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Di motociclisti e altro

Stavo leggendo (ai miei pargoli) di una motocicletta volante cavalcata da un gigante ispido che recava con sé un bambino in fasce. E poi del sogno, probabilmente ricorrente, di quest’ultimo, una volta cresciutello, riguardante tale veicolo volante.

E così mi sono incuriosito, e siccome domani il più grande dei miei pargoli salta scuola grazie al provvido intervento del santo patrono locale, mi sono chiesto: ma i motociclisti avranno un santo patrono che li protegga anche intanto che volano?

Di coincidenza in coincidenza mi sono trovato a scoprire che esiste un santo patrono dei motociclisti: un tale santo da Harley Davidson che calò dall’Irlanda mille secoli fa rombando lungo la via per Roma e fondando monasteri ovunque si fermasse a sostare.

Uno ce l’ho vicino, nella nostra Emilia così ricca e oggi così poco elettorale, dove è morto e riposa il centauro monastico, e dove proprio oggi si è celebrata la tradizionale sagra, nella ricorrenza della morte, che pare sia avvenuta proprio il 23 novembre del 615.

Ecco, pensando al buon irlandese (wikipedia ne traduce il nome gaelico come “bianca colomba”), penso che avremmo bisogno oggi di bikers come lui. Che attraversano l’Europa piantando semi spirituali, che germogliano, sviluppano radici che tengono insieme, con la forza dei valori e dell’umanità, un continente oggi diviso come mai negli ultimi sessant’anni.

Buon san Colombano!

Chiediamoci il meglio

E’ sempre qualcun altro a chiederci di adattarci.

O forse fa molto comodo proporre l’ennesimo livellamento al ribasso come un adeguamento a come stanno le cose in Europa.

Fatto sta che, ancora una volta, si parla di ridurre il percorso scolastico di un anno, “perché in Europa si fa così”.

Rispetto all’Europa, però, l’Italia ha qualche caratteristica particolare. Non mi risulta che in altri paesi europei vengano sciolti d’autorità organi elettivi per collusione con la criminalità organizzata. Non mi pare di aver sentito che in altri paesi le forme di devozione popolare si inchinino, fisicamente o metaforicamente, al potente locale, magari anch’esso affiliato a forme di criminalità organizzata.

E mi pare di poter dire che si tratti della punta dell’iceberg, un iceberg che viaggia tranquillamente lungo le autostrade italiane da nord a sud, da est a ovest, isole comprese. L’iceberg di una vera emergenza culturale che dai tempi del boom degli anni Ottanta è stata più cavalcata che affrontata e che ora ci ritroviamo in giardino, più o meno tutti quanti.

Dov’è che insegniamo ai nostri giovani il senso dello Stato, delle istituzioni, della convivenza civile, delle regole, dei diritti e dei doveri?

Allora, smettiamola di far finta che l’Europa ci chieda un percorso scolastico di dodici anni e non di tredici. L’Europa, quella a cui l’Italia ha contribuito fin dal dopoguerra, vuole un Italia europea. Vuole che superiamo le nostre emergenze culturali, una buona volta. Vuole che investiamo sulla scuola, non che continuiamo a tagliarla.

Investire vuol dire, prima di tutto, metterci soldi. E energie, idee, lungimiranza.

Il resto è disonestà intellettuale, e forse non solo intellettuale.

Sogni per l’estate

Sogni, nel senso che con il bilancio familiare che ci troviamo dovremo fare una scelta molto oculata, casomai. E non è solo una questione economica: anche avendo quelle mille lire al mese in più, probabilmente, in questo periodo un po’ di sobrietà la metterei sul piatto comunque.

Poi sogni, intendiamoci: non è che i miei sogni siano tutti su dove passare la settimana di ferragosto.

Però in mezzo alle preoccupazioni sull’elezione del Presidente, sul futuro del Sistema Paese, sulle supercazzole dei nostri economisti che ormai non sanno più che pesci pigliare, mi sono rifugiato nel mondo dei desideri, dei profumi, dei colori, dei sapori, delle esperienze.

Faccio un catalogo, metto insieme ricordi e fantasie, e poi si vedrà. Già tempo fa avevo fatto un elenco del genere, ma era più una lista della spesa, senza motivazioni e senza una prospettiva temporale. Invece ora parlo dell’estate, quel che si potrebbe fare, con la mia ciurma.

