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La mistica dell’albero imperfetto

Fare per imparare

C’è una dimensione quasi mistica nel fare. In un certo tipo di fare.

Nel fare per imparare, per la precisione. Nel fare per la curiosità, ma anche per la sensazione di migliorare se stessi… beh, me stesso; parlo di me.

Mistica perché da un lato mi mette nella condizione di vedere, capire, scorgere magari non da vicinissimo, ma certamente più da vicino che non semplicemente ammirando, cosa possa significare davvero il termine capolavoro.

E dall’altro, e forse ancora di più, perché mi mette nella condizione dell’artigiano paziente, che impara un’arte, una pennellata alla volta, una nota dopo l’altra, parola per parola, nella grande, miracolosa consapevolezza di non avere la responsabilità di crearlo davvero, un capolavoro, perché quel destino è sempre accompagnato da doni che evidentemente non posseggo.

Ed è liberante. Non la mediocrità, perché la mediocrità è di chi critica senza muovere un dito. E’ liberante perché mi apre gli occhi, mi allena muscoli, e mi fa sentire la freschezza di una creatività gratuita e comune, di tutti.

Ricordo a scuola, per quanto mi piacesse stare ad ascoltare alcuni dei miei prof, per quanto mi interessassero alcune delle loro lezioni, il momento sfidante, di difficile soddisfazione o di scontro con i limiti che dovevo superare, erano le produzioni: il tema, la traduzione, il compito in classe di matematica. Momenti che poi mi stimolavano, talvolta, ad andare oltre, a tradurre il brano successivo per capire che fine faceva Giugurta, o a risistemare uno scritto per come lo ricordavo e per come avrei preferito, con più tempo e meno pressione, formularlo, esprimerlo o risolverlo.

Forse uno dei grandi limiti della nostra scuola è proprio questo: tante idee già adulte e poche opportunità di vederle nascere e crescere.

Credo, tra l’altro, che questo sia un delitto nei confronti dei nostri giovani: perdiamo credibilità e autorevolezza con loro proprio su questo campo. Che è quello di saper giocare con loro con regole sulle quali possono essere più bravi di noi vecchi. Sulle idee neonate, sul muovere dita e mani, sulla creazione, se noi adulti non siamo abituati, son più bravi loro, fino a quando non li plasmiamo per essere come noi, critici spesso livorosi e senza talenti.

Ho dipinto un albero: non è particolarmente bello, non è un Raffaello, e nemmeno un Garpez. Non l’ho fatto per il voto, per i like. Volevo capire come si fa, come si può fare. Ne dipingerò ancora, probabilmente; alcuni saranno migliori di altri, nessuno un Raffaello, e probabilmente nemmeno un Garpez. Sicuramente migliore sarò io, e non solo come pittore.

Che senso ha

Che senso ha (risvegliare un blog dormiente)

Che senso ha, mi chiedo all’una di notte, risvegliare un blog in letargo da anni, con ovvie difficoltà di password, aggiornamenti di sistema, e soprattutto ruggini mentali, proprio in questi giorni in cui ho conosciuto Claude e ne ho apprezzato le incredibili capacità compositive?

Sono un vecchio che si ribella, credo. Vecchio: insomma, il problema non è la mia età, che avanza al solito ritmo di un anno all’anno; il problema è inflattivo, di un mondo che corre più di me. E siccome a me correre non piace, anzi non è mai piaciuto e piace sempre meno (nonostante i tentativi silvestri del fine settimana, ma quella è un’altra gara), rinuncio in partenza. Rinuncio a stare al passo: ho una certa, ormai, correte voi, io vi tengo il posto.

Un vecchio che si ribella. Nella tradizione dei vecchi che si ribellano, e con il loro stile. Non per rivoluzionare il mondo, ma figuriamoci. Però, in quel posto che vi tengo, mi troverete con le mie borsine piene delle cose a cui tengo: non si corre con le sporte. Però dentro ci sono tutti i ninnoli (i “tananaj”, si dice qui) che l’esperienza ha lasciato sulle mie mensole.

Cose semplici, di solito regole (qui ne avevo scritte alcune, ma nel frattempo sono aumentate, ahimè). Regole nel senso di regolarità, non è che la mia ribellione si concretizzi nell’imporre norme ad altri. E’ che magari, faccio un esempio, dopo aver visto cataloghi di persone fare la stessa stupidaggine (e probabilmente anch’io ci sono caduto), posso affermare con una certa sicurezza che quella particolare stupidaggine è tecnicamente una stupidaggine. Una regola: poi fai quel che vuoi, io cerco di rispettarla, visto che mi ci sono scottato.

