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Nemmeno il coraggio da niente

E’ di stamattina, su Repubblica.it, la notizia che il ministro Profumo stia predisponendo il passaggio di consegne al prossimo ministro raccomandando, come misura prioritaria per il 2013, l’anticipo di un anno del diploma.

E’ una questione che da tempo torna ricorrentemente alla ribalta: il nostro percorso scolastico dura un anno in più della maggior parte dei percorsi dei paesi europei e quindi, per allinearci, bisogna ridurre a 4 gli anni di scuola superiore, in modo che il diploma arrivi a 18 anni, come “in Europa”, e non più a 19 anni.

Il ministro Profumo, forse più onestamente di altri che hanno proposto in passato la stessa misura, ammetterebbe, secondo l’articolo, che si tratta di una misura dal forte impatto economico che consentirebbe di dirottare più risorse per la qualificazione dell’offerta formativa. Come dire: meno scuola, ma di maggiore qualità.

Il ministro Profumo io l’ho sentito parlare in un confronto televisivo con  il prof. Settis, e lo ricordo quasi con tenerezza, la tenerezza di chi, candidamente, ammette di non aver avuto tempo e strumenti per fare quel poco che avrebbe dovuto fare. Forse l’avremmo ricordato, dopo ministri preclari per aver affossato il sistema scolastico, per non aver avuto il coraggio di infierire ulteriormente. Ed ecco il tocco magistrale del ritratto: la raccomandazione al successore di tagliare di un anno.

Qualche pensiero sparso, francamente l’ilarità che si mescola alla rabbia non mi consente un’analisi più ragionata di così.

  1. L’opportunità. Io dico: ce ne sono di disallineamenti tra Italia ed Europa, alcuni addirittura vergognosi, in tema di diritti. C’è però un campo in cui l’Italia fa più di quanto non faccia la media degli altri Paesi europei: di più, non vuol dire necessariamente meglio, ma è di più, in un settore in cui, quanto a investimenti, siamo messi maluccio in confronto agli stessi Paesi. E dove andiamo a intervenire?
  2. Tagliare di un anno significa tagliare la necessità di spazi, ottimo. Tagliare la necessità di dotazioni, benissimo. Tagliare il corpo insegnante. Eccolo lì: dopo il fallimento della proposta  di tagliare il corpo insegnante facendolo lavorare di più a parità di fabbisogno orario, ecco la ovvia alternativa: far lavorare tutti come prima facendo però calare il fabbisogno complessivo di ore. Lasciamo stare allora l’allineamento con l’Europa. Il motivo è lo stesso: c’è da far cassa, ancora.
  3. Far cassa sulla scuola e sugli insegnanti. Ricordiamolo: gli insegnanti sono persone, hanno famiglie, hanno una formazione spesso molto orientata e difficilmente riconvertibile. Da un punto di vista meramente economico, questa è una misura che non ha nulla di scandaloso in tempi di mercato del lavoro che gira forte: nel 2013, però, non mi pare la genialata che risolve i problemi del Paese. Soprattutto perché ne crea altri, sempre a livello economico. E ricordiamo che gli insegnanti stanno già pagando parecchio: senza contratto da anni, senza scatti di anzianità da anni, con stipendi fortemente disallineati con la media europea da anni, senza investimenti da anni, lavorando in luoghi talvolta nemmeno a norma da anni…
  4. Ho messo prima i pensieri di ordine economico perché sono quelli che l’intervento del ministro Profumo mi hanno suscitato con maggiore immediatezza: è una proposta evidentemente unicamente basata su motivazioni economiche. Non mi si faccia ridere sul fatto che un diciannovenne italiano sia in difficoltà a competere con un diciottenne ceco per via di quell’anno di scuola in più. Dovrebbe, a mio avviso, essere il contrario.
  5. Immaginate di essere sovrappeso. Per me è più di una fantasia. E immaginate di presentarvi dal dietista e che questi vi dicesse: “dunque sono 10 kg di troppo, direi che potremmo togliere un avambraccio”. Ho il sospetto che vi mettereste a ridere e poi, una volta accertata la serietà della proposta, cambiereste dietista. Perché il corpo umano è un sistema, un sistema complesso, e di fronte al compito di ridurne le dimensioni, la soluzione semplice di eliminarne un pezzo tout-court è banalmente un’idiozia; un’idiozia criminale, oltretutto, perché compromette il funzionamento del tutto. Non so, devo andare avanti spiegando l’allegoria? Il sistema scolastico italiano è diverso da quello degli altri Paesi: diverso perché concepito e realizzato in modo diverso, sulla base di 5+3+5 anni di scuola. Può anche darsi che diventerà necessario ridurre il ciclo secondario di secondo grado di un anno: ma bisognerà farlo in modo complessivo, ripensando complessivamente almeno il ciclo stesso. Almeno. Non credo che un ministro che in un anno abbondante ha fatto fatica a capire cosa riusciva o non riusciva a fare possa permettersi di raccomandare un’operazione progettuale di tale portata nell’ambito dei prossimi 9 mesi.
  6. Provate a chiedere a un docente universitario se gli studenti che si trova davanti hanno fatto troppa, o troppo poca scuola superiore.
  7. E infine trovo avvilente che il Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca della Repubblica Italiana avalli l’idea che il suo settore, stravolto negli ultimi vent’anni da tagli di ogni tipo e formato, per funzionare abbia bisogno di ridurre ulteriormente le spese, tra cui quelle per il personale, in modo lineare, per poi destinare, a saldo zero, le risorse così liberate a migliorare l’offerta formativa. Primo: se è a saldo zero non è investimento, è redistribuzione. Secondo: la qualità dell’offerta formativa non è scaduta perché il sistema non funziona, è scaduta, casomai, prima di tutto perché il sistema è stato considerato una riserva da cui attingere risparmi a bilancio invece che un capitolo strategico di spesa su cui investire riqualificando. C’è da stupirsi che il sistema ancora stia in piedi, piuttosto. Terzo: visto che parliamo di allineamento con l’Europa, vediamo di quanto hanno tagliato gli altri Paesi il bilancio dell’istruzione durante la crisi. Quarto: Ministro, ma visto che probabilmente dovrà cedere la mano e visto che il coraggio di chiedere al suo successore di fare quel che non ha fatto lei è un coraggio da niente, ma nemmeno il coraggio di chiedere di tornare a investire sulla scuola con soldi veri? Nemmeno quel coraggio lì?
  8. Dobbiamo fare attenzione. Tra le giravolte della politica di questi giorni, le malie del Conclave, sono queste le notizie importanti che rischiano di passare inosservate e di condizionare, però, fortemente il futuro del nostro Paese, il presente e il futuro dei nostri figli.

