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La borsa di Amburgo, città di Telemann e dei suoi numeri

I numeri di Telemann

sinuosi, sottili, azzurri
con una flessibile anima rossa
che trasporta scossa

regolare cammina
da quando parte non s’arresta
passi secchi chiari, poi più

non la vedi, non la senti, ma la temi perché
quando il suo tempo finisce, anche tu non ne hai più:
corri, attento a te!

Partiamo dal titolo. Telemann, Georg Philipp, classe 1681, nasce a Magdeburgo, poi si sposta ad Amburgo. Lì per 43 anni ricopre incarichi di alto livello e inonda il mondo con le sue note.

Di numeri ne aveva tanti. Prima di tutto la quantità di musica scritta, grazie alla quale ottiene facilmente il titolo di compositore più prolifico di sempre.

Tra cui la musica da pasto, la Tafelmusik. Telemann trova un format (suite di 6 brani di carattere diverso e adatti ad accompagnare i diversi momenti dei banchetti), e lo riempie di musica originale e talvolta anche coraggiosa. La vende, pure, con pagamento anticipato. Pare sia il primo esperimento di crowdfunding e abbonamento: i finanziatori, il cui nome veniva pubblicato, ricevevano a casa i fascicoli via via che venivano pubblicati.

Ciò per cui però vorrei qui ricordarlo, e che spiega il piccolo brandello sotto il titolo, è una particolare predilezione di Telemann per la musica enigmatica e descrittiva. Telemann eleva l’arte della gallina di Rameau all’ennesima potenza, giusto per stare sui suoi numeri. Scrive musica che descrive fondamentalmente la qualunque: il grillo, le maree, i postini in carrozza, le rane, il vaiolo, i turchi, don Chisciotte… Ogni soggetto genera potenzialmente un nuovo brano. Telemann ha un metodo che è anche la sua sfida: individuare una caratteristica traducibile in una particolare qualità di suono, di melodia, di musica.

Per il grillo, lo stridulio, le note ripetute.

Per le maree, il salire e scendere, ovviamente, e il moto ondoso.

Per la carrozza della posta, i corni della posta, simulati con le trombe. (Sulle trombe ci sarebbe tanto da dire, perché uno dei suoi numeri è riuscire a comporre musica decente anche per la tromba naturale, quella le cui note non dipendono dalle chiavette da premere con le dita, ma dalle labbra e dal fiato del trombettista).

Non è sempre la stessa cosa: ogni soggetto ha un suo specifico. E non è nemmeno una traduzione oggettiva, misurata, perché c’è comunque tanta libertà di scelta in quella che è la caratteristica da rappresentare. Però, una volta scelta, Telemann procede con metodo e associa alla caratteristica un particolare modo di scrivere e suonare, per rendere il soggetto riconoscibile.

Non sempre ci riesce, ovviamente, anche perché rimane sempre all’interno di regole compositive ben precise e codificate, quelle della musica barocca. Però per la prima volta in modo seriale Telemann esce dalla pura imitazione sonora e cerca una corrispondenza tra mondi sonori diversi, la funzione giusta per associare a un oggetto un brano musicale.

Ed ecco la consegna relativa al frammento poetico dell’inizio. (A proposito: hai risolto l’enigma?)

Scegli un oggetto o fenomeno della realtà quotidiana. Costruisci tre firme dello stesso oggetto, ciascuna basata su un parametro diverso — ad esempio la forma, il suono, il ritmo, il movimento, la durata. Ogni firma deve essere precisa e verificabile: non una descrizione emotiva, ma un insieme di tratti costruiti sulla corrispondenza tra proprietà fisiche dell’oggetto e proprietà del linguaggio. Le tre firme devono essere abbastanza precise da permettere a qualcuno che non conosce l’oggetto di riconoscerlo da ciascuna presa singolarmente — e dall’insieme delle tre deve emergere qualcosa che nessuna delle tre dice da sola.

I numeri di Telemann un po’ spariscono dal tavolo, perché dopo di lui la sua musica viene oscurata da grandi mutamenti che la rendono meno interessante. Ovviamente il più prolifico di tutti i tempi non può però sparire completamente e i numeri vengono riscoperti nell’ultimo secolo, come quelli di un grande che abbiamo per un po’ dimenticato.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. L’atto precedente riguarda Vivaldi. Quello successivo Johann Sebastian Bach.

Un dubbio

Mi era parso che l’idea di democrazia diretta fosse essenziale, racchiusa come un nocciolo all’interno della proposta politica del M5S.

