lei è sempre stata la migliore ballerina, da quando la conosco, e sono tanti, tanti anni, sai?”

“Certo, certo, una grande ballerina”, disse Boysie conciliante. “E migliora ogni anno”.

Alana, ridendo, alzò le spalle dicendo:

“Dai, adesso non esageriamo. Venite con me, uomini, andiamo a prendere un po’ di cibo!”.

Li prese entrambi sottobraccio e si allontanò con loro verso la sala del bar, mentre la musica riprendeva e altri si lanciavano di nuovo in balli solitari o a coppie, motivati dalla recente esibizione della padrona di casa. Shawaine arrivò trafelata e un po’ scarmigliata, volgendosi attorno e chiedendo che era successo. All’udire, si mostrò contrariata per essersi persa lo spettacolo.

“Peccato”, disse, “ma tanto me la rivedrò alla prossima festa, quando avremo meno cose a cui pensare”.

“Uno spettacolo, valeva la pena vederla. Se ci fosse stato Bob, avrebbe ballato lui, invece di lasciarla ballare con quel pezzo di legno…”, disse Lily, che era riuscita a vedere almeno l’ultimo minuto della performance.

Sha si rivolse a lei e le disse, con tono irritato:

“Ah certo. Questa storia di Bob sta iniziando a darmi sui nervi, però. Ho promesso di star zitta e di far finta di niente durante la serata ma…”

Si era accalorata e, non fosse stato per gli ospiti che le stavano intorno, si sarebbe probabilmente lasciata andare. Vedendo però che qualcuno si stava avvicinando a Sha, Lily intervenne pacificamente:

“Hai ragione. Sha. Guarda, c’è Boysie che ti cerca”.

Shawaine si voltò verso Boysie, che era tornato per parlarle e le stava sorridendo a trentadue denti:

“Dimmi caro, come vanno le cose di là? Cè bisogno di qualcosa?”

“Sha”, disse Lily, “il prosciutto sta per arrivare, e il resto mi è sembrato in ordine”.

“Sì, ho appena controllato il carburante, e mi sembra che possiamo andare avanti ancora per qualche centinaio di chilometri”, aggiunse Boysie.

“Bene, Sha. Forse puoi mangiare qualcosa anche tu?”, chiese Lily.

“Vuoi che porti qualcosa di sopra?”

Shawaine, con un sorriso cattivo, disse:

“No, no, si arrangia, il cretino. Se ha fame viene giù”.

David, che era ancora sulla porta esterna del salone, vide Lily e Claire che cercavano di convincere Michelle a rimanere fino alla mezzanotte. Ma Michelle, che aveva già preso la borsetta e vi stava cercando le chiavi dell’auto, non ne aveva l’intenzione. Non si sentiva troppo bene, diceva. David si mosse e le raggiunse.

“Manca solo un’ora, Michelle”, disse Claire. “Faresti piacere anche a David e a me”.

“Se vuoi un panadol, ne abbiamo di là in cucina”, disse Lily, “ci sono delle donne in casa, lo sai”.

“No, davvero, preferisco andare a letto”, disse Michelle.

“Mi dispiace che tu non ti sia divertita molto”, disse Lily, con espressione preoccupata da vicaria padrona di casa.

“Ah, no, mi sono divertita moltissimo, ho anche conosciuto una coppia di persone davvero interessanti”, disse Michelle guardando Claire, “ma davvero, non vi preoccupate, preferisco andare a casa, sai cosa voglio dire, Lily”.

“Sei in macchina?”, chiese Claire.

“Sì, abito qui a Maraval, faccio la Saddle Road e in un quarto d’ora sono a letto”.

David esitò un attimo e disse:

“Ti seguo in macchina, Michelle, se proprio devi andare. Non mi piace che una signorina vada in giro su quella strada di notte, anche se stanotte è una notte particolare”.

Ma Michelle varcò la porta, rispondendo a voce alta:

“Non se ne parla nemmeno. Per carità, grazie, ma andate a mangiare e a brindare senza preoccuparvi. So badare a me stessa”.

“Chiamami domani, per Las Cuevas”, disse Claire.

“Lo farò. ‘Notte!” gridò Michelle ridendo e correndo verso il cancello. Lily la seguì di qualche passo nel garage, un’espressione accigliata sul suo viso, mentre Claire la guardò uscire da dove si trovava. David si chiese se fosse lui la causa dell’improvvisa partenza. Ma lei sembrava essersene andata di buonumore: rideva.

Guardò senza espressione in direzione della Yaris che stava partendo dal marciapiede di fianco al giardino.

(segue)

Capodanno (1/4)

(parafrasando Joyce)

Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c’è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti. Queste cose si capiscono con il tempo e l’esperienza. (Cesare Pavese, “La luna e i falò”)

Lily, la figlia del vicino di casa, si dava un gran daffare alla porta. Non faceva in tempo ad andare ad aprire il cancello e a far entrare un tizio nel portico ingombro di bottiglie vuote e piene di Carib, che subito un clacson si faceva sentire sulla strada. Lily doveva allora districare un percorso tra gli amici semiubriachi che occupavano la stanza e il cortile per accogliere il nuovo ospite. E le andava bene che i membri della famiglia o gli amici più intimi si aprivano il cancello da soli. Ma Alana e Shawaine avevano pensato anche a questo e avevano dedicato un angolo del salone ai parenti, con sedie di plastica e il divano, in modo che potessero sedersi dopo l’indubbia immane fatica di entrare senza aiuti. Alana e Shawaine erano lì, a portata di voce, immerse in risate piuttosto rumorose e in pettegolezzi quasi altrettanto udibili, a sbirciare dalla cucina verso l’ingresso e a chiedere a Lily chi fosse arrivato.

Era sempre un grande evento, il party di fine anno delle sorelle Blake. Tutti quelli che le conoscevano declinavano ogni altro invito: parenti, vecchi amici, membri della congregazione a cui Alana apparteneva, qualunque amico di Shawaine e, ovviamente, tutte le amiche di Bob. Mai una volta l’evento si era rivelato un fiasco. Da anni si svolgeva in grande stile, fin da quando, alla morte dei genitori, le ragazze erano rimaste sole con il loro fratellino Robert, lasciando la piccola e decrepita casa coloniale di Ariapita Avenue, venduta a una società che ne avrebbe fatto un ristorante, per accendere un mutuo congiunto e acquistare una splendida, moderna, ampia casa a Santa Cruz, tanto grande da poterne persino affittare una discreta parte a un medico cubano in servizio temporaneo al Mount Hope. Questo era accaduto una decina di anni prima. Bob, che al tempo era un ragazzino piuttosto impacciato di dodici anni, era ora l’elemento più vivace della famiglia. Lavorava alla Republic Bank, come esperto informatico, aveva potuto studiare in Giamaica e ora faceva un sacco di soldi. E li spendeva abbondanti e volentieri. Molte delle sue girlfriends erano tra le ragazze più in (bella) vista di tutta l’isola. Maggiori d’età, anche le sue sorelle facevano la loro parte. Alana, anche se iniziava a mostrare qualche ruga, poteva vantarsi di essere single giusto per un paio di settimane all’anno, e precisamente durante il carnevale e intorno al Great Race di Tobago, in luglio, quando questo significava opportunità senza rimorsi. Shawaine, più giovane di lei, era da anni intricata in una storia sentimentale del cui basso contenuto intellettuale si lamentava spesso in pubblico, ma dei cui aspetti meno evidenti parlava solo in privato e non certo lamentandosi. Lily, la figlia del vicino, veniva spesso a dare una mano in casa. La vita dei tre fratelli era agiata, sfacciatamente gaudente: credevano nel buon divertimento; il meglio di tutto: birra, rum, party, concerti, viaggi, dormire (o non dormire) a casa dell’uno o dell’altro (nel caso di Bob, dell’una o dell’altra), o anche in casa propria, quando era `libera’. Lily sapeva come sistemare la casa in modo che fosse pronta per qualunque evenienza: lei ci rimediava qualche dollaro (e un po’ di invidia per quelle gattine spettacolari che Bob portava a fare il giro delle stanze); grazie a lei, i tre fratelli potevano stare tranquilli di avere sempre la tana pronta, e su questo non c’era da scherzare.