Ingiusto, odioso e stupido

Mi chiede un’amica: ma se io lavoro 36 ore alla settimana, gli insegnanti non possono lavorarne 24?

Certo che possono. Lo fanno, normalmente, a meno che non abbiano spezzoni, part-time o riduzioni d’orario, con conseguente riduzione dello stipendio. Perché il docente lavora spesso a casa; c’è a chi piace e a chi non piace (per esempio, io ci starei anche 8 ore al giorno a scuola, se avessi un ufficio mio in cui lavorare, come già ho avuto modo di scrivere). Anche qui, c’è chi lavora di più e di meno, ma spesso è solo una questione di buona volontà, perché anche chi insegna educazione fisica può voler assegnare compiti scritti a casa (da correggere), e un insegnante di educazione fisica, con due ore per classe e classi da 27 alunni, in 18 ore settimanali riesce a vedere 243 alunni. Un docente medio di una disciplina come matematica, se è mediamente organizzato, seguendo quattro classi fa una verifica al mese in ognuna e ogni settimana ha 27 elaborati da correggere. Vogliamo essere velocissimi? Dieci minuti l’una? Sono 270 minuti: facciamo quattro ore. Ma non sto contando la correzione dei quaderni e dei compiti a casa, non sto contando il lavoro per le tesine, non sto contando le risposte alle email degli studenti che chiedono chiarimenti, non sto contando progetti e percorsi. No, semplicemente il lavoro di valutazione che è necessario e fa parte delle funzioni del docente. Non sto nemmeno contando il lavoro sugli obiettivi di apprendimento, che significa tradurre il voto (che con un po’ di esperienza e qualche griglia si fa al volo) in un giudizio (richiesto!) sulle competenze dei singoli alunni. Andiamo avanti.

Le lezioni le vorrà anche preparare o andrà in classe così, improvvisando? Facciamolo ancora medio: facciamo che ne prepari una su tre. Un quarto d’ora di preparazione ogni giorno per 5 giorni? E non sto parlando della preparazione di una verifica, che richiede spesso molto più tempo. Non sto parlando della fotocopiatura dei testi da consegnare, che si fa a scuola sì, ma troppo spesso a proprie spese (a questo proposito, rimando qui…). Non sto nemmeno parlando della lettura, dell’approfondimento, del coltivare la propria disciplina. No, solo aprire il libro di testo e guardare di cosa si parlerà all’indomani.

