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Interessante Assistenza dell'IA come mentore

Interessante Assistenza – Un’IA come mentore

Non voglio far propaganda, beninteso. Anche perché poi dovrei tirar fuori i sensi di colpa nei confronti dei disastri ambientali che i miei quindici token causano.

Poi però penso che c’è gente che ci ha pianificato una guerra, con l’IA, e poi l’ha anche fatta davvero. Quindi scusate, i miei disastri ambientali mettiamoli un po’ in prospettiva.

Io non so se è un nemico da conoscere o un amico da imparare a frequentare. Forse anche queste categorie potremmo aggiornarle… un libro stampato sarà stato amico o nemico per il copista amanuense? Chiederemo a Barbero, se proprio non riusciremo a dormirci di notte.

Io la sto usando. Sto imparando: prima di tutto perché imparare è il mio mestiere. Perché sono curioso, altra mia professione di fede. Perché credo che possa essere utile, e una volta tanto mi capita di dedicarmi a qualcosa che può fregiarsi di questo (nel mio ambiente più altezzosamente vituperato che apprezzato) aggettivo.

“Mi proponi qualche esercizio da principiante nella nobile arte della pittura ad acquerello?” “Mi correggi queste bozze?” “Ma questa affermazione è vera? Mi trovi le fonti?” “Mi metti questo appuntamento in calendario?” “Sto organizzando una gita a XY, mi dici cosa c’è di interessante da fare o da vedere?”

Spesso con un “per favore”, inizialmente per buona educazione. Ma poi anche perché quando incontri qualcuno con cui parli, discuti, trovi mediazioni, qualcuno che sai che ne sa molto più di te, anche se magari non è così bravo a fare sintesi, ti viene anche naturale trattarlo bene.

Io trovo che mi sia utile anche solo per schiarirmi le idee. Sapere cosa chiedere a Gemini e come chiederglielo è un ottimo esercizio di logica e razionalizzazione del pensiero, il mio, che evidentemente non viene annullato nell’interazione.

Poi mi risulta evidente che la qualità delle risposte è direttamente proporzionale alla mia capacità di vagliarle, di usarle, di farci qualcosa di umano. Alla fine dei conti, se anche Gemini mi propone un esercizio “motivante”, posso verificarlo solo prendendo in mano pennelli e colori e provando a realizzare con le mie manine reali quello che sua artificialità ha proposto. L’alternativa sarebbe il non farlo affatto o molto più a fatica. In questa fase della mia vita l’assistenza dell’IA mi apre porte che finora sognavo soltanto di poter varcare.

Che senso ha

Che senso ha (risvegliare un blog dormiente)

Che senso ha, mi chiedo all’una di notte, risvegliare un blog in letargo da anni, con ovvie difficoltà di password, aggiornamenti di sistema, e soprattutto ruggini mentali, proprio in questi giorni in cui ho conosciuto Claude e ne ho apprezzato le incredibili capacità compositive?

Sono un vecchio che si ribella, credo. Vecchio: insomma, il problema non è la mia età, che avanza al solito ritmo di un anno all’anno; il problema è inflattivo, di un mondo che corre più di me. E siccome a me correre non piace, anzi non è mai piaciuto e piace sempre meno (nonostante i tentativi silvestri del fine settimana, ma quella è un’altra gara), rinuncio in partenza. Rinuncio a stare al passo: ho una certa, ormai, correte voi, io vi tengo il posto.

Un vecchio che si ribella. Nella tradizione dei vecchi che si ribellano, e con il loro stile. Non per rivoluzionare il mondo, ma figuriamoci. Però, in quel posto che vi tengo, mi troverete con le mie borsine piene delle cose a cui tengo: non si corre con le sporte. Però dentro ci sono tutti i ninnoli (i “tananaj”, si dice qui) che l’esperienza ha lasciato sulle mie mensole.

Cose semplici, di solito regole (qui ne avevo scritte alcune, ma nel frattempo sono aumentate, ahimè). Regole nel senso di regolarità, non è che la mia ribellione si concretizzi nell’imporre norme ad altri. E’ che magari, faccio un esempio, dopo aver visto cataloghi di persone fare la stessa stupidaggine (e probabilmente anch’io ci sono caduto), posso affermare con una certa sicurezza che quella particolare stupidaggine è tecnicamente una stupidaggine. Una regola: poi fai quel che vuoi, io cerco di rispettarla, visto che mi ci sono scottato.

