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Rameau (2), o la spinta dell’esotico

Ora vorrei che esaminaste la gestualità espressa dai protagonisti di questo filmato d’archivio: si tratta di una riunione di italiani (ridete, certo: se dobbiamo analizzare esempi di gestualità, chi è meglio degli Italiani, vero?) della fine del XX secolo. Come vedete si tratta di tre italiani di etnia eurasiatica (che costituiva, in quel periodo, la base etnica quasi unica nella popolazione), di sesso femminile. Sembra trattarsi di tre giovani donne.

Il filmato è un residuo di una telecamera interna di sorveglianza, digitalizzata da un originale perduto, probabilmente su nastro magnetico che conteneva anche una traccia audio, anch’essa perduta.

Si può vedere una discussione senza ausili audiovisivi né tecnologici di alcun tipo: le tre stanno parlando tra loro. Una in particolare sembra particolarmente colpita dalla discussione, visto che interviene molto raramente, ha spesso il viso tra le mani, e quando interviene sembra gridare. Vedrete poi alla fine che se ne andrà piangendo, lasciando le altre due piuttosto interdette, come se se ne andasse intanto che si parla di qualcosa che riguarda proprio lei.

Le altre due non sembrano d’accordo sull’argomento. Interloquiscono spesso tra loro in modo appassionato; notate, appunto la loro gestualità esplicita, poi lavoreremo su questo aspetto. Talvolta si potrebbe arguire che si stiano insultando a vicenda.

Ora vedete che quella di destra estrae dalla borsetta due fogli di carta uguali. L’analisi e gli ingrandimenti dicono che si potrebbe trattare di titoli di trasporto cartacei: servivano per avere accesso a mezzi pubblici e si acquistavano in appositi negozi presso le stazioni di interscambio, chiamate “biglietterie”.

La prima ragazza non vuole toccare questi titoli. La terza, vedete li allontana, ma la seconda non li riprende, apparentemente insistendo sull’importanza di tali “biglietti”.

Ovviamente la qualità dell’immagine non ci permette di leggere se questi titoli fossero o non fossero nominativi, né se recassero una destinazione o fossero valevoli per una tratta kilometrica standard. Non abbiamo alcun modo per determinare l’identità delle tre partecipanti a questa riunione. Intanto vedete che scorrono le immagini di questa discussione animata tra la seconda e la terza ragazza. L’unica indicazione viene dal grosso ciondolo che la seconda porta al collo e che sembra una farfalla, ma che, in qualche particolare frame analizzato dai nostri esperti di restauro video sembra quasi certamente l’unione di una lettera “W” e di una “M” una sopra l’altra.

Ecco, ora vedete che la discussione si fa più animata, i gesti diventano più ampi e violenti. Ecco il momento in cui la prima ragazza esplode (notate anche i suoi gesti, per favore) e lascia… ecco, ci siamo quasi… lascia la stanza.

Come possiamo dire che le due che rimangono sono sconcertate? Quali indizi abbiamo? Ottimo… esatto…

I biglietti: la signorina WM li prende, poi li lascia sul tavolo: vedete? Non sa che farne, ma li lascia sul tavolo (che immaginiamo sia casa della prima, a questo punto) e… ecco, se ne va pure lei.

E ora vediamo la terza: cosa leggete? … disfarsi dei biglietti, ma… non lo fa, ecco, anche lei li lascia sul tavolo e se ne va.

E qui finisce il filmato. Allora… che cosa diciamo della prossemica di questa scena? Abbiamo solo quella: forza, chi parla? 

Torniamo sul vecchio Rameau. Anzi, prima su quello di mezz’età: 52 anni, nel 1735. In quest’anno il Nostro compone un opéra-ballet chiamato Les indes galantes. In scena vanno gli “indiani”, ossia dei non-europei (nel primo quadro dei turchi, nel secondo personaggi peruviani, poi persiani, e infine nativi americani del nord: ce ne fosse uno davvero indiano!) Les indes sono l’esotico per antonomasia. La purezza dei sauvages, seguendo Rousseau, dovrebbe far riflettere sui costumi e sui valori nostrani. Oggi la chiameremmo un’operazione di colonialismo culturale, e la era, effettivamente: era proprio il periodo in cui il colonialismo prendeva il largo.

La musica si presta a questa operazione: le forme usate da Rameau sono quelle tradizionali dell’opera francese del Settecento. Troviamo arie in forma ternaria, danze nelle forme codificate dalla corte di Versailles, armonie costruite sulla scala diatonica europea. E però Rameau le contamina, inserendo elementi che fanno capire all’ascoltatore che c’è qualcosa di esotico, e l’esotico va molto, nella Parigi del 1735.