E tra l’altro ho visto Bergonzoni coi capelli bianchi. Da trent’anni. Probabilmente è anche lui un vecchio che si ribella; lo dico perché per lui ribellarsi è ri-bellarsi, cioè tornare al bello. E, aggiungo, al bello e originale: lui è bello originale. Io invece vorrei fare qualcosa di bello originale.

Mamma mia quante spiegazioni, che dose d’ambiguità: originale non nel senso che io pensi di essere, o mi sforzi di essere originale, di dire qualcosa di nuovo a tutti i costi; originale nel senso di eigen, fatto da me, senza Claude tra i piedi, per dire. Che mi sta pure simpatico, ma se voglio ribellarmi, tornare al bello, voglio farlo io, ecco.

Aiuta, intendiamoci, Claude, quando devi fare qualcosa. E’ un po’ la domestica di una volta. O la signora Luisa, che arriva presto, finisce presto e fa tante cose interessanti. Ma poi quando vuoi godertela, la casa, la signora Luisa non ce la vuoi: lasci lì la sua schiuma attiva, e ci vediamo la settimana prossima.

“Ma per mestiere fai cose belle originali”, mi dico, con la voce di Claude, che non so bene quale sia, ma me la immagino un po’ gnegnegné, un po’ saccente. Mi rispondo con la mia: sì, vero, ma faccio anche tanta robaccia che va fatta perché lo dice qualcuno che non ha idea. Ho meno tempo davanti a me, non voglio buttarlo a fare robaccia di cui non mi interessa nulla.

Come va la ribellione? Ci siamo?

Non ho il pyhsique du rôle per seguire il consiglio di Thomas (e come diavolo si traduce?):

rage, rage against the dying of the light

Però qualche “no, grazie” lo posso dire (anche votando, ma ne parleremo presto, è cosa diversa): scusa ma non ho tempo, devo fare qualcosa di bello.

E allora non so, per chi ha letto questa tiritera, evidentemente non scritta da Claude, se è stato un bel momento. Per me lo è talmente tanto che, alle due di notte, vado a risvegliare il mio blog in letargo da anni. Si sa, i vecchi dormono meno…

La stilo

No,  non quella con la S maiuscola. Quella si chiama Dory, ha ormai più di 80mila kilometri e si trova soddisfatta in strada, con il serbatoio pieno, pronta per una nuova settimana.

Venerdì e sabato non riuscivo a trovare il mio astuccio. Ho preso a prestito bic di vari colori dai miei studenti per compilare i registri, ma mi sentivo inquieto: dove diavolo è finito? Ieri sera finalmente ho avuto modo di cercarlo nel mio studio: niente, sparito!

Vuoi vedere che è rimasto a scuola… ma dove? in sala insegnanti? l’avrei visto in giro venerdì o sabato. In una delle aule in cui giovedì pomeriggio ho avuto consigli di classe? E non mi sono accorto di nulla uscendo? Chi l’avrà trovato? C’era qualcosa di valore dentro?

Sì, c’era qualcosa di valore: le mie stilo!

Poi un’illuminazione: stamattina intanto che andavo al supermercato a prendere il detersivo per la lavastoviglie, ho dato un’occhiata sotto al mio sedile (no, non Dory la Stilo: Fillmore, la Panda), ed eccolo là, il vigliacco, che si nascondeva. Probabilmente scivolato fuori dalla mia borsa (che si chiude malissimo: devo dirlo ai progettisti svedesi che sorridono sempre) e aiutato da qualche benevolo calcetto da parte degli abituali frequentatori del sedile posteriore.

Ritrovato l’astuccio, ritrovate le mie stilo.

A mio padre piacevano le penne stilografiche. Credo che avesse fatto pratica su quelle a pompetta (che andava riempita nel boccetto d’inchiostro); ne aveva comunque diverse. Nel cassettone del mobile in sala ricordo le scatole, alcune ancora contenenti le penne: Aurora, Waterman, Papermate e chissà che altro. Ma quella con cui lo ricordo scrivere più spesso era, credo, una Pelikan verde e nera. Aveva una bella firma, ma quando firmava con la stilo sembrava che siglasse un’opera d’arte.

