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Pulire i cessi

“A parte l’umiliazione che consente a don Mazzi di dire ‘Berlusconi venga qui a pulire i cessi’…”

Beh, a me è capitato di pulire “i cessi”. Di casa mia, ma non solo. Io gratis, ma so che ci sono persone che si guadagnano da vivere pulendo “i cessi”.

Oddio, non mi è piaciuto particolarmente: mi piace di più, ad esempio, cucinare. Però a casa mia va fatto, e nella normale divisione dei compiti mi è capitato anche di dover pulire “i cessi”. Mi è capitato di farlo pure a casa d’altri. Tanto tempo fa: si chiamava volontariato, mi pare di ricordare: un po’ come i servizi sociali, ma senza esservi costretto da una sentenza per evasione fiscale.

E pure chi lavora pulendo “i cessi”, credo che se potesse fare il capitano d’industria, o il Presidente del Consiglio, forse farebbe cambio. O forse no. Chi lo sa, bisognerebbe chiederglielo.

Per quanto mi riguarda, ricordando una filastrocca che avevo postato tanto tempo fa, io credo che il mestiere di pulitore “di cessi” profumi di candeggina, di lysoform, di detersivi. Di pulito.

Non so invece l’evasore fiscale che odore abbia, ma mentre sentivo queste parole ho avvertito, distintamente, odore “di merda”.

Alcuni perché

Rieccomi.

Sono stato via per qualche giorno, come avrà capito chi ha seguito quel che succedeva sotto i pioppi. Una trasferta di lavoro che non mi ha lasciato troppo tempo per pensare a cose molto più articolate di quelle scritte laggiù a commento delle fotografie scattate qua e là.

Ecco il primo perché, quello del mio silenzio di qualche giorno.

Nel frattempo, però, leggendo dall’estero notizie e commenti sulla nostra situazione italica, forse per una strana forma di presbiopia (eh sì, sto invecchiando), alcune cose si sono venute chiarendo, e ve le comunico, nella speranza possano essere d’interesse per qualcuno. Almeno, lo sono per me, nel senso che, come al solito, messi nero su bianco, certi pensieri mi diventano ancora più nitidi, nonostante i difetti di visione.

Perché voterò come voterò. Inizio con la pars construens, in barba ai dettami della retorica, perché il voto è per me un atto positivo, non solo in senso etico ma principalmente letterale: il voto è una posizione che si prende, una scelta che si fa, non prima di tutto l’elenco delle esclusioni.

Voterò, convintamente, il PD. Prima di tutto perché conosco la storia di alcuni dei candidati, ho tanti amici che li conoscono personalmente, che hanno speso energie per sostenerli, per lavorare in questo partito, per cercare di migliorarlo. Di loro mi fido, mi fido della loro competenza, del loro impegno, della loro onestà, e di questa in modo assoluto. Poi perché il programma del PD mi pare adeguato e, anche se non ne condivido il 100% dei contenuti, credo che complessivamente offra un quadro su cui in Parlamento sia possibile costruire ciò di cui l’Italia ha bisogno. Quindi, perché il PD è l’unico partito che ha affrontato queste elezioni con un ampio confronto alla base, un confronto democratico che ha portato alla doppia celebrazione delle primarie per il candidato premier e dei candidati al Parlamento. Nonostante i malumori interni, nonostante le frizioni. E ancora, perché è un partito in cui Renzi e chi lo ha sostenuto può stare senza dover sbattere la porta, in cui Tabacci e chi lo ha promosso può portare il suo contributo con lealtà, insieme a Vendola. Perché è un partito di donne in gamba, come Laura Puppato, e di uomini che possono riconoscerlo. Perché è un partito che a novembre 2011 avrebbe potuto sottrarsi alla durissima responsabilità di sostenere un governo tecnico e stravincere le elezioni dopo il tragico fallimento del governo Berlusconi, ma non l’ha fatto, giocandosi con l’inevitabile politica del rigore dell’anno successivo una grande fetta di elettorato.

Ecco perché voterò il PD.

E ora, perché non voterò gli altri. E mi limito agli altri cinque schieramenti individuandoli col nome del candidato premier, pur sapendo che dietro ci sono partiti, persone, opinioni, programmi.