Se vi viene un comprensibile moto di ribellione rispetto a quest’ottica, ricordate che state leggendo il millesettecinquanta con gli occhi del duemilaeventi, che è necessario contestualizzare il Gianfilippo nel quadro della cultura europea del periodo, che tale cultura era impegnatissima a dimostrare la propria pretesa superiorità in tutto il mondo. A parte che in molti casi siamo ancora lì, il lato positivo è comunque che l’esotico ti permette di guardare lontano dal tuo ombelico (anche se ovviamente non basta e lo sguardo va educato come tante altre facoltà. Fine del disclaimer).

Saltiamo avanti di ventott’anni. Rameau è ormai ottantenne (morirà a 81, bello stagionato, secondo gli standard dell’epoca). Compone Les Boréades, che non è un balletto, ma un’opera vera e propria.

La storia la faccio breve: Rameau non la vedrà mai eseguita. Bisogna saltare agli studi filologici di Gardiner e Christie per avere delle rappresentazioni moderne, a partire dal 1975, di questo lavoro.

In cui l’esotico è un pretesto: l’ambientazione è classicista, Apollo, le muse, Polinnia, Zefiro, ninfe e compagnia bella, e anche i Boreadi, che sono i discendenti del dio del vento del Nord. Sono esotici anche loro, ma per finta, perché non esistono. Qui non c’è un inca o un mohicano da imitare: l’esotismo è la categoria, ed è presa come pretesto. Per far cosa?

Per far saltare il banco. A ottant’anni Rameau, formalizzatore delle leggi dell’armonia, custode della musica nella corte più sfarzosa e invidiata del mondo, evoca la categoria dell’esotismo per sperimentare, per contaminare, per rompere le sue stesse regole.

Se vuoi, cerca qui dentro l’Entrée de Polymnie (6:24): armonie liquide, sospensioni e scale discendenti, dissonanze che si risolvono con lentezza calcolata con effetti di sovrapposizioni ed echi molto moderni; oppure la Contredanse très vive (15:40), accenti spostati, asimmetrie ritmiche e tensioni continue che deformano la danza di corte senza mai romperne apertamente la struttura formale. O anche la Suite des vents (18:15), in cui introduce l’eolifono (macchina del vento), e gli mette i violini a sostegno, visto che deve rappresentare il dio Borea, il vento del nord.

Il paradosso del Rameau ottuagenario sta in questa dialettica tra disciplina e audacia. Possedere fino in fondo le regole di un sistema è ciò che permette di violarle dall’interno senza abbandonarle. La griglia formale della tradizione francese non spegne la sperimentazione, ma le offre la tensione necessaria per renderla percepibile come scarto, come anomalia, come urto.

Ecco allora il senso dell’esercizio di scrittura, che aveva questa consegna: scegli una sottocultura o un gruppo sociale radicalmente distante dal tuo mondo. (Distanza spaziale o temporale, ad es.: il linguaggio dei videogiocatori online, una comunità di skater, o una dinamica familiare opposta alla tua, una situazione sociale in un secolo passato o quella presente ma vi sta dal futuro). Scrivi un testo in cui descrivi le loro azioni usando esclusivamente il vocabolario, la sintassi e i valori formali della saggistica accademica o del telegiornale più istituzionale. Non cercare di comprendere la loro logica dall’interno: costringi i loro comportamenti a entrare nelle caselle del sistema alieno che hai scelto.


Questo post è un atto della serie sulla Matematica nella musica. L’atto precedente era ancora su Rameau. Il successivo sarà su Vivaldi.