Secondo me mi regalò una penna stilografica non appena fui capace di scrivere una “a” in corsivo. Peccato che fossi mancino. Non è solo una questione di passare con la mano sopra l’inchiostro fresco. Anzi, quello è un problema che non si è posto proprio: ho imparato molto presto a scrivere con la mano inclinata abbastanza da non sporcare in giro. No, il problema è che scrivendo (ovviamente verso destra) con la stilografica impugnata a sinistra, il pennino si muove verso la carta come se la arasse, di punta, al contrario di quanto avviene quando essa è impugnata a destra e il pennino liscia la carta scorrendovi sopra. In altre parole, ci vuole un pennino speciale, morbido, che non gratti la carta, che non abbia bisogno di essere premuto per rilasciare un’adeguata quantità di inchiostro.

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Sapeste quante ne ho cambiate! E questo è anche il motivo per cui il mio amore per le stilografiche ha avuto importanti momenti di stasi. Quando la vecchia penna si rompeva, e non riuscivo a trovarne una decente per sostituirla.

Anche ora, ne ho due o tre molto belle, nel portapenne della mia scrivania, ma inutilizzabili. Dovrei regalarle a un destrimano, forse.

Comunque, le migliori ancora in funzione le ho trovate alla coop quattro o cinque anni fa. Ne ho comprata una, spendendo quei tre-quattro euro, l’ho provata e la volta dopo ne ho comprata un’altra, non si sa mai. E ancora marciano, nonostante la qualità sia decisamente scadente.

Un’altra me l’ha consigliata la mia collega O., anche lei un’appassionata: non so nemmeno come siamo finiti sull’argomento (probabilmente ho commentato su un colore improbabile che stava usando per correggere una verifica di greco), ma mi ha mostrato una penna carina esteticamente, con un ampio assortimento di colori nelle cartucce (speciali), e mi ha spiegato dove trovarla. Alla prima occasione ho fatto visita al negozio indicatomi e ho acquistato l’ultimo esemplare: non a buon mercato, ma è eccezionale in rosso per correggere.

Delle bic mi piace molto l’effetto “artigiano” che danno: sono più faticose, si muovono più in coda che in punta, lasciano una traccia tattile, insomma, danno l’impressione del bottegaio che fa i conti su un angolo di carta da imballaggio, o su un notes da taschino.

Delle biro a gel mi piace la scorrevolezza, ma mi rendo conto che si tratta di un ibrido: una biro con un inchiostro liquido come quello delle stilo.

Mi accorgo che ho bisogno di una biro a gel o di una penna stilografica, per scrivere in modo piacevole.

E bello. Non credo di avere una grafia degna di menzione, ma è solo con la stilo (o con il suo surrogato a sfera e inchiostro liquido) che la mia grafia mi piace e scrivere a mano mi piace di più che al computer.

Ecco, tanto dovevo alle mie brave stilo che ho abbandonato in auto per due notti. E non era nemmeno la Stilo con la S maiuscola, povere!

Perché LaTeX

\LaTeX è un sistema di scrittura tipografica a computer piuttosto complicato. Si usa generalmente per scrivere testi che siano all’incirca impeccabili dal punto di vista dell’aspetto (sui contenuti, ovviamente, ancora non siamo in grado di affidare giudizi di impeccabilità a una serie di pacchetti software).

Richiede che si scriva il testo in un formato semplice, preoccupandosi non della formattazione ma della strutturazione. Cioè, chi se ne frega, almeno all’inizio, del font, del corpo, delle grazie, del colore e altre amenità: chiediti invece che roba vuoi scrivere? un libro? un articolo? una lettera? e come la vuoi suddividere? paragrafi? capitoli? sottocapitoli? Ecco questi elementi strutturali vanno inclusi in un file .tex, intorno al testo che si vuole scrivere.

Quindi, prima di tutto, attenzione al contenuto e alla sua strutturazione logica, senza farsi distrarre dagli aspetti grafici.

Poi viene il resto. E’ necessario un compilatore (ce ne sono diverse versioni che girano sui principali sistemi operativi, magnificamente su quelli Linux), è necessaria una libreria di pacchetti aggiuntivi che permettono di fare col testo un po’ quel che si vuole. C’è il pacchetto che applica un carattere particolare, c’è quello che permette di costruire automaticamente l’indice analitico o l’elenco delle figure, c’è quello che ti permette di cambiare i margini della pagina, quello che sistema automaticamente la sillabazione nella lingua che vuoi. Ce n’è per tutti i gusti, e tutti i pacchetti sono ampiamente documentati, reperibili gratuitamente su internet, spesso con gruppi di discussione che trovano soluzioni ai problemi che possono sorgere (nella mia esperienza, qualsiasi problema mi sia capitato è già stato affrontato e risolto in modo soddisfacente).

