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Scale che si possono salire, oggi

Ho osservato oggi un papà, che accompagnava a scuola il suo bambino, in prima elementare.

L’ha accompagnato fin in cima alla scalinata che dà sulla grande porta a vetri. Il bambino l’ha baciato distrattamente, poi è entrato.

Il papà ha fatto qualche passo indietro e ha scoperto che attraverso una vetrata laterale poteva vedere suo figlio mentre questi saliva le scale interne, litigava con il trolley quasi più grande di lui, ed entrava in aula dal corridoio sospeso.

L’ho visto girarsi verso di me, aveva gli occhi bagnati, il volto sorridente.

Io lo so il perché. Forse. Lo conosco, quel papà.

Avrà pensato che vent’anni fa probabilmente lui (o sua moglie) avrebbe dovuto rinunciare al lavoro per curare la condizione del figlio, per mandarlo a scuola dandogli l’assistenza di cui ha bisogno.

Avrà pensato che cent’anni fa probabilmente fa suo figlio non avrebbe raggiunto l’età della scuola elementare.

A lui la commozione. A me la rabbia.

Per chi spara cretinate senza pensare. Big Pharma, gli OGM, i vaccini, i medici venduti… è difficile augurare a qualcuno di trovarsi nella situazione di aver bisogno dei ritrovati della scienza e della tecnologia medica: non lo farò.

Ma oggi quel bambino può andare a scuola da solo, come i coetanei. Quel papà può accompagnare il figlio come qualunque altro papà. Grazie alla scienza, alla ricerca farmaceutica, agli OGM, al sistema sanitario. Niente è perfetto, beninteso, e c’è ancora tanto da fare. Ma tanto, tanto è stato fatto.

Sparate scemenze sui gol in fuorigioco, su cui persino voi riuscite a documentarvi. Ma lasciate perdere il resto, per favore. Non serve, alla fine, passarci in mezzo; non serve essere parenti di qualche industriale del farmaco o medico venduto. Serve, invece, rendersi conto di come si stava, davvero, e di come si sta oggi; serve provare a fare qualche passo nei panni degli altri prima di sentenziare, guardare i figli degli altri salire le scale della scuola, prima di pontificare.

Serve avere un’intelligenza e un cuore, e saperli usare.

E lì non c’è farmaco che tenga, e l’unica scia chimica che lasciate dietro di voi è quella della stupidità.

Dieci idee scientifiche… più una (3)

Terzo nella serie (il secondo era qui) di post che si riferiscono a questo articolo, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle idee scientifiche che più di altre vengono travisate nel linguaggio comune o nel discorso dei “non iniziati”.

Inserisco qui una chiosa su un’idea, la terza, di cui non parlo (scrivo) volentieri. Prima di tutto perché è inutile: della “meccanica quantistica” sembra ci sia una gran voglia di parlare, specialmente da parte di coloro che non ne sanno nulla; io che un pochettino (e non è un understatement) l’ho studiata, non posso certo avere la pretesa di diventare un opinion leader affermando che quanto c’è di suggestivo e di accattivante nella meccanica quantistica va cercato ben più in profondità delle chiacchiere fantascientifiche da salotto. Comunque, ecco qua.

Indeterminazione quantistica e quantum weirdness.

Mettiamola così: il “quantistico” è, ancora oggi a più di un secolo dal suo ingresso nel panorama scientifico, talmente misterioso per la persona della strada che è sufficiente qualificare qualunque stravagante affermazione con tale aggettivo per abbattere immediatamente le difese di chi ascolta. E allora si legge un decrepito premio Nobel (per la medicina) affermare (chissà su che basi) che la meccanica quantistica prevede che la molecola d’acqua (chissà perché proprio l’acqua) possieda una memoria (e anche una nostalgia?); o che lo scienziato tale ha detto che, uno studio talaltro ha dimostrato che… e tutto per via della meccanica quantistica.

Guardate, un consiglio: a chi vi propone l’aggettivo “quantistico”, chiedete il libretto degli esami universitari. Se non c’è scritto “fisica” o “chimica”, passate in modalità topo Gigio: “macosamidicimai?”. Magari ha anche capito benissimo quel che vi sta raccontando, ma chi lo sa. E poi informatevi, usando fonti decenti. Non è possibile che, per quanto “strana” e difficile, una teoria scientifica così precisa sperimentalmente e tecnologicamente fruttuosa sia ancora oggi tanto sconosciuta ai più da poter diventare, di volta in volta, il contenitore di qualunque roba strana accada. Una pagina, dal sito dell’università di Stanford, in cui si trova una rassegna critica e un minimo sensata di cosa si intenda per “quantum weirdness” e di come questa sia stata interpretata a livello scientifico, è questa.

