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Io sciopero, perché…

Martedì 5 maggio è il mio giorno libero. Non andrei a scuola comunque.

Però ho provveduto a dare comunicazione volontaria al mio Dirigente Scolastico sulla mia intenzione di essere considerato in sciopero.

Ho già scritto qualche giorno fa che ero indeciso. L’uscita successiva della ministra Giannini, che parlava di “squadristi” che contestano e di altri che stanno zitti, e il susseguente silenzio del Premier (si scrive, un silenzio irato e operativo; bubbole, dico io, sempre silenzio è) mi hanno convinto.

Ho trovato anche questa lettera, che condivido pienamente. L’hanno inviata le maestre di mio figlio ai genitori della classe. E io, pur non dando nessun fastidio a studenti o alla scuola (è il mio giorno libero, avrebbero fatto comunque a meno di me), pago la mia quota di stipendio per far numero tra coloro che scioperano. Perché voglio che sappiano, lassù, che basta così.

Che basta con le prese in giro.

Si applichi per favore

Leggo la risposta che il Presidente del Consiglio Renzi avrebbe dato a commento del fatto che tutte le sigle sindacali si stanno mobilitando contro la famosa “buona scuola”. Bel colpo.

Personalmente non ho ancora deciso se e quando sciopererò, principalmente perché alcuni dei contenuti della “buona scuola” mi sembrano un positivo passo avanti. Altri meno, e da qui la mia indecisione.

Quello che, caro Presidente del Consiglio, potrebbe far spostare la mia decisione, e penso quella di tanti indecisi come me, è l’impressione, sempre più forte in questi giorni e via via che le Sue dichiarazioni si susseguono, l’impressione dicevo di sentirmi preso in giro.

Vede, io, come diversi colleghi, qualche anno l’ho passato sui banchi di scuola. Uno dei miei compiti professionali è inoltre quello di insegnare ai miei studenti a leggere testi di una certa complessità, come i problemi di geometria. Sentirmi dire che non ho letto bene la vostra proposta suona vagamente di presa in giro.

Dice che lo sciopero suona ridicolo. Mi fa piacere che si senta particolarmente ilare, particolarmente in un momento storico in cui immagino abbia poche occasioni di sorridere. Sentire però quest’aggettivo associato alle richieste, mi pare legittime, di una categoria professionale che negli ultimi vent’anni è stata sonoramente bastonata (e gli effetti sono sotto gli occhi di tutti, e Lei stesso ne ha diverse volte parlato), principalmente richieste di essere consultata, di non essere assoggettata a dinamiche estranee alla scuola, di non essere presa in giro per l’ennesima volta, mi suona, di nuovo, vagamente di presa in giro.

Mi fa molto piacere che questo governo abbia deciso di assumere i precari. Io sono stato assunto nel 2005 su concorso bandito nel 1999. Quindi non è che prima di voi nessuno assumesse. Inoltre, le assunzioni di cui parla, sia onesto, sono almeno in parte l’adeguamento necessario ad una sentenza europea. E, a voler fare proprio i precisini, tutte le simulazioni (è vero, fatte dai sindacati cattivoni, ma loro almeno le hanno fatte; le simulazioni del ministero io le devo ancora vedere…) parlano di una diminuzione degli stipendi, non di un loro aumento, con la vostra buona scuola. Quindi, non so, io continuo a sentire puzza di presa in giro.

Non so, veda un po’ lei. Noi insegnanti siamo quelli che dicono ai loro studenti di diffidare degli slogan, di cercare la sostanza. In tutta questa vicenda, parlando di comunicazione, caro Presidente del Consiglio, se fosse un mio studente, per ora si meriterebbe un cinque e mezzo, per i contenuti interessanti, ma anche la superficialità e il vago sentore di presa in giro (quante volte l’ho già scritto?) che nel suo orale, come nel vostro scritto, continua a sentirsi. Non potendo darvi un voto, lo dico chiaramente, vedrò. Vedrò il 23 aprile o il 5 maggio se scioperare o no.

Si applichi, per favore.

La paura della novità

E’ un mantra dei riformisti (nelle cui schiere, politicamente parlando, dovrei collocarmi pure io) di questi giorni: non bisogna aver paura della novità.

Parlando di scuola, della “buona scuola”, mi sembra di capire che chi vuole assecondare la riforma non ha paura delle novità, mentre chi si oppone è per paura della novità.

E’ certamente una posizione comoda a chi propone una riforma, quella di suggerire che chi è a favore è dalla parte della razionalità, mentre chi è contro è irrazionale (la paura, signori, la paura!).

Io appartengo a una categoria, a una sottocategoria, a una sottosotto… molto conservatrice. Giocano molti fattori, non ultimo il fatto che le novità negli ultimi vent’anni o giù di lì sono stati, invariabilmente, delle mazzate: sia dal punto di vista personale (contratti bloccati, scatti di anzianità bloccati, norme ad minchiam sul pensionamento, e via dicendo), sia dal punto di vista dell’efficienza e dell’efficacia del lavoro, del supporto sociale del datore di lavoro, lo Stato, ai dipendenti, della totale incapacità del datore di lavoro di tutelare i lavoratori capaci e ligi al dovere nei confronti dei comportamenti scorretti o illegali di altri lavoratori furbetti, incapacità sancita dai provvedimenti punitivi erga omnes.

E allora il mantra: tutto sta per cambiare, non bisogna aver paura della novità.

Io avrei qualcosa da dire. In parte l’ho già detto nelle righe sopra.

  1. La paura della novità è sacrosanta: è un meccanismo di difesa rispetto alla perdita di sicurezze.
  2. Di fronte a qualunque persona che ha paura, dire “non aver paura” è utile più o meno quanto consigliare di infilarsi le mani in tasca.
  3. La paura della novità c’è, in particolare, in chi dalle novità è stato ripetutamente fregato.
  4. La paura della novità non si sconfigge con consigli più o meno insensati, ma mostrando che la particolare novità di cui si sta parlando non è pericolosa.

Allora, per favore, piantiamola con questo atteggiamento zen del piffero, “paura non paura abbandoniamoci al panta rei”:

  • chi si oppone può avere ragioni dettate dalla paura, ma può anche aver pensato ragionevolmente bene, fatto calcoli non solo sulle proprie tasche ma anche sulla tenuta del sistema scolastico italiano;
  • a quelli che semplicemente hanno paura della novità, riconosciamo che hanno pienamente ragione, che dopo vent’anni di riforme abortive dettate solo da motivazioni contabili, lo status quo è meglio di qualunque altra pessima novità;
  • e se ci sono effettivamente buone nuove, facciamole maturare, convincendo della loro bontà non con slogan cretini ma con sperimentazioni serie, non legate al colore del governo, ma alla solidità di chi lavora ogni giorno in classe indipendentemente dal colore del governo.

Tanto per interrompere la tradizione di prendere pure per il culo chi per spirito di servizio non si lamenta forte delle sberle che becca ogni giorno.