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Alcuni perché

Rieccomi.

Sono stato via per qualche giorno, come avrà capito chi ha seguito quel che succedeva sotto i pioppi. Una trasferta di lavoro che non mi ha lasciato troppo tempo per pensare a cose molto più articolate di quelle scritte laggiù a commento delle fotografie scattate qua e là.

Ecco il primo perché, quello del mio silenzio di qualche giorno.

Nel frattempo, però, leggendo dall’estero notizie e commenti sulla nostra situazione italica, forse per una strana forma di presbiopia (eh sì, sto invecchiando), alcune cose si sono venute chiarendo, e ve le comunico, nella speranza possano essere d’interesse per qualcuno. Almeno, lo sono per me, nel senso che, come al solito, messi nero su bianco, certi pensieri mi diventano ancora più nitidi, nonostante i difetti di visione.

Perché voterò come voterò. Inizio con la pars construens, in barba ai dettami della retorica, perché il voto è per me un atto positivo, non solo in senso etico ma principalmente letterale: il voto è una posizione che si prende, una scelta che si fa, non prima di tutto l’elenco delle esclusioni.

Voterò, convintamente, il PD. Prima di tutto perché conosco la storia di alcuni dei candidati, ho tanti amici che li conoscono personalmente, che hanno speso energie per sostenerli, per lavorare in questo partito, per cercare di migliorarlo. Di loro mi fido, mi fido della loro competenza, del loro impegno, della loro onestà, e di questa in modo assoluto. Poi perché il programma del PD mi pare adeguato e, anche se non ne condivido il 100% dei contenuti, credo che complessivamente offra un quadro su cui in Parlamento sia possibile costruire ciò di cui l’Italia ha bisogno. Quindi, perché il PD è l’unico partito che ha affrontato queste elezioni con un ampio confronto alla base, un confronto democratico che ha portato alla doppia celebrazione delle primarie per il candidato premier e dei candidati al Parlamento. Nonostante i malumori interni, nonostante le frizioni. E ancora, perché è un partito in cui Renzi e chi lo ha sostenuto può stare senza dover sbattere la porta, in cui Tabacci e chi lo ha promosso può portare il suo contributo con lealtà, insieme a Vendola. Perché è un partito di donne in gamba, come Laura Puppato, e di uomini che possono riconoscerlo. Perché è un partito che a novembre 2011 avrebbe potuto sottrarsi alla durissima responsabilità di sostenere un governo tecnico e stravincere le elezioni dopo il tragico fallimento del governo Berlusconi, ma non l’ha fatto, giocandosi con l’inevitabile politica del rigore dell’anno successivo una grande fetta di elettorato.

Ecco perché voterò il PD.

E ora, perché non voterò gli altri. E mi limito agli altri cinque schieramenti individuandoli col nome del candidato premier, pur sapendo che dietro ci sono partiti, persone, opinioni, programmi.

Non voterò Ingroia, perché non mi è piaciuto come si è venuta creando la sua candidatura, non mi è piaciuto come ha interpretato la sua professionalità negli ultimi tempi del suo lavoro di magistrato, non mi piace l’intransigenza nei confronti di ogni altra formazione, senza distinguere, ad esempio, tra un centro-destra moderno, da sostenere perché diventi il normale avversario da battere quando ancora non lo è, e uno populista, da far sparire dal Parlamento.

Non voterò Monti, anche se vorrei che riportasse un buon risultato elettorale per diventare, in un futuro prossimo, il secondo polo, in una dialettica bipolare moderna, europeista e concreta. Non lo voterò perché non mi rappresenta, e, per quanto il suo periodo di governo sia stato assolutamente eccezionale per la gravità dei problemi che ha dovuto affrontare (e che non ha risolto né affrontato da solo, ma con una grande mano da Francoforte), non credo proprio che condividiamo la stessa idea di società, di equità, di rapporto pubblico-privato.

Non voterò Giannino, perché tutto quel che sa dire è “liberismo”, che è la filosofia economica che sta vedendo in questi mesi di crisi quel che il comunismo ha vissuto con lo stalinismo. Personalmente attendo con ansia la caduta del muro del liBerlino, e quando questo avverrà, Giannino dovrà ripensare a tante cose.

Non voterò Grillo, perché di comici premier ne abbiamo già avuto uno e ci ha portati al disastro. Perché i politici non sono tutti uguali, e il qualunquismo e il populismo mi disgustano. Perché dove il M5S sta governando una città, la mia, non sta facendo vedere nulla di buono, solo tanta mediocrità. Perché non so chi sia Casaleggio, non so che ruolo abbia, non so come mai un partito che dovrebbe governare un paese democratico non possa essere democratico al proprio interno: non lo so, e senza saperlo non lo voterò. E poi perché capisco e condivido la rabbia espressa in questo post.

E infine non voterò ??? (Alfano? Berlusconi? non ho ancora capito chi sia il candidato premier). Semplicemente perché hanno governato per la maggior parte degli ultimi vent’anni e, a mio modestissimo modo di vedere, sono stati il peggio della storia della Repubblica, hanno rappresentato la parte peggiore del Paese. Non voglio aggiungere altro.

Ecco i miei perché di oggi. Buon voto a tutti.

Ho fatto una cazzata

Ho fatto una cazzata quando, alle elementari, ho spedito una lettera anonima a una mia compagna. Ricordo il bruciore di orgoglio e chiappa sinistra quando mio padre lo venne a sapere.