Dieci idee scientifiche… più una (2)

Come nel precedente post di questa serie, faccio riferimento a questo articolo, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle idee scientifiche che più di altre vengono travisate nel linguaggio comune o nel discorso dei “non iniziati”.

Teoria.

“E’ solo una teoria”, dice lo scienziato citato, come esempio di errata comprensione della profondità del concetto di teoria.

C’è qualcosa che gli scienziati in genere dovrebbero comprendere meglio. Abituati a dare un significato il più univoco possibile ai termini che usano nel loro mestiere, perdono di vista (o tendono a perdere di vista) la ricchezza del linguaggio comune. Per cui “teoria”, per loro, dovrebbe significare unicamente quello che, più precisamente, dovrebbero meglio specificare con un aggettivo: teoria scientifica.

Detto questo, parlare di “teoria scientifica” significa parlare di qualcosa che effettivamente è molto più che “solo una teoria”. Ma su questo rimando all’articolo già citato, perché è molto chiaro.

Una teoria scientifica ha dietro una mole di risultati sperimentali, e ha davanti la possibilità di verifica (o di falsificazione, per dirla con Popper) sempre per via sperimentale. Una teoria scientifica, quindi, è quanto di più articolato e di meglio fondato la scienza possa proporre per interpretare un certo ambito naturale. E spesso porta con sé anche una quantità di applicazioni tecnologiche che la giustificano almeno sul piano pratico.

Un esempio che può essere familiare a tanti è quello della teoria dell’elettromagnetismo di Maxwell. Basata su decenni di esperimenti, tra cui bisogna citare la sterminata letteratura prodotta da Faraday nel corso della prima parte dell’Ottocento, questa teoria vide la luce negli anni sessanta dell’Ottocento, come costruzione matematizzata e unificata in grado di spiegare tutto ciò che era noto riguardo l’elettricità e il magnetismo. Una previsione che emergeva da tale teoria era l’esistenza di onde elettromagnetiche, “oggetti” fisici mai fino ad allora evidenziati, e che solo negli anni ottanta dello stesso secolo vennero effettivamente scoperte e prodotte in laboratorio da Heinrich Hertz. Era una teoria elegante, unificante, in grado di proporre previsioni poi effettivamente verificate. Era una teoria completa? No. Ci volle il contributo di Einstein (di cui parlavo anche qui), nel 1905, per chiudere il cerchio e mostrare come effettivamente le grandezze che compaiono nelle equazioni di Maxwell sono in effetti due facce diverse di una stessa medaglia.

Si trovano su internet (immagino anche nel mondo reale, anche se probabilmente amano parlare più di altri argomenti, con la stessa protervia intellettuale di chi non capisce ma pretende di pontificare) coloro che paragonano la scienza a una religione, perché basata su assunzioni, dicono, che non hanno nulla di diverso da una fede cieca. Rilevo solo en passant che la fede religiosa non è necessariamente cieca e può tranquillamente non essere priva di razionalità. Ma soprattutto, ciò che mi interessa qui, sottolineo che questo modo di ragionare significa non aver compreso, appunto, la complessità e il rigore che il percorso che porta alla formulazione di una teoria scientifica comporta. Basterebbe leggere qualche opera classica della filosofia e della storia della scienza (un esempio: “La struttura delle rivoluzioni scientifiche” di Thomas Kuhn) per rendersi conto anche del dibattito filosofico che riguarda questi argomenti. Non c’è, ad oggi, un modo più sicuro e più dibattuto, esaminato e verificato di accumulare conoscenza di quello scientifico. E la teoria scientifica, che rappresenta il fine della ricerca scientifica, è, in questo percorso di indagine, il vertice.

