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Chi sa fare e non può

Era il 2004. Parlavo con Sofia, collega insegnante. Mi diceva: “e che dovevo fare? dopo il dottorato in fisica sono andata avanti in Italia e all’estero a forza di assegni di ricerca. A un certo punto ho provato il concorso per l’insegnamento, l’ho vinto, e mi si è posta la scelta tra un posto a tempo indeterminato nella scuola e una vita da precaria nell’università. Io che volevo metter su famiglia ho dovuto scegliere la prima”.

Una sconfitta doppia per il Paese. Primo, perché ha perso una valida ricercatrice, senza darle la possibilità di farla vivere di quello che faceva più volentieri, per cui era formata e in cui stava producendo risultati importanti. Secondo, perché ha perso una valida ricercatrice dopo aver investito abbondantemente nella sua formazione. Un po’ come un contadino che si compra l’Alfa nuova, la usa tre mesi in strada e poi decide di destinarla ad andare nei campi.

Dieci anni dopo, 2014. M, brillante ricercatore tedesco, H-index 18, non trovando offerte stabili e soddisfacenti presso università tedesche, avendo già una famiglia che si aspetta da lui un sostegno economico e alle spalle anni di lavoro in università e istituti di ricerca internazionali e nazionali, decide di accettare una posizione come insegnante di scuola superiore.

Qualche volta ho sentito pronunciare la massima (di filosofia da quattro soldi) “chi sa fare fa, chi non sa fare insegna”. Questi due sono esempi in cui ad insegnare è finito qualcuno che saprebbe benissimo fare, ma non può.

Sono certo che M. diventerà un ottimo insegnante, esattamente come Sofia.

Ringrazio entrambi, e tanti altri come loro, perché il loro contributo, in Italia, in Europa, dappertutto, nonostante l’ovvio scoraggiamento iniziale, eleva il livello della classe docente. E perché, in qualche modo, la loro scelta di insegnare mostra che non hanno gettato la spugna, hanno solo fatto un passo indietro. Si sono resi conto che il problema è più ampio, più generale: se il sistema non è pronto a sostenere la ricerca, l’unica soluzione è formare una generazione che sceglierà di farlo.

Quando i muri parlano

Che anche i muri abbiano orecchie è qualcosa che ho imparato quando ero un ragazzino chiacchierone.

Questa mattina entrando in una classe mi sono reso conto che i muri possono anche parlare; o almeno lo possono fare in una scuola.

Non sto parlando solo dei messaggi che gli studenti talvolta lasciano nelle loro aule, sotto forma di fogli appesi, di oggetti in qualche modo attaccati, o addirittura di graffiti murali che solo un’adeguata tinteggiatura è in grado di rimuovere.

Ciò che mi ha colpito è invece una targa all’ingresso dell’aula in cui oggi sono stato inviato per una sostituzione, proprio ieri intitolata a Rossella Mazzoni, collega di inglese, nel primo anniversario della sua scomparsa.

L’avevo conosciuta, diversi anni fa e ricordo che, per quanto siamo stati colleghi in un solo consiglio di classe e per un solo anno, avevo comunque avuto modo di apprezzarne la gentilezza e l’attenzione. Ma l’affetto e l’ammirazione che esprimono parlando di lei coloro che l’hanno conosciuta più a lungo e in profondità, i nostri comuni ex-alunni o i colleghi, testimoniano di qualità umane e professionali fuori dall’ordinario.

La nostra scuola è antica, l’edificio è storico, sono tante le memorie di persone eccezionali che vi hanno studiato. Nell’atrio ad accogliere chi entra c’è la lapide dei caduti durante la Grande Guerra. Nomi passati, di cui solo alcuni, forse, possono essere conosciuti oggi perché appartengono allo stradario cittadino. Eppure negli anni Trenta, quando la lapide è stata posta, tanti potevano avere una memoria viva delle persone lì nominate. E quella grande lapide, con tutta la sua retorica che oggi fa sorridere, allora probabilmente ad alcuni dava l’effetto che la targa posta ieri dà oggi a noi.

I muri che parlano, raccontano a chi li sa ascoltare della presenza, del passaggio di persone particolari, straordinarie e normali insieme, che hanno avuto un ruolo importante nel rendere quello spazio tra le pareti un luogo in cui generazioni successive si trasmettono qualcosa. E questo ruolo l’hanno avuto nel loro tempo, e oltre.