Non voterò Ingroia, perché non mi è piaciuto come si è venuta creando la sua candidatura, non mi è piaciuto come ha interpretato la sua professionalità negli ultimi tempi del suo lavoro di magistrato, non mi piace l’intransigenza nei confronti di ogni altra formazione, senza distinguere, ad esempio, tra un centro-destra moderno, da sostenere perché diventi il normale avversario da battere quando ancora non lo è, e uno populista, da far sparire dal Parlamento.

Non voterò Monti, anche se vorrei che riportasse un buon risultato elettorale per diventare, in un futuro prossimo, il secondo polo, in una dialettica bipolare moderna, europeista e concreta. Non lo voterò perché non mi rappresenta, e, per quanto il suo periodo di governo sia stato assolutamente eccezionale per la gravità dei problemi che ha dovuto affrontare (e che non ha risolto né affrontato da solo, ma con una grande mano da Francoforte), non credo proprio che condividiamo la stessa idea di società, di equità, di rapporto pubblico-privato.

Non voterò Giannino, perché tutto quel che sa dire è “liberismo”, che è la filosofia economica che sta vedendo in questi mesi di crisi quel che il comunismo ha vissuto con lo stalinismo. Personalmente attendo con ansia la caduta del muro del liBerlino, e quando questo avverrà, Giannino dovrà ripensare a tante cose.

Non voterò Grillo, perché di comici premier ne abbiamo già avuto uno e ci ha portati al disastro. Perché i politici non sono tutti uguali, e il qualunquismo e il populismo mi disgustano. Perché dove il M5S sta governando una città, la mia, non sta facendo vedere nulla di buono, solo tanta mediocrità. Perché non so chi sia Casaleggio, non so che ruolo abbia, non so come mai un partito che dovrebbe governare un paese democratico non possa essere democratico al proprio interno: non lo so, e senza saperlo non lo voterò. E poi perché capisco e condivido la rabbia espressa in questo post.

E infine non voterò ??? (Alfano? Berlusconi? non ho ancora capito chi sia il candidato premier). Semplicemente perché hanno governato per la maggior parte degli ultimi vent’anni e, a mio modestissimo modo di vedere, sono stati il peggio della storia della Repubblica, hanno rappresentato la parte peggiore del Paese. Non voglio aggiungere altro.

Ecco i miei perché di oggi. Buon voto a tutti.

Una questione di cultura

Due sole parole in merito al penoso episodio in Veneto in cui Mr B si è reso protagonista di un siparietto a base di scontatissimi e imbarazzanti doppi sensi con un’impiegata dell’azienda che lo ospitava.

Nichi Vendola dice (riporto da Repubblica.it) che la violenza sulle donne comincia con il linguaggio.

Come al solito mi trovo in disaccordo. La violenza non comincia con il linguaggio. Comincia con gli occhi, con la testa di chi guarda. Con la sua cultura.

Non voglio essere elitario o classista, non voglio dire che chi ha studiato non è violento e chi non l’ha fatto lo è.

E però è ora di smetterla di dire che tanto la cultura non conta. Conta, eccome.

Contano i modelli, gli esempi su cui la mente si forma. Contano le espressioni umane a cui la mente è esposta mentre cresce. Conta la quantità di bellezza e di orrore, e la riflessione su entrambe, a cui ci si trova di fronte durante la propria formazione. Non contano le nozioni, ma conta la capacità di districarsi tra informazioni importanti e meno importanti, collegandole e guardandole sia in modo analitico e approfondito che in modo sintetico e complessivo.

E contano perché l’umanità, uomini e donne insieme, sono lì dentro, trovano in tutto ciò che le scienze e le arti insegnano la loro definizione più ampia e completa. L’umanità, donne e uomini, è quella che nel Medioevo europeo viveva in un certo modo, ha prodotto la Cappella Sistina (certo, tramite un suo esimio esemplare, che però non era un alieno, era figlio del suo presente e dei suoi passati), la Critica della Ragion Pura, la teoria degli insiemi, la musica dodecafonica, la Shoah.

Ed è pur vero che tante persone intelligenti sono in grado di arrivare a questa cultura anche al di fuori della scuola.

Ma la scuola dovrebbe essere il luogo in cui questo avviene istituzionalmente.

E allora, per favore, non stupiamoci se un qualunque ignorante becero (nel senso che non ha cultura, come intesa sopra, né ne sente la mancanza) usa un linguaggio offensivo del pudore comune e della dignità delle donne. O se una qualunque ignorante becera non ha altro da esporre e pubblicizzare se non menzogne nel linguaggio e nel proprio corpo.