Naturale, c’erano buone ragioni per non voler scherzare su un party come questo. Erano le otto di sera passate e non c’era traccia di David e della sua ragazza. Inoltre, avevano paura che Lee potesse arrivare già su di giri. Non avevano voglia di sorbirsi Lee sotto l’influenza di qualche sostanza, questa sera, anche perché in quelle condizioni lui diventava un personaggio molto difficile da gestire. Lee arrivava sempre tardi, ma in molti si domandavano che cosa poteva aver trattenuto David: ecco perché ogni due minuti le due sorelle si affacciavano verso la porta d’ingresso per chiedere a Lily se ci fossero novità.

“Finalmente”, disse Lily a David quando gli aprì il cancello, “avevamo cominciato a dubitare”.

“Immagino”, disse David, “Troppo banale dire che è colpa di una signorina?”.

David si fermò un attimo sotto il portico, una duMaurier accesa in mano, mentre osservava le casse di birra e si sistemava gli occhiali da sole e Lily faceva strada a Claire, gridando a gran voce all’indirizzo della cucina, per sovrastare la musica a tutto volume:

“Sono arrivati!”

Lann e Sha uscirono dalla cucina nel salone, e, infilando ripetutamente le proprie sottili, lunghe, nude e nerissime gambe tra quelle stese di ospiti seduti in divano o poltrona, aironi neri in un canneto obliquo, guadagnarono l’ingresso. Entrambe salutarono Claire, le comunicarono che doveva avere una fame terribile e che poteva servirsi pure in cucina, in attesa del momento gastronomico ufficiale, e chiesero se David fosse venuto con lei.

“Eccomi, vengo a salutarvi fra un attimo”, disse David dal portico.

Continuò a fumare, mentre le donne si allontanavano nel cuore della festa, ridendo. Qualche goccia di pioggia si era depositata sulla sua capigliatura riccia e impomatata; mentre la sua mano passava con leggerezza per verificarne lo stato, un buon odore di brillantina si diffuse nell’aria.

“Piove ancora, Dave?” chiese Lily.

Lo stava aspettando sull’uscio. David sorrise al monosillabo in cui lei aveva trasformato il suo nome e la guardò. All’ombra del portico, sembrava ancora più scura. David l’aveva conosciuta fin da quando lei era una bambina e si sedeva sull’orlo del canale di scolo fuori dal cancello di casa, spesso con la bambola di pezza preferita, Mrs Mellon, in mano.

“Sì, Lily”, rispose, “e le previsioni dicono che va avanti per un paio di giorni. Ma ci credi?”.

Egli guardò i vetri che davano su quella parte di portico che veniva normalmente usata come garage, vetri che vibravano al suono dei bassi che imperversavano all’interno della casa; ascoltò per un momento Shurwayne Winchester nella canzone vincitrice dell’ultimo carnevale, e poi guardò la ragazza, che si stava sistemando i capelli, aspettandolo, lo sguardo fisso sullo stipite opposto a quello contro cui stava appoggiata.

“Lily, dimmi”, le disse in tono amichevole, “vai ancora a scuola?”

“Nossignore”, lei rispose. “Ho finito con la scuola”.

“Beh, allora”, disse David con leggerezza, “immagino che uno di questi giorni verremo al tuo matrimonio, eh?”.

La ragazza mosse appena la testa, ricambiò lo sguardo, gli prese la sigaretta, diede un tiro, gliela rese, e disse, non senza malizia:

“Quelli che ho provato finora non erano da sposare. Mi sa che verrò prima io al tuo…”.

David, con esperto gesto della mano scagliò il resto della sigaretta lontano, oltre la cancellata, nella pioggia, si voltò verso la ragazza, le strizzò l’occhiolino, si sistemò la giacca con una bella scrollata di spalle e passò davanti alla ragazza nello stretto uscio, senza che lei facesse nessun gesto per agevolarlo.

Era un giovane alto, muscoloso. Il colore scuro della sua pelle era uniforme, dalle guance fino alla fronte; il suo viso ordinato e ben curato era ornato da un pizzetto di barba e sottilissimi baffi neri; sotto gli occhi, vivaci e anch’essi neri, vi erano due ampi aloni scuri, tipici di chi ha almeno una parte di sangue indiano, ma il resto del viso evidenziava maggiormente le caratteristiche africane. I capelli, tuttavia, ricci e non crespi, erano un altro tocco che testimoniava una parte di provenienza asiatica. Sistematosi, oltrepassata la soglia e la ragazza, si fermò e si voltò, estraendo dalla tasca un biglietto da visita.

“Lily”, egli disse, infilandolo nelle mani di lei. “È un nuovo anno, no? Beh… chiamami, se hai bisogno”.

Si voltò dall’altra parte, verso i primi ospiti seduti e immersi nella conversazione.

“Lo farò…”, disse la ragazza, poco convinta ma mostrando un sorriso sorpreso, seguendolo.

“Sì, non so, per il lavoro… Ho ancora qualche conoscenza qua in zona… Un buon anno, un buon anno!”, disse David sopra una spalla, rivolgendole un ultimo sguardo.

La ragazza lo lasciò andare, continuando a sorridere perplessa e mettendo in tasca il biglietto.

“A più tardi, Dave!”

