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Carnevale alla materna

L’anno scorso la domenica di Carnevale le maestre della materna hanno preparato i bambini alla sfilata. In realtà, per due domeniche.

Bambini vestiti da pittori, accompagnati dai genitori. Ma c’erano anche loro, le maestre. Gratis.

C’era anche una bottega, in cui le maestre che non sfilavano mostravano i quadri che i bambini avevano realizzato nei laboratori d’arte. Una galleria. Gratis.

Come da tanti anni, come da tradizione, nella materna di cui parlo. Come da consuetudine in tante scuole italiane.

Quest’anno, no.

Ho chiesto, al colloquio con la maestra del più grande, se pensavano di fare qualcosa per Carnevale anche quest’anno.

La maestra mi ha risposto di no. Non sono stati stanziati i soldi per fare i laboratori, e loro si sono stancate di lavorare gratis senza nemmeno il riconoscimento dei progetti educativi che propongono.

E fanno bene.

Da genitore posso dire che mi dispiace (oddio, non è che io sia un fan sfegatato del Carnevale, ma so che almeno uno di loro ci si diverte). Da genitore posso dire che cercheremo di rimediare in qualche modo.

Ma da collega, e soprattutto da cittadino dico che è giusto che tutti i genitori si accorgano del fatto che le scelte dissennate sulla scuola degli ultimi vent’anni significano una riduzione di opportunità per i loro figli. E che è ora che ci si accorga che la dignità degli insegnanti non può essere compressa più di così.

E, ripeto, mi dispiace per i miei figli. E non principalmente per il Carnevale perso. Ma perché crescono in un Paese in cui la scuola non conta nulla. E nemmeno in campagna elettorale è degna di qualche promessa.

Vista dall’inizio di un percorso

Devo essere sincero: quando ho iscritto i miei bimbi al nido, l’anno scorso, avevo in mente solo la possibilità per me e mia moglie di lavorare, sapendo che i bambini erano in un ambiente sicuro e vagamente educativo. Perché non avevo idea di cosa fosse un nido d’infanzia.

Già meno lo scorso settembre, con la materna per il più grande, forte dell’esperienza dell’anno appena passato. Sì, perché col passare delle settimane, dei mesi, e, ormai, del secondo anno di frequenza per entrambi, mi sono reso conto che il nido e la materna sono molto più di un “ambiente sicuro e vagamente educativo”.

Sono rimasto colpito dalla preparazione delle educatrici e delle insegnanti; dal loro lavoro corale, preciso e pianificato; dall’estrema attenzione sul tipo di approccio da offrire a ciascun bambino, sulla relazione da instaurare; dalla loro abitudine a documentare ogni passo del percorso del gruppo e dei singoli bambini. E, soprattutto, sono rimasto colpito nel vedere i progressi in fatto di autonomie, attenzione, curiosità, socializzazione, conoscenze… che i bambini portavano ogni giorno a casa da “scuola”.

Il nido, anche se comunale, è caro. Per le nostre finanze famigliari è stato un salasso. La materna, statale, ha pochi posti. Pur se viviamo nel ricco nord (est? ovest? centro, forse), mi rendo conto che siamo stati in qualche modo fortunati nel vedere garantiti ad entrambi i nostri figli la possibilità di frequentare una scuola che non è dell’obbligo, ma che è obbligatoria se vogliamo pensare di continuare a lavorare entrambi, noi genitori che dobbiamo pagare un mutuo, le rate dell’auto, le tasse, le utenze e provvedere a una famiglia di quattro persone. Ma ho scoperto che questa possibilità di lavorare non è il frutto più importante di questo sforzo che abbiamo fatto e stiamo facendo. Ciò che i bambini sperimentano a scuola: è questo il frutto che vale tutto lo sforzo passato, presente e futuro.

Io non lo so che differenza ci possa essere, crescendo, tra un bambino che non ha frequentato il nido e uno che lo ha frequentato, tra uno che ha avuto la possibilità di passare tre anni alla scuola dell’infanzia e uno che questa possibilità non l’ha avuta. Io, personalmente, non ho frequentato il nido, ma la materna sì; mia sorella né l’uno né l’altra (o solo parzialmente e con drammatici esiti). Ma oggi i tempi sono diversi da trentacinque anni fa. Radicalmente. Non è un paragone possibile.

