E così abbiamo, finalmente, un governo.
Non mi esprimo su come ci siamo arrivati. Diciamo che sono piuttosto arrabbiato. Ma pazienza.
Ministra per l’Istruzione, l’Università e la Ricerca: Mariachiara Carrozza.
Non mi aspetto nulla. Visti gli ultimi precedenti, da Moratti in avanti specialmente, la massima speranza è che non faccia danni.
Leggo però su Orizzonte Scuola alcuni brani tratti da un’intervista rilasciata dalla neoministra all’Huffington Post (di cui però non sono riuscito a trovare traccia). Non so di preciso che diffusione abbia avuto, e così, dall’alto dei miei venti lettori (no dai, qualcuno in più!) provo a chiosare le cose che trovo più interessanti.
Obiettivo, secondo Carrozza sarebbe di portare gli investimenti al 6% del PIL, il livello medio dei Paesi OCSE. Questi i campi necessari di investimento: 33% di copertura dei posti all’asilo nido, tempo pieno e modulo a 30 ore con le compresenze, per le medie reclutare una leva di insegnanti specializzati per preadolescenza e adolescenza, e allungare il “tempo scuola” (scuole aperte anche al pomeriggio con sport, tecnologia, studio in gruppo, laboratori, classe aperte ecc), per le superiori biennio unitario, così che la scelta a quale scuola iscriversi non sia fatta in 3° media, troppo presto, ma maturi dopo i primi due anni della secondaria, creazione di Poli per l’Istruzione Tecnica Superiore che tengano insieme l’istruzione tecnica/professionale e la formazione professionale (sistema integrato), le imprese, l’università e il mondo della ricerca.
Bellissimo. Ci vogliono i soldi, che tutti dicono non esserci. Anzi, a causa di questa mancanza di fondi, finora la scuola è stata munta copiosamente. Se l’esecutivo volesse davvero mettersi in quest’ordine di idee vorrebbe dire un’inversione a U. E alcuni dei membri di questo governo hanno votato, al governo o in maggioranza parlamentare, le operazioni più dolorose che la scuola statale italiana ha dovuto subire negli ultimi anni. E’ vero che sono gli stupidi a non cambiare mai idea. Ed è questo, un po’, a preoccuparmi.
Non c’è solo un divario tra Nord e Sud, ma tra zone di centro e periferia, marginalità e benessere, tra studenti italiani e stranieri. La ricetta è di rimuovere gli ostacoli di origine economica e sociale che si frappongono fra i cittadini e la loro piena partecipazione alla vita economica e sociale del Paese. Secondo Carrozza il nodo sta nel tempo scuola, “il miglior antidoto alla dispersione scolastica. Occorre tenere le scuole aperte il pomeriggio per permettere di studiare a scuola da soli o in compagnia, per favorire il cooperative learning, per trovare a scuola i libri e i computer che a volte a casa non si hanno. Servono insegnanti adeguatamente formati a catturare le teste veloci dei preadolescenti, diventando facilitatori dell’apprendimento.”
In pratica, sfruttare le scuole per interventi educativi che integrino l’istruzione “tradizionale” ad attività e metodologie diverse. Che integrino: non basta ospitare negli edifici le cooperative che offrono a pagamento servizi aggiuntivi. Bisogna che il tutto sia organico. E c’è bisogno di insegnanti formati. Ma guarda un po’… qui i problemi raddoppiano: oltre ai soldi, ci vogliono gli insegnanti formati. E chi li forma? Come? Quando? Io non so su che orizzonte temporale la Ministra si stia orientando, ma non credo che da qui a settembre ce la si possa fare. Nemmeno da qui a settembre 2015, a occhio… Mi piace il fatto che si renda conto di dove la scuola dovrà andare a finire; auspicherei che, contrariamente a quanto ha fatto il suo predecessore, la Ministra non si scoraggiasse quando capirà che non riuscirà a portare a termine il tetto del nuovo edificio, e comunque gettasse le fondamenta. E’ necessario che qualcuno lo faccia.
Per far fronte ai diversi modi di apprendere dei cosiddetti “nativi digitali”. “Servono – dice Carrozza – laboratori che sappiano coniugare il sapere al saper fare, la rottura dell’unità della classe e della consequenzialità delle lezioni, una scuola che superi la rigidità dell’orario e degli spazi”.