David dovette aspettare qualche istante: una coppia di persone di mezza età, impegnata nel ballo, ostruiva il passaggio. Stava ancora pensando alla reazione non certo entusiastica della ragazza. Si sentiva ora addosso una sorta di incertezza, che cercò di scacciare salutando da sopra le spalle dei ballerini alcuni amici che vedeva dall’altra parte. Ripassò mentalmente il discorso che si era preparato per il brindisi della mezzanotte. Non era sicuro della citazione di Joyce, perché temeva che fosse esagerata per l’occasione. Meglio una citazione da qualche calypso o forse dalla Bibbia. Guardando gli ospiti presi nel ballo e le loro bottiglie di birra e di Rush gli ricordò che il livello culturale era abbastanza diverso da quello a cui era abituato negli States. Si sarebbe reso solo ridicolo citando prosa che gli altri non potevano capire. Avrebbero pensato che stava facendo sfoggio del suo più alto livello di educazione. Sarebbe stato frainteso, proprio come era stato frainteso da Lily all’ingresso. Aveva preso il tono sbagliato. Tutto il suo discorso sapeva di errore, dall’inizio alla fine. Proprio in quel momento le sue cugine e la sua fidanzata uscirono dalla cucina per venirgli incontro e trascinarlo dentro, nella stanza più tranquilla della casa, dove si poteva effettivamente scambiare quattro parole senza dover gridare. Le sue cugine erano due ragazze alte, elegantemente poco vestite. Alana (per quasi tutti, Lann) era di poco la più alta, sul metro e ottanta. I capelli, lunghi, raccolti in un mare di treccine, scendevano fin oltre le spalle scoperte, a metà dell’ampia schiena, anch’essa scoperta. Nel suo viso nerissimo, pulito, senza trucco, risaltava il bianco degli occhi e dei denti, costantemente visibili nel sorriso che la caratterizzava. Il fisico atletico era sottolineato dal vestito rosso brillante che indossava, lungo tanto da coprire (e scoprire, all’occorrenza, in modo agevole) le uniche parti che la decenza imponeva coperte; senza maniche, legato dietro al collo e con un ampio spacco sul retro fino alle natiche. Aveva l’aria di una persona ben consapevole di sé. Shawaine era più elegante. Il suo viso, sebbene meno attraente di quello della sorella, era impreziosito da orecchini di perle e da un tocco di trucco color argento. Indossava un vestito più lungo, grigio-azzurro, al ginocchio, estremamente attillato, che non aveva bisogno di scoprire per mostrare la biancheria sottostante. Anche i suoi capelli erano raccolti in treccine, più corte, una specie di caschetto con accenni di un innaturale colore biondastro. Entrambe baciarono David con trasporto. Era il loro cugino preferito, l’unico figlio della zia Ellen, che aveva sposato il celebre A.J.B. Anderson, della Petrotrin.

“Claire dice che tornate a Miami dopodomani mattina presto. Mi portate con voi?”, disse Sha, ridendo.

“Sì”, disse David, voltandosi verso la sua fidanzata, “ne abbiamo avuto abbastanza l’anno scorso, con le nevicate e tutto quanto. Ti ricordi, Sha, che siamo rimasti bloccati a Washington per due giorni perché Columbus era chiuso? Claire si è presa un raffreddore che si è trascinata fino a febbraio”.

Sha aggrottò le curatissime sopracciglia.

“Santa cacca, è vero…Ma dovete vivere proprio così lontani? Speravamo di poter stare in compagnia per qualche giorno in più”, disse. “Anche Bob è un anno che vi aspetta”.

“Ah, fosse per Claire, rimarremmo fino a capodanno dell’anno prossimo”, disse David. “Si metterebbe in malattia per un anno e manderebbe le sue foto col termometro in bocca e le palme di Maracas sullo sfondo”.

Claire rise. L’unica bionda naturale presente alla festa, l’unica bianca (se non si contavano un paio di Trinidad-whites), indossava una mini color crema e una maglietta bianca senza maniche. Poco trucco, solo un po’ di rossetto pallido, non aveva bisogno di altri espedienti per dare nell’occhio. Un bel fisico, longilineo, tonico, le dava qualche anno in meno dei suoi ventotto, la stessa età di Shawaine.

“Non dargli retta, Sha”, disse, con un accento marcatamente americano. “A sentir lui, è l’unico che lavora. No, quest’anno non possiamo permetterci di arrivare in ritardo al lavoro, dopo quel che è successo l’anno scorso. Anzi, probabilmente, quella che avrebbe più problemi sarei io, non lui! Io ho dei colleghi che devono copririmi, in ospedale. David gli racconta quel che vuole, all’università!”.

Scoppiò a ridere e guardò il suo fidanzato, i cui occhi curiosi e vivaci stavano vagando dal vestito di lei, al suo viso, ai suoi capelli. Anche le due cugine risero di cuore, perché l’abilità di David nel raccontare fandonie era un fatto che tutti conoscevano bene da lungo tempo.

“Si è persino fatto comprare un i-pod, con la scusa che gli serviva per ascoltare i testi delle sue lezioni!” disse Claire. “E quelli gliel’hanno preso senza fare una piega! Un giorno o l’altro mi tornerà a casa con la macchina nuova e mi dirà che se l’è fatta prendere dalla Urbana University”.

David rise composto, aggiustandosi la giacca, mentre Shawaine si piegò quasi in due, come se il volume sonoro della sua risata non fosse sufficiente a testimoniare il gradimento della battuta. Il sorriso svanì invece presto dalle labbra di Alana, i cui occhi curiosi erano piantati in faccia a suo cugino. Dopo una pausa, chiese:

“E… che cos’è un i-pod, David, che non mi ricordo?”

“Un i-pod, Lann!” esclamò sua sorella, “ma dai, a momenti te lo sei fatto regalare da Martin, e poi hai preferito il massaggio per i piedi… Quella cosa per ascoltare la musica, no?”

“Sì”, disse Claire, indicando con le dita più o meno le dimensioni dell’oggetto in questione. “È grosso così e ci stanno dentro un sacco di canzoni… ti dice qualcosa?”

“Ah, sì sì sì, ho capito, l’avevo visto anche a Miami a novembre”, riprese Alana, ridendo quasi più di sua sorella.

David scrollò le spalle.

“Non è niente di che, un centinaio di dollari… US, ma mi serve per concentrarmi quando sono in ufficio… è tutto così silenzioso al campus, e sapete che un trinidadiano non riesce nemmeno a dormire senza musica!”.

“E dove alloggiate, David?”, chiese Sha bruscamente. “Siete dai tuoi o avete preso una stanza?”

“No, no, dai miei c’è troppa confusione. Abbiamo preso una stanza al Crowne Plaza”, rispose David.

“Non ci sono mai stata. Io avrei prenotato all’Hilton”, disse Shawaine, “è il migliore. Ogni tanto Kevin e io ci andiamo, per sguazzare nel lusso e farci una colazione colossale… Quand’ero più giovane prendevo il maxi e andavo al Bel Air, a Piarco… non c’era nessuno che mi conosceva, a quei tempi era meglio così…”, concluse ridacchiando.

“Ma sì, per un paio di notti”, disse Claire, evidentemente non troppo entusiasta di conoscere le scappatelle di gioventù di Sha, “va benissimo il Crowne. Poi è vicino a casa di David, in un attimo andiamo e veniamo”.

“Beh, sì, quello è vero”, concesse Sha. “Quando sei ospite, è meglio non essere di peso. Però potevate venire qui da noi, il liming era assicurato, non pagavate niente, e tra noi tre, beh, tra noi due più eventualmente Lily avevate anche il trasporto gratis a tutte le ore. Oltre ovviamente alla compagnia delle due ragazze più ricercate dei Caraibi del sud! E del loro impareggiabile fratello, ovvio, Claire!”

A David era venuta subito in mente una domanda su Bob, ma dovette tenersela per sé, visto che Lann si era allungata verso la porta della cucina, chinandosi per raccogliere qualcosa, e lo spettacolo lo lasciò senza fiato. O forse fu la gomitata di Claire.

“Lann, ma scusa!”, disse Sha tra le risate per la piccola scena a cui aveva appena assistito, “Risparmiaci! Usa le tue armi con i tuoi futuri boyfriends… Noi siamo innocenti! Lann? Alana! Dove vai?”