Il punto forte sono le equazioni, la scrittura matematica:

\oint\mathbf{B}\cdot d\mathbf{s}=\mu_{0}\varepsilon_{0}\frac{d\Phi_{E}}{d\mathrm{t}}+\mu_{0}i

ad esempio. Ma anche i riferimenti, la bibliografia, la formattazione, il posizionamento delle figure: tutto viene gestito in modo automatico, basta scegliere il formato e alcune opzioni di base e il risultato è incredibilmente lontano dai pasticci di un file Word, in cui o si definisce uno stile, e ci si ricorda di applicarlo a tutti quanti i testi che si vogliono con quello stile, oppure bisogna passare uno per uno tutti i titoli, ad esempio, e formattarli allo stesso modo, in cui bisogna assicurarsi di inserire le figure per ultime, altrimenti, cambiando il testo chissà dove finiscono, e per riferimenti e cose simili, se non hai fatto un corso avanzato li fai a mano (con la comparsa di numerazioni fantasiose come il binario per Hogwarts).

I vantaggi sono:

  • l’attenzione al contenuto prima che alla forma
  • la coerenza della forma
  • il file .tex è un file di testo, occupa pochissima memoria di massa e può essere modificato su qualunque computer con un editor di base (blocco note? blocco note!)
  • per questo è semplicissimo lavorare in modo cooperativo con persone che tutte usano \LaTeX: basta passarsi il file sorgente, tipicamente di dimensioni modeste
  • la resa grafica è di qualità tipografica, con finezze come le legature, diverse spaziature, un controllo pressoché totale (anche se non immediato) della geometria della pagina, una gamma amplissima di simboli matematici e tecnici
  • l’output può avere diversi tipi di destinazioni e formati, ad esempio direttamente in pdf, con o senza link attivi, pdf/a o pdf/x, bozza o finale…
  • spezzando il testo in file contenuti, in cui va il testo, e in file contenitori, che contengono le formattazioni e includono i file contenuti, si possono facilmente avere documenti diversi per formato che usano del tutto o in parte gli stessi testi (esempio: contenitore1 con formattazione completa tipo “libro”, che include tutti i files capitolo1, capitolo2, indici, bibliografia, eccetera; contenitore2 con formattazione “bozza” e che include solo il capitolo 2 e la lista degli acronimi; modificando il solo contenuto del capitolo2, i due prodotti finali saranno automaticamente compilati con le modifiche); questo in realtà è possibile farlo anche con altri software, come MSWord, ma la mia impressione è che siano pochini quelli che possono dire di saperlo fare…
  • è totalmente gratuito, open source, e conta su una comunità di sviluppo e di utilizzo che dal 1985 ha seguito il progetto, lo ha ampliato e supportato

Gli svantaggi, invece, mi sembrano:

  • è necessaria un po’ di fatica iniziale per imparare gli elementi fondamentali di quello che è, a tutti gli effetti, un semplice linguaggio di formattazione markup
  • è necessario avere un compilatore installato per tradurre i file di input in un output stampabile o visualizzabile a schermo
  • è macchinoso condividere testi con persone che usano altri sistemi (anche se non impossibile: basta usare una utilità che compila, non perfettamente in verità, in .rtf e si può poi lavorare insieme sul rich text fino alla versione finale)

Bene, suppongo sia solo una fissazione da vecchietto affezionato a gioiellini un po’ démodé. Eppure, avendo scritto documenti in tutti i modi, avendo imparato a usare \LaTeX in età relativamente avanzata, non essendo più riuscito a smettere e a trovare soluzioni migliori, mi tengo volentieri la mia fissazione. E se qualcuno si incuriosisce… tanto meglio, no?

Steinbeck on writing

Ho trovato, grazie a brainpickings, sei consigli di John Steinbeck sulla scrittura, tratti da un’intervista del 1975. Li traduco qui, per me e per chi ogni tanto scrive due righe o è impegnato nella stesura di un romanzo o magari è capitato qua per caso. Le posto come tributo a chi predica bene e razzola di conseguenza, in mezzo a tante agghiaccianti “regole per la scrittura” che si trovano sulla rete (alcune, credo demenziali, qui).

1. Abbandona l’idea di finire. Dimentica le quattrocento pagine e scrivi solo una pagina al giorno: aiuta. Quando poi arriverai a terminare, ne rimarrai sorpreso.