E tra l’altro ho visto Bergonzoni coi capelli bianchi. Da trent’anni. Probabilmente è anche lui un vecchio che si ribella; lo dico perché per lui ribellarsi è ri-bellarsi, cioè tornare al bello. E, aggiungo, al bello e originale: lui è bello originale. Io invece vorrei fare qualcosa di bello originale.

Mamma mia quante spiegazioni, che dose d’ambiguità: originale non nel senso che io pensi di essere, o mi sforzi di essere originale, di dire qualcosa di nuovo a tutti i costi; originale nel senso di eigen, fatto da me, senza Claude tra i piedi, per dire. Che mi sta pure simpatico, ma se voglio ribellarmi, tornare al bello, voglio farlo io, ecco.

Aiuta, intendiamoci, Claude, quando devi fare qualcosa. E’ un po’ la domestica di una volta. O la signora Luisa, che arriva presto, finisce presto e fa tante cose interessanti. Ma poi quando vuoi godertela, la casa, la signora Luisa non ce la vuoi: lasci lì la sua schiuma attiva, e ci vediamo la settimana prossima.

“Ma per mestiere fai cose belle originali”, mi dico, con la voce di Claude, che non so bene quale sia, ma me la immagino un po’ gnegnegné, un po’ saccente. Mi rispondo con la mia: sì, vero, ma faccio anche tanta robaccia che va fatta perché lo dice qualcuno che non ha idea. Ho meno tempo davanti a me, non voglio buttarlo a fare robaccia di cui non mi interessa nulla.

Come va la ribellione? Ci siamo?

Non ho il pyhsique du rôle per seguire il consiglio di Thomas (e come diavolo si traduce?):

rage, rage against the dying of the light

Però qualche “no, grazie” lo posso dire (anche votando, ma ne parleremo presto, è cosa diversa): scusa ma non ho tempo, devo fare qualcosa di bello.

E allora non so, per chi ha letto questa tiritera, evidentemente non scritta da Claude, se è stato un bel momento. Per me lo è talmente tanto che, alle due di notte, vado a risvegliare il mio blog in letargo da anni. Si sa, i vecchi dormono meno…

BYOD

Per chi segue i dibattiti online sulle nuove tecnologie a scuola, è arrivato il momento del BYOD.

Acronimo inglese, apparentemente mutuato dalle politiche aziendali rispetto alle tecnologie stesse: Bring Your Own Device. Portati il tuo dispositivo.

Tradotto in italiano, l’acronimo sarebbe “FLNCFS”: “fare le nozze coi fichi secchi”.

Vogliamo le scuole 2.0, vogliamo le LIM, vogliamo le tecnologie a scuola, vogliamo vogliamo. Poi non ci sono i soldi e allora? Ragazzi, la tecnologia ce la mettete voi.

Hai lo smartphone? Benissimo, usiamo quello. Hai il tablet? Ottimo. Hai un portatile? Eccellente.

Ma come, Pierino, tu niente? Non te l’avevano detto quando ti sei iscritto che questa è una scuola di serie A? No, non di serie A come dotazione della scuola, di serie A come reddito delle famiglie degli alunni… Non ti vergogni un pochetto?

Duepuntozero

In questo periodo estivo, anche se ufficialmente da un paio di giorni sono in ferie, sto cercando di continuare ad aggiornarmi. Anche perché, come dicevo altrove, credo di non essere ancora tanto schizofrenico da essere coinvolto da ciò che accade ai miei alunni per undici mesi all’anno e dimenticarli completamente il dodicesimo.

E aggiornandomi mi sono accorto di quanto si parli oggi (nelle comunità virtuali dei colleghi) della Scuola 2.0.

Che vuol dire, credo di aver capito, l’introduzione nella prassi didattica delle tecnologie informatiche e degli ambienti di apprendimento che tali tecnologie permettono.

Il mio giudizio? All’80% una moda, che comporta un grosso giro di denaro, con qualche principio meritevole di approfondimento, una sperimentazione avviata e in corso in paesi con sistemi scolastici assolutamente diversi dal nostro, mentre da noi non mi pare ci siano ancora studi significativi. Che come tutte le mode didattiche ha i suoi fanatici sostenitori, a tutti i livelli, e i suoi assoluti oppositori nel nome di una tradizione più mitologica che reale.