Faccio un po’ fatica a capire dove sia finita. Mi pare, invece, che si parli più spesso, ormai, di commenti censurati, di senatori traditori, di violazioni imposte della segretezza del voto… tutto per assecondare invece un’idea, quella del Fondatore, o del Guru, non capisco e non vorrei togliere a uno o all’altro le sue prerogative, che non ammette, evidentemente, confronto.

Si è invocata la consultazione online: sull’atteggiamento da tenere per quanto riguarda i tentativi del PD nel formare un governo; sul voto nel ballottaggio tra Grasso e Schifani; e probabilmente ancora verrà invocata.

Mi sorge un dubbio. Un dubbio che vedrò fugato, anche se solo parzialmente, quando una seria piattaforma di democrazia condivisa verrà finalmente offerta dal M5S ai suoi elettori.

Il dubbio è che in testa al MoVimento (qualcuno mi spieghi per favore perché bisogna scriverlo con la V maiuscola in mezzo alla parola) sia maturata la consapevolezza che la tanto sbandierata democrazia partecipata sia un po’ un prodotto stagionale. Va bene, ma non proprio sempre.

Ossia che ci siano dei momenti in cui la qualità dei voti deve pesare più della quantità. La dico in modo diverso: momenti in cui la strategia deve avere il sopravvento sull’agire d’impulso o persino sulla tattica. Ancora meglio? Momenti in cui al politico sono chieste scelte impopolari per un bene comune che è difficile da rappresentare. Momenti in cui al politico è richiesto di prendersi una responsabilità in nome di quel mandato di rappresentanza che ha ricevuto. Momenti in cui il Parlamentare non è un semplice portavoce.

Ossia che la differenza tra democrazia rappresentativa e democrazia diretta non è un fatto puramente tecnico: come se finora la seconda non fosse mai stata tentata perché non c’era “la rete”.

Ossia del fatto che è ragionevole selezionare i Parlamentari anche sulla base delle loro competenze e non solo sulla base della loro obbedienza, perché non sono e non saranno mai dei semplici portavoce, nemmeno se tutta la platea degli elettori partecipanti online fosse di superesperti.

Questo è il mio dubbio. Che vedo alimentato dal fatto che ancora di piattaforme in vista non pare ce ne siano, dal fatto che ancora chi tenta di dettare legge, da fuori, sia accusato di censura nei confronti di chi esprime opinioni discordi, e che chi si trova in Parlamento, come i senatori M5S siciliani, debba iniziare a interpretare, senza consultare, il proprio elettorato, debba cioè lavorare di testa propria.

Per quanto mi farà piacere vedere all’opera questo strumento di democrazia partecipata, perché significherà ridimensionare i leader, specialmente quelli esterni, sono convinto che non sarà uno strumento risolutivo nel rapporto tra la politica e la gente.

Non lo è ora, perché, mancando, mina la credibilità di un movimento politico che su di esso ha puntato forte; e non lo sarà quando ci sarà, perché la Costituzione avrà sempre un valore maggiore del voto online.

Art. 67

Ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato.

Art. 68

I membri del Parlamento non possono essere chiamati a rispondere delle opinioni espresse e dei voti dati nell’esercizio delle loro funzioni. […]

Lo strumento risolutivo nel rapporto tra la politica e la gente non sarà, credo, uno strumento. Sarà, come sempre è qualcosa di risolutivo, una diversa cultura. E non si può pretendere un vero cambiamento di cultura ai rappresentanti senza che lo vivano anche i rappresentati.

Io credo che qualche segno di questo cambiamento sia entrato anche nel Palazzo. E non da una sola porta.  Sarebbe bello vedere chi è accomunato da questa novità provare a parlarsi, invece che rivendicare chi è più puro, e più duro.

Alcuni perché

Rieccomi.

Sono stato via per qualche giorno, come avrà capito chi ha seguito quel che succedeva sotto i pioppi. Una trasferta di lavoro che non mi ha lasciato troppo tempo per pensare a cose molto più articolate di quelle scritte laggiù a commento delle fotografie scattate qua e là.

Ecco il primo perché, quello del mio silenzio di qualche giorno.

Nel frattempo, però, leggendo dall’estero notizie e commenti sulla nostra situazione italica, forse per una strana forma di presbiopia (eh sì, sto invecchiando), alcune cose si sono venute chiarendo, e ve le comunico, nella speranza possano essere d’interesse per qualcuno. Almeno, lo sono per me, nel senso che, come al solito, messi nero su bianco, certi pensieri mi diventano ancora più nitidi, nonostante i difetti di visione.