2. Scrivi in modo libero e più velocemente possibile e metti tutto su carta. Non correggere o riscrivere mai finché non hai buttato giù tutto. Riscrivere nel corso della scrittura è solitamente una scusa per non andare avanti. Inoltre, interferisce con il flusso e il ritmo che può provenire solo da un certo tipo di associazione inconscia con il materiale.

3. Lascia perdere il pubblico generico. Prima di tutto, un pubblico senza nome e senza volto ti spaventerà a morte e in secondo luogo, al contrario di quanto avviene a teatro, non esiste. Nella scrittura il tuo pubblico è un singolo lettore. Ho scoperto che qualche volta aiuta scegliere una persona, una persona reale che conosci o una persona immaginaria, e scrivere a quella.

4. Se una scena o una sezione non ti viene proprio, ma pensi comunque che la vuoi mantenere, saltala e va’ avanti. Quando avrai finito il tutto puoi tornare indietro e forse scoprire che ti dava problemi perché non era al posto giusto.

5. Fa’ attenzione a una scena che ti sta troppo a cuore, più a cuore del resto. Generalmente si scopre che è fuori contesto.

6. Se usi i dialoghi, recitali ad alta voce mentre li scrivi. Solo allora avranno il suono del parlato.

Buona scrittura.

Scrivere del padre

Come spesso mi capita, è la compagnia della radio lungo il tragitto in auto tra casa e l’ufficio (scriverò presto qualcosa su questo) a darmi uno spunto da condividere.

Questa mattina: BenFatto, ospite Flavio Insinna, che presenta il libro su suo padre (“Neanche con un morso all’orecchio”, Mondadori). In copertina, l’ho sentita descritta per radio e poi cercata su internet, una sedia, di quelle con la seduta in paglia, una sedia di casa, vuota, in un incrocio.

Insinna spiega che questa è l’immagine di ciò che ha trovato sotto casa quando gli è stato comunicato che il padre era stato portato in ospedale.

Anch’io conosco una sedia vuota, anche se non in un incrocio. E un lato mai sfatto del letto. L’assenza del profumo del dopobarba o dell’olio balsamico. La quiete in cucina. Il bastone nel portaombrelli.

Sono i segni di un’assenza che mi accolgono ora ogni volta che visito mia madre. Mi accolgono con discrezione, come solo i segni di un’assenza possono fare, con il rispetto di chi non afferma ma tace e lascia che sia l’altro a voler ascoltare il silenzio.

Mia madre ha scritto un libro su suo padre. Aveva documenti, lettere, testimonianze: le ha riordinate, con pazienza, amore, commozione. Ricordo la curiosa attesa che mio padre, mia sorella e io abbiamo provato per mesi, vedendola lavorare su carta e tastiera nei momenti liberi, di giorno e di notte. La nostra ammirazione per la sua dedizione al progetto; l’emozione nel poterne leggere le bozze e ritrovarvi scampoli di vita anche nostra, ma soprattutto l’orgoglio di aver conosciuto i protagonisti (il nonno, sicuramente, ma la nonna non una virgola di meno) di quel racconto terribile e dolcissimo; la soddisfazione ormai anche nostra quando l’amico Maurizio Silva si offrì per la pubblicazione, quando furono organizzate le presentazioni e gli incontri.

Scrivere di suo padre ha cambiato mia madre. Me lo ha detto lei, poco dopo la pubblicazione: le ha fatto comprendere tanti fatti, tante parole, tanti gesti e avvenimenti su cui era passata con superficialità. Scrivendo dei suoi genitori li ha conosciuti meglio, con il rimpianto del troppo tardi e la consolazione dell’inevitabilità.

Vorrei anch’io poter scrivere di mio padre. E so da dove inizierei, dalla fine. Dalla signora che al termine della preghiera di suffragio qualche giorno prima del funerale mi si avvicinò e mi disse qualcosa come: io di suo padre non conoscevo nemmeno il nome, ho visto la sua foto sul giornale e ho riconosciuto il signore che vedevo spesso passare lentamente davanti al negozio di mia mamma e si fermava sempre a salutare, sorridente e cordiale; suo padre era una brava persona.

Più lontano di così non riesco ad andare, oggi. Mi mancano le sue parole, la memoria delle sue storie ormai perdute, le sue mani, il suo profumo, la sua pazienza. Lui, mi manca, il babbo. Vorrei scrivere di lui, per conoscerlo meglio, per rendermelo presente, per trattenerlo un po’ con me, e io con lui. Ma non riesco, non posso, non sono pronto.

Ci vuole pazienza: tutti i semi chiedono tempo e lacrime per poter germogliare.