Un’analisi che ho trovato interessante e condivisibile è quella che, nell’ambito di una videolezione sulla “flipped classroom” (commento: un’altra moda nella moda), si trova qui.

Sostanzialmente, la tesi che si sostiene è che il modello di lezione che è stato assolutamente predominante fino, direi io, agli anni ’70 (ed è ancora presente in modo abbastanza importante, nonostante sia stato modificato, modernizzato, reso più interattivo e ibridato con altre metodologie) nella scuola italiana è antico come il libro: la lezione come spiegazione di un libro (testo ed eventualmente figure) che inizialmente non era fisicamente disponibile ai discenti, poi lo è diventato richiedendo però una interpretazione. Quindi, se riteniamo che la multimedialità e le potenzialità di creazione, strutturazione, elaborazione di contenuti che le tecnologie informatiche oggi offrono possano costituire una rivoluzione paragonabile a quella che l’introduzione del testo scritto ha portato nella didattica, è legittimo pensare che una scuola che usa, sfrutta, si avvale di tali tecnologie debba rivoluzionare il proprio modo di insegnare.

Se.

Nel senso che il primo dubbio che mi viene è che non si tratti davvero di un voltar pagina, ma piuttosto di un allargare il foglio. La multimedialità eccetera eccetera non sostituiscono minimamente il testo scritto, l’immagine statica. Come insegnante non mi sento di prendermi la responsabilità (e non penso che la Scuola possa pensare di assumersela in quanto istituzione) di scegliere quali canali aprire e quali chiudere: è mio compito offrire tutti i canali disponibili, nuovi e vecchi.

Al di là di mode e modelli, ci sono alcuni aspetti che personalmente ritengo insoddisfacenti del mio modo di fare scuola, anche se è un modo molto simile a quello degli altri miei colleghi del mio istituto. E io credo che mi sia utile rifletterci, cercare di trovare soluzioni, sperimentarle.

Sperimentare: un verbo doveroso, ma, credo, con tutta la cautela di chi sa che i propri sbagli, per quanto in buona fede, non li pagherà in prima persona. Quindi uno sperimentare in cui ho bisogno di tanto studio e aggiornamento, per vedere quello che altri hanno fatto o stanno facendo e capire cosa può essere utile con le mie classi, coi miei alunni e le mie alunne; in cui ho bisogno di confronto con i colleghi, perché sono parte di un istituto; in cui ho bisogno di piccoli passi, per cambiare qualcosa e di questa variazione misurare l’impatto.

In quali direzioni mi muoverei?

La prima è quella della gestione del tempo. Le ore a disposizione sono poche: vorrei riuscire a seguire meglio i tanti alunni che ho in classe, ma tra spiegazioni, necessarie, e verifiche, altrettanto necessarie, non so proprio come fare. In questo senso io credo che alcune risorse tecnologiche e metodologiche possano essere utili. Altre io credo siano devastanti nel senso che probabilmente possono portare a un ottimo livello di apprendimento ma richiedono quantità di tempo tali da amputare in modo inaccettabile lo svolgimento dei programmi, che nonostante tutto vanno portati avanti.

La seconda è quella del coinvolgimento degli alunni, della motivazione. E’ abbastanza legata alla precedente, nel senso che almeno nel liceo in cui insegno gli stimoli culturali, storici, filosofici, i contatti con le altre discipline, la contestualizzazione, i testi originali… sono tutte cose che riscuotono interesse, che aprono porte nelle menti e nei cuori degli studenti. Ma richiedono tempo, collaborazione tra docenti, approfondimento. Sono convinto che alcuni ritrovati tecnologici e metodologici possono aiutare.

La terza è quella della valutazione. Io mi sento sempre a disagio nell’assegnare un voto unico a una verifica che mette in evidenza una serie spesso molto ampia di conoscenze e competenze, variamente sviluppate. Io vorrei dire ai miei studenti: questa cosa la sai benissimo; quest’altra meno; questa non l’hai proprio capita. Invece è: cinque. Sei. Nove. Lo è per me, e soprattutto per gli studenti e le loro famiglie. “Sì, va bene, ma quanto mi ha dato?” “La media quanto viene?”. Anche in questo caso io credo sia possibile lavorare più per competenze; è un impegno gravoso, certamente, ma credo valga la pena. E le tecnologie possono aiutare.

Come? Non so, è una riflessione che ho iniziato, qualche idea ce l’ho. C’è ancora un mese abbondante per sviluppare il mio 2.0 per l’anno prossimo.