Perché voterò come voterò. Inizio con la pars construens, in barba ai dettami della retorica, perché il voto è per me un atto positivo, non solo in senso etico ma principalmente letterale: il voto è una posizione che si prende, una scelta che si fa, non prima di tutto l’elenco delle esclusioni.

Voterò, convintamente, il PD. Prima di tutto perché conosco la storia di alcuni dei candidati, ho tanti amici che li conoscono personalmente, che hanno speso energie per sostenerli, per lavorare in questo partito, per cercare di migliorarlo. Di loro mi fido, mi fido della loro competenza, del loro impegno, della loro onestà, e di questa in modo assoluto. Poi perché il programma del PD mi pare adeguato e, anche se non ne condivido il 100% dei contenuti, credo che complessivamente offra un quadro su cui in Parlamento sia possibile costruire ciò di cui l’Italia ha bisogno. Quindi, perché il PD è l’unico partito che ha affrontato queste elezioni con un ampio confronto alla base, un confronto democratico che ha portato alla doppia celebrazione delle primarie per il candidato premier e dei candidati al Parlamento. Nonostante i malumori interni, nonostante le frizioni. E ancora, perché è un partito in cui Renzi e chi lo ha sostenuto può stare senza dover sbattere la porta, in cui Tabacci e chi lo ha promosso può portare il suo contributo con lealtà, insieme a Vendola. Perché è un partito di donne in gamba, come Laura Puppato, e di uomini che possono riconoscerlo. Perché è un partito che a novembre 2011 avrebbe potuto sottrarsi alla durissima responsabilità di sostenere un governo tecnico e stravincere le elezioni dopo il tragico fallimento del governo Berlusconi, ma non l’ha fatto, giocandosi con l’inevitabile politica del rigore dell’anno successivo una grande fetta di elettorato.

Ecco perché voterò il PD.

E ora, perché non voterò gli altri. E mi limito agli altri cinque schieramenti individuandoli col nome del candidato premier, pur sapendo che dietro ci sono partiti, persone, opinioni, programmi.

Non voterò Ingroia, perché non mi è piaciuto come si è venuta creando la sua candidatura, non mi è piaciuto come ha interpretato la sua professionalità negli ultimi tempi del suo lavoro di magistrato, non mi piace l’intransigenza nei confronti di ogni altra formazione, senza distinguere, ad esempio, tra un centro-destra moderno, da sostenere perché diventi il normale avversario da battere quando ancora non lo è, e uno populista, da far sparire dal Parlamento.

Non voterò Monti, anche se vorrei che riportasse un buon risultato elettorale per diventare, in un futuro prossimo, il secondo polo, in una dialettica bipolare moderna, europeista e concreta. Non lo voterò perché non mi rappresenta, e, per quanto il suo periodo di governo sia stato assolutamente eccezionale per la gravità dei problemi che ha dovuto affrontare (e che non ha risolto né affrontato da solo, ma con una grande mano da Francoforte), non credo proprio che condividiamo la stessa idea di società, di equità, di rapporto pubblico-privato.

Non voterò Giannino, perché tutto quel che sa dire è “liberismo”, che è la filosofia economica che sta vedendo in questi mesi di crisi quel che il comunismo ha vissuto con lo stalinismo. Personalmente attendo con ansia la caduta del muro del liBerlino, e quando questo avverrà, Giannino dovrà ripensare a tante cose.

Non voterò Grillo, perché di comici premier ne abbiamo già avuto uno e ci ha portati al disastro. Perché i politici non sono tutti uguali, e il qualunquismo e il populismo mi disgustano. Perché dove il M5S sta governando una città, la mia, non sta facendo vedere nulla di buono, solo tanta mediocrità. Perché non so chi sia Casaleggio, non so che ruolo abbia, non so come mai un partito che dovrebbe governare un paese democratico non possa essere democratico al proprio interno: non lo so, e senza saperlo non lo voterò. E poi perché capisco e condivido la rabbia espressa in questo post.

E infine non voterò ??? (Alfano? Berlusconi? non ho ancora capito chi sia il candidato premier). Semplicemente perché hanno governato per la maggior parte degli ultimi vent’anni e, a mio modestissimo modo di vedere, sono stati il peggio della storia della Repubblica, hanno rappresentato la parte peggiore del Paese. Non voglio aggiungere altro.

Ecco i miei perché di oggi. Buon voto a tutti.