Regole

  1. C’è sempre una regola, e poi ci sei tu che decidi.
  2. Se fotografi a figura intera non tagliare i piedi.
  3. Se dormendo ti muovi molto, è meglio imbottire il muro di fianco al letto.
  4. Sugli spaghetti metti il ragù, non le polpette.
  5. Se esci da una stanza per ultimo, spegni la luce.
  6. Se escono dadi doppi tiri di nuovo.
  7. Chiedi sempre “per favore”.
  8. Attento ai fiori di lavanda, che ci son dentro le api.
  9. Quando hai finito, metti a posto.
  10. Non ti aggrappare.
  11. Se l’albergo si chiama Reina Sofia, al tassista non parlare della Princesa Juanita.
  12. Ricordati che sei grigio.
  13. Il sale si mette quando l’acqua bolle.
  14. Se scassi le palle da mane a sera, non stupirti se la gente tende ad evitarti.
  15. Alla gente non interessa. A me forse.
  16. Dipende.
  17. L’olio non deve fumare.
  18. Verifica sempre la fonte.
  19. Del tuo l’esperto sei tu. Del mio sono io.
  20. Se insisti nel riconoscerti una particolare virtù, chi ascolta sarà ansioso di coglierti in difetto.
  21. Se tardi, avvisa.
  22. Non si stira quel che non si mostra.
  23. Ascolta.
  24. Il prelavaggio non serve quasi mai.
  25. Mantieni quel che prometti, quindi prometti raramente.
  26. Ma smettila!
  27. Entri senza frecce dando la precedenza a sinistra, quando sei dentro non devi dare la precedenza a destra, esci con la freccia a destra. Attento a chi attraversa, sia entrando che uscendo.
  28. Il parmigiano va su tutto, pesce compreso, a prescindere.
  29. Se la strada è stretta, non è un buon motivo per non affiancare: è un ottimo motivo per non telefonare.
  30. Certo, la modella della pubblicità è più appagante e si capisce subito, mentre l’etichetta sul vasetto richiede qualche conoscenza di chimica e un po’ di google; ma se fai lo sforzo capisci perché mangiando dal vasetto non diventerai mai come la modella che te lo vende.
  31. Nelle email non si sente il tono della voce.
  32. All’estero non hanno il bidet: fattene una ragione.
  33. Te l’avevo detto.
  34. All’estero quel che si chiama pizza solitamente non è pizza, ma questo non vuol dire che faccia schifo.
  35. Il re muove solo un passo alla volta, in qualsiasi direzione purché muovendosi non finisca in scacco.
  36. Ci provano in tanti a consigliarti modi per risparmiare soldi, risorse del pianeta, energia, suolo: l’unico efficace è consumare meno.
  37. Il bianchetto fa male alla salute, è illegale in diverse situazioni e trasforma fogli di carta in pannelli di cartongesso di difficile gestione. Vedi tu.
  38. Il contratto non scritto tra docente e studente prevede che il secondo tenti di barare e il primo di scoprire il secondo mentre lo fa. Alla soddisfazione dello studente quando riesce nell’intento e porta a casa un risultato ingiustamente positivo è moralmente ineccepibile che corrisponda altrettanta soddisfazione del docente quando scopre l’inganno e infierisce.
  39. I ragni in casa vanno uccisi, dispiace dirlo: ucciderne due è più facile e meno doloroso che ucciderne cento.
  40. Ci sono esperienze palesemente utili, esperienze possibilmente utili ed esperienze palesemente dannose: fino ai quindici-sedici anni l’incoscienza e la trasgressione giustificano le ultime, dopo solo la stupidità.
  41. Natale, Pasqua, Capodanno: anolini in brodo.
  42. Ricordati che se esageri salta la luce.
  43. Non parlar male di nessuno in sua assenza, assolutamente mai con uno sconosciuto, e se ti viene chiesto un parere che per te è negativo su qualcuno, attieniti ai fatti.
  44. Riguarda l’ortografia, e al limite ripassala.
  45. I proverbi, gringo, i proverbi!
  46. Quando arriva un temporale gli alberi non sono proprio il posto più sicuro.
  47. Il giorno che vedi la fila davanti al bancomat, mettiti in fila anche tu.
  48. Ma ti serve davvero?
  49. Le vitamine stanno anche nella frutta e nella verdura di stagione.
  50. Ci vuole un fisico bestiale: fattelo, in qualche modo.
  51. Sì, voglio la ricevuta/fattura/scontrino.
  52. La lista si fa prima della spesa.
  53. Fingere di avere vent’anni in meno, in generale, non è un buon segno.
  54. Prenditi un’aspirina.
  55. Anche i medici (i pediatri!) e i farmacisti seguono le mode. L’importante è saperlo e adeguarti, o no, consapevolmente.
  56. Carini e coccolosi! Carini e coccolosi!
  57. Lascia perdere il navigatore e impara a leggere una cartina.
  58. Lascia perdere l’automatico e impara a scattare su “manuale”.
  59. Lascia perdere e impara.
  60. Le regole devono essere poche e chiare.
  61. Quanno ce vo’ ce vo’, ma non è che può volerci sempre sempre…
  62. Quanti ne hai visti finora con le idee chiare quanto ora sembrano chiare a te? E cosa hai pensato quando ci hanno sbattuto il muso e si è visto che le loro idee chiare non erano per nulla chiare? Ecco, appunto.
  63. Se ti dicono che le cose si fanno in un modo, e a te questo modo non sembra molto razionale, o il modo proposto è un pregiudizio sedimentato, e può anche capitare, o è a te che sfugge qualche dettaglio, e può capitare anche questo. Scommetti tu su quel che ti pare più probabile…
  64. Facciamo un numero tondo.
  65. Non esiste solo la numerazione in base dieci e ogni numero ha almeno una numerazione in cui è bello tondo. E’ la variante matematica del più noto “ogni scarrafone è bello a mamma sua”.
  66. Tondo è bello.
  67. In una gerarchia ogni membro tende a raggiungere il proprio livello di incompetenza. (Si chiama legge di Peter, non mi ricordo mai come si chiama, la metto qui solo come promemoria).
  68. Delle cose che non hai voglia di, o fai fatica a ricordare, prendi appunti, fatti dei foglietti: aiutati.
  69. Un litro e un decimetro cubo sono la stessa cosa. Un litro e un chilogrammo sono due cose diverse. Un litro di vino e una bottiglia di vino solitamente sono due cose molto diverse.
  70. Le cose pesanti cadono. Anche quelle leggere, ma fanno meno male. Di solito sui piedi cadono quelle pesanti.
  71. Il fatto che due più due faccia quattro, sempre e comunque, dà fastidio a tanti che cercano gli aspetti vaghi e poetici della matematica. Poi quattro lo puoi chiamare come ne hai voglia, anche cinque, se ti pare, ma le mele non mentono. Gli aspetti vaghi e poetici ci sono, ma due più due fa quattro e lo devi sapere per poterli apprezzare.
  72. Facciamo cifra tonda, l’ho già detto, ma certe regole valgono doppio.
  73. Le dicotomie sono utili per capire gli estremi, ma anche solitamente pessime rappresentazioni della realtà. Diffida di chi le pratica frequentemente.
  74. Nessuna pietà per mosche e zanzare. Nessuna pietà e nessun rimorso: è un dono, il dono della perfetta cattiveria. Yes we can!
  75. A tavola non si gioca.
  76. Le probabilità di vincere cifre spropositate alla lotteria sono solitamente molto esigue. Se poi uno non gioca nemmeno, diventano zero, con certezza.
  77. E per finire con un omaggio a Sorrento e dintorni (non so perché, ma mi pare giusto): il babà è una cosa seria, e anche la delizia al limone.
  78. Ogni elenco di regole è intrinsecamente incompleto, quindi chi ha letto fin qua deve contribuire con almeno una nuova regola da aggiungere all’elenco.