C’è un’espressione del linguaggio comune, che dà in qualche modo conto di questa realtà. Quando qualcuno chiede: “ma non dovrebbero stare così le cose?” e si risponde “in teoria sì”. Sottinteso: poi in pratica le cose stanno in modo diverso. Capita: capita che la “teoria” preveda qualcosa ma che poi il dato sperimentale sia differente. Capita quando si cerca di applicare una teoria a un ambito che non le compete, oppure (che è cosa molto simile) quando la teoria non è così completa, così affinata, così ben stabilita che si trovano fenomeno che la mettono in discussione. E questo non mette in crisi il concetto di teoria, non più di quanto non metta in crisi l’idea di conoscenza che vi sta dietro. Non sappiamo tutto. Anche una teoria scientifica, per quanto elegante, complessa, fondata, non può pretendere di spiegare tutto. Ma proprio i casi che mettono in luce un’inadeguatezza della teoria sono quelli che possono portare a un ampliamento, un approfondimento, una riscrittura o addirittura a un superamento della teoria stessa. Non è un limite del procedere scientifico: è un limite delle possibilità umane di conoscenza.

Perciò una teoria scientifica non è “solo una teoria”. E’, per quanto mi riguarda, uno degli strumenti concettuali più potenti, dinamici e in evoluzione che abbiamo per leggere la natura di cui facciamo parte. Ridurla a “solo una teoria” significa perdere punti di riferimento, per quanto parziali e transienti, affermare che poiché non sappiamo tutto, in realtà non sappiamo niente, lasciare il campo libero a chi vorrebbe convincere solo con il tono o il volume della voce, alla cecità dell’ignoranza.

Dieci idee scientifiche… più una (1)

Mi è stato segnalato questo post, che riporta le opinioni di alcuni scienziati sulle idee scientifiche che più di altre vengono travisate nel linguaggio comune o nel discorso dei “non iniziati”.

Lo lascio alla vostra lettura, ma aggiungo qualche chiosa, perché… perché non siamo tutti uguali, e alle stesse questioni talvolta io avrei risposto in modo diverso. Come diceva figaro… uno alla volta.

Dimostrazione.

Intanto, qui c’è un problema di traduzione. “Proof” in inglese è legato al verbo “to prove”, che noi tradurremmo comunemente come provare, dare prove, ma significa invece “dimostrare”, almeno in ambito scientifico; tuttavia c’è anche la parola “demonstration”, che però ha in sé più il senso dell’esibire che del dimostrare.

In ogni caso, quello che lo scienziato citato non dice è che ci sono due tipi diversi di scienza: un tipo è la scienza deduttiva (la matematica in tutte le sue forme, almeno per come si è venuta configurando negli ultimi secoli), e un altro è costituito dalle scienze sperimentali (quelle che cercano di spiegare come funzionano sezioni della natura, di descriverne le leggi e le funzioni).

Proprio il termine “dimostrazione” ha significati diversi in questi due ambiti diversi.

Nelle scienze deduttive, che partono cioè da assunti specifici e da regole logiche comunemente accettate per poi ricavare (dedurre) una serie di risultati, proprietà, caratteristiche (di oggetti idealizzati, appunto perché il punto di partenza sono assunzioni di carattere logico-linguistico), la dimostrazione è il processo logico che conduce da qualcosa di già dimostrato, o da ciò che viene assunto come base, a un nuovo elemento di conoscenza. La bontà della dimostrazione si basa sul fatto che utilizzi correttamente le conoscenze già note senza supporre arbitrariamente e surrettiziamente qualcosa di non appartenente alla cassetta degli attrezzi leciti, e sul fatto che le regole della logica (della logica scelta, non ce n’è una sola possibile) non siano violate. Se la dimostrazione viene considerata fondata (da chi? dai criticoni che la leggono e la smontano pezzo per pezzo alla ricerca di qualche baco), il risultato della dimostrazione è dato per assodato, entra a far parte del novero delle conoscenze acquisite in quel particolare argomento. Può capitare che nel corso dei secoli si scopra che c’è una falla nell’argomentazione, ma in questo caso di solito si è in grado di proporre una dimostrazione alternativa che sani il problema.

Nelle scienze sperimentali, invece, di dimostrazione raramente si può parlare, se non all’interno di una teoria matematizzata, per cui valgono all’incirca le considerazioni precedenti, salvo il fatto che in una tale teoria le basi di partenza non sono assunzioni logiche ma si basano su dati sperimentali, e che ogni risultato deve essere validato alla luce di altri dati sperimentali. L’obiettivo delle scienze sperimentali non è “dimostrare”, ma “spiegare” come funziona qualcosa, in modo sempre più dettagliato e al meglio delle nostre conoscenze. E’ il dato sperimentale che “si mostra” da sé. E per questo lo scienziato citato dice che la scienza (sperimentale) non dimostra nulla.

