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GNU

Io penso che la Regola Aurea richieda che se mi piace un programma devo condividerlo con altri a cui piace. I rivenditori di software vogliono il divide et impera sugli utenti, facendo in modo che ogni utente dichiari di essere d’accordo a non condividere con altri. Io mi rifiuto di rompere la solidarietà con gli altri utenti in questo modo. Non posso in coscienza firmare un accordo di riservatezza o di licenza software. Per anni ho lavorato all’interno dell’Artificial Intelligence Laboratory resistendo a tali tendenze e altre forme sgradevoli, ma alla fine queste sono andate troppo oltre: non posso rimanere in un’istituzione in cui queste cose vengono decise per me contro la mia volontà.

Affinché io possa continuare a usare i computer senza disonore, ho deciso di mettere insieme un corpo sufficiente di software libero tale da rendermi possibile andare avanti senza usare alcun software che non sia libero. Mi sono dimesso dall’A.I. Lab per togliere al MIT qualunque ragione legale ad impedirmi di distribuire liberamente GNU.

(Richard Stallman, The GNU Manifesto, 1985)

Ricordavo che questo brano, una parte di un Manifesto più ampio (una traduzione del quale si trova qui) è uscito nel 1985. Pietro mi ricorda, però, che il progetto era stato in qualche modo “lanciato” nel settembre 1983, trent’anni fa.

Di cosa si tratta? Di un sistema operativo, una collezione di programmi per computer, a sorgenti pubblici (cioè il cui codice di programmazione è disponibile a chiunque volesse studiarlo, usarlo, modificarlo, migliorarlo, distribuirlo, a certe condizioni anche venderlo) che rendono possibile usare un computer con programmi di qualità, come dalle intenzioni di Stallman, senza dover acquistare alcun software e senza con questo violare alcun copyright.

GNU è la base dello sviluppo dei sistemi operativi Linux (GNU/Linux). Che uso da anni senza licenze, contratti, copie illegali e via dicendo. Imparando ogni giorno, perché non c’è nulla di nascosto, di segreto. E se non c’è il programma che fa quel che mi serve, il programma lo posso sempre scrivere io…

Una piccola rivoluzione che dura da trent’anni.

Quando è nata una passione

Era il 2003. Ai primi di settembre mi si propose una supplenza in un ITIS, indirizzo elettronico, materie: sistemi elettronici automatici e telecomunicazioni.

Io di elettronica ho visto qualcosa dieci anni fa in laboratorio, dissi, non so se…

Le passo la coordinatrice dell’indirizzo, mi disse la segretaria.

Ripetei i miei dubbi. E la coordinatrice: ma non ti preoccupare, figurati.

E così accettai. Per fortuna aveva ragione la coordinatrice: non c’era da preoccuparsi perché in realtà il lavoro era coordinato benissimo, ebbi tutto il supporto necessario da parte dei colleghi, quasi tutte le compresenze erano con veterani e mi misero nelle classi basse, dove il programma da svolgere era decisamente alla mia povera portata.

Inoltre ero in modalità “apprendimento selvaggio”. Ero al secondo anno della Scuola di Specializzazione, frequentavo dei mostri della matematica e della sua didattica e filosofia, mi nutrivo di logica ed epistemologia.

Fu allora che capii che quando si impara, si impara. Cioè, ero impegnato a studiare per la SSIS, impegno di una certa serietà, ma anche abbastanza gratificante e interessante. Non trovai nessuna difficoltà a mettermi a imparare anche la programmazione in C, il Borland C++ Builder, la teoria dei sistemi dinamici e quella delle comunicazioni radio.

E quando seppi che alcuni dei miei alunni, come area di progetto, avevano intrapreso la costruzione di una rete di computer, partendo dall’assemblaggio di quattro-cinque macchine usando i componenti recuperati dalla dotazione di un laboratorio informatico dismesso, e installando su queste macchine fatte di pezzi vecchi e obsolescenti un sistema operativo Linux, mi incuriosii anche a questo.

Di Linux avevo già sentito parlare. Tra colleghi c’è sempre il genio della lampada, quello che ti prende un IBM dell’82, lo collega a una centrale nucleare svizzera col cellulare e ti scarica lo spettro di fluorescenza della cravatta del direttore amministrativo della centrale stessa. Ecco, alla SSIS avevamo l’appassionato di Linux che ci invitava ai Linux Day, che ovviamente tutti snobbavamo, ma che poi produceva delle unità didattiche meravigliose di acustica usando programmi di analisi dei segnali gratuiti e ultraprofessionali.

E dai una, e dai due, quando scoprii che a scuola c’era tutto un giro di esperti di Linux tra i miei colleghi, quando si impara, si impara, dissi: ne approfittai.