Ho fatto una cazzata quando, nel mucchio e vigliaccamente, mi sono permesso di sfottere la prof di matematica, alle medie. Nessuno mi ha beccato, anche perché forse erano uno o due quelli che non lo facevano, ma il bruciore della coscienza ancora si sente.

Ho fatto una cazzata quando ho scelto il liceo scientifico invece del classico. Una cazzatina piccola, alla fine mi è piaciuto comunque molto. Ma mi brucia il greco, ed è una sensazione strana perché il greco non ce l’ho da nessuna parte.

Ho fatto una cazzata quando ho permesso che mia moglie lasciasse un lavoro sicuro e ben pagato all’estero perché io potessi continuare a fare il precario in Italia e lei per qualche anno la disoccupata. Una cazzata che in parte e per altri motivi si è dimostrata meno grave di quanto sembri, ma in questi ultimi mesi brucia parecchio, nonostante da tempo io non sia più precario e lei non sia più disoccupata.

Mi sto esercitando. Non è facile ammettere di aver fatto una cazzata. Anche perché spesso ci si illude che quella lì non sia proprio stata una cazzata. Eppure basta seguire il bruciore.

Allora, caro elettore di Berlusconi, visto che c’è gente che anche diciannove anni fa ci aveva visto giusto, ammettilo: hai fatto una cazzata. Ti sentirai meglio, nonostante tutto. Anche perché le alternative sono solo due.

Una è negare l’evidenza e ritirarsi a vivere in un mondo parallelo in cui tutto quel che è stato fatto da questo governo è meraviglioso e la colpa di tutto è sempre di qualcun altro. Tipo Bondi, non so se rendo l’idea. Che non capisci bene se tu non hai capito bene quel che ha detto, se è lui che non ha capito bene quel che ha detto, o se davvero sono le sue sinapsi che non si capiscono bene tra di loro. Se è così, che il governo sono i buoni che mutano in oro quel che toccano e gli altri i cattivi che trasformano in cacca tutto l’oro, per spiegare il merdaio in cui ci siamo cacciati, dobbiamo presupporre davvero che tutti quanti si siano messi a cospirare contro il governo e la maggioranza. Che a questo punto stenterei a definire maggioranza. Allegoria alla Di Pietro: è un po’ come se, lasciata la porta di casa aperta e scoperte visite non gradite in mia assenza, mi lamentassi perché i vicini di casa non hanno lasciato la porta aperta anche loro. Hai fatto una cazzata: ti brucia, ammettilo e starai meglio se non altro perché eviterai gli sguardi di compatimento dei vicini.

L’altra è il qualunquismo: giustificarsi perché tanto se avessi votato altri sarebbe stato lo stesso. Che è uno sport piacevole e gratificante, ma, once again, porta un po’ lontani dalla realtà. E’ sempre difficile dire cosa sarebbe successo se al posto di questi avessero vinto quelli. Chi vince si porta sul groppone non solo il premio di una campagna elettorale ben giocata: non è come una partita a calcio, dove finiti i 90′ si sa chi ha vinto, ci si scambia le maglie e poi tutti a casa a mangiare i budini dello sponsor. Chi vince ha il dovere di governare. L’opposizione ha altri doveri, ma non il dovere di governare, non il dovere di essere compatta, non il dovere di esprimere un leader, nemmeno il dovere di avere un unico programma. Di farsi trovare pronta nell’emergenza, questo sì, ma questo lo si scopre solo quando è necessario scoprirlo. Ora, se un Paese va alla deriva, rischia di finire in default, ha i tassi sui BTP decennali oltre il 7%, l’opposizione, i giornali, i giudici, il panettiere del mio paese, mio figlio treenne hanno tutti una cosa in comune: non sono al governo, non controllano ministeri, non hanno la responsabilità affidata loro dal Parlamento per gestire (“potere esecutivo”) la situazione. Non sono tutti uguali prima di tutto perché non occupano lo stesso ruolo. Peccato, questi si sono rivelati inadeguati. Chi lo sa se anche gli altri si sarebbero rivelati tali: non si fa storia coi se. Però questi hanno accettato gli onori, gli ad personam, i privilegi. Accettino anche gli oneri. Posto che è evidente che di fronte alle cifre di cui si parla i costi della politica non sono così rilevanti (questo è l’unica cosa che accomuna tutti, destra centro e sinistra: hanno troppi privilegi per quel che fanno, questi parlamentari) e che tagliare i costi della politica sia più che altro una questione di buon gusto e di onestà, credo che la storia riconoscerà che il debito pubblico è stato fatto crescere negli ultimi quarant’anni da quasi tutti i governi, con la significativa inversione della regola della prima parte della storia del Paese per cui i governi di sinistra spendevano e quelli di destra risanavano, e che chi a) ha portato l’Italia sulla soglia della bancarotta b) ha portato l’Europa al collasso economico finanziario è stato Silvio Berlusconi. (Metterci a) o b)? lo scopriremo solo vivendo. Comunque adesso ho un po’ paura…).

Non siamo ai tempi della damnatio memoriae, non siamo ai tempi delle liste di proscrizione: si può dire, caro elettore di Berlusconi, “ho fatto una cazzata”. Anche sottovoce. Ti sentirai meglio, tornerai sulla Terra, eviterai di dire altre cagate, e questo ti consentirà di essere un po’ più benvisto dal resto, la maggioranza, degli Italiani e degli Europei incazzati a cui la tua cazzata brucia il doppio, perché non è una cazzata loro ma ipoteca il futuro di tutti.

E scusate il turpiloquio, ma, accipicchia…