Meraviglioso. Sottoscrivo pienamente. Insieme a dodici o tredici altri colleghi in tutta la nazione, probabilmente.
“Non serve un sistema scolastico che aumenti la competizione tra scuole, ma che favorisca la collaborazione tra docenti e tra reti di scuole. Serve collaborazione per diffondere le buone pratiche didattiche per aiutare le scuole a raggiungere il massimo del proprio potenziale. Un sistema nazionale di valutazione e di ricerca educativa che serva davvero come strumento con cui confrontarsi per verificare se ciò che si fa a scuola ha efficacia con gli studenti”.
Questo è altamente condivisibile, ma finora nessuno c’è riuscito. Anche qui, bisogna cominciare da qualche parte e se si aspetta di avere davanti abbastanza tempo per poter anche portare a compimento non ci si muove più. Coraggio…
Propone, inoltre, una riforma sulle modalità “di formazione iniziale e reclutamento, poiché dagli anni ’80 in poi sono state approvate continue riforme, che non hanno fatto altro che stratificare diritti, troppo spesso lesi, e sistemi ingarbugliati di punteggi che hanno alimentato lo sfruttamento e la precarizzazione degli insegnanti.”
“Dobbiamo prevedere un piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per eliminare la precarietà dalla scuola (non costa un euro in più stabilizzare chi lavora su posti vacanti) e offrire la necessaria continuità didattica agli studenti. E contemporaneamente metter mano ad un modello di formazione iniziale e reclutamento, equo e trasparente, che offra ragionevoli speranze ai giovani che desiderano dedicare la propria vita professionale all’insegnamento, selezionando tramite concorso i migliori laureati per l’accesso alla formazione iniziale, secondo numeri programmati al fabbisogno; un anno di prova attraverso tirocinio e supplenze brevi accompagnati da un insegnante esperto, e infine la firma del contratto a tempo indeterminato.” Per quanto riguarda la formazione, la proposta è di “selezione attraverso concorso dei migliori laureati per l’accesso alla formazione iniziale per ottenere l’abilitazione, un anno di prova attraverso tirocinio e supplenze brevi e firma del contratto a tempo indeterminato.”
Bisogna “garantire un organico funzionale, cioè una dotazione di personale, stabile per almeno un triennio, attraverso un nuovo piano pluriennale di esaurimento delle graduatorie per stabilizzare i precari.
Ci credo quando lo vedo. Sono vent’anni che se ne parla, e ogni ministro ha messo la sua firma in calce a qualche pateracchio che ha solo spostato o nascosto il problema. Ci credo quando lo vedo.
Secondo il futuro Ministro è necessario un “nuovo contratto nazionale che attribuisca una retribuzione più alta per chi decide di svolgere a scuola nel pomeriggio le attività svolte oggi a casa come la correzione dei compiti, la preparazione delle lezioni, la formazione”.
Che sia necessario un nuovo contratto non lo dice la Ministra, lo dice la legge, visto che il vecchio è scaduto da anni. Sullo svolgere a scuola le attività svolte oggi a casa, molto bene: ma allora ripensiamo anche gli edifici scolastici e il loro utilizzo, la destinazione degli spazi, i servizi, a partire da quelli igienici. Perché a me va bene passare otto ore al giorno, o anche di più, nell’edificio scolastico. E non dico la poltrona o la doccia, non dico nemmeno otto euro all’ora (il prezzo di una baby-sitter dalle mie parti), ma se devo lavorare a scuola al di fuori delle lezioni e delle riunioni, vorrei poterlo fare in un luogo che rappresenti almeno un’alternativa funzionale e dignitosa al mio studiolo a casa.
In complesso mi pare che la ministra Carrozza parta con grandi idee. Come tutti i suoi predecessori. Volesse il cielo che potesse rappresentare uno strappo alla tradizione dei sogni infranti.
Ma almeno spero e prego che di danni non ne faccia. Basta guardarsi un po’ indietro e regolarsi di conseguenza.
Comunque, auguri. Alla Ministra e alla scuola italiana.