Aiutiamoci, invece, a rifarci gli occhi, a rifarci la testa (“rifacciamoci il senno”, diceva qualche tempo fa Alessandro Bergonzoni), e aiutiamo i giovani a farsela giusta senza bisogno di doversela rifare.

E investiamo su insegnanti e studenti, sulla scuola. Senza un nuovo umanesimo profondo, vincono solo le visioni parziali. Tra cui, culi e tette invece di donne.

27 gennaio

Un post supplementare, per oggi.

Vista la quantità di commenti, post e contributi sulla Giornata della Memoria, pensavo, io, di non parlarne.

Poi ho visto i titoli dei giornali.

Merkel: “la nostra colpa è perenne”.

Berlusconi: “Leggi razziali la sua peggior colpa, per il resto Mussolini fece bene”.

Ecco, il 27 gennaio non è solo il ricordo della Shoah, è anche il momento della vergogna, soprattutto per la nostra Europa.

Per qualcuno di noi Europei è una vergogna riferita a un passato che non si vuole che si ripresenti mai.

Per altri, sfortunatamente, è una vergogna che continua.

Si chiama professionalità

Questa mattina, mentre correvo all’asilo a raccogliere un figlio in preda alla diarrea, ho rischiato grosso io stesso accendendo la radio.

A “Radio anch’io” (e chi l’avrebbe mai detto, non si vede e non si sente quasi più) c’era il Cav.

Ho sentito solo l’ultima peristaltica battuta su Ingroia, in cui si diceva scandalizzato che un magistrato possa accumulare popolarità con le sentenze e poi spenderla in politica e poi tornare a fare il magistrato.

Personalmente non nutro simpatie per Ingroia. Soprattutto a causa di alcune sue esternazioni alla stampa di quando era ancora membro attivo della magistratura e sull’operato di alcuni suoi colleghi. Cose che hanno prestato e prestano il fianco alle critiche di cui sopra, che sono, invece, assolutamente infondate.

Ammesso che al Cavaliere l’unica popolarita che piace sia la sua propria o, in subordine, quella di chi gliela presta (ricordisi come gli piaceva la popolarità di un altro magistrato di Mani Pulite cui offrì un posto da ministro, nientemeno).

Ammesso anche che a me di quel che scandalizza o non scandalizza il Cavaliere non può fregar di meno, salvo rilevare che statisticamente quando lui si scandalizza di qualcosa io normalmente quel qualcosa lo ritrovo codificato dentro qualche principio costituzionale.

Ammesso che, colite a parte, sentire un elefante ridere del naso di un formichiere mi mette di buonumore.

Rilevo però che queste stesse critiche, soprattutto quelle relative al congedo per attività politiche e al tornare a svolgere le attività precedenti al suo termine, sono diffuse anche tra chi normalmente non indulge all’antipolitica.

E allora a queste critiche mi riferisco, perché a mio modo di vedere non hanno fondamento.

  1. Mi pare auspicabile che se decidi di darti alla politica, tu lo faccia “a termine”. Ma comunque è giusto che, se vuoi farlo solo per una parte del resto della tua vita, tu lo possa fare. O no?
  2. Se hai la fortuna del Cavaliere e sei un capitano d’industria, o anche se sei un semplice libero professionista, al termine della tua esperienza politica non hai problemi: torni a fare quel che facevi prima. E’ uno scandalo? Ma come? Con tutte le conoscenze, i favori che avrai fatto in politica, vuoi non approfittarne?
  3. Se invece sei un dipendente, che devi fare? Licenziarti, darti alla politica e poi? E se magari quel lavoro che avevi ti piace pure, hai sudato per ottenerlo, ti dispiace abbandonarlo? O ti si dà la possibilità di tornare a farlo, o in politica non scendi proprio. Oppure punti tutto sul fare favori, così poi qualcuno si ricorderà di te. Cos’è meglio?
  4. Ma un giudice! Ma un giudice è un cittadino o no? Ha o non ha gli stessi diritti di ogni altro cittadino, compreso quello dell’elettorato passivo? Quindi, appurato che un giudice può entrare in politica, che per la separazione dei poteri è bene che quando entra in politica esca temporaneamente dal corpo che esprime il potere giudiziario, che è auspicabile anche che dalla politica a un certo punto esca, che è un dipendente pubblico e che magari il suo mestiere gli piace, ha accumulato e arricchito le proprie competenze, quando cessa il mandato politico che fa? Buttiamo tutto a mare?