Ecco, 18 ore di lezione, 1 ora di ricevimento, 4 ore e mezzo, un’ora e un quarto: siamo a 24 ore e 45 minuti. Ding.

E non ho parlato dei consigli di classe, 40 ore all’anno; degli scrutini, a parte; delle attività collegiali, altre 40 ore all’anno. E non ho parlato delle riunioni, dei progetti (questi, è vero, sono retribuiti, per quanto risibilmente, ma li lascio fuori). Delle gite, per cui non esiste la diaria, non esiste una trasferta ed è persino difficile ottenere il rimborso spese dei pasti.

La cosa odiosa, odiosa come fare il computo delle 24 ore e 45 minuti, per quanto mi riguarda, viene dal fatto che tanti (forse troppi?) insegnanti questi conti non li fanno perché non li vogliono fare. Perché ritengono, a torto o a ragione, che questo faccia parte naturalmente del proprio mestiere, della propria missione. Si tratta degli insegnanti che lasciano un segno nella scuola, negli studenti, nelle loro famiglie; un segno positivo. Sono insegnanti che non contano le energie spese o le ore dedicate. Chiamiamoli gli insegnanti A. E poi ci sono i fannulloni. Tra gli insegnanti non più che in altre categorie, visto che comunque gli incentivi economici non sono particolarmente allettanti. Ma sarebbe disonesto dire che non ce ne sono: gli insegnanti B.

Portare a 24 ore di lezione l’orario degli insegnanti (qualche link: da Repubblica.it, da Leonardo, dal Sole24Ore, dal blog di Mariangela Galatea Vaglio),  è odioso, per diversi motivi. Primo, visto che è apparentemente il motivo principale per cui la misura viene proposta, quello economico. Gli insegnanti A, ammesso che passi quest’idea, continueranno a fare ciò che facevano prima, solo per un numero maggiore di ore, rammaricandosi di non riuscire a seguire gli alunni e le classi bene come prima, scoraggiandosi o motivandosi a seconda del carattere, insomma lavorando di più per lo stesso stipendio di prima. Come gli insegnanti B, né più né meno. Un cosiddetto taglio lineare: colpisce tutti indistintamente. La rivoluzione del merito. Però: gli insegnanti di ruolo più giovani perderanno la cattedra, o si vedranno fiondare in giro per la provincia (ma… esisterà ancora? in giro per la regione?) per completare le 24 ore in ogni buco in cui si trovino delle ore da racimolare, mentre i meno fortunati precari rimarranno definitivamente senza lavoro, visto che le loro supplenze saranno assorbite da chi è in ruolo. Mi chiedo se i nostri professori abbiano fatto un conto dei costi (sociali, assistenziali in primis) di una misura del genere e se davvero il risparmio l’abbiano misurato in modo completo.

E’ odioso, e questo per me è il motivo predominante, perché va a toccare il modo di far scuola degli insegnanti A. Che sono quelli che, grazie ad una disponibilità quasi mai riconosciuta ufficialmente (men che meno economicamente) fanno andare avanti la nostra scuola. Invece di agevolarli, di assecondarli, di mostrare riconoscenza per i sacrifici già abbondantemente affrontati in questi anni di continui aborti di riforma, perpetrati con l’unico fine di risparmiare e ben lontani invece dall’ottica dell’investimento progettuale e strategico sull’istruzione che ha caratterizzato la politica di molti altri paesi occidentali, specialmente durante la crisi; invece di aiutare i migliori, dicevo, a tenere in piedi la baracca, si colpisce così proprio loro, che la tengono in piedi, la baracca, con l’attenzione personalizzata, con la preparazione, lo studio, la passione.

Un datore di lavoro che, dopo aver bloccato gli stipendi, mancato di rinnovare il contratto, si accanisce non con chi fa perdere soldi e credibilità all’azienda ma con chi le si dedica con passione e competenza, è un datore di lavoro ingiusto, odioso e stupido.