Lann si era rialzata e si era affacciata nel salone, trattenendosi però con una mano allo stipite della porta. Si voltò quindi indietro, verso il piccolo gruppo che aveva appena lasciato, per annunciare, candida, inclinando il capo:

“È arrivato Lee”.

Nello stesso istante un applauso e un momento di silenzio nei bassi rivelò che il DJ aveva appena proclamato una tregua. Alcune persone, specialmente giovani uomini, si diressero verso la sala dedicata al bar, o uscirono verso il portico dove altri frigoriferi portatili potevano fornire abbondanti bevande ghiacciate. Shawaine prese David per un braccio e gli disse in un orecchio:

“Va’ fuori un attimo, David. Va’ a vedere se sta bene e non lasciarlo entrare se è fatto. Molto probabilmente lo è. Quasi certo”.

David si avviò verso il portico e il garage, cercando di cogliere tra le conversazioni, finalmente parlate e non urlate nella musica, la voce di Lee. Riconobbe la sua risata. Uscì.

“Ci manca”, disse Sha a Claire con una certa leggerezza, “con David sì che ci divertivamo. Il cugino con cui siamo cresciuti come quattro fratelli. Specialmente Bob si è sentito solo quando David è venuto negli States. Facevano tutto insieme, tutte le loro avventure, sembravano gemelli… Lann, va’ a sentire se Kurl è a posto o se ha bisogno di qualcosa. Kurl è il DJ, Claire, un altro vecchio amico… credo che Alana ci sia uscita insieme per un po’… ma questo accomuna la metà della gente che è qui stasera!”, sfumò ridendo la sorella minore.

Un uomo sulla quarantina, alto, indiano, capelli e corti baffi neri, passando davanti alla cucina si fermò e disse:

“È finito il Rush. Ne avete ancora o devo dire che finalmente si passa al rum puro?”

“Lann,” urlò Sha alla ormai lontana sorella, “aspetta Boysie e fagli vedere dove sono le altre bibite”. Proseguì poi rivolto al nuovo arrivato: “Ecco, segui Alana fino al tesoro, tesoro!”

“Lo so che mi vuoi bene”, disse Boysie, allungando le labbra in un immaginario bacio a Shawaine, e i suoi baffi si contorsero sul labbro superiore proteso. Alle risate della giovane, vedendo che Lann lo stava aspettando, riprese:

“Aspetta, vado a vedere se ho ancora qualche chance con tua sorella, ma lo sai che l’uomo della tua vita sono io…”

Lasciò la sua passione per Sha in sospeso onde seguire quella per gli alcolici e si diresse con decisione verso la sorella maggiore, sul lato opposto del salone, verso il bar, dove Lann stava parlando con il padre di Lily, che si era occupato del catering. Su un tavolo che era appena stato portato, ma che doveva essere spostato, stavano piatti, bicchieri e posate di plastica, e in questo momento uno degli ospiti stava appoggiando una grossa caraffa di sorrel da cui si era evidentemente appena servito. Gli stessi due uomini erano ora all’esterno, visibili dalla posizione di Lann, e stavano scaricando i vassoi con il cibo. Boysie arrivò al tavolo e, vedendo Alana ancora impegnata in conversazione con il padre di Lily, si servì di ponch-de-crème da un’altra caraffa appena deposta sul tavolo dagli addetti ai rifornimenti. Si voltò intorno e cedette con un gran sorriso il bicchiere appena riempito a una ragazzina, meno della metà dei suoi anni, che ringraziò ammiccando. L’indiano si versò di nuovo un bicchiere, sempre tenendo d’occhio la ragazza, levò il bicchiere in segno di brindisi, che la ragazza ricambiò allontanandosi. Un giovane lo stava guardando sorridendo, come in attesa di un suo giudizio sulla bevanda.

“Ahh…” egli disse, sorridendo, “Non è Natale senza il ponch-de-crème di casa Blake”.

Sul suo viso simpatico comparve un sorriso ancor più ampio, quando Lann gli si rivolse, sorriso malizioso, facendogli segno col dito di seguirlo. La sconosciuta compagna di brindisi, vista la situazione, si mise le mani sulle anche, in segno di scherzoso rimprovero. Al che, allontanandosi verso il deposito delle bevande, Boysie allargò le mani a palme aperte, con un’espressione sul viso che diceva “che ci posso fare?”.

“Boysie, guarda, incarico te, ok? Le casse con le bibite sono qui. Fa’ un giro ogni tanto e accertati che ci sia un po’ di tutto nei cooler, va bene? Se vedi che qualcosa inizia a scarseggiare, ci pensi tu a rifornire? O magari chiedi a qualcuno di darti una mano. Scusaci tanto, Boysie, sai che ci pensa sempre Bob…” lo investì Alana, quasi senza guardarlo in faccia.

Boysie bevve del suo punch, allungò il labbro inferiore in espressione di perplessità e disse:

“Baby, non ti preoccupare, adesso chiedo a Caleb di tenere le bevande sott’occhio. Io preferisco tenerle nel bicchiere! Comunque tu non ti preoccupare, ok? Vai e fai quello che fai di solito, a questo ci penso io. Vorrà dire che mi farai un regalo domani.”

Il suo viso abbronzato si sporse verso Lann come in attesa di un cenno d’intesa.

“Fa’ il bravo, Boysie”, disse Lann, guadagnando l’uscita e scoccandogli dalla distanza un bacio in punta d’indice.

Boysie sorrise, abbandonò il suo bicchiere ormai vuoto, si scarmigliò i capelli, prese mezza dozzina di bottigliette di Rush e tornò nella mischia, con lo sguardo un po’ sconvolto. Non tardò a vedere la ragazza di prima, che guardò con un “non hai un’idea di quel che mi è appena successo di là” dipinto sul volto.

Una ragazzina, diciott’anni a dir tanto, arrivò trafelata nel locale bar, richiamando tutti:

“Kurl è tornato! Kurl è tornato!”

E subito dopo entrò Shawaine, gridando:

“Ragazzi, è l’ultimo giro prima di mezzanotte! Coraggio! Si balla! Let’s wine an’grind!”

“Mi fai ballare?” chiese la ragazza del brindisi a Boysie, mentre entrambi si avvicinavano alla porta che dava sul salone. “Alicia”.

“Boysie”, disse l’altro, “puoi chiamarmi zio Boysie, oppure non chiamarmi e tenerti forte…”

I due ormai si erano sistemati nella pista ed erano pronti a iniziare le danze.

“Secondo me, sei tu quello che si deve tenere forte, zio Boysie…”, rinfacciò lei.

“Vedremo… Ma dov’è la musica?”

“Si può fare anche senza, lo sai?”, maliziosamente ribatté lei.

“Certo, ma senza musica preferisco ballare in privato. Ma eccola qua…”, disse Boysie concludendo il suo intervento verbale con l’inizio di una nuova canzone piuttosto movimentata.

“Grande scelta”, gridò Shawaine, che nel frattempo si era avvicinata a un marcantonio dall’aria stupida che evidentemente doveva essere “il suo Kevin”. Questi, appena la musica iniziò, la prese come fosse una bambola per farsela muovere contro, mentre lui, con buon senso del ritmo, scuoteva il bacino e poco più.

“Vieni a ballare”, Gridò Shawaine a Lann che passava non troppo sorridente. “Che c’è?”