Portai a casa qualche CD, iniziai a installare, a giocarci su.

Cos’è che mi appassionava, e mi appassiona ancora di Linux?

Prima di tutto, che è lì per me, per la mia curiosità, perché ci giochi, impari a usarlo. Non c’è niente da pagare, nessuna licenza, nessun copyright da infrangere: è fatto per usare il computer imparando come funziona e come farlo funzionare meglio, costruire novità e condividerle.

Poi il fatto che per ogni problema che si incontra c’è sempre una comunità che ne discute online, ci sono dei programmatori che tentano soluzioni, appassionati che la soluzione l’hanno già trovata e la condividono.

E infine che i risultati prodotti sono, almeno negli ambiti che mi interessano, sempre di qualità paragonabile a quella che si ottiene con altri sistemi operativi.

Linux è una classe di sistemi operativi. Come i vari Windows di Microsoft, o i MacOS che usano gli Apple. Un sistema operativo è esclusivo, nel senso che normalmente un computer acceso ne usa uno solo e non può passare da un sistema operativo a un altro intanto che sta funzionando. Il trucco, per “giocarci su” senza potenzialmente rovinare il computer, è quello di dire al sistema operativo che è già installato (nel mio caso, Windows XP): stringiti un po’ sul disco fisso che facciamo posto a un altro sistema operativo, ma tu non ti preoccupare, quando ci sei tu lui dorme e quando lo svegliamo mettiamo a dormire te. E solitamente i sistemi operativi per bene, di fronte a questa rassicurante promessa, acconsentono di buon grado. E così fece il mio XP, che lasciò spazio prima a Mandriva, poi a Scientific Linux, Red Hat, SUSE. Il mio sogno, però, era Debian.

I sistemi operativi Linux hanno in comune un nocciolo di programmi, che si chiama Linux, appunto, e che costituiscono il sistema operativo vero e proprio. Poi però, intorno al nocciolo diversi gruppi di programmatori hanno costruito diversi programmi di utilità, diverse scelte di software complementare, diversi ambienti grafici, configurazioni: in una parola, diverse distribuzioni.

Debian, tra le distribuzioni, era quella che mi aveva impressionato per l’incredibile numero di CD di installazione, per il fatto che per installarlo dovevi sapere tutte le specifiche del tuo computer. Ovviamente mi aveva sconfitto, e io avevo ripiegato su Ubuntu, una distribuzione basata su Debian, ma più semplice, intuitiva, facile da installare e gestire.

Ecco, fino a ieri.

Da ieri, lo comunico ufficialmente, ho installato sul mio primo computer completamente Windows-free (sì, l’ho trovato) il mio primo Debian (Squeeze) perfettamente operativo.

Un piccolo traguardo di cui sono orgoglioso.

Un nuovo laptop

Poche righe dall’ufficio, intanto che scarico dati.

Mi trovo, come scrivevo, nella necessità di comprare un nuovo computer. Un portatile.

Qualche considerazione per i lettori attenti.

  • Nel 99% dei volantini “offertissime” dei vari Mediaqui, Expertlà, Marcosu e Tecnogiù il sistema operativo già installato è Windows7-8-9-.
  • Nel 70% dei casi l’acquirente ha già una licenza (precedente computer) di un sistema operativo Windows, oppure (nel mio caso, che uso Linux da anni e con soddisfazione – soddisfazione doppia se penso ai ladri che non ci capiranno nulla) non vuole una licenza Windows perché non sa cosa farsene.
  • La licenza Windows costa: non è un regalo che ti fanno.
  • Ergo: dev’essere possibile, da qualche parte, trovare portatili senza Windows preinstallato con un discreto risparmio (quantificabile, secondo me nell’ordine del centinaio di euro), e su cui installare poi il sistema operativo Windows già posseduto o un altro a scelta…

Vi farò sapere…

Un computer per classe

Premetto: io ci sono stato in classi attrezzate con un (uno solo!) PC. E mi sono sempre chiesto il senso di tale sfoggio di tecnologia. Anche perché il più delle volte era un PC tardo-latino appesantito con una collezione software rinascimentale, ribollente di virus, dotato unicamente di mouse e monitor (dovrei dire “tubo catodico”). Insomma, non proprio lo stato dell’arte.

E allora, sentendo la promessa del ministro Profumo (un computer per ogni classe, un tablet per ogni insegnante del sud), siccome non sono del sud e non ho idea di cosa sia un tablet, mi sono incuriosito soprattutto a pensare cosa il Ministro abbia in mente. Ne parlavo già qualche mese fa, perché ne aveva parlato già lui.

Vediamo a cosa potrebbe essere utile, l’avere un computer in ogni classe.