Quindi: dimostrami il teorema di Pitagora si può dire, e se si accettano le assunzioni di base (i postulati della geometria euclidea, la definizione di triangolo, di area, di equivalenza eccetera) e le regole della logica classica, la dimostrazione permette di affermare con certezza che in ogni triangolo rettangolo il quadrato costruito sull’ipotenusa è equivalente alla somma dei quadrati costruiti sui cateti.

Invece: dimostrami che l’acqua evapora ha un altro significato e sarebbe meglio dire “mostrami” che l’acqua evapora, per la qual cosa basta lasciare un piattino bagnato sul tavolo per qualche ora. Oppure “spiegami” perché l’acqua evapora, il che comporta che vi sia una teoria (di cui parlerò in un prossimo post) in grado di dar ragione del fatto che l’acqua lasciata sul piattino dopo un po’ scompare. Oppure ancora e soprattutto, all’interno di una teoria, “dimostrami che l’acqua evapora” può significare: fammi vedere che questa congerie di equazioni e ipotesi tratte da dati sperimentali, che tu ha elaborato in “teoria”, cioè un tentativo di spiegazione di tante cose, è davvero all’altezza della realtà ed è in grado di spiegare quello che vediamo tutti i giorni lasciando l’acqua sul piattino: ossia, fammi vedere dove, nella tua rappresentazione del mondo, entra questo piccolo dettaglio che del mondo che cerchi di spiegare fa parte.

Questa differenza ovviamente non vuol dire che le scienze sperimentali valgano meno. E’ solo che il concetto di “dimostrazione” non ha molto senso al di fuori dell’ambito matematico: le scienze sperimentali hanno altri strumenti per accumulare conoscenza.

Tre anni dopo

All’inizio di febbraio 2011, all’inizio cioè del mio dottorato di ricerca, pubblicavo su Fb una nota intitolata “Elenco dei motivi per cui lascio per tre anni la cattedra e mi rimetto tra i banchi (se tutto va bene)”.

L’ultima parentesi era riferita alla burocrazia e alla speranza che non avrebbe messo bastoni tra le ruote (c’era in ballo l’entrata in vigore della riforma Gelmini che ha avuto effetti anche sui cosiddetti “congedi straordinari per dottorato di ricerca” del personale delle PPAA). Nient’affatto stranamente la burocrazia ha effettivamente fatto pasticci, in modo a me ultrafavorevole, anche se poi, alla fine (letteralmente, cioè intorno a dicembre 2013) il rimedio è stato trovato.

Tre anni dopo, quando ormai il congedo è finito, il dottorato volge al termine, la tesi è quasi pronta e attendo ormai solo l’esame finale, posso tornare su quelle motivazioni e spiegare perché, nonostante i prezzi che io e altri abbiamo dovuto pagare, quella sia stata una scelta che rifarei certamente.

1. Perché in questo Paese tutti si riempiono la bocca di “famiglia”, ma nessuno fa nulla.

Io ho fatto qualcosa, credo. Ho rinunciato temporaneamente al lavoro che amo (non posso definirlo altrimenti) per dedicarmi a un’attività che mi ha consentito anche di prendermi cura dei miei figli piccoli. L’ho fatto io, tutelato da un contratto che mi permetteva di farlo, perché l’alternativa sarebbe stata che mia moglie perdesse il lavoro. Talvolta, raccontando questa situazione ho comunque visto sguardi perplessi, come se fosse normale che la madre lavoratrice si trovi di fronte alla possibilità di perdere il lavoro per curare i figli. Ecco, credo di aver fatto qualcosa per la famiglia anche nel senso di superare idee vecchie con azioni nuove.

2. Perché i miei figli hanno diritto a un padre presente quando ne hanno bisogno.

I miei figli hanno avuto bisogno, e l’avranno ancora, di genitori presenti, per vari motivi anche più di altri bambini. Io ho potuto esserci, ho avuto questo privilegio, senza pagare prezzi insostenibili. Ed è un privilegio che hanno avuto i miei figli.

3. Perché i miei studenti hanno diritto a un insegnante più preparato.

Non tanto per le cose che ho studiato, nemmeno tanto per le cose che ho prodotto, ma probabilmente perché ho vissuto sulla mia pelle, molto più di quanto non fosse successo durante gli anni della laurea, il lavoro di ricerca, lo spirito di scoperta che è il vero cuore delle materie che insegno, ben più di tante nozioni; che è il vero scopo delle materie che insegno, ben oltre i vari obiettivi didattici.