  • Numero uno, sempre, sarebbe poter tornare a Trinidad. Magari approfittandone per una capatina in qualche altra isola dell’arcipelago (Martinica o Guadalupa in primis). Ma questo è decisamente fuori target, quest’anno, per vari motivi.
  • Mi piacerebbe visitare, finalmente, la Sicilia. Desiderio risvegliato sicuramente dal nuovo episodio di Montalbano visto lunedì sera, ma mai davvero sparito dalla circolazione.
  • Anche la Sardegna, ovviamente. Nel corso degli ultimi anni ho collezionato località consigliate: bisognerà prima o poi verificare, no?
  • Un giro in Grecia, anche. Tornare nel Peloponneso o puntare su Creta? Le isole Ionie, o il Dodecaneso? (Ecco, le Cicladi invece mi interessano decisamente meno). Qui ammetto una parzialità di origine gastronomica…
  • E perché non il Salento? Già l’anno scorso ci è sfumata una vacanza già prenotata per problemi di ferie: perché non ritentare?
  • Montagna. Certo, una bella settimana in Alto Adige o anche in Austria. In Austria in vacanza non ci sono mai stato, ma mi parlano molto bene dei servizi per famiglie e dei prezzi; in Alto Adige si aggiungono anche i panorami mozzafiato delle Dolomiti. In realtà non mi dispiacerebbe nemmeno provare un anno anche un soggiorno in Val d’Aosta, anche se, non so: non sento lo stesso feeling.
  • Magari, ai margini della stagione, ci potrebbe anche stare una vacanza spagnola, tra Barcellona e Valencia, entrambe città che mi dicono tutti essere molto child-friendly, ad esempio, o più giù in Andalusia.
  • E inoltre ci metto anche, non so bene né come né dove (le mie esperienze francesi, ad esempio, sono state eccezionali), un’avviamento al campeggio ai piccoli di casa… dove per “campeggio” intendo in tenda, per ora col nostro piccolo iglù: tanto d’estate si sta all’aria aperta il più possibile…

Mi pare una lista ragionevole, su cui cominciare a lavorare. Qualche idea da aggiungere? Fate anche voi così, o come fate a decidere?

Nemmeno il coraggio da niente

E’ di stamattina, su Repubblica.it, la notizia che il ministro Profumo stia predisponendo il passaggio di consegne al prossimo ministro raccomandando, come misura prioritaria per il 2013, l’anticipo di un anno del diploma.

E’ una questione che da tempo torna ricorrentemente alla ribalta: il nostro percorso scolastico dura un anno in più della maggior parte dei percorsi dei paesi europei e quindi, per allinearci, bisogna ridurre a 4 gli anni di scuola superiore, in modo che il diploma arrivi a 18 anni, come “in Europa”, e non più a 19 anni.

Il ministro Profumo, forse più onestamente di altri che hanno proposto in passato la stessa misura, ammetterebbe, secondo l’articolo, che si tratta di una misura dal forte impatto economico che consentirebbe di dirottare più risorse per la qualificazione dell’offerta formativa. Come dire: meno scuola, ma di maggiore qualità.

Il ministro Profumo io l’ho sentito parlare in un confronto televisivo con  il prof. Settis, e lo ricordo quasi con tenerezza, la tenerezza di chi, candidamente, ammette di non aver avuto tempo e strumenti per fare quel poco che avrebbe dovuto fare. Forse l’avremmo ricordato, dopo ministri preclari per aver affossato il sistema scolastico, per non aver avuto il coraggio di infierire ulteriormente. Ed ecco il tocco magistrale del ritratto: la raccomandazione al successore di tagliare di un anno.

Qualche pensiero sparso, francamente l’ilarità che si mescola alla rabbia non mi consente un’analisi più ragionata di così.