La cosa bella è che non è necessario avere una scuola antica, piena di lapidi, cippi e busti marmorei per ascoltare i muri raccontare il passaggio di un testimone di passione per il sapere, per la ricerca, per lo studio. Basta avere pareti tappezzate di libri, bastano i poster realizzati anno dopo anno, con i nomi di chi li ha realizzati. Basta che la scuola, come comunità, decida di raccontarsi, in una narrazione di gratitudine e di impegno, di esempio dato e ricevuto; una catena più o meno lunga di generazioni che si accompagnano.

Una comunità, appunto. E non nel senso chiuso, elitario di chi si ritiene più di altri, ma invece con la consapevolezza che sono tanti i muri che parlano, in tanti altri posti della città, con altri personaggi e altri riferimenti, ma raccontando nella stessa lingua e della stessa storia.

La targa di Rossella è lì, fuori da un’aula, a ricordare a chi l’ha conosciuta, prima di entrare in classe o uscendone, che tutta la giostra ha un senso perché ci sono persone che hanno scoperto una passione e vogliono tanto bene ai più giovani da desiderare che anche loro possano averne parte.

Graffiti su muri, e su cuori, che non c’è tinteggiatura che possa cancellare.

L’ora di ricevimento

Ieri, dopo la pausa per gli scrutini e le altre esigenze organizzative della scuola, ho avuto la mia prima ora di ricevimento dei genitori.

Deserta.

Mettiamoci il blocco del traffico del giovedì, mettiamoci le difficoltà che oggi più che quattro anni fa i genitori possono trovare nell’ottenere un’ora di permesso lavorativo per venire a colloquio, mettiamoci il fatto che matematica non è considerata una materia fondamentale al classico, mettiamoci dentro tutto, la cosa mi ha però dato un leggero fastidio e mi ha posto un interrogativo.

Le premesse: l’insegnante di matematica è cambiato a gennaio, con gli scrutini intermedi; gli alunni o i genitori di alunni con necessità particolari si sono comunque fatti vivi anche al di fuori dell’orario di ricevimento per far presente tali necessità e prendere contatti, e sono stati i benvenuti, ovviamente; il registro elettronico permette comunque ai genitori di conoscere giorno per giorno, o settimana per settimana, a seconda della rapidità dei docenti nell’aggiornarlo, la situazione dei voti.

Proprio quest’ultimo fatto mi ha suscitato una domanda: non è che ai genitori, per caso, interessino solo i voti, che possono ora leggere da casa sui loro tablet?

Domanda retorica, ovviamente: alcuni genitori effettivamente danno questa impressione, e non da oggi. Forse però questa possibilità offerta dalle tecnologie, il registro elettronico consultabile da casa (dico forse, è passato effettivamente solo un colloquio andato buco e con tutte le circostanze già menzionate), asseconda questa tendenza e rende il colloquio un lusso, un “di più” che chi può evitare evita?

Laddove invece io ci terrei a conoscere i genitori dei miei alunni. Per il semplice motivo che ritengo, ma forse è un’idea un po’ romantica, un po’ démodée e da pacca sulle spalle, che stiamo lavorando insieme. Mi piacerebbe che si avvertisse, e che avvertissi io pure, come ho avvertito e avverto nei confronti degli alunni i cui genitori sono invece venuti “fuori orario”, che c’è un gioco di squadra nel campo educativo nei confronti di queste ragazze e di questi ragazzi.

Mi piacerebbe, in sostanza, che questa ora di ricevimento fosse avvertita come un’opportunità per me e per i genitori di lavorare meglio e insieme. Mi piacerebbe che fosse l’occasione di un feedback reciproco, che in questo caso serve a me prima di tutto, ultimo arrivato, su quello che si fa, che si dice, che si è nella relazione con le classi e con le persone che le compongono.

Ecco il senso di fastidio: ho conosciuto i ragazzi, ormai so i nomi o i cognomi di tutti, conosco alcune delle loro difficoltà, dei loro punti di forza, dei loro atteggiamenti nei confronti delle mie materie e della scuola in generale. Avrei bisogno di altre informazioni, ora, così come probabilmente, (per forza di cose e non necessariamente in positivo) sto anche fornendo altre informazioni ai ragazzi rispetto a quello che chi mi ha sostituito ha fatto per tre mesi: sentiamoci, parliamone, va bene, non va bene, come possiamo fare?