4. Perché sento la necessità di nutrirmi di altro rispetto a quel che passa la Scuola (niente).

Ho studiato, sì, ho fatto, ho usato metodi ideati da premi Nobel, ma soprattutto ho ascoltato, discusso, collaborato con persone che sono tra i grandi dei loro campi e pure ottimi insegnanti; ho fatto parte di un’impresa scientifica che mi ha fatto crescere umanamente, come fisico, come insegnante.

5. Perché è il poco che posso fare per sostenere la ricerca in questo Paese.

Una ricerca che spesso è parassitica di risorse rispetto a quella degli altri Paesi, perché per far qualcosa di decente occorre associarsi ad atenei stranieri che possono investire. Il mio piccolo contributo l’ho dato, anche se ancora non è espresso fino in fondo (alcuni articoli sono ancora in fase di preparazione) e sono consapevole dell’aggettivo quanto del sostantivo.

6. Perché quando sarò costretto ad andarmene, porterò con me un bagaglio più pesante (e alleggerirò di più il Paese che mi avrà lasciato andar via).

Spero sempre di non doverlo fare. Ma il piano B c’è ed è più solido di tre anni fa.

7. Perché quando sarò costretto ad andarmene, il suffisso PhD potrebbe fare la differenza.

Ancora del suffisso non posso fregiarmi, ma sì, come sopra.

8. Perché posso così testimoniare una passione. Anzi, più di una.

Per la fisica, per la ricerca scientifica, ma anche per lo studio, per l’insegnamento, paradossalmente ma in modo attuale proprio ora. E ancora…

9. Perché per tre anni creerò un posto di lavoro reale, che è sempre meglio di un milione fasulli.

Ho conosciuto chi mi ha sostituito nella scuola in cui ero in servizio all’inizio del 2011, e ho conosciuto chi mi ha sostituito all’inizio del presente anno scolastico. Certo, dispiace la precarietà. Non potendo io assumere direttamente nessuno, comunque ho lasciato a supplenza una cattedra per due anni scolastici interi e due mezzi.

10. Perché c’era un posto libero che nessuno occupava.

Beh, sì, questo dall’inizio: ero ultimo in graduatoria degli ammissibili, e sono stato ammesso perché in due o tre prima di me hanno rinunciato, questo è agli atti. Tengo a dirlo, come tenevo ad essere ammesso per ultimo: non volevo che il mio dottorato togliesse opportunità a un giovane (che di opportunità già ne hanno ben poche).

11. Perché c’è una legge che lo prevede e pochi lo sanno.

C’era, e consentiva ai dipendenti pubblici di fare quel che ho fatto senza rinunciare a nulla. Ed era una grande legge, perché consentiva una formazione di alto livello (anche se poi questa non veniva, né viene, riconosciuta all’interno delle amministrazioni). E’ comunque cambiata, la legge. Grazie a MS Gelmini. Sì, quella del tunnel.

12. Perché per tre anni vorrei dimenticare il lessico demenziale da burocrati che ci vogliono insegnare e tornare a imparare la lingua per cui ho scelto la mia professione.

La fatica la farò adesso, rientrando a scuola a riforma quasi a regime. Ma così è stato: in tre anni ho dovuto davvero occuparmi in modo minimo di burocrazia.

E ora rientro.

Con entusiasmo, sicuramente. Voglia di conoscere i miei alunni. Con idee, certamente. Anche relative alle cose che ho studiato durante gli ultimi tre anni.

Con un po’ di malinconia, che già sento, perché i rapporti che si sono creati in questi tre anni potranno certamente proseguire in termini di amicizie, forse anche di saltuarie collaborazioni, ma sì, qualcosa comunque è finito.

Ricorderò sempre le vicende umane che ci hanno coinvolti in questi tre anni: le persone che se ne sono andate per sempre, quelle che sono passate e hanno trovato altrove il prossimo capitolo della loro storia, quelle che sono arrivate e lascio lì; i viaggi, le birre (e le sangrie, per la verità); le difficoltà nell’interpretare qualche risultato o la soddisfazione nel vedere una previsione prendere la forma di un grafico sperimentale, i discorsi sui figli, le figlie, la vita.