Quel che voglio dire è che il congedo per attività politica è un segno di civiltà e permette a tutti, indipendentemente dalla professione, di dedicare una parte della propria vita al servizio della comunità nella politica senza costringerlo a preoccuparsi di rimanerci a vita, o di uscirne in balia degli amici degli amici.

Quel che voglio dire, ancora, è che tornare o non tornare a fare il mestiere di prima non è il problema in sé. Il problema si chiama professionalità. Che c’è, o non c’è. Per un giudice come per qualunque altra categoria professionale.

Se c’è, il giudice sarà in grado di svolgere la propria attività politica e poi di tornare a fare il magistrato senza problemi, magari svolgendo mansioni diverse, d’accordo, ma sarà lui stesso a riscontrarne l’opportunità prima che glielo facciano notare.

Se non c’è, invece, che entri o non entri in politica poco importa: rimane un problema anche se rimane nel ruolo in cui si trova.

E questo vale anche per i liberi professionisti, per gli industriali, per i direttori di banca, gli operai specializzati e le casalinghe.

Non capirlo, o far finta di non capirlo, non è un buon segno.

Detto ciò, auguro ad entrambi, Ingroia e Cavaliere, tanta fortuna e professionalità nel mestiere che facevano prima.

E io mi dedico all’Imodium.

Per chi si lavora

All’inizio della puntata di ieri di Servizio Pubblico, uno spot elettorale del 1994 in cui Silvio Berlusconi sollecitava gli elettori dicendo, più o meno: “lavoriamo per lo Stato dal primo gennaio al 28 luglio, e dal 29 luglio al 31 dicembre per noi stessi e le nostre famiglie”.

Con la qual cosa voleva mettere in evidenza come del frutto del lavoro la maggior parte viene pagata in tasse ed imposte, credo.

Diciannove anni dopo siamo ancora allo stesso punto, se non peggio.

Peggio, nel senso che probabilmente la pressione fiscale si è alzata e quindi, non so, oggi forse Berlusconi direbbe, usando la stessa metafora, che si lavora per lo Stato fino al primo settembre o più avanti.

Ma peggio anche nel senso, ed è quello che mi fornisce una dose sempre crescente di fastidio, che lo stesso tipo di metafora viene utilizzata, quello dello Stato che mette le mani in tasca, sottrae beni e risorse, a chi lavora.

Invece di spiegare perché non si riesce a tagliare gli sprechi dello Stato, si fa, ancora una volta, l’allusione al fatto che è lo Stato a sottrarre indebitamente.

Quando ti ammali, lo vuoi un ospedale che funzioni? Medici presenti? Attrezzature diagnostiche pronte e funzionanti?

I tuoi figli vuoi mandarli in scuole che stiano in piedi senza impalcature, pulite e riscaldate, ad imparare da insegnanti decenti organizzati decentemente?

Se litighi con qualcuno, vuoi trovare un sistema in grado di definire chi ha ragione in tempi rapidi? Se subisci un torto o un attacco, vuoi che il colpevole sia preso e punito?

Se cammini per la strada, vuoi che nessuno venga a minacciarti? Vuoi poter uscire di casa senza il timore che qualcuno ci entri in tua assenza e ti porti via quel che ci lasci?

Allora, caro mio, lo Stato ti serve. E quando lavori per lo Stato, lavori anche per te stesso e per la tua famiglia, per i tuoi beni, per la tua comunità locale. Anche se il ventotto luglio non è ancora passato.

Se la questione è quante tasse si pagano, credo assolutamente che se ne paghino la quantità minima per avere il funzionamento di una macchina come è quella che si ha: nessun politico ama aumentare le tasse oltre ciò che è strettamente necessario.

Uno dei due problemi è il funzionamento della macchina, gli sprechi e la corruzione. Questo sì. Ridurre non le tasse, ma gli sprechi e l’illecito nella gestione del denaro pubblico. Il che, a sua volta, molto probabilmente si traduce in risparmio e quindi in riduzione delle tasse e delle tariffe.

