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Carnevale alla materna

L’anno scorso la domenica di Carnevale le maestre della materna hanno preparato i bambini alla sfilata. In realtà, per due domeniche.

Bambini vestiti da pittori, accompagnati dai genitori. Ma c’erano anche loro, le maestre. Gratis.

C’era anche una bottega, in cui le maestre che non sfilavano mostravano i quadri che i bambini avevano realizzato nei laboratori d’arte. Una galleria. Gratis.

Come da tanti anni, come da tradizione, nella materna di cui parlo. Come da consuetudine in tante scuole italiane.

Quest’anno, no.

Ho chiesto, al colloquio con la maestra del più grande, se pensavano di fare qualcosa per Carnevale anche quest’anno.

La maestra mi ha risposto di no. Non sono stati stanziati i soldi per fare i laboratori, e loro si sono stancate di lavorare gratis senza nemmeno il riconoscimento dei progetti educativi che propongono.

E fanno bene.

Da genitore posso dire che mi dispiace (oddio, non è che io sia un fan sfegatato del Carnevale, ma so che almeno uno di loro ci si diverte). Da genitore posso dire che cercheremo di rimediare in qualche modo.

Ma da collega, e soprattutto da cittadino dico che è giusto che tutti i genitori si accorgano del fatto che le scelte dissennate sulla scuola degli ultimi vent’anni significano una riduzione di opportunità per i loro figli. E che è ora che ci si accorga che la dignità degli insegnanti non può essere compressa più di così.

E, ripeto, mi dispiace per i miei figli. E non principalmente per il Carnevale perso. Ma perché crescono in un Paese in cui la scuola non conta nulla. E nemmeno in campagna elettorale è degna di qualche promessa.

Meanwhile in Trinidad…

Per il mestiere che faccio, viaggiare a Carnevale è impensabile (in realtà c’è sempre qualche collega che sparisce per una settimana bianca o una crociera a maggio; mi sono sempre chiesto come facciano quando per prendere un giorno di ferie durante l’anno un comune mortale docente deve trovarsi i sostituti gratuiti e quindi mettere in piedi scambi di ore e favori di natura varia; ma questa è un’altra storia). Potrei così giustificare il fatto di non aver mai visto, ad esempio, uno dei carnevali brasiliani. In realtà, non ho mai visto nemmeno quello di Viareggio o di Cento, che distano forse poco più di un’ora di viaggio da casa mia, e a quello di Venezia sono stato trascinato da amici che amano la fotografia. Come dicevo in un altro post, il Carnevale non è proprio la mia cosa.

Però nei confronti del Carnevale di Trinidad è diverso. Chiarisco: Trinidad è il Paese d’origine di mia moglie, un luogo dove ho trascorso diversi mesi tra i più belli della mia vita e che ha, credo comprensibilmente, un posto speciale nel mio cuore.

Scrivevo: con il Carnevale di Trinidad è un’altra cosa. Incredibilmente, sento il desiderio di viverlo, anche se mi rimane il dubbio che ne sarei deluso più che appagato. E quindi mi tengo il desiderio e vado avanti così, anche perché, come dicevo, mi risulterebbe piuttosto complicato realizzarlo.

Il libro di Giuseppe Sofo (videotrailer) racconta dell’esperienza di un italiano a Trinidad proprio in relazione al Carnevale. A parte alcune sue sottolineature (particolarmente quella relativa all’essere l’unico bianco in città) che non condivido, Sofo rappresenta un clima che ho avvertito anch’io, una centralità del Carnevale durante tutto il corso dell’anno. Le ragioni possono essere tante. Prima di tutto si tratta dell’unica festa non religiosa e non istituzionale in un Paese ricco di culti e dalla politica giovane, passionale e spesso frammentata sugli stessi confini delle tante etnie presenti. Si tratta di una festa che conserva però un certo elemento storico e sociale, come sovvertimento dei ruoli e delle convenzioni, e contemporaneamente una fusione di elementi culturali indigeni, africani, indiani, su una base culturale europea e su un modello di entertainment globale che il Carnevale di Trinidad ha contribuito ad affermare (basti ricordare Peter Minshall, uno dei grandi registi del Carnevale di Trinidad, chiamato a collaborare alle cerimonie di apertura delle Olimpiadi di Barcellona, Atlanta, Salt Lake City e di USA ’94).

E’ sorprendente quanto radicata sia la consapevolezza di far parte di un Paese speciale, a Trinidad. Le espressioni culturali etniche, le leggende animistiche, le tradizioni nazionali e regionali, ma anche la musica commerciale, tutte trovano nel Carnevale una sorta di Sanremo di strada. I 349 giorni dell’anno sembrano quasi il tempo in cui il Paese si nutre di, e prepara i sei giorni di follia. Le competizioni di Calypso, tradizionalmente una forma di critica sociale, di Soca, più disimpegnato e giovanile, di steel pan (“l’unico strumento inventato nel XX secolo”), i costumi, gli spettacoli organizzati e le varie sfilate che si susseguono, direttamente o indirettamente costituiscono una base culturale su cui tutta la popolazione, in particolare quella giovanile, ma non solo, trova unità, un’unità necessaria proprio a causa della natura caleidoscopica, assai frammentata e multiforme, che caratterizza la realtà sociale di Trinidad.