Se li si vuole aiutare, gli insegnanti, rendendo migliore il sistema scolastico, più produttivo, più autorevole, lo si può fare, anche se gli insegnanti hanno  la cattiva abitudine di ritenere di sapere cosa bisognerebbe fare, e pertanto gradiscono normalmente essere consultati. A mio avviso un primo modo sarebbe quello di trovare un modo per valutarli, gli insegnanti, nel complesso di una scuola e forse anche individualmente. Per dar loro una carriera. Per dar loro una varietà di compiti all’interno della scuola (soprattutto se saranno costretti a rimanerci fino a mummificazione avvenuta). Riconoscere che lo studio è lavoro, che la formazione di chi forma i giovani è parte fondamentale della loro credibilità. Smobilitare i B: mandarli alle dogane, alle case cantoniere, dove si vuole, ma lontano da dove possono fare danni. Far lavorare gli insegnanti d’estate, meno ferie (non di più: dove vuoi che vadano con questi stipendi?), che quelle sì sono vergognose: non parlo delle ferie “ufficiali”, ma di quei periodi, ufficialmente non di ferie, ma in cui la scuola è chiusa, o non c’è attività didattica e, se va bene, c’è una riunioncina di un paio d’ore un giorno, poi niente per tre giorni, poi un’altra oretta.

Ne ho dette abbastanza? Non è che voglia dare l’impressione che non ci sia niente da fare, anzi. E, a voler essere onesti, la categoria degli insegnanti non brilla certo per apertura alle novità. Se però intervenire è necessario, è altrettanto necessario che sia fatto in modo intelligente. In una fabbrica di ghiaccio non vai a migliorare le condizioni di lavoro alzando la temperatura.

Gli insegnanti, cara amica, non hanno il problema di contare quante ore lavorano alla settimana. Lavorano per i propri figli, lavorano per i figli di tutti. E quelli che il problema di contare il numero di ore di lavoro se lo pongono, normalmente lo fanno perché vorrebbero lavorare di più, non di meno. Gli insegnanti, cara amica, hanno il problema di difendere la dignità del proprio lavoro. Proprio perché lavorano per i propri e gli altrui figli. Questo sì.

 

[edit 25/10/2012: ecco un link in cui vengono portate cifre un po’ più precise (ed estreme) di quelle indicate dal sottoscritto, e le legittime conseguenze sul sistema scuola del voler infierire su una categoria che da qualche anno paga un po’ più di altre (certo, probabilmente anche meno di altre, ma non siamo mica qui a farci la guerra tra poveri, vero?]

Un computer per classe

Premetto: io ci sono stato in classi attrezzate con un (uno solo!) PC. E mi sono sempre chiesto il senso di tale sfoggio di tecnologia. Anche perché il più delle volte era un PC tardo-latino appesantito con una collezione software rinascimentale, ribollente di virus, dotato unicamente di mouse e monitor (dovrei dire “tubo catodico”). Insomma, non proprio lo stato dell’arte.

E allora, sentendo la promessa del ministro Profumo (un computer per ogni classe, un tablet per ogni insegnante del sud), siccome non sono del sud e non ho idea di cosa sia un tablet, mi sono incuriosito soprattutto a pensare cosa il Ministro abbia in mente. Ne parlavo già qualche mese fa, perché ne aveva parlato già lui.

Vediamo a cosa potrebbe essere utile, l’avere un computer in ogni classe.