Bene, forse mi sto fasciando la testa prima che questa sia rotta: meglio così se è stata solo la paura dei vigili che controllano se viaggiano a metano o se inquinano a tradimento proprio al giovedì, a trattenere uno stuolo di genitori (e con oltre centocinquanta alunni, posso parlare di stuolo) dal venire a incontrarmi. Vedrò nelle prossime settimane.

Però l’interrogativo rimane, e il desiderio di conoscere questi genitori pure…

Flipped

Dovendo a gennaio rientrare in classe ad insegnare dopo una lunga pausa, mi capita in questi giorni di pensare spesso alla scuola, a come vorrei partire con le mie nuove classi, a quali strumenti potranno servirmi perché la mia azione didattica, per tanti studenti e su poche ore settimanali, sia la più efficace possibile.

Stamattina il buongiorno me l’ha dato il post del caro Sergio, che dagli States ha comunque un occhio (anche due) molto attento alle vicende di casa nostra.

Si parla, tra le altre cose, di flipped classroom, la classe rovesciata. In poche parole: una rivoluzione (proprio nel senso etimologico) che porta importanti miglioramenti nell’insegnamento, a sentire coloro che l’hanno sperimentata oltreatlantico (qui), ma anche qui a casa nostra (vedere qua, ad esempio). I contenuti delle lezioni frontali non vengono svolti in classe ma forniti in forma multimediale (l’insegnante si filma mentre fa lezione da solo) e resi disponibili su una piattaforma online che permetta agli studenti di scaricare, vedere, riguardare, ma anche di interagire tra loro e con l’insegnante stesso via forum di discussione e cose simili; il tempo in classe è quindi dedicato principalmente all’applicazione, alla verifica, al potenziamento, al recupero.

E’ un approccio che sostanzialmente mi piace. Prima di tutto perché da un lato responsabilizza gli studenti rispetto al proprio apprendimento in forme e metodi che sono loro congegnali, quelli tecnologici, dall’altro sposta il focus dell’attività docente da “fornitore di conoscenze” a “facilitatore di apprendimento”.

Sia chiaro: non ritengo sostituibile il ruolo dell’insegnante come “fornitore di conoscenze” da internet. All’insegnante, con gli strumenti di cui si avvale, rimane la responsabilità della scelta dei materiali, delle fonti, persino della loro presentazione, una responsabilità importante proprio perché la quantità di informazione disponibile oggi è enorme e di livelli di qualità molto differenziati.

Io lo vedo piuttosto come un modo che l’insegnante ha di occupare più tempo di quello che ha. Voglio dire che il video, gli appunti virtuali, i materiali multimediali che il docente prepara per il lavoro individuale degli studenti, preliminare e propedeutico allo svolgimento di attività applicative in classe, permette al docente di avere “più ore” con i suoi studenti di quelle previste dall’orario scolastico, e cioè quelle ore che gli studenti passano lavorando individualmente o in gruppo ma a casa o comunque al di fuori delle lezioni, sui materiali forniti. Ed è anche un modo per dare qualità al lavoro in classe, sfruttando meglio le dinamiche sociali dell’apprendimento, che durante una lezione frontale di contenuto non sono attivate, permettendo eventualmente di approfondire meglio gli aspetti problematici, insomma liberando tempo, che, almeno nella mia esperienza, è la risorsa più preziosa e carente.

Quali difficoltà vedo?