Non so se è perché io sono uno straniero, e uno straniero che non ha mai sperimentato quella realtà, ma a ogni visita, ogni giorno, ogni persona che ho incontrato mi ha sempre sorpreso con un riferimento più o meno casuale al Carnevale.

Con tutto ciò, io so che sarei un pesce fuor d’acqua, che la mia partecipazione sarebbe poco più che una curiosissima e divertita osservazione e annotazione mentale o fotografica. Sarei comunque un turista, anche se i miei momenti turistici laggiù sono stati pochissimi e meno pronunciati a ogni visita.

Allora il mio desiderio di viverlo, questo Carnevale, lo lascio nell’angolo dei desideri. Chissà, forse un giorno potrò permettermi il lusso (lusso!) di esserci e, mai dire mai, di prendervi parte da trinidadiano vero. La mia nostalgia di quaresima, però, non mi impedisce di sentirmi vicino, oggi, ai miei parenti e amici di Trinidad, nel loro folle, caldo, colorato, chiassoso Mardi Gras.

Nostalgia della quaresima

Il disclaimer iniziale me lo impongo: è possibile che tutto quanto segue sia semplicemente un effetto da “volpe e uva”, essendo tutta la famiglia, a diversi livelli, interessata da una perturbazione influenzale che impedisce il regolare svolgimento delle attività carnevalesche. Possibile, ma non probabile.

Io il Carnevale non l’ho mai amato. Mai nemmeno sentito. Solo in un paio di occasioni nel passato recente, a Borgo Val di Taro, mi sono divertito a Carnevale. Il che, certo, rende merito più alla compagnia in cui mi trovavo che all’istituzione del Carnevale in sé. E poi ho trovato visivamente appagante la domenica di Carnevale a Venezia, qualche anno fa. Belle foto, esperienza giapponese.

Nemmeno da bambino, quando tutti si facevano in quattro per rendere questo periodo dell’anno un momento memorabile. Ricordo solo, dei miei carnevali d’infanzia, quando ho potuto costruire io stesso il mio costume.

Conoscendo i miei figli e avendoli osservati l’anno scorso, so che uno dei due, che è in grado di divertirsi in qualunque circostanza, non lo disdegna, mentre l’altro di fronte alla folla di una sfilata e ai volumi sonori eccessivi si sente a disagio, come me.

Non avverto l’urgenza di trasgressione, non avverto il bisogno di divertirmi in questo modo, non avverto nemmeno i presupposti del fatto che esperienze come il Carnevale possano toccarmi in qualche modo.

Non so, forse non so divertirmi. Forse sono un diversamente divertito.

Qualche giorno fa pensavo alla tempistica del Carnevale: l’Avvento, che in realtà è una grande corsa verso il Natale (non solo in termini consumistici: anche gli impegni, le riunioni, la logistica, tutto deve cessare il 23, e quindi dicembre è effettivamente un’escalation); poi il Natale e il Capodanno, con gli eccessi alimentari, le vacanze, la straordinarietà di situazioni; e poi, uno spera, finalmente un po’ di tranquillità. No, arriva il Carnevale, e arriva in men che non si dica. Perché il Carnevale inizia diverse settimane prima di Giovedì Grasso, dalle mie parti, con la preparazione, le feste e sfilate per i bambini (benedetta neve, quest’anno!), e la vexata quaestio delle 23:30, ineludibile, pena crisi familiare: “da cosa li vestiamo quest’anno?”.

Ecco, io ho nostalgia della Quaresima. Non perché mi senta un penitente: no, non lo sono per nulla. Non perché ami digiunare: figuriamoci, direbbe la mia pesapersone. Nemmeno parlandone in termini religiosi: non l’ho mai capita davvero fino in fondo, la Quaresima religiosa.

Quello che con l’età sto imparando ad apprezzare è la saggezza di questa forma tradizionale di invito all’autocontrollo. Un tempo prolungato di vita ordinaria, caratterizzato dal tentativo di far bene più che dalla tensione al sentirsi bene, dall’attenzione a ciò che si ha e a come lo si usa piuttosto che dall’uso ed abuso libero, da uno sguardo introspettivo più che da un consumo smodato di stimoli esterni.

Io sento di aver bisogno di Quaresima, di questa quaresima laica e forse senza maiuscola che ho descritto, prima di tutto. Perché ho paura di non riconoscere più ciò che merita di essere festeggiato da ciò che non lo merita, e di non essere più in grado di celebrare nessuno dei due. Perché sono stanco, fisicamente, psicologicamente e altrimenti, stanco di ritmo, stanco di troppo, stanco di inutile, stanco di volgare. Perché non mi posso permettere, e penso che siamo in tanti nella stessa barca, di vivere sempre al passo con gli stereotipi di questa agonizzante eppure sfacciata civiltà nostrana.

Ho bisogno di questa quaresima laica, un tempo, un lungo tempo di astinenza dal lusso. Sì, lusso. Un concetto con cui sento il bisogno di iniziare a fare i conti e in cui temo che dovrò presto iniziare a trasferire pezzi di esperienza passata o virtuale.

E’ appena passato giovedì grasso, ma credetemi, sono sincero quando vi auguro una buona quaresima.