  1. Sicuramente l’utilità non riguarda il personale ATA. Senza entrare in altre considerazioni, il Ministro avrebbe detto “in ogni segreteria”, o “in ogni sgabuzzino”, o “in ogni bagno”.
  2. Potrebbe essere utile alla dirigenza: in questo modo, vista la carenza strutturale di luoghi d’incontro e il proliferare di riunioni (sulla cui utilità non voglio esprimermi), ogni aula diventerebbe degna candidata ad ospitare non solo riunioni informali ma anche Consigli di Classe e scrutini.
  3. Veniamo agli insegnanti. E’ escluso che l’insegnante possa usare il computer di una classe per preparare verifiche, stamparle (ma dai, non ci sono soldi per le fotocopie, dove le andremmo a prendere le cartucce per la stampante?), stendere appunti, lavorare. Se non in orario pomeridiano, in cui però, notoriamente, il docente medio preferisce lavorare a casa sul proprio PC, o a scuola su un proprio portatile, solitamente usato da meno mani e quindi in migliori condizioni, con un disco fisso da cui non vengono cancellati materiali almeno da due generazioni di insegnanti e, insomma, su cui si trova meglio.
  4. Potrebbe servire al docente per depositare appunti e materiali per gli studenti. Nell’epoca del cloud mi pare un uso non estremamente avanzato del computer.
  5. Forse come registro elettronico. Il che richiede, però: un server (sennò, una martellata e il registro di un anno se n’è andato), un gestionale fatto bene e che i docenti siano in grado di utilizzare, la scomparsa dei cartacei (altrimenti è lavoro che raddoppia o triplica i tempi dedicati alla burocrazia)… Non è lavoro di un anno, insomma.
  6. Gli alunni: posto che chi ha necessità di un ausilio per l’apprendimento normalmente ce l’ha, almeno dalle mie parti, il PC in aula può servire per stampare lavori (again? con che soldi?), fare ricerche (in classe? trenta alunni su un solo computer?), consultare testi (i famosi “nuovi” libri di testo: anche qui, in trenta sul computer? ma se poi invece sono da stampare, in cosa consiste la grande novità?)
  7. Potrebbe servire agli studenti per imparare un po’ come si usa il computer. Risate dal pubblico. Diciamo piuttosto che potrebbe servire agli studenti ad insegnare qualcosa ai loro prof.
  8. Oppure come diversivo nei momenti morti: manca un prof? ecco in trenta davanti allo schermo a vedere video su youtube! Hai finito la versione? Vai a cercare la traduzione per tutti online e passala ai compagni… Certo, sarebbe un incentivo a finire prima degli altri, visto che il secondo rosica.
  9. Parliamo di didattica? ah, è per quello che serve un PC in ogni classe? Tipo? Per proiettare? Con cosa? Con le ombre cinesi? No, perché sembra che un PC in classe serva a rivoluzionare la didattica: ma il computer è essenzialmente uno strumento per un solo utente, la scuola e la didattica no. Occorrono strumenti ausiliari: proiettori, lavagne interattive, o altre diavolerie ancor più innovative e complicate, per poter fare qualcosa di decente. Si dirà: beh, intanto c’è il PC, poi quando arrivano altri soldi si prenderà anche il resto. Più o meno come dire: intanto ti do il motore, poi quando abbiamo i soldi prendiamo anche i sedili e il volante.
  10. Ma soprattutto occorre qualcosa di ancora più importante. Si chiama formazione. Dei docenti, ovviamente. Conosco colleghi che hanno bisogno di aiuto per accenderlo, un computer. A cosa serve un computer in classe a uno così? E’ un investimento sensato? E anche ai più scafati, quelli che sanno destreggiarsi tra diversi sistemi operativi, come usare un PC in classe non è qualcosa che necessariamente sia chiaro. Quali opportunità (ammesso che ve ne siano e che valga la pena percorrerle!) un computer in ogni classe possa offrire, se si vuole affrontare un investimento di questa portata, farlo bene e andare oltre lo slogan, non è qualcosa da lasciare alla genialità o alla buona volontà dei singoli docenti o degli istituti. Almeno, non solo. Occorre formare i docenti. Se esiste una nuova didattica, in cui il mezzo tecnologico ha un ruolo chiave, se questa nuova didattica sta dimostrando risultati migliori della vecchia (onestamente, però, e scientificamente!), allora deve essere proposta, e il primo investimento deve essere quello di aggiornare le persone che si troveranno a usare gli strumenti informatici.

Per iniziare, e come alternativa, io invece proporrei una caffettiera, una teiera, un bollitore in ogni classe. Oltre che la carta igienica in ogni bagno. Pensiamoci.

Profumo di Natale

Caro ministro Profumo,

mi permetto di scriverle così da questo blog seminascosto perché finalmente, da tecnico, forse può capire quanto segue senza domandarsi compulsivamente se ciò che scrivo lo scrivo da sostenitore o da oppositore e quale tipo di risposta le porterà più voti alle prossime elezioni.

Dice che vuole introdurre i tablet nella scuola: non so cosa siano ma so quanto costano e so che gli studenti italiani sono tanti. Evidentemente lei è babbo Natale. Io sono un insegnante di scuola secondaria di secondo grado (praticamente uno scioglilingua umano), temporaneamente in congedo per studio. In un anno di assenza dalla cattedra e di presenza dietro ai banchi universitari mi sono fatto un’idea di come vorrei che babbo Natale (visto che rientrerò fra un paio d’anni, dopo le vacanze natalizie) trasformasse la scuola nel frattempo. Ed ecco spiegato il motivo della lettera.

No, ministro, nelle mie richieste natalizie non c’è un aumento di stipendio: stia tranquillo. Tenderei però a chiedere che lo stipendio sia aggiornato di anno in anno secondo l’inflazione, perché l’idraulico che anch’io ogni tanto devo chiamare o il meccanico dell’auto, giusto per menzionarne due, l’inflazione la recuperano tutta, e anche di più.