Alana, che aveva in mano un vassoio di salatini, si voltò verso sua sorella e le gridò di rimando semplicemente, come sorpresa della domanda:

“Niente, solo Lee. C’è David con lui”.

(segue)

Meanwhile in Trinidad…

Per il mestiere che faccio, viaggiare a Carnevale è impensabile (in realtà c’è sempre qualche collega che sparisce per una settimana bianca o una crociera a maggio; mi sono sempre chiesto come facciano quando per prendere un giorno di ferie durante l’anno un comune mortale docente deve trovarsi i sostituti gratuiti e quindi mettere in piedi scambi di ore e favori di natura varia; ma questa è un’altra storia). Potrei così giustificare il fatto di non aver mai visto, ad esempio, uno dei carnevali brasiliani. In realtà, non ho mai visto nemmeno quello di Viareggio o di Cento, che distano forse poco più di un’ora di viaggio da casa mia, e a quello di Venezia sono stato trascinato da amici che amano la fotografia. Come dicevo in un altro post, il Carnevale non è proprio la mia cosa.

Però nei confronti del Carnevale di Trinidad è diverso. Chiarisco: Trinidad è il Paese d’origine di mia moglie, un luogo dove ho trascorso diversi mesi tra i più belli della mia vita e che ha, credo comprensibilmente, un posto speciale nel mio cuore.

Scrivevo: con il Carnevale di Trinidad è un’altra cosa. Incredibilmente, sento il desiderio di viverlo, anche se mi rimane il dubbio che ne sarei deluso più che appagato. E quindi mi tengo il desiderio e vado avanti così, anche perché, come dicevo, mi risulterebbe piuttosto complicato realizzarlo.

Il libro di Giuseppe Sofo (videotrailer) racconta dell’esperienza di un italiano a Trinidad proprio in relazione al Carnevale. A parte alcune sue sottolineature (particolarmente quella relativa all’essere l’unico bianco in città) che non condivido, Sofo rappresenta un clima che ho avvertito anch’io, una centralità del Carnevale durante tutto il corso dell’anno. Le ragioni possono essere tante. Prima di tutto si tratta dell’unica festa non religiosa e non istituzionale in un Paese ricco di culti e dalla politica giovane, passionale e spesso frammentata sugli stessi confini delle tante etnie presenti. Si tratta di una festa che conserva però un certo elemento storico e sociale, come sovvertimento dei ruoli e delle convenzioni, e contemporaneamente una fusione di elementi culturali indigeni, africani, indiani, su una base culturale europea e su un modello di entertainment globale che il Carnevale di Trinidad ha contribuito ad affermare (basti ricordare Peter Minshall, uno dei grandi registi del Carnevale di Trinidad, chiamato a collaborare alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi di Barcellona, Atlanta, Salt Lake City e di USA ’94).

E’ sorprendente quanto radicata sia la consapevolezza di far parte di un Paese speciale, a Trinidad. Le espressioni culturali etniche, le leggende animistiche, le tradizioni nazionali e regionali, ma anche la musica commerciale, tutte trovano nel Carnevale una sorta di Sanremo di strada. I 349 giorni dell’anno sembrano quasi il tempo in cui il Paese si nutre di, e prepara i sei giorni di follia. Le competizioni di Calypso, tradizionalmente una forma di critica sociale, di Soca, più disimpegnato e giovanile, di steel pan (“l’unico strumento inventato nel XX secolo”), i costumi, gli spettacoli organizzati e le varie sfilate che si susseguono, direttamente o indirettamente costituiscono una base culturale su cui tutta la popolazione, in particolare quella giovanile, ma non solo, trova unità, un’unità necessaria proprio a causa della natura caleidoscopica, assai frammentata e multiforme, che caratterizza la realtà sociale di Trinidad.

Non so se è perché io sono uno straniero, e uno straniero che non ha mai sperimentato quella realtà, ma a ogni visita, ogni giorno, ogni persona che ho incontrato mi ha sempre sorpreso con un riferimento più o meno casuale al Carnevale.

Con tutto ciò, io so che sarei un pesce fuor d’acqua, che la mia partecipazione sarebbe poco più che una curiosissima e divertita osservazione e annotazione mentale o fotografica. Sarei comunque un turista, anche se i miei momenti turistici laggiù sono stati pochissimi e meno pronunciati a ogni visita.

Allora il mio desiderio di viverlo, questo Carnevale, lo lascio nell’angolo dei desideri. Chissà, forse un giorno potrò permettermi il lusso (lusso!) di esserci e, mai dire mai, di prendervi parte da trinidadiano vero. La mia nostalgia di quaresima, però, non mi impedisce di sentirmi vicino, oggi, ai miei parenti e amici di Trinidad, nel loro folle, caldo, colorato, chiassoso Mardi Gras.

Filastrocca dall’alto

Un due tre, ratto e pescegatto,
scatolette di latta in fila,
la quarta è identica a tremila,
la quinta si sente da quassù.
(Perché ce l’hanno con le oche, non lo so: guardali lì uno dietro l’altro lungo quel serpente d’asfalto, quasi fermi, per andare chissà dove).

Un due tre, ratto e pescegatto,
sirene con i poliziotti,
la quarta si senton dei botti,
la quinta non ha suonato più.
(Troppi soldi in tasca a questa gente di cuore buono e cattive idee).

Un due tre, ratto e pescegatto,
neri cumuli d’immondizia,
il quarto brucia con pigrizia,
sul quinto uomini scavan giù.
(Hanno troppo, consumano troppo, buttano via troppo, rovinano troppo).

Un due tre, ratto e pescegatto,
le torri di vetro e cemento,
la quarta prende tutto il vento,
la quinta più lenta sale su.
(Mi piacerebbe andare a vedere, ma c’è odore, l’aria è cattiva, preferisco le mie paludi, dove sa di salmastro e i granchi abbondano).

Un due tre, ratto e pescegatto,
uccelli di metallo in pista,
il quarto: atterraggio in vista,
il quinto, quest’eliche però!
(Ma nessuno vola con la mia grazia, ha una livrea come la mia, è elegante quanto me).

Un due tre, ratto e pescegatto,
bianchi gabbiani sul mare,
la quarta pellican comare,
il quinto è un cormorano, si sa.
(I gambacorta volano sempre intorno al cibo e davanti a un avvoltoio).

Un due tre, ratto e pescegatto,
alte chiesette nel villaggio,
la quarta, moschea del saggio,
la quinta, a colori un tempio indù.
(Chi non sa volare guarda al cielo in modo bizzarro. E qualche volta se ne accorge).

Un due tre, ratto e pescegatto,
camini di raffineria,
il quarto domani s’avvia,
il quinto vomita fumo blu.
(Tutto quell’olio nero, che ne faranno mai? Non ditemi che serve solo per mettersi in fila lungo il nastro d’asfalto).

Un due tre, ratto e pescegatto,
scuri caimani appisolati,
il quarto ha gli occhi bagnati,
il quinto li leva, guarda me.
(Se spera che mi posi lì ha fatto male i suoi conti).

Un due tre, ratto e pescegatto,
barconi vuoti fermi e tristi,
il quarto è pieno di turisti,
nel quinto bimbi gridano: è là!
(Che divertimento ci sarà nel vederci arrivare sul nostro isolotto, il nostro rifugio per la notte, non lo so. Verrò io a sbirciare a casa vostra quando vi mettete il pigiama).