  • Tecniche. Il docente medio non sa dove mettere le mani: quali portali usare? Quali software? Il sito della scuola? Come registrare le proprie lezioni? Quali materiali usare? Come suddividere i contenuti in brevi “lezioni” multimediali?
  • Di… tempo. Sebbene sul lungo periodo il lavoro di preparazione dei video non debba necessariamente essere ripetuto (la spiegazione della risoluzione delle equazioni di secondo grado, ad esempio, è sempre quella, per qualunque classe di qualunque anno scolastico: fatto il video in modo soddisfacente, è fatto per sempre), si tratta comunque di un lavoro impegnativo perché richiede preparazione, probabilmente ripetuti tentativi, e soprattutto all’inizio impiega una grande quantità del tempo extra-lezione di un docente.
  • Didattiche. Si tratta di una rivoluzione, non ci sono dubbi su questo, e ciò significa ripensare alle strategie, a cosa fare in classe nel tempo “liberato”, ad esempio, ma anche a come suddividere i contenuti, a quali espedienti utilizzare per presentare nei video i contenuti d’interesse.
  • Di accessibilità. Il presupposto è che tutti gli studenti siano dotati di strumenti idonei a casa, o vi abbiano libero accesso a scuola, per poter fruire dei contenuti. Fino a tre anni fa, prima della mia lunga assenza, avevo ogni anno classi in cui la disponibilità di un computer o di una connessione internet non raggiungeva il 100%, e ciò ovviamente rende inutilizzabile questo metodo.
  • Di raccordo. Ci sono istituti più aperti all’innovazione, altri meno. Diventa difficile proporre metodologie di questo genere quando non sono accolte e sperimentate da un numero significativo di colleghi, almeno nella stessa materia. E la classe insegnante italiana è mediamente anzianotta, non sempre pronta al cambiamento, non sempre benevola nei confronti delle nuove tecnologie (talvolta a ragione, molto spesso comunque in modo giustificabile dalla scarsa fiducia riposta in chi governa la scuola con proclami e tecnologia a sproposito).

E però… e però la cosa mi incuriosisce. Mi prendo l’impegno di fare qualche esperimento in questa direzione. Vedrò se su una classe o di più, vedrò su quali unità didattiche, ma la cosa è interessante. Qualcosa si può fare.

Guardando fuori dalla finestra

Nella sterminata aforismatica in rete circola una citazione che mi piace molto:

come faccio a spiegare a mia moglie che quando guardo fuori dalla finestra sto lavorando?

Viene attribuita a Joseph Conrad. Curiosamente ne parlano solo siti italiani, e questo mi insospettisce alquanto. Comunque non sono riuscito a risalire alla paternità se non tramite questo articolo in cui Dino Risi la affibbia appunto allo scrittore anglo-polacco.

In ogni caso, e di chiunque sia la paternità, con i dovuti distinguo, mi piace farla mia.

Con i dovuti distinguo, ovviamente.

Primo, io non sono Korzeniowski, e il mio lavorare davanti alla finestra, o in qualunque altra situazione apparentemente lontana dalla comune esperienza del lavoro, non è certo paragonabile al suo. Oltre a non avere la stessa profondità (personalmente nutro una certa stima dell’autore), è anche di natura totalmente diversa.

Secondo, non ho ben idea in cosa consista il lavoro di uno scrittore. Se Conrad, ammesso che la sentenza sia effettivamente farina del suo sacco e non un delirio di Dino Risi, o di chi ha creato la pagina con Risi che cita Conrad, se lui, davanti a una finestra pensasse a cosa scrivere, a quali espedienti tecnici, quali vocaboli. Io tenderei a interpretarlo in modo un tantino più ampio, così come vedo anche il mio lavoro di insegnante. Davanti a una finestra, anche senza pensare coscientemente al lavoro, anche semplicemente ammirando il taglio dell’erba o un cane che corre, io credo che lo scrittore raccolga impressioni, esperienze, arricchisca il proprio tesoro interiore. E, nel mio piccolo, questo è anche quello che vedo in me relativamente alla mia professione, lasciando perdere forse le finestre, nel momento in cui mi occupo di cose apparentemente distanti dalle mie materie. Mi sembra di poter dire che coltivando i miei interessi rendo me stesso una persona migliore, e, visto che la mia professionalità si basa in modo preponderante sulle mie qualità umane, faccio un servizio positivo a chi la mia professionalità mi porta ad incontrare.

E’ possibile che questo sia ciò che si chiama “lavoro intellettuale”.

Terzo, non credo di dover spiegare a mia moglie. Ormai ha capito le mie finestre. Vorrei che altri, invece, potessero capirlo; vorrei non dover spiegare ai signori ministri, ai signori parlamentari, ai signori genitori, che quello dell’insegnante non è un lavoro che si fa per otto ore, poi lo si chiude in una scrivania e lo si riprende al mattino dopo. Vorrei non dover dire che anche se non ho compiti da correggere a casa, se leggo un libro, se guardo la televisione con la mia famiglia, se scrivo sul mio blog, anche quello è un modo per ricordarmi dei miei studenti, direttamente o indirettamente.

Dietro le mie finestre ci sono comunque loro.