Flipped

Dovendo a gennaio rientrare in classe ad insegnare dopo una lunga pausa, mi capita in questi giorni di pensare spesso alla scuola, a come vorrei partire con le mie nuove classi, a quali strumenti potranno servirmi perché la mia azione didattica, per tanti studenti e su poche ore settimanali, sia la più efficace possibile.

Stamattina il buongiorno me l’ha dato il post del caro Sergio, che dagli States ha comunque un occhio (anche due) molto attento alle vicende di casa nostra.

Si parla, tra le altre cose, di flipped classroom, la classe rovesciata. In poche parole: una rivoluzione (proprio nel senso etimologico) che porta importanti miglioramenti nell’insegnamento, a sentire coloro che l’hanno sperimentata oltreatlantico (qui), ma anche qui a casa nostra (vedere qua, ad esempio). I contenuti delle lezioni frontali non vengono svolti in classe ma forniti in forma multimediale (l’insegnante si filma mentre fa lezione da solo) e resi disponibili su una piattaforma online che permetta agli studenti di scaricare, vedere, riguardare, ma anche di interagire tra loro e con l’insegnante stesso via forum di discussione e cose simili; il tempo in classe è quindi dedicato principalmente all’applicazione, alla verifica, al potenziamento, al recupero.

E’ un approccio che sostanzialmente mi piace. Prima di tutto perché da un lato responsabilizza gli studenti rispetto al proprio apprendimento in forme e metodi che sono loro congegnali, quelli tecnologici, dall’altro sposta il focus dell’attività docente da “fornitore di conoscenze” a “facilitatore di apprendimento”.

Sia chiaro: non ritengo sostituibile il ruolo dell’insegnante come “fornitore di conoscenze” da internet. All’insegnante, con gli strumenti di cui si avvale, rimane la responsabilità della scelta dei materiali, delle fonti, persino della loro presentazione, una responsabilità importante proprio perché la quantità di informazione disponibile oggi è enorme e di livelli di qualità molto differenziati.

Io lo vedo piuttosto come un modo che l’insegnante ha di occupare più tempo di quello che ha. Voglio dire che il video, gli appunti virtuali, i materiali multimediali che il docente prepara per il lavoro individuale degli studenti, preliminare e propedeutico allo svolgimento di attività applicative in classe, permette al docente di avere “più ore” con i suoi studenti di quelle previste dall’orario scolastico, e cioè quelle ore che gli studenti passano lavorando individualmente o in gruppo ma a casa o comunque al di fuori delle lezioni, sui materiali forniti. Ed è anche un modo per dare qualità al lavoro in classe, sfruttando meglio le dinamiche sociali dell’apprendimento, che durante una lezione frontale di contenuto non sono attivate, permettendo eventualmente di approfondire meglio gli aspetti problematici, insomma liberando tempo, che, almeno nella mia esperienza, è la risorsa più preziosa e carente.

Quali difficoltà vedo?

  • Tecniche. Il docente medio non sa dove mettere le mani: quali portali usare? Quali software? Il sito della scuola? Come registrare le proprie lezioni? Quali materiali usare? Come suddividere i contenuti in brevi “lezioni” multimediali?
  • Di… tempo. Sebbene sul lungo periodo il lavoro di preparazione dei video non debba necessariamente essere ripetuto (la spiegazione della risoluzione delle equazioni di secondo grado, ad esempio, è sempre quella, per qualunque classe di qualunque anno scolastico: fatto il video in modo soddisfacente, è fatto per sempre), si tratta comunque di un lavoro impegnativo perché richiede preparazione, probabilmente ripetuti tentativi, e soprattutto all’inizio impiega una grande quantità del tempo extra-lezione di un docente.
  • Didattiche. Si tratta di una rivoluzione, non ci sono dubbi su questo, e ciò significa ripensare alle strategie, a cosa fare in classe nel tempo “liberato”, ad esempio, ma anche a come suddividere i contenuti, a quali espedienti utilizzare per presentare nei video i contenuti d’interesse.
  • Di accessibilità. Il presupposto è che tutti gli studenti siano dotati di strumenti idonei a casa, o vi abbiano libero accesso a scuola, per poter fruire dei contenuti. Fino a tre anni fa, prima della mia lunga assenza, avevo ogni anno classi in cui la disponibilità di un computer o di una connessione internet non raggiungeva il 100%, e ciò ovviamente rende inutilizzabile questo metodo.
  • Di raccordo. Ci sono istituti più aperti all’innovazione, altri meno. Diventa difficile proporre metodologie di questo genere quando non sono accolte e sperimentate da un numero significativo di colleghi, almeno nella stessa materia. E la classe insegnante italiana è mediamente anzianotta, non sempre pronta al cambiamento, non sempre benevola nei confronti delle nuove tecnologie (talvolta a ragione, molto spesso comunque in modo giustificabile dalla scarsa fiducia riposta in chi governa la scuola con proclami e tecnologia a sproposito).