Un due tre, ratto e pescegatto,
egrette, aironi grigi e bianchi
quattro, noi ibis siamo stanchi,
cinque: buonanotte anche a te.
(Firmato, un ibis scarlatto).

La fine del mondo

Non fu quando mia madre mi prese sulle ginocchia e mi disse che io e papà saremmo tornati a vivere in Jubilee street, dalla nonna. Avevo otto anni ed ero abituato a passare i pomeriggi con granny e granpa, i genitori di mio padre, a tre isolati da casa mia, su per El Dorado road, visto che entrambi i miei lavoravano. Era un giorno caldissimo, non avevo molta voglia di stare così vicino a mia madre; lei, probabilmente temendo che avrei faticato ad accettare questo cambiamento, che in realtà non capii fino in fondo per qualche tempo, cercò di baciarmi e di abbracciarmi un po’ troppo, e io le sfuggii per chiudermi nella mia camera, steso sul letto col ventilatore a soffitto al massimo. Ricordo che mi aveva stupito soprattutto l’enfasi data da mia madre a questo che a me pareva un piccolo aggiustamento, del resto gradito perché ai miei nonni ho sempre voluto molto bene. Tutto a posto, la vita continuava bella e varia.

Non fu quando seppi che mio padre stava per risposarsi. Avevo dodici anni, una sera mio padre mi disse che saremmo andati a cena fuori. Al Pizza Hut ci aspettava anche lo zio di mio padre, Jack, curiosamente solo due anni più vecchio di lui, con cui usciva spesso. Non mi portavano con loro, di solito, e questa serata, lo sentivo, aveva un’aria di solennità. Ho nella memoria l’aria condizionata glaciale che ci accolse, e non la pizza, probabilmente la solita, ma una caraffa enorme di Pepsi, saranno stati due litri, una valanga di cubetti di ghiaccio. Al brindisi lo zio Jack disse che era pronto per fare il best man, e mi guardò interrogativo, come sfidandomi a risolvere l’indovinello. Io sapevo che mio padre aveva una fidanzata, me l’aveva detto lui stesso qualche tempo prima. Ma al matrimonio non avevo mai pensato. Quella del matrimonio era la mia mamma. Non risolsi l’enigma. Penso di aver trascorso mezz’ora in silenzio guardandoli a turno, in attesa che mi svelassero quello che non riuscivo ad afferrare. E non fu una mezz’ora piacevole: anche se probabilmente si trattò solo di un paio di minuti, e mio padre e zio Jack avevano tutta l’aria di divertirsi ed essere felici, io ero a disagio, come se mi avessero portato in un posto in cui non dovevo stare, messo in una condizione che non mi apparteneva, nonostante tutto. E poi mio padre me lo disse, con semplicità. E io con semplicità lo sentii e compresi. Capii che qualcosa sarebbe cambiato, che quella Natalie che aveva iniziato a frequentare le nostre riunioni di famiglia sarebbe diventata una presenza stabile. “Poco male”, pensai: “basta che non ce ne andiamo dalla casa dei nonni”. Devo anche averlo detto, perché mio padre prima mi deluse, poi mi rassicurò: disse che aveva trovato una casa vicina, su Fairley street, forse a due isolati da dove vivevamo; ma disse anche che se volevo potevo rimanere in Jubilee street, con i nonni, almeno all’inizio.  E questo fece la differenza. Poi, fu un inizio molto lungo, perché il loro matrimonio finì prima che io decidessi di trasferirmi con loro: fu mio padre a traslocare, di nuovo, non io. Tutto a posto, la vita continuava bella e varia.

Non fu nemmeno quando mia madre mi disse che sarebbe andata a vivere in Canada, a riunirsi con la sua famiglia. Avevo sedici anni, ma lei era sempre lì, in Jubilee street: veniva a trovarmi ogni giorno, anche quando c’era papà. Ogni tanto si chiudeva in cucina con i nonni e con lui, se era in casa, e probabilmente parlavano di me, di come andavo a scuola, forse anche di soldi, non so. Ma per il resto passava con me un’oretta, guardava i miei quaderni, facevamo progetti per il weekend, parlavamo. Poi un pomeriggio, stavo guardando il cricket in tv, lei passandomi dietro come se volesse uscire e andarsene, disse cinguettando che aveva comprato il biglietto per il Canada. Non le diedi peso, lei ogni tanto partiva per un viaggio: Florida, crociera, Grenada… non sapevo con chi andasse, secondo tutti andava da sola, e per me andava bene così. Un paio di giorni dopo, però, tornò sull’argomento. Sarebbe stata via per sei mesi, sarebbe tornata a Natale e poi avrebbe deciso cosa fare, se fermarsi o ripartire. Uscì la nonna dalla cucina, in quel momento, e mi disse che non dovevo preoccuparmi: avrebbero pensato lei e granpa a tutto. E questo mi bastava. La sensazione era che granny fosse più preoccupata per mia madre che per me. Me lo spiegai con il fatto che lei stessa aveva dovuto salutare una figlia, la zia Betty, che viveva ormai da anni nel New Jersey e per la nonna il punto di vista era quello materno. Cercai di capire quale altro punto di vista avrebbe potuto indurre in me preoccupazioni, ma non ne trovai. Certamente non il mio: tutto a posto, la vita continuava varia e bella.

Non fu neppure quando Mel mi disse che era incinta. Ci eravamo conosciuti un paio d’anni prima, a un party dell’università. Entrambi frequentavamo l’UWI a St Augustine, io ero al terzo anno del BSc in ingegneria civile, lei al primo di studi afroasiatici. Nel frattempo io mi ero iscritto al MSc e lei stava finendo. Ci frequentavamo in modo variabile: in alcuni periodi molto vicini, in altri meno, ma non necessariamente perché c’erano altri interessi. Ci stavamo raffreddando dopo un periodo di passione e una sera Mel mi chiamò al telefono e, dopo il classico preambolo apparentemente casuale ma studiato per entrare in argomento, iniziò a interrogarmi sul mio senso di paternità. Paternità/maternità: argomento mai affrontato insieme, nemmeno lontanamente. Dopo la decima domanda ne feci una io, sulle ragioni di quella improvvisa e urgente curiosità. Lei rispose, quasi fosse un dettaglio, che aveva un piccolo e probabilmente insignificante ritardo. Non provai nulla. Come se non mi riguardasse, o fosse la scena di un film. Poi, per qualche giorno non entrò più in tema, e io me ne dimenticai. Ma circa una settimana dopo mi chiamò e mi disse che dovevamo vederci. Mi diede appuntamento dopo la fine delle lezioni nel giardino dietro all’edificio amministrativo dell’università. Un po’ di paura per quello che mi avrebbe detto l’avevo. Forse temevo maggiormente che volesse dirmi che c’era qualcun altro, o forse desideravo pensare così. Invece ecco come avvenne: mi venne incontro, mi salutò guardandomi negli occhi ma senza sorridere; quando ci fermammo uno di fronte all’altra, mi prese le mani e iniziò a giocarci, facendole rimbalzare le mie palme sulle sue; per un minuto si concentrò su questo movimento, mentre io aspettavo che parlasse. Sapevo che l’avrebbe fatto, e che l’avrebbe fatto quando le parole erano pronte. Sapevo che dovevo lasciar fare a lei. E infatti, dopo l’ennesimo rimbalzo, sollevò il viso pensieroso, e con un mezzo sorriso mi disse “allora, pare proprio che avremo un bambino”. Quel suo mezzo sorriso, quel suo umore pensieroso: per la prima volta Mel mi parve trovarsi di fronte a una situazione sconosciuta, e mi fece una tenerezza enorme. Mi guardava senza quella maschera di sicurezza ed esperienza che aveva usato per conquistarmi, che era la stessa che avevo indossato io per averla. Risi, smisi anch’io il mio travestimento, e lei rispose ridendo. “Quanto tempo abbiamo per organizzarci?”, le chiesi. Lei capì che non era una domanda stupida: “Io e te, un paio di mesi, forse tre; per il resto direi dai cinque agli otto, chi lo sa?” E così iniziammo a prepararci, a dirlo in casa, lei ai suoi onnipresenti genitori, io ai miei indispensabili nonni prima di tutto. Decisero di prendersi cura di noi, noi decidemmo di aiutarli continuando a vivere separati e continuando a studiare.  Mia nonna, mi disse una cosa che mi rimarrà sempre impressa: “se lasci che questo bambino ti distolga da quel che stai facendo così bene, anche se questo bambino te lo sei cercato tu, difficilmente gli vorrai il bene che merita; a lui pensiamo noi, finché possiamo: tu pensa a sistemarti”. Tutto a posto, la vita continuava, bella, varia e incontenibile.