  1. Sicuramente l’utilità non riguarda il personale ATA. Senza entrare in altre considerazioni, il Ministro avrebbe detto “in ogni segreteria”, o “in ogni sgabuzzino”, o “in ogni bagno”.
  2. Potrebbe essere utile alla dirigenza: in questo modo, vista la carenza strutturale di luoghi d’incontro e il proliferare di riunioni (sulla cui utilità non voglio esprimermi), ogni aula diventerebbe degna candidata ad ospitare non solo riunioni informali ma anche Consigli di Classe e scrutini.
  3. Veniamo agli insegnanti. E’ escluso che l’insegnante possa usare il computer di una classe per preparare verifiche, stamparle (ma dai, non ci sono soldi per le fotocopie, dove le andremmo a prendere le cartucce per la stampante?), stendere appunti, lavorare. Se non in orario pomeridiano, in cui però, notoriamente, il docente medio preferisce lavorare a casa sul proprio PC, o a scuola su un proprio portatile, solitamente usato da meno mani e quindi in migliori condizioni, con un disco fisso da cui non vengono cancellati materiali almeno da due generazioni di insegnanti e, insomma, su cui si trova meglio.
  4. Potrebbe servire al docente per depositare appunti e materiali per gli studenti. Nell’epoca del cloud mi pare un uso non estremamente avanzato del computer.
  5. Forse come registro elettronico. Il che richiede, però: un server (sennò, una martellata e il registro di un anno se n’è andato), un gestionale fatto bene e che i docenti siano in grado di utilizzare, la scomparsa dei cartacei (altrimenti è lavoro che raddoppia o triplica i tempi dedicati alla burocrazia)… Non è lavoro di un anno, insomma.
  6. Gli alunni: posto che chi ha necessità di un ausilio per l’apprendimento normalmente ce l’ha, almeno dalle mie parti, il PC in aula può servire per stampare lavori (again? con che soldi?), fare ricerche (in classe? trenta alunni su un solo computer?), consultare testi (i famosi “nuovi” libri di testo: anche qui, in trenta sul computer? ma se poi invece sono da stampare, in cosa consiste la grande novità?)
  7. Potrebbe servire agli studenti per imparare un po’ come si usa il computer. Risate dal pubblico. Diciamo piuttosto che potrebbe servire agli studenti ad insegnare qualcosa ai loro prof.
  8. Oppure come diversivo nei momenti morti: manca un prof? ecco in trenta davanti allo schermo a vedere video su youtube! Hai finito la versione? Vai a cercare la traduzione per tutti online e passala ai compagni… Certo, sarebbe un incentivo a finire prima degli altri, visto che il secondo rosica.
  9. Parliamo di didattica? ah, è per quello che serve un PC in ogni classe? Tipo? Per proiettare? Con cosa? Con le ombre cinesi? No, perché sembra che un PC in classe serva a rivoluzionare la didattica: ma il computer è essenzialmente uno strumento per un solo utente, la scuola e la didattica no. Occorrono strumenti ausiliari: proiettori, lavagne interattive, o altre diavolerie ancor più innovative e complicate, per poter fare qualcosa di decente. Si dirà: beh, intanto c’è il PC, poi quando arrivano altri soldi si prenderà anche il resto. Più o meno come dire: intanto ti do il motore, poi quando abbiamo i soldi prendiamo anche i sedili e il volante.
  10. Ma soprattutto occorre qualcosa di ancora più importante. Si chiama formazione. Dei docenti, ovviamente. Conosco colleghi che hanno bisogno di aiuto per accenderlo, un computer. A cosa serve un computer in classe a uno così? E’ un investimento sensato? E anche ai più scafati, quelli che sanno destreggiarsi tra diversi sistemi operativi, come usare un PC in classe non è qualcosa che necessariamente sia chiaro. Quali opportunità (ammesso che ve ne siano e che valga la pena percorrerle!) un computer in ogni classe possa offrire, se si vuole affrontare un investimento di questa portata, farlo bene e andare oltre lo slogan, non è qualcosa da lasciare alla genialità o alla buona volontà dei singoli docenti o degli istituti. Almeno, non solo. Occorre formare i docenti. Se esiste una nuova didattica, in cui il mezzo tecnologico ha un ruolo chiave, se questa nuova didattica sta dimostrando risultati migliori della vecchia (onestamente, però, e scientificamente!), allora deve essere proposta, e il primo investimento deve essere quello di aggiornare le persone che si troveranno a usare gli strumenti informatici.

Per iniziare, e come alternativa, io invece proporrei una caffettiera, una teiera, un bollitore in ogni classe. Oltre che la carta igienica in ogni bagno. Pensiamoci.