E l’altro è che a fronte di chi paga regolarmente, perché non può farne a meno o perché sente di doverlo fare, ci sono i parassiti che vivono in una comunità senza contribuire o contribuendo meno di quanto dovrebbero.

Allora, non stiamo a valutare fino a che punto lavoriamo per noi stessi o per lo Stato: chiediamoci invece in che percentuale lavoriamo per noi stessi come comunità, o piuttosto per chi ruba o spreca.

Questa è la differenza tra uno statista e un arruffone populista.

A proposito della ridiscesa in campo

Io non so cosa possa spingere un anziano a sottoporsi al ridicolo, alla vergogna in mondovisione.

In ogni caso, vuoi che si tratti di una percezione completamente distorta della realtà, vuoi che sia per disperazione, o per secondi fini talmente impellenti da far perdere ogni senso di dignità, si tratta di motivazioni pericolosissime.

Pericolosissime non soltanto e banalmente per i sacrifici che nell’ultimo anno tutto il Paese è stato chiamato a compiere e che potrebbero essere vanificate. Non soltanto idealmente per la messa in discussione degli ideali che hanno portato al percorso di integrazione europea, ancora ampiamente insoddisfacente ma che comunque ha fatto passi da gigante rispetto alla situazione all’uscita dalla Seconda Guerra Mondiale.

Ricordiamoci a che punto il signore in questione, con la sua dissennata gestione (e, lo ammetto, con una effettiva responsabilità parziale di una opposizione che non ha mai saputo offrire alternative vere), ha mollato il Paese tredici mesi fa.

In discussione c’era l’economia mondiale. Ricordiamolo. Lo scenario peggiore era di una caduta dell’Italia e, a domino, delle principali economie europee. Un disastro di proporzioni inimmaginabili, legato allo scatenarsi di tensioni speculative sul debito sovrano nostro e di altri paesi “deboli”.

Oggi quel signore chiede retoricamente “che c’importa dello spread?”. Ciò che è avvenuto negli ultimi tredici mesi, pur con tutte le sue criticità, è servito a riportare la calma sui mercati internazionali, a mettere i presupposti per non dover pagare interessi sempre maggiori sul debito, per non essere strangolati dalle spese del passato e poter affrontare un futuro non troppo vicino con maggiori speranze. La tempesta non si è dissolta, è solo stata alla larga. Anche il tanto fortemente voluto “scudo anti-spread” non potrà essere usato senza conseguenze, e comunque non è politicamente sostenibile a lungo.

Io credo che a questo punto occorra fare una scelta di azione.

Lasciar perdere per un attimo il popolo di internet. Quello è informato e consapevole, e anche coloro di questi che voteranno per lui, lo faranno comunque ideologicamente: non credo ci sia modo di far loro cambiare idea.

Andare a trovare i nonni, gli zii, gli anziani, tutte quelle categorie che non si informano o si informano tramite i canali del caimano. Rivolgere a loro gli sforzi di comunicazione, di contatto: fare campagna elettorale su di loro.

E sarebbe bello che qualche esponente di centrodestra si smarcasse, mostrasse carattere e una qualche volontà di sacrificio, e magari anche consapevole della sconfitta lo sfidasse, desse l’alternativa di un voto conservatore ma democratico, europeista. Serio.

Temo che la posta in gioco sia troppo alta, a questo punto, perché qualcuno possa chiamarsi fuori.

Una magra consolazione

La prescrizione, in ambito penale, vuol dire che il reato è stato commesso troppo tempo prima perché sia ancora interessante per lo Stato cercare un colpevole. Non significa innocenza. Significa un dubbio.

L’imputato che punta sulla prescrizione non vuole che sia accertata la sua innocenza: per quello bisogna che il processo vada fino in fondo e il verdetto sia chiaro. No, vuole uscire senza essere condannato.

Per questo Silvio Berlusconi che si lamenta e vuole la prescrizione a tutti i costi è comunque sconfitto: non vuole essere dichiarato innocente. Vuole non essere condannato.

In un paese civile questo, per un uomo politico, unito al fatto che il politico ha usato tutto il potere di cui disponeva per fermare i procedimenti giudiziari a suo carico, equivale a una ammissione implicita di colpevolezza. Non rilevante giuridicamente ma impresentabile all’elettorato.

Non in Italia. Ma forse il vento di cambiamento sta soffiando anche su queste cose.