  1. L’opportunità. Io dico: ce ne sono di disallineamenti tra Italia ed Europa, alcuni addirittura vergognosi, in tema di diritti. C’è però un campo in cui l’Italia fa più di quanto non faccia la media degli altri Paesi europei: di più, non vuol dire necessariamente meglio, ma è di più, in un settore in cui, quanto a investimenti, siamo messi maluccio in confronto agli stessi Paesi. E dove andiamo a intervenire?
  2. Tagliare di un anno significa tagliare la necessità di spazi, ottimo. Tagliare la necessità di dotazioni, benissimo. Tagliare il corpo insegnante. Eccolo lì: dopo il fallimento della proposta  di tagliare il corpo insegnante facendolo lavorare di più a parità di fabbisogno orario, ecco la ovvia alternativa: far lavorare tutti come prima facendo però calare il fabbisogno complessivo di ore. Lasciamo stare allora l’allineamento con l’Europa. Il motivo è lo stesso: c’è da far cassa, ancora.
  3. Far cassa sulla scuola e sugli insegnanti. Ricordiamolo: gli insegnanti sono persone, hanno famiglie, hanno una formazione spesso molto orientata e difficilmente riconvertibile. Da un punto di vista meramente economico, questa è una misura che non ha nulla di scandaloso in tempi di mercato del lavoro che gira forte: nel 2013, però, non mi pare la genialata che risolve i problemi del Paese. Soprattutto perché ne crea altri, sempre a livello economico. E ricordiamo che gli insegnanti stanno già pagando parecchio: senza contratto da anni, senza scatti di anzianità da anni, con stipendi fortemente disallineati con la media europea da anni, senza investimenti da anni, lavorando in luoghi talvolta nemmeno a norma da anni…
  4. Ho messo prima i pensieri di ordine economico perché sono quelli che l’intervento del ministro Profumo mi hanno suscitato con maggiore immediatezza: è una proposta evidentemente unicamente basata su motivazioni economiche. Non mi si faccia ridere sul fatto che un diciannovenne italiano sia in difficoltà a competere con un diciottenne ceco per via di quell’anno di scuola in più. Dovrebbe, a mio avviso, essere il contrario.
  5. Immaginate di essere sovrappeso. Per me è più di una fantasia. E immaginate di presentarvi dal dietista e che questi vi dicesse: “dunque sono 10 kg di troppo, direi che potremmo togliere un avambraccio”. Ho il sospetto che vi mettereste a ridere e poi, una volta accertata la serietà della proposta, cambiereste dietista. Perché il corpo umano è un sistema, un sistema complesso, e di fronte al compito di ridurne le dimensioni, la soluzione semplice di eliminarne un pezzo tout-court è banalmente un’idiozia; un’idiozia criminale, oltretutto, perché compromette il funzionamento del tutto. Non so, devo andare avanti spiegando l’allegoria? Il sistema scolastico italiano è diverso da quello degli altri Paesi: diverso perché concepito e realizzato in modo diverso, sulla base di 5+3+5 anni di scuola. Può anche darsi che diventerà necessario ridurre il ciclo secondario di secondo grado di un anno: ma bisognerà farlo in modo complessivo, ripensando complessivamente almeno il ciclo stesso. Almeno. Non credo che un ministro che in un anno abbondante ha fatto fatica a capire cosa riusciva o non riusciva a fare possa permettersi di raccomandare un’operazione progettuale di tale portata nell’ambito dei prossimi 9 mesi.
  6. Provate a chiedere a un docente universitario se gli studenti che si trova davanti hanno fatto troppa, o troppo poca scuola superiore.
  7. E infine trovo avvilente che il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca della Repubblica Italiana avalli l’idea che il suo settore, stravolto negli ultimi vent’anni da tagli di ogni tipo e formato, per funzionare abbia bisogno di ridurre ulteriormente le spese, tra cui quelle per il personale, in modo lineare, per poi destinare, a saldo zero, le risorse così liberate a migliorare l’offerta formativa. Primo: se è a saldo zero non è investimento, è redistribuzione. Secondo: la qualità dell’offerta formativa non è scaduta perché il sistema non funziona, è scaduta, casomai, prima di tutto perché il sistema è stato considerato una riserva da cui attingere risparmi a bilancio invece che un capitolo strategico di spesa su cui investire riqualificando. C’è da stupirsi che il sistema ancora stia in piedi, piuttosto. Terzo: visto che parliamo di allineamento con l’Europa, vediamo di quanto hanno tagliato gli altri Paesi il bilancio dell’istruzione durante la crisi. Quarto: Ministro, ma visto che probabilmente dovrà cedere la mano e visto che il coraggio di chiedere al suo successore di fare quel che non ha fatto lei è un coraggio da niente, ma nemmeno il coraggio di chiedere di tornare a investire sulla scuola con soldi veri? Nemmeno quel coraggio lì?
  8. Dobbiamo fare attenzione. Tra le giravolte della politica di questi giorni, le malie del Conclave, sono queste le notizie importanti che rischiano di passare inosservate e di condizionare, però, fortemente il futuro del nostro Paese, il presente e il futuro dei nostri figli.