Io credo che ciò che viene negato ai bambini che non possono frequentare (per motivi economici o di posti disponibili, solitamente) questi primi anni di scuola potrebbe essere recuperato in famiglia, grazie all’attenzione, alla presenza, al quotidiano tessere relazioni dei genitori. Non so in quante famiglie questo oggi sia nemmeno lontanamente pensabile.

Allora, chi si mette a pontificare su chi “primeggia”, se il nord o il sud in italiano e matematica, leggendo i risultati dei test INVALSI, provi prima a riflettere sulle opportunità che, fin dai primi mesi di vita, i figli del nord e del sud hanno in questo Paese. Provi a ragionare, se possibile, sullo stato dei servizi scolastici, dei supporti che hanno le famiglie. E sul perché, certo, su dove vengano usati i soldi, sul come. Invochi la formazione degli insegnanti, e la possibilità che gli insegnanti accedano a una formazione che continuamente permetta loro di crescere al pari con i loro alunni. Ma pensi anche che se non ci sono asili, non ci sono educatori, se non ci sono scuole materne non ci sono insegnanti da formare. Ma ci sono bambini che perdono, che partono in svantaggio. E mediti un po’ su quale situazione sociale i bambini, quelli che vanno a scuola, quelli che fanno i test INVALSI, trovano una volta usciti dalle aule, sempre prima nell’arco della giornata, sempre prima nell’arco della loro vita. Ricordi, per favore, chi ha investito sulla scuola italiana, e chi invece ne ha tagliato i finanziamenti; chi ha cercato di riformarla con un piano strategico e chi, invece, con un piano di risparmio.

Non credo ci sia da vantarsi su chi “primeggia”. Il vanto potrebbe essere di accogliere il 100% delle domande, di portare al termine del percorso scolastico il 100% degli studenti: su questo sarei prontissimo a riconoscere il merito a chiunque, verdi, gialli o rossi. Ma queste sono cose che non fanno notizia, forse proprio perché non succedono. Poi si può ragionare sull’inno di Mameli, sulle abilità di base, sulle materie, la didattica, la preparazione degli studenti: quando si parte dall’idea che è la scuola, fin dall’inizio, a fare il Paese, a costruire integrazione, a sostenere e a collaborare con le famiglie, si finisce a lavorare con intelligenza per il bene di tutti.

Con intelligenza. Senza, c’è poco da fare. Forse solo gongolarsi per due punti in più nelle graduatorie INVALSI.

La fine dell’anno

Ed è arrivata anche quest’anno. Ieri i miei due piccoli hanno salutato maestre, tate ed amici e, anche se non l’hanno ancora probabilmente capito fino in fondo, è iniziata la loro estate senza scuola.

Per me è stato l’ultimo anno di nido e il primo di materna, pardon: di “scuola dell’infanzia”, contemporaneamente, e posso dunque raccontare le mie considerazioni finali sul primo e le prime impressioni sulla seconda.

Che sono significativamente simili e molto positive.

Disponibilità e collaborazione con i genitori, ben oltre il mandato contrattuale, attenzione personale, la competente offerta di un’ampia varietà di stimoli, di tecniche e di attività (e i faldoni di elaborati, foto, scritti esplicativi che i bambini hanno portato a casa ieri lo documentano), e un calore umano che le hanno rese care direttamente anche a noi genitori e non solo per l’interposta persona dei nostri figli: questo è ciò per cui posso ringraziare le maestre, le tate e tutto il personale ausiliario delle due strutture.

La limitata disponibilità di risorse economiche, sto pur sempre parlando di un nido comunale e di una materna statale, si è palesata solo saltuariamente, in sottofondo, in realtà evidenziando ancora di più il merito delle operatrici.

E quindi non posso far altro che ringraziare chi dimostra tutta la propria passione per il proprio lavoro e per il servizio sociale che svolge, tutta la propria competenza relazionale e professionale sullo sfondo di tutte le tensioni, i tagli e le difficoltà che conosciamo, augurando loro una buona estate. Arrivederci a settembre, Milena e Tina; grazie di tutto, Resi, Rita e Sabina. E tutte le altre.