Ho fatto una cazzata

Ho fatto una cazzata quando, alle elementari, ho spedito una lettera anonima a una mia compagna. Ricordo il bruciore di orgoglio e chiappa sinistra quando mio padre lo venne a sapere.

Ho fatto una cazzata quando, nel mucchio e vigliaccamente, mi sono permesso di sfottere la prof di matematica, alle medie. Nessuno mi ha beccato, anche perché forse erano uno o due quelli che non lo facevano, ma il bruciore della coscienza ancora si sente.

Ho fatto una cazzata quando ho scelto il liceo scientifico invece del classico. Una cazzatina piccola, alla fine mi è piaciuto comunque molto. Ma mi brucia il greco, ed è una sensazione strana perché il greco non ce l’ho da nessuna parte.

Ho fatto una cazzata quando ho permesso che mia moglie lasciasse un lavoro sicuro e ben pagato all’estero perché io potessi continuare a fare il precario in Italia e lei per qualche anno la disoccupata. Una cazzata che in parte e per altri motivi si è dimostrata meno grave di quanto sembri, ma in questi ultimi mesi brucia parecchio, nonostante da tempo io non sia più precario e lei non sia più disoccupata.

Mi sto esercitando. Non è facile ammettere di aver fatto una cazzata. Anche perché spesso ci si illude che quella lì non sia proprio stata una cazzata. Eppure basta seguire il bruciore.

Allora, caro elettore di Berlusconi, visto che c’è gente che anche diciannove anni fa ci aveva visto giusto, ammettilo: hai fatto una cazzata. Ti sentirai meglio, nonostante tutto. Anche perché le alternative sono solo due.

Una è negare l’evidenza e ritirarsi a vivere in un mondo parallelo in cui tutto quel che è stato fatto da questo governo è meraviglioso e la colpa di tutto è sempre di qualcun altro. Tipo Bondi, non so se rendo l’idea. Che non capisci bene se tu non hai capito bene quel che ha detto, se è lui che non ha capito bene quel che ha detto, o se davvero sono le sue sinapsi che non si capiscono bene tra di loro. Se è così, che il governo sono i buoni che mutano in oro quel che toccano e gli altri i cattivi che trasformano in cacca tutto l’oro, per spiegare il merdaio in cui ci siamo cacciati, dobbiamo presupporre davvero che tutti quanti si siano messi a cospirare contro il governo e la maggioranza. Che a questo punto stenterei a definire maggioranza. Allegoria alla Di Pietro: è un po’ come se, lasciata la porta di casa aperta e scoperte visite non gradite in mia assenza, mi lamentassi perché i vicini di casa non hanno lasciato la porta aperta anche loro. Hai fatto una cazzata: ti brucia, ammettilo e starai meglio se non altro perché eviterai gli sguardi di compatimento dei vicini.

L’altra è il qualunquismo: giustificarsi perché tanto se avessi votato altri sarebbe stato lo stesso. Che è uno sport piacevole e gratificante, ma, once again, porta un po’ lontani dalla realtà. E’ sempre difficile dire cosa sarebbe successo se al posto di questi avessero vinto quelli. Chi vince si porta sul groppone non solo il premio di una campagna elettorale ben giocata: non è come una partita a calcio, dove finiti i 90′ si sa chi ha vinto, ci si scambia le maglie e poi tutti a casa a mangiare i budini dello sponsor. Chi vince ha il dovere di governare. L’opposizione ha altri doveri, ma non il dovere di governare, non il dovere di essere compatta, non il dovere di esprimere un leader, nemmeno il dovere di avere un unico programma. Di farsi trovare pronta nell’emergenza, questo sì, ma questo lo si scopre solo quando è necessario scoprirlo. Ora, se un Paese va alla deriva, rischia di finire in default, ha i tassi sui BTP decennali oltre il 7%, l’opposizione, i giornali, i giudici, il panettiere del mio paese, mio figlio treenne hanno tutti una cosa in comune: non sono al governo, non controllano ministeri, non hanno la responsabilità affidata loro dal Parlamento per gestire (“potere esecutivo”) la situazione. Non sono tutti uguali prima di tutto perché non occupano lo stesso ruolo. Peccato, questi si sono rivelati inadeguati. Chi lo sa se anche gli altri si sarebbero rivelati tali: non si fa storia coi se. Però questi hanno accettato gli onori, gli ad personam, i privilegi. Accettino anche gli oneri. Posto che è evidente che di fronte alle cifre di cui si parla i costi della politica non sono così rilevanti (questo è l’unica cosa che accomuna tutti, destra centro e sinistra: hanno troppi privilegi per quel che fanno, questi parlamentari) e che tagliare i costi della politica sia più che altro una questione di buon gusto e di onestà, credo che la storia riconoscerà che il debito pubblico è stato fatto crescere negli ultimi quarant’anni da quasi tutti i governi, con la significativa inversione della regola della prima parte della storia del Paese per cui i governi di sinistra spendevano e quelli di destra risanavano, e che chi a) ha portato l’Italia sulla soglia della bancarotta b) ha portato l’Europa al collasso economico finanziario è stato Silvio Berlusconi. (Metterci a) o b)? lo scopriremo solo vivendo. Comunque adesso ho un po’ paura…).