Eurosolidarietà

Così, in margine alla notizia che Germania, Svezia, Finlandia, Olanda e Regno Unito si rifiuterebbero di pagare i fondi europei già approvati all’unanimità per il terremoto in Emilia, mi va di postare un paio di citazioni, trovate qui sulla rete, di due figure che vengono considerate i padri fondatori dell’Europa, tra cui un tedesco.

Valga a renderci conto di cos’è oggi l’Europa, quanto lontano sì è spinto il progetto, sia nel senso di quanto è già stato realizzato, sia purtroppo anche nel senso di una evoluzione ideale e ideologica che rischia di mettere in discussione il tutto.

Alla fine forse sarà bene renderci conto, tutti noi europei, che non ci sono primi e ultimi della classe: che è vero, ci sono quelli che hanno avuto le tasche bucate; ma ci sono anche quelli che, nel fare le pulci ai centesimi, hanno perso di vista il motivo per cui un insieme di Paesi sovrani distrutti dalla guerra ha deciso di camminare insieme. E che in una comunità internazionale, tra un Paese di evasori e di corrotti e uno giusto e onorevole ma che si permette di imporre condizioni capestro a Paesi in difficoltà o addirittura negare i propri aiuti a regioni colpite da disastri naturali, beh non so proprio quale sia peggio. Certamente non è questa l’Europa di cui voglio far parte.

“L’Europa non sarà fatta in un sol colpo, né con una costruzione d’insieme: essa si farà attraverso realizzazioni concrete – creando dapprincipio una solidarietà di fatto”.

(Robert Schuman, 9 maggio 1950)

“A De Gasperi mi legava una stretta e sincera amicizia. Negli anni della ricostruzione europea ho trovato sempre in lui un uomo e uno statista che, per genuina coscienza europea e per profondo senso cristiano della responsabilità, impegnava completamente la sua personalità nella riuscita di questa grande impresa. Ripenso spesso a questo preludio europeo e a quei dialoghi, nei quali De Gasperi, con vigorosa e spesso scongiurante insistenza, metteva in risalto la necessità che il futuro e la sicurezza dei nostri due popoli si fondessero in un’Europa politicamente unita. Il patriottismo di De Gaperi non era nazionalista; esso scaturiva unicamente dal desiderio di rafforzare il suo Paese mediante il concorso alla solidarietà europea. Per lui l’Europa non era un meccanismo di primaria importanza, non una forza organizzativa tecnica, bensì volontà politica di conseguire una unità politica. […]
Alcide De Gasperi va posto tra quelle spiccate personalità politiche che con semplicità, con limpidezza e con fermezza hanno indicato al loro popolo e all’Europa la via verso un avvenire di sicurezza e di pace. L’opera di tutta la sua vita deve essere per noi impegno a proseguire su questa strada. Noi siamo consci che questo cammino sarà ancora molto spinoso. De Gasperi ci ha lasciato in eredità la dimostrazione esemplare che senso cristiano della responsabilità, integrità morale, impegno personale e vigore di condotta politica sono le qualità per giovare al proprio popolo, all’Europa e alla libertà del mondo occidentale”.

(Konrad Adenauer, cit. da Concretezza, 1964, su 30giorni).

C’è Europa ed Europa

Lo dico da europeista convinto, come uno che ha sempre visto i passi dell’integrazione europea come la vera grande novità del secolo appena passato.

Un’Europa che strangola non è ciò che i suoi fondatori avevano in mente, non è ciò per cui abbiamo tutti fatto sacrifici e in cui abbiamo creduto facendoli.

Se l’Europa è quella in cui la Germania, a cui alla fine dell’ultima guerra mondiale sono stati cancellati i debiti e a cui è stato regalato un cambio marco/euro assolutamente favorevole per ripagare la riunificazione, e pochi altri Paesi opportunisti, per motivi interni si permettono di confondere rigore con punizione, risanamento con mortificazione, se l’Europa è questa, io credo che l’Italia, da stato fondatore, non abbia più nessun motivo di farne parte.

Se l’Europa è quella delle banche e della finanza, e non quella dei popoli, credo che nessun italiano abbia firmato per esserci dentro.

Io credo che questo il nostro governo debba mettere sul tavolo, di fronte alle vicende greche e spagnole, nella speranza di riportare lo spirito europeo nelle sue istituzioni. Ed eventualmente, davvero, decidere di uscirne, finché uscire sarà ancora possibile considerarlo una disgrazia, ma non una tragedia.