E non fu neanche quando nacque Adam, al Mount Hope, in quella sala operatoria in cui non potei entrare, ma da cui mi portarono un fagottino verde da cui proveniva un pianto inverosimile, fino a quando me lo misero in mano e vidi la bocca spalancata, enorme, gli occhi chiusi strettissimi e i pugnetti anch’essi stretti e tremanti. I preparativi erano serviti ad arrivare a quel momento. Mel stava bene, mi dissero. Ancora non riesco a tradurre in parole le emozioni di quella mattinata. Una certa preoccupazione, inizialmente, per il cesareo, un’attesa lunghissima, anche se l’orologio non arrivò a contare un’ora. Nervosissimo, mi sciolsi in lacrime e baci e carezze e meraviglia. Per Adam, il mio primo ometto, per la mia Mel, dolorante e intontita: mai l’ho rivista così bella. E poi in stanza, imparando i nuovi piccoli gesti, le attenzioni, le richieste sempre molto vigorose e urgenti. Certamente quel ventidue marzo la mia vita cambiò, ma non cambiai io: una nuova sfida si era aggiunta, una sfida continua, a tempo indeterminato, ma io ero lo stesso. Tutto a posto, la vita continuava, bella e varia.

Non fu quando ci sposammo. Non fu quando decidemmo di farlo. Non ci fu nemmeno una proposta vera e propria. Adam aveva undici mesi e stava dormendo sul mio letto (a casa dei miei nonni); eravamo soli Mel e io. Lei mi chiese come stavo. Io risposi che stavo benissimo, convinto, perché era vero. Le rimandai la domanda: lei mi rispose annuendo, con uno sguardo pensieroso che conoscevo bene non perché gliel’avessi visto frequentemente sul viso, ma perché le rarissime volte che l’aveva indossato era sempre stato in momenti decisivi. L’anticipai: “pensi che dovremmo finirla con questo viavai?” e mimai con le mani un traffico tra due o tre direzioni diverse, intendendo la casa dei miei nonni, quella (l’ennesima) di mio padre e della sua attuale compagna e dei loro figli, quella dei genitori di Mel, quella di mia madre, la cui esperienza canadese si era conclusa assai presto. Lei mi rispose: “penso che potremmo iniziare qualcosa di nuovo”. E da quel momento iniziammo a cercare di capire che cosa potesse essere questo “qualcosa di nuovo”. Mia nonna ci offrì ospitalità in un paio di stanze (la mia e quella di zia Betty), e così si fece strada l’idea di sposarci. Lei è pentecostale, io sono cresciuto in una famiglia che si potrebbe definire ecumenica. Scegliemmo la chiesa pentecostale. Non dovemmo fare nulla. A tutto pensò la comunità. E genitori di Mel, che erano quelli che ci tenevano più di chiunque altro. Tutto a posto, la vita continuava, varia, bella e complicata.

Fu quella notte, fu il giorno dopo. Quando Adam si svegliò e ci svegliò piangendo. Il suo pianto presto si trasformò in singhiozzi, i singhiozzi in tremori, i tremori in convulsioni. Non sapevamo come calmarlo, come tenerlo, piccolo com’era nei suoi quindici mesi. Mia nonna prese un pacchetto di fazzolettini e gliela mise in bocca di traverso, poi chiamò l’ambulanza. Io ero impotente. Mel piangeva. Non ricordo come giunsi in ospedale. La scena successiva nella mia mente è lui addormentato in un letto troppo grande, con una flebo al braccio. Fu quella mattina, quando la dottoressa pronunciò una parola durissima da pronunciare e da ascoltare, appena ammorbidita da un condizionale e dal dubbio di altre possibilità e di regressioni col passare del tempo. Fu in quel momento che il mio mondo finì, si sgretolò davanti alla sofferenza di mio figlio. Fu in quel momento, di fronte all’infanzia minacciata di Adam, che fui cacciato dalla mia. Ho sentito di non avere più il diritto di dire: tutto a posto. Ma Adam dovrà essere in grado di farlo. Ma la vita, la sua, continua, varia e bella nonostante tutto. E anche la mia, alla fine, non è niente male.

Il ritorno


8 giugno
Jeanelle non voleva tornare indietro. L’ho pianta per due anni nel freddo di Oxford, in silenzio per non rattristare amici e conoscenti. Lei ha voluto essere sepolta nella sua nuova terra, Jeanelle non è riuscita a tornare indietro.
Dopo quarantun anni di Inghilterra, quaranta di lavoro in fabbrica e uno di pensione, non ancora sessantenne, oggi io torno indietro. Forse è un modo per sentirmi ancora più solo, per lasciarmi alle spalle la donna con cui ho condiviso tutto, perdendomi in un mondo che non mi appartiene più. Ma è anche il modo per ricordarla meglio, come quando insieme facevamo progetti e progettavamo di tornare.
Mi accorgo di essere a Trinidad quando si aprono i portelloni dell’aereo, dall’aria che entra mentre sto armeggiando con il bagaglio a mano nella cappelliera. Un’aria calda, umida, pesante, che scaccia l’aria condizionata e ne sostituisce l’impersonalità con un fiorire d’odori. Odore di pioggia, di fogliame bagnato, sì, ma è come se il calore della pioggia creasse un infuso di essenze speziate, che si respira. E poi l’odore dei ristoranti dell’aeroporto, che sono gli stessi che si trovano a Londra o ad Atlanta, ma che mescolano al solito fritto fragranze che si trovano solo qui.
E so di essere a casa. La memoria viene svegliata dalle narici, un’onda di emozione sale dallo stomaco e si ferma in mezzo al petto, e quasi faccio fatica ad inspirare ancora.
Tutto è cambiato: l’aeroporto è nuovo, i nastri dei bagagli, i negozi, i fast food, l’organizzazione dei facchini. Riconosco però il calore dell’addetta al controllo passaporti che, guardando il timbro dell’ultima mia visita, mi rivolge un sorriso e dice “Bentornato, signore” con un tono di sincerità che mi commuove.
Pioggia leggera, i SUV arrivano, caricano e scaricano persone e valigie, poi ripartono. Io mi siedo fuori dal terminal, ordino una Stag al chiosco, mi ritrovo in mano un bicchierone di plastica molle pieno di birra gelida. Un giovane appollaiato su uno sgabello vicino al mio mi chiede se torno dall’Inghilterra e al mio cenno di risposta leva il suo bicchierone di plastica molle in un ideale brindisi di benvenuto. Sì, torno dall’Inghilterra, un paese a un milione di miglia da qui.
Il taxi mi porta all’Holiday Inn, una novità asettica il cui unico pregio è distare due minuti dall’aeroporto. Vedo equipaggi con diverse uniformi entrare e uscire. Un male necessario: è ormai tardi, ma domani è giovedì, mi organizzerò diversamente.