E però… e però la cosa mi incuriosisce. Mi prendo l’impegno di fare qualche esperimento in questa direzione. Vedrò se su una classe o di più, vedrò su quali unità didattiche, ma la cosa è interessante. Qualcosa si può fare.

Sostituire gli insegnanti

Mi è stato segnalato questo video, parte dei TED talks sull’istruzione (in realtà ne esiste anche una versione sottotitolata in italiano, ma non sono riuscito a ritrovarla). Il prof. Mitra rende conto dei suoi studi, svolti in tutto il mondo, sulla possibilità di realizzare processi di apprendimento senza insegnamento.

In altri termini: un gruppo di alunni, un computer connesso in banda larga a internet, un cloud di nonne a fare da assistenza remota, alcuni compiti da svolgere. E questo, secondo quanto osservato dallo studioso, porterebbe ad apprendimenti persistenti e approfonditi.

E’ una tesi suggestiva, che a mio avviso deve essere conosciuta, soprattutto dagli addetti ai lavori, perché consente di ripensare in modo profondo e incisivo la didattica.

D’altra parte, è una tesi estrema, i cui limiti devono essere definiti e chiariti.

E mi piace: io sono convinto che si tratti di una riflessione su basi sperimentali forse fortunate, da parte di Mitra, ma sicuramente fondate. Anch’io ho avuto esperienze, sia in ambito scolastico che familiare, di apprendimenti emersi all’interno di un sistema di istruzione autoorganizzato.

Mi piace in particolare:

  • l’aspetto sociale dell’apprendimento che viene messo in evidenza;
  • l’assunto che le nozioni pure riposino meglio sulla rete che nelle teste;
  • il protagonismo del discente nel percorso di apprendimento;
  • la motivazione intrinseca all’apprendimento, cercata, anche socialmente, dai singoli allievi e non fornita dall’esterno dai docenti o comunque dalle figure adulte;
  • l’idea, attribuita allo scrittore Arthur C. Clarke, che un insegnante che possa essere sostituito da una macchina debba esserlo.

Ci sono però alcuni aspetti che ritengo cruciali che questo tipo di riflessione mi solleva.