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Aggiornamento

79. Se l’utenza è prevalentemente femminile o indecidibile, la tavoletta va lasciata abbassata. Se invece l’utenza femminile è minoritaria, questa è pregata di ricordare che l’unica cosa che interessa a quella maschile maggioritaria è di non essere cazziata per una cretinata e che abbassare la tavoletta, a meno che non sia di ghisa, non è uno sforzo immane, e quindi la tavoletta è libera e se il pubblico femminile la trova alzata amen, non casca il mondo, se l’abbassa lei (vedere commenti sotto).

80. Se hai problemi a farla in piedi (nel senso di centrare il buco), siediti. E comunque, se sporchi, pulisci (vedere commenti sotto).

81. I SUV servono solo ad aumentare l’amor proprio dei proprietari, prevalentemente di genere maschile (da un commento di C. su fb).

82. Non si mangiano insieme pane e pastasciutta (come sopra).

Steinbeck on writing

Ho trovato, grazie a brainpickings, sei consigli di John Steinbeck sulla scrittura, tratti da un’intervista del 1975. Li traduco qui, per me e per chi ogni tanto scrive due righe o è impegnato nella stesura di un romanzo o magari è capitato qua per caso. Le posto come tributo a chi predica bene e razzola di conseguenza, in mezzo a tante agghiaccianti “regole per la scrittura” che si trovano sulla rete (alcune, credo demenziali, qui).

1. Abbandona l’idea di finire. Dimentica le quattrocento pagine e scrivi solo una pagina al giorno: aiuta. Quando poi arriverai a terminare, ne rimarrai sorpreso.

2. Scrivi in modo libero e più velocemente possibile e metti tutto su carta. Non correggere o riscrivere mai finché non hai buttato giù tutto. Riscrivere nel corso della scrittura è solitamente una scusa per non andare avanti. Inoltre, interferisce con il flusso e il ritmo che può provenire solo da un certo tipo di associazione inconscia con il materiale.

3. Lascia perdere il pubblico generico. Prima di tutto, un pubblico senza nome e senza volto ti spaventerà a morte e in secondo luogo, al contrario di quanto avviene a teatro, non esiste. Nella scrittura il tuo pubblico è un singolo lettore. Ho scoperto che qualche volta aiuta scegliere una persona, una persona reale che conosci o una persona immaginaria, e scrivere a quella.

4. Se una scena o una sezione non ti viene proprio, ma pensi comunque che la vuoi mantenere, saltala e va’ avanti. Quando avrai finito il tutto puoi tornare indietro e forse scoprire che ti dava problemi perché non era al posto giusto.

5. Fa’ attenzione a una scena che ti sta troppo a cuore, più a cuore del resto. Generalmente si scopre che è fuori contesto.

6. Se usi i dialoghi, recitali ad alta voce mentre li scrivi. Solo allora avranno il suono del parlato.

Buona scrittura.