Non siamo ai tempi della damnatio memoriae, non siamo ai tempi delle liste di proscrizione: si può dire, caro elettore di Berlusconi, “ho fatto una cazzata”. Anche sottovoce. Ti sentirai meglio, tornerai sulla Terra, eviterai di dire altre cagate, e questo ti consentirà di essere un po’ più benvisto dal resto, la maggioranza, degli Italiani e degli Europei incazzati a cui la tua cazzata brucia il doppio, perché non è una cazzata loro ma ipoteca il futuro di tutti.

E scusate il turpiloquio, ma, accipicchia…

Il dileggio

Teneramente, l’onorevole Renato Farina commenta il voto odierno alla Camera, in cui è stato bocciato, per un voto, l’articolo 1 dell’assestamento di bilancio 2010.

Dice: la cosa peggiore, "la meno bella di tutte", è stato esporre il Presidente del Consiglio al dileggio dell’opposizione.

Strano, Farina è stato e forse è tuttora giornalista. Possibile che non si sia accorto che è da un po’ che "il dileggio dell’opposizione" va avanti, e la figuraccia dei peones di oggi non rappresenta, da quel punto di vista, un salto di qualità, anzi: almeno il dileggio ha a che fare con la Camera dei Deputati, e non con altre stanze.

Lamenta anche, l’onorevole Farina Renato, forse come battuta visto il sorriso amaro, l’assenza decisiva dell’onorevole Papa, in carcere anche se nella pienezza dei compiti.

Ancora più strano: ma dov’era Farina quando la Camera, non il Soviet Supremo, ha votato a favore dell’arresto?

C’è un che di fatalistico nell’interpretazione degli avvenimenti di oggi che dà l’onorevole Farina. La distrazione di questi, la noncuranza di questi altri, la pigrizia di alcuni, quello in galera… Come se il destino cospirasse, nella fattispecie di una serie di comportamenti individuali gravi per il momento in cui ci troviamo, ma presi per sé assolutamente perdonabili, contro la maggioranza ed il governo che questa esprime.

Ma questi chi ce li ha messi in Parlamento? Chi ha tirato la corda fino al punto di arrivare, dalla maggioranza ampia e solida iniziale, a quella evanescente di oggi? Chi è che ha esposto la carica pubblica e il Paese al dileggio internazionale e all’oblio anche da parte di alleati potenti o dei Paesi che primi tra tutti si stanno impegnando per salvare l’Europa, giusto per non parlare del dileggio dell’opposizione? E, dall’altra parte, si tratta di un maligno colpo del destino o qualcuno, consideriamolo pure innocente di tutte le imputazioni, si è dato parecchio da fare con frequentazioni e rapporti con personaggi di dubbia reputazione, per suscitare dubbi e illazioni? E se davvero ci fosse una regia occulta, come qualcuno dei "Responsabili" paventa, com’è che salta fuori adesso?

Fosse solo il destino di Berlusconi in gioco, non mi spaventerebbe il fatalismo, questa cecità che gli dèi impongono a chi è già perduto: bendati prima o poi si incaglierebbero e colerebbero a picco. Ma non c’è solo il destino di Berlusconi in gioco. Sarebbe assai importante vederci bene, osservare il baratro e tirarsi indietro prima di caderci. Oggi probabilmente è stato uno scoglio messo in traiettoria da chi voleva vedere se le bende cadono. Non cadranno, le secche sono vicine.