  • Prima di tutto, cosa vuol dire apprendimento? Cosa ne è possibile misurare? L’idea è che se aver appreso significa custodire una nozione ed essere in grado di richiamarla a distanza di tempo e nel contesto corretto, allora la strategia mostrata nel TED talk può essere assolutamente vincente, sia per efficacia che per economicità; se però all’apprendimento si associano anche connotazioni di tipo operativo, il saper fare qualcosa, il saper sviluppare abilità, che richiedono applicazione costante e ripetuta, ad esempio, o dimostrazioni laboratoriali personalizzate, qui mi permetto di avanzare dubbi sull’efficacia dell’approccio di cui si parla; 
  • mi pare evidente che esista un problema di fonti, per quanto riguarda internet; voglio dire che vi si può trovare di tutto, e l’ultima cosa che un sistema educativo vuole è formare cittadini sprovveduti e incapaci di distinguere l’autorevolezza delle informazioni ritrovate; questo aspetto è totalmente assente nella presentazione di Mitra; il materiale trovato su internet raramente è gerarchizzato, raramente presenta apparati critici degni di tal nome, oppure è inserito in contesti distanti da quelli ideali per l’apprendimento scolastico, da autori talvolta imprecisi, disinformati o animati da motivazioni particolari; il che non significa che questi materiali non abbiano valore, ma piuttosto che sia necessario un lavoro guidato, critico, di integrazione con materiali magari di più difficile accesso;
  • “scoprire” ogni volta ciascun elemento del sapere accumulato dall’umanità sicuramente porta ad un apprendimento più solido e duraturo, meno esteso per motivi di tempo ma anche, forse, meno profondo per le difficoltà nel correlarlo con il sapere già acquisito, ma che non può essere l’unico; le competenze di comprensione diretta di un testo alla prima lettura, di selezione e memorizzazione degli elementi essenziali, di contestualizzazione nell’ambito del sapere già appreso sono competenze su cui un sistema educativo non può fare a meno di puntare e che richiedono un percorso diverso, almeno in parte; inoltre, libri, riviste altre fonti “tradizionali” hanno anch’essi una valenza educativa che non può semplicemente essere cancellata arbitrariamente;
  • una presentazione di un argomento, soprattutto in certe discipline, non è “neutro”, non si limita ad una rassegna di nozioni “da sapere” (e perché? chi lo dice?), ma ha alcuni approcci più naturali, come quello storico/epistemologico o quello tematico, per cui è necessaria una organizzazione didattica coerente di percorsi di apprendimento; questo è ovviamente compito di chi già possiede i saperi necessari, conosce le fonti utili, ma soprattutto distingue gli obiettivi, è in grado di collocare il percorso in un quadro più ampio, sa offrire motivazioni e metodologie adatte;
  • sembra che per qualche motivo il lavoro all’interno dei gruppi del prof. Mitra sia equamente distribuito e l’apprendimento sia raggiunto in modo omogeneo da tutti i partecipanti; la mia esperienza con i lavori di gruppo, anche se con modalità diverse, dice qualcosa di molto diverso; ammettiamo pure che abbia ragione Mitra, e che la mia esperienza sia semplicemente un rischio, che tuttavia è ragionevole e saggio supporre che sussista: come affrontarlo, in assenza di insegnanti?
  • se la valutazione del risultato del processo di apprendimento è un test nozionistico o di rielaborazione di base delle nozioni, posso concordare sull’efficacia del metodo come proposto; ma se i criteri sono più complessi, meno “oggettivi” forse, ma più completi perché, ad esempio, richiedono che l’allievo restituisca in modo più o meno sintetico la complessità dell’argomento, le interpretazioni, dia valutazioni personali motivate, fornisca quadri d’insieme, mostri la connessione dell’argomento con aree attigue del sapere, io credo che il metodo mostrato sia ampiamente insufficiente;
  • i modelli cognitivi e di apprendimento compatibili con la rete sono profondamente (topologicamente) diversi da quelli che hanno caratterizzato l’istruzione negli ultimi secoli; non dico migliori né peggiori: diversi; e, per quanto siano i modelli che tanti oggi indicano come quelli che informano le menti dei giovani, non credo sia corretto né utile cancellare completamente il passato;
  • infine, psicologicamente, credo che sia deleterio il messaggio che occuparsi dell’apprendimento delle giovani generazioni sia una fatica sproporzionata che andava compiuta finché non avessimo avuto strumenti idonei e che finalmente è possibile demandare alle macchine ed eventualmente alle nonne che hanno tanto tempo libero e non fanno altro che incoraggiarti; credo invece che sia essenziale il fatto che gli alunni avvertano che la società investe in loro, li affianca con professionisti competenti per aiutarli nei percorsi di apprendimento, per lavorare con loro, imparare con loro, a loro disposizione.

Torno allora all’affermazione dell’autore di “2001: Odissea nello spazio”: se un insegnante può essere sostituito da una macchina, deve esserlo. Che mi vede assolutamente d’accordo. Nel senso che io credo fermamente che esistano dei caratteri dell’insegnante all’interno di un percorso educativo che non possono, né potranno mai, essere sostituiti da una macchina. Ed è questa, a mio avviso, la direzione in cui l’insegnante deve muoversi, non per difendere la propria posizione, che non può avere nulla da temere dalla ricerca didattica ma piuttosto da una società istupidita; non per difendersi, dicevo, ma per sfruttare le innegabili possibilità che lo sviluppo tecnologico offre, che la società richiede siano usate, e che, senza gli insegnanti, sarebbero utilizzate male.

Allora io credo che ricerche come quelle di Mitra siano assai interessanti per un insegnante: mostrano le potenzialità educative dei mezzi tecnologici, danno un’idea dei campi in cui l’insegnante può essere sostituito, lo aiutano a procedere in questa sostituzione, inevitabile sul lungo periodo. E, soprattutto, gli offrono uno sguardo su un modo nuovo di lavorare con la tecnologia in modo organico che lo valorizzi come professionista laddove, evidentemente, nessuna macchina potrà mai sostituirlo.