E’ un po’ così, una parentesi di tre anni che si chiude, con tanto dentro. Una parentesi ricca, in verità, che mi lascia, proprio per questo,  un po’ più vecchio, con tanta gratitudine (di tanto difficile espressione), un po’ più triste, orgoglioso, contento, consapevole, pronto per andare avanti.

L’eccellenza nel DNA

Il DNA è qualcosa di cui, penso, la maggior parte della popolazione sa qualcosa. Anche le espressioni “essere nel DNA”, “avere qualcosa nel DNA”, riferite a una caratteristica intrinseca, che non si può eliminare e che costituisce una parte dell’identità, sono molto diffuse persino nella lingua parlata.

A scuola è uno degli argomenti di scienze su cui gli insegnanti spendono più volentieri il loro tempo, sia perché si tratta di uno dei maggiori successi della biologia del XX secolo, sia perché l’idea che in una molecola, enorme, multiforme eppure dalla struttura ben precisa, siano conservate le informazioni genetiche dell’individuo e della specie, è molto affascinante.

Per la scoperta della sua struttura nel 1962 furono premiati l’americano James Dewey Watson, l’inglese Francis Crick e il neozelandese Maurice Wilkins, con il Nobel per la medicina.

Watson e Crick, in coppia, sono spesso ricordati come gli “scopritori” del DNA. In realtà ne chiarirono la struttura.

Ma c’è una quarta persona che avrebbe meritato di essere premiata. Rosalind Franklin, cristallografa di 31 anni, che scoprì che il DNA si presentava in due forme diverse, fornì a Watson e Crick, talvolta a sua insaputa attraverso Wilkins, elementi fotografici, suggerimenti, conoscenze essenziali in ambiti in cui questi non erano esperti.

Rosalind Franklin. Immagine tratta da Wikipedia.

Morì a 38 anni, nel 1958, sei anni dopo le scoperte più importanti, a cui contribuì in modo fondamentale, e quattro prima che queste fossero premiate.

Una giovane donna, ricercatrice a Cambridge, nell’Inghilterra degli anni ’50. Una donna coraggiosa, competente, disinteressata. Trattata maluccio dalla vita e da colleghi ambiziosi.

Oggi mi piace ricordarla, in ciò che ha saputo fare, e a causa delle difficoltà che ha dovuto incontrare, malattia a parte.

E aggiungo, in questo otto marzo, la soddisfazione nel vedere tante giovani donne nella scienza oggi. Mi piace ricordarne due, Francesca ed Elena, che, in questi mesi, dopo aver conseguito la laurea magistrale in fisica, hanno lasciato il gruppo di cui faccio parte anch’io per iniziare un Dottorato in strutture d’eccellenza, rispettivamente all’IIT di Genova  e al Max Planck di Muelheim an der Ruhr.

Buon otto marzo.

Tutta colpa dei Babilonesi

Il mio rapporto con la Storia, intesa come disciplina scolastica e branca del sapere umano, temo sia stato compromesso molto presto. Direi in prima superiore.

Tutta colpa dei Babilonesi.

In terza elementare, dopo il solito sbrodolio sui cavernicoli, un unico grande sbadiglio, ecco arrivare i Sumeri, poi i Babilonesi, gli Assiri, i Babilonesi reprise. Che bello! La Mesopotamia, queste cartine coi due fiumi, la mezzaluna fertile, le città dai nomi esotici, e i re! Come non farsi affascinare da gente che si chiamava Sargon, Assurbanipal, Nabucodonosor? Nel frattempo qualche puntatina in Egitto, ma l’Egitto! Si sa già tutto…

Poi i Babilonesi ritornano in prima media. E la storia cambia un po’. Compaiono altri attori nella narrazione. Compaiono i Medi, gli Ittiti e qualche altra presenza di disturbo, ma è tollerabile. In fin dei conti lo sapevo anch’io che in prima media si è grandi abbastanza per capire cose complesse.