Allora, al rientro delle vacanze di Natale del 2013 mi piacerebbe trovare, così, tanto per iniziare:

  1. Delle classi in cui un insegnante sia in grado di seguire tutti gli alunni: venti, ventidue, venticinque massimo. Oppure classi più grandi in aule più grandi con più insegnanti in compresenza. E scuole sicure, a norma.
  2. Non dover passare ore a compilare registri: di classe, personale, la scheda del registro elettronico… Nel 2012, caro ministro, quando lei parla di tablet, io penso ai primi quindici minuti di ogni prima ora, trascorsi a scrivere e riscrivere le stesse informazioni su tre fogli diversi, e attendere i ritardatari, e annotare le giustificazioni delle assenze, e richiederle ai ritardatari e pregare coloro che da una settimana vengono a scuola senza aver giustificato l’assenza di farlo domani e via dicendo.
  3. Avere a scuola uno spazio mio dove lavorare: lasciare il mio computer, i miei libri, correggere i compiti, preparare le lezioni, telefonare… Penso aiuterebbe molti a maturare un atteggiamento più professionale, l’avere tempi e luoghi dedicati all’interno dell’edificio scolastico. Aiuterebbe coloro che hanno insegnanti in famiglia: quando l’insegnante è a casa, potrebbe esserci per davvero e non dover usare casa propria come ufficio. E potrebbe aiutare anche coloro che non hanno insegnanti in famiglia a capire che l’insegnante non lavora tre ore al giorno.
  4. Poter andare in ferie anche in maggio o in ottobre. Basterebbe che la scuola non finisse il 10 giugno e non riaprisse il 20 settembre e che ogni docente fosse libero di giocarsi le sue ferie quando vuole, anticipando l’inizio o posticipando la fine del proprio corso mentre i colleghi occupano il loro tempo-scuola con attività propedeutiche, di recupero o di approfondimento. Questo potrebbe consentire agli insegnanti non ricchi di famiglia di fare vacanze interessanti senza aumenti di stipendio. E non mi disturberà affatto lavorare anche a luglio o ad agosto: se tutte le scuole lo faranno e non dovrò preoccuparmi di pagare la babysitter. Magari un’organizzazione modulare della didattica potrebbe anche aiutare.
  5. Ruoli e funzioni all’interno della singola scuola o del sistema scolastico locale che possano alleggerire l’impegno didattico ai docenti seniores senza cancellarne l’esperienza e la ricchezza. Ad esempio compiti di coordinamento disciplinare, di accompagnamento dei docenti meno esperti, di documentazione e pubblicazione…
  6. Un sistema di reclutamento più serio e in grado di chiudere la porta qualche volta in più, ma prima che sia tardi. E in grado di trasmettere l’importanza dell’aggiornamento (a proposito: poter partecipare a corsi di aggiornamento senza dover chiedere a colleghi il favore di essere coperto nelle ore d’assenza mi pare segno di civiltà, prima di tutto, almeno per un certo numero di ore all’anno), dello studio, del lavoro collegiale. Un sistema di reclutamento non più basato unicamente sulle graduatorie, ma anche su una valutazione dei curricula e colloqui, con selezione di competenza del dirigente scolastico motivata ai rappresentanti sindacali.
  7. Lavagne nere e non bianche, coi gessi e senza pennarelli puzzolenti. Lavagne interattive? Bene, ma in ogni classe, o magari, sganciando i concetti di classe e di aula (la qual cosa potrebbe servire anche al punto 3), in tutte le aule di matematica. Computer? Almeno uno in ogni aula (sarebbe bello uno per ogni alunno ma come si fa? ah era questa l’idea dei tablet? allora…), ma dotati di sistemi operativi e software robusti e adatti ad un uso massacrante come quello scolastico, dotati di sistemi antivirus decenti, di controlli di accesso funzionanti, stampanti con cartucce ancora in commercio. Se poi fossero computer con sistemi operativi e programmi opensource sarebbe anche meglio da un punto di vista educativo. (Ma coi tablet si va anche su internet? No, perché togliamo i cellulari e poi gli diamo i tablet? allora ci vuole qualcuno che gestisca la rete interna e i proxy, tipo domani durante la verifica la classe quinta D gli stacchiamo la connessione alla rete…, e chi lo fa?)

Ce ne sarebbero altri di desideri, caro babbo Natale, ma non voglio sembrare esoso e penso di potermi accontentare di questo. Comunque, prometto di fare il bravo e di non chiamare più "Befana" il ministro.

Con ammirazione e deferenza,

A.