9 giugno
Oggi è una giornata molto produttiva.
Prima di tutto vedo Jim, nipote di mio cugino Les e unico parente rimasto qui a Trinidad. Tutti gli altri sono sparsi in una mezza dozzina di Stati Uniti, o in Canada. E con Jim riesco ad affittare un appartamento ad Arouca per tre mesi, a noleggiare un’auto (una vecchia Corolla con targa P, come “private”, non R come “rental”, che attirerebbe parecchie attenzioni non desiderate), ad aprire un conto alla Republic Bank di Arima, e a raccogliere informazioni su come ottenere rinnovi e rilasci dei documenti che mi occorrono.
Riesco anche a godermi un buon pranzo da Wings, roti e pollo in umido. Appena arrivati in Inghilterra, Jeanelle e io avevamo cercato ingredienti caraibici per cucinare o ristoranti in cui si potessero gustare i sapori di Trinidad, con le sue tante tradizioni e i loro spettacolari intrecci. Poi, col passare del tempo, ci siamo rassegnati all’unicità, al fatto che il cibo creolo o indiano in Inghilterra non ha lo stesso effetto sul palato di quello di casa. E ogni volta che siamo venuti in visita, quello gastronomico è stato un elemento centrale, com’è realmente nella vita di ogni trinidadiano.
I piatti a cui ho rinunciato per quarant’anni devono tornare ad essere quotidianità, a partire da oggi, primo giorno della mia prima ed ultima visita da solo al mio Paese. Wings, St Augustine: si ordina, si asporta o si mangia ai tavoli; lo ricordavo migliore, forse anche più pulito, ma la sua salsa di peperone piccante (“della suocera”) rimane insuperabile.

10 giugno
Il sogno che tanti anni fa aveva spinto Jeanelle e me ad attraversare l’Atlantico era stato quello di tornare, un giorno, con i nostri figli, ad aprire una pensione a Tobago. Di figli non siamo riusciti ad averne; Jeanelle non è stata capace di lasciare quello che avevamo costruito con tanti sacrifici, finché non è stato troppo tardi. Il sogno, però, c’è ancora. Può contare ormai solo sulle mie forze, che grazie a Dio non mancano. Andrò a Tobago, presto. Ma prima voglio visitare qualche agenzia immobiliare qui a Trinidad. Con tutta probabilità è qui che la compravendita avverrà.
Ma oggi piove. Mi rendo conto che quarant’anni di Inghilterra non mi hanno reso un inglese. La pioggia è immediatamente tornata ad essere ciò che era prima di andarmene da qui: una compagna quotidiana, in questa stagione, molesta solo se troppo intensa e principalmente a causa degli allagamenti. Una compagna contro cui l’ombrello è inutile: se pioggia debole, non vuoi proteggertene, se intensa, non puoi, con un ombrello.
E’ una tropical wave, ha detto un tale al TruValu stamattina. (A proposito, da quanto tempo non mi capitava di scambiare parole con qualcuno al supermercato?) Vuol dire che pioverà tutto il giorno. Potendo approfittare della Corolla e del prezzo della benzina, dedico la giornata a una gita e a riprendere dimestichezza con le strade e i luoghi. Dopo aver messo al sicuro la spesa, imbocco la Churchill-Roosevelt Highway verso est, finché questa non si assottiglia in una strada di campagna. A Sangre Grande diluvia. Poi prendo verso sud. Manzanilla arriva prima di quanto mi ricordassi. Ed ecco la strada costiera, tra palme e boscaglia, l’Oceano quasi sempre in vista sulla sinistra. Arrivo a Mayaro e non piove più. Fatico a riconoscere i luoghi, ma per fortuna la chiesa è ancora al suo posto. Scendo e proseguo a piedi scalzi, su una sabbia umida, a tratti bagnata, qualche goccia ancora in caduta libera. Vedo, noto, studio e fotografo mentalmente le nuove guesthouse nate abbondanti a ridosso della spiaggia. Mi fermo, mi siedo su di un tronco cavo appena fuori dal bagnasciuga.
Eccoti. Fragoroso, specialmente oggi, vivace, forte, a tratti violento, mi chiami. E io, spogliandomi, rispondo. Sulla spiaggia: nessuno, solo due cani randagi piuttosto malconci, che stanno alla larga. Le finestre intorno chiuse e oscurate da pesanti tende. Siamo soli, sapevo che così sarebbe stato.
E finalmente arriva anche il bentornato della mia terra, che è un abbraccio d’acqua. Sotto la calda pioggia che riprende, acqua dall’alto, è l’Oceano da sotto e da tutti i lati a spingermi e tirarmi, premersi contro di me e lasciarmi andare, mentre io sto in piedi, immerso fino al petto, le braccia larghe a ricambiare l’abbraccio.
Ricordo i weekend estivi che proprio qui, adolescenti, Jeanelle e io trascorrevamo, e il ricordo delle nostre essenziali conversazioni mi porta a sollevare gli occhi verso est: so che laggiù, oltre un orizzonte chiuso dai nembi, c’è la terra dei nostri avi, un’Africa mai vista, il nostro mito delle origini. Ma l’orizzonte è chiuso, il cerchio d’acqua ha centro qui, ed è qui che Jeanelle e io parlavamo.
Gli occhi scendono, i passi mi riportano a riva, mi volto ancora a guardare l’immensità di questo caldo grembo che avvolge un’intera nazione. Ah, è un caldo grembo, non una barriera di gelo come quella che separa le isole britanniche dal resto del mondo.
Ora ho i piedi soli nell’acqua. Una lieve brezza ora si fa avvertire sul mio corpo bagnato, ma non ho freddo. Le onde sottraggono sabbia da sotto di me, come volessero invitarmi a non andarmene. E vorrei rispondere: no, non me ne andrò, non posso chiamare casa nessun altro luogo, e Jeanelle è qui, ve la ricordate? non mi tratterrà più altrove. Ma non so parlare al mare, non con la bocca; no, sono gli occhi a prendere l’iniziativa, ed è acqua salata la loro espressione. Mi versano, i miei occhi, nel grande pianto che mi circonda.
Ma a Mayaro non piove più, sul tronco i miei vestiti sono asciutti.