Ma poi la storia viene raccontata di nuovo in prima liceo. Usando un libro dalle figure tristissime in bicromia, che riempie pagine di scrittura, di linguaggi cuneiformi, di iconografia, di fonti, di leggende… E i fatti, dove sono? Le date, dove sono? Circa qui, circa là? E chi sono questi Mitanni, Cassiti, Hurriti? E quella bella linearità, arrivano questi, conquistano e sostituiscono, dove la mettiamo? Invece tutto un brodo di popolazioni, questi a nord, questi altri a sud ma un po’ dopo, ma intanto il regno persiste, ma sembra che questi altri diventino un gruppo dominante…

Qualcuno me l’ha anche spiegato che di testimoni viventi non ce n’erano, che per ricostruire la storia, una storia così lontana, bisogna affidarsi a documenti di epoche diversissime, scritti talvolta in lingue nemmeno completamente comprese in scritture nemmeno completamente decifrate su supporti nemmeno completamente pervenuti. Ma a me non importava: per me la storia, in prima superiore come prima, era sapere i nomi dei re, delle battaglie, di chi vince e chi perde, le date. La verità.

Ero un piccolo dogmatico rompiscatole, ero fatto così.

Ma per colpa dei Babilonesi qualcosa si è incrinato. Intanto il mio rapporto con la Storia. Fino alla fine delle Superiori, ho sempre metaforicamente sbadigliato in faccia ai miei insegnanti di storia, tanto quanto ho mostrato il mio interesse con il buon Storiales nelle ore di filosofia (tranne quella volta che, andando io a ritirare il diploma di maturità, lo incontrai sui gradini della scuola e gli dissi, papale papale: “Non gliel’ho mai detto, prof, ma ho sempre desiderato farlo: Hegel fa cagare”, ma questa è un’altra storia).

Ma si è anche aperta una crepa che studiando fisica e matematica, e ancor più studiandone la storia e la filosofia, si è allargata e ha lasciato uscire i miei umori dogmatici. Ed è entrata, al suo posto, l’ammirazione per il lavoro di ricerca sui testi, sulle fonti, che porta a ricostruire, in modo temporaneo, parziale, tentativo ciò che con una certa probabilità costituisce la sequenza di eventi, le loro cause, una chiave di lettura di avvenimenti, insomma.

Che è una cosa molto simile a quanto fa lo scienziato leggendo la natura. Anche nelle cosiddette scienze esatte, figuriamoci nelle altre.

Si chiama ricerca. Fa bene alla salute.

Per questo, quando sento uno scienziato (e me ne viene in mente uno in particolare) usare il proprio titolo come una clava, scagliarsi contro i dogmatici, che sono sempre quelli che la pensano diversamente da lui (o lei, e anche come “lei” ho un volto abbastanza noto in mente), sfoderare certezze all’interno del proprio campo o magari in campi anche totalmente diversi (ad esempio, una sentenza della magistratura di cui non si conoscono ancora nemmeno le motivazioni), ecco penso che costui o costei abbia perso, o magari non abbia mai avuto, il gusto della ricerca.

Che per uno scienziato non è il massimo, mi spiace dirlo. Un po’ come per un contadino il non amare infangarsi. O come per uno storico pretendere di sapere tutto e scrivere il trattato definitivo sui Babilonesi.

Cavoli, ‘sti Babilonesi, che casino.

Qualche riga da Feynman

Su brainpickings ho trovato la recensione di un libro che colleziona brevi scritti di Richard P. Feynman, grande fisico, comunicatore, insegnante eccetera eccetera statunitense. Il libro non l’ho letto, ma sono rimasto colpito da alcuni brani, che condivido profondamente, che ne vengono riportati, e che io, a mia volta, traduco e propongo.

Per quanto mi piacerebbe mostrare a Galileo il nostro mondo, dovrei mostrargli alcune cose con una buona porzione di vergogna. Se distogliamo lo sguardo dalla scienza e ci guardiamo attorno, troviamo qualcosa di piuttosto penoso: che l’ambiente in cui viviamo è così attivamente, intensamente non scientifico. Galileo potrebbe dire: “Io ho visto che Giove è una palla con delle lune e non un dio in cielo. Ditemi, cosa è accaduto agli astrologi?”. Beh, pubblicano i loro risultati nei giornali, almeno negli Stati Uniti, in ogni quotidiano, ogni giorno. Perché ci sono ancora degli astrologi?

Io credo che dobbiamo attaccare queste cose in cui non crediamo. Non attaccarle secondo il metodo di decapitare la gente, ma attaccarle nel senso di discuterle. Io credo che dobbiamo pretendere che la gente provi, in testa, a guadagnarsi un quadro più coerente del mondo; che non si permetta il lusso di avere il cervello diviso in quattro, ma nemmeno due, parti, e da una parte c’è una credenza, dall’altra un’altra credenza, senza mai cercare di paragonare i due punti di vista. Perché abbiamo imparato che, cercando di mettere insieme e di confrontare i diversi punti di vista che abbiamo in testa, progrediamo nel comprendere e nell’apprezzare dove siamo e cosa siamo. E io credo che la scienza sia rimasta irrilevante perché aspettiamo che qualcuno ci faccia domande o ci inviti a tenere un discorso sulla teoria di Einstein a gente che non capisce la meccanica newtoniana, ma non siamo mai invitati ad attaccare le terapie energetiche o l’astrologia, cioè a dare il punto di vista scientifico sull’astrologia oggi.

Se qualcuno fosse interessato a leggere qualcosa sulla fisica uscito dalla macchina da scrivere di Richard P. Feynman, anche perché davvero è un piacere leggere i suoi lavori, consiglierei “Sei pezzi facili”, edito da Adelphi, per chi è un po’ a digiuno di fisica, o “Sei pezzi meno facili”, sempre per i tipi di Adelphi, per chi è un po’ più addentro.

Buona lettura.

Notizie dal congresso

Il congresso è finito.

Appena prima della foto di rito, del pranzo, di Nacho che ha imbracciato il charango e si è messo a cantare la zamba del minatore, appena prima c’è stata la relazione conclusiva.

Il vecchio relatore, sul palco col bastone e una quantità spropositata di anni, emeritissimo negli States, ha faticato a ricordare le parole esatte, ma non a commentare esperimenti, a mettere in relazione risultati provenienti da ogni parte del mondo, a proporre interpretazioni.

Ha concluso dicendo di avere ancora molte domande in testa, “because in science what’s fun is what you don’t know”.

Lo ripeto, per assicurarmi di aver capito bene: questo vegliardo, accompagnato da altrettanto vetusta consorte, dice che continua a far scienza, cosa che probabilmente non ha mai smesso di fare da quando era studente, perché si diverte.

Ho pensato che sarebbe la cosa più convincente e vera che ogni insegnante di materie scientifiche dovrebbe poter dire. Il problema è solo in parte l’età, visto che se la biologia lo consente, la previdenza sicuramente mi garantirà di essere in servizio attivo e per nulla emerito fino alla fine dei miei giorni. No, il problema è riuscire a fare gli insegnanti e fare scienza allo stesso tempo. Se i professori universitari fanno una relativa fatica a conciliare le due cose, un insegnante di scuola probabilmente il problema non se lo pone nemmeno. Al massimo percepisce l’urgenza di un equilibrio tra l’insegnamento e la burocrazia.

Ma far burocrazia e far scienza non sono la stessa cosa. E far scienza o non farla fa una bella differenza, con o senza charango. Oh yes.

C’è scienza e c’è altro

Fai una ricerca, ottieni risultati, scrivi un articolo, lo invii a una rivista, aspetti che i referee leggano e rivedano, se chiedono modifiche cerchi di sistemare e pubblichi, se rifiutano ti rivolgi a un’altra rivista.

Nella scienza funziona così. Le riviste spesso sono internazionali e si avvalgono di referee che sono esperti internazionali della materia. Può darsi che vi siano simpatie e antipatie, che vi siano correnti maggioritarie e correnti indipendenti. Ma se una ricerca produce dei risultati nessuna rivista ha interesse a rifiutarsi di pubblicarla (salvo forse in alcuni settori che in questo caso però non c’entrano). Anzi.

Detto questo, si può leggere la biografia di Giampaolo Giuliani. E farsi un’opinione sul valore della persona, del ricercatore, delle teorie. Voglio credere nella buona fede, anche se le previsioni fatte dopo che gli eventi si verificano non sono esattamente delle previsioni.

La buona fede a cui non credo è quella di chi gestisce il blog di Beppe Grillo, i signori della Casaleggio srl, I suppose. Questi cavalcano la notizia ben sapendo che si tratta di qualcosa di assolutamente al di fuori di un controllo scientifico, giusto per fare controinformazione, come di consueto. Quali siano i motivi della controinformazione ad ogni costo in questo momento non voglio approfondirlo: ci sono tante belle inchieste online su questi signori. Ricordo solo quello che scrivevo recentemente proprio sul terremoto: in queste situazioni si vedono le qualità umane e quelle bestiali, e uno sciacallo resta uno sciacallo anche con le stelle e i voti.