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La poetica del pitaciò

Quasi un manifesto – La poetica del pitaciò

Posso partire da qui, qualche fiore di pitaciò nel cortile della scuola, sotto un albero, in mezzo alle auto dei docenti parcheggiate. La primavera che arriva. Ma lui, chi lo vuole davvero?

La saggezza officinale degli antichi lo consiglia in tisane e insalata. Io dei fiorellini gialli di gas di scarico delle auto parcheggiate farò volentieri a meno.

Ho letto di recente una recensione (ormai ci sono critici e intenditori di tutto, anche dei denti – di leone, in questo caso): diceva sostanzialmente che questo benedetto infestante fa il lavoro sporco che dovrebbero fare i giardinieri: colonizza terreni che altrimenti rimarrebbero incolti per composizione e caratteristiche, e con la sola sua presenza attuale e decomposizione futura, rende l’aiuola più facilmente sfruttabile da altre specie più schizzinose. E poi le api l’adorano e ne trasmutano il nettare in miele dalle proprietà poco meno che miracolose.

Santo subito, il fiorellino giallo che poi, passata la primavera, diventa un soffione, per la gioia dei bambini e degli allergici.

E’ un tizio che fa bello senza impegnarsi troppo. E’ vero che non ha molto altro da fare, che sicuramente non deve correggere verifiche, o scorrazzare figli in giro per la provincia, o fare settimanalmente la spesa. Però mi piace come modello: senza esagerare, cercando tempo e spazio dove c’è, e probabilmente trovandolo anche dove non c’è.

Serve disciplina e buona volontà: non si diventa piscialetto da un giorno all’altro. Ci sono tante cose da imparare; la leggerezza di chi non si preoccupa dei like, l’agilità di chi deve fare i conti con uno stelo leggero e cavo, la saggezza… ma questa la lasciamo dire a qualcun altro, l’orgoglio di chi è colorato senza profumare, di chi è buono senza essere un eroe greco.

Però, se l’obiettivo è fare qualcosa di bello, la poetica del tarassaco credo sia un buon punto di partenza.

A lezione di bellezza

La primavera: le margherite, il tarassaco, la veronica… le star del momento, in attesa delle dive, le rose.

E io invece vi propongo dei fiorellini viola.

Piccolini, sono quelli di un arbusto cui non riescono nemmeno a rubare la scena col profumo: non riescono a competere con l’aroma delle foglie.

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E si vedono raramente: c’è chi li strappa appena compaiono, come se l’arbusto fosse una pianta annuale da tenere in vita il più a lungo possibile. Ma comunque, anche se non strappati, durano poco e spesso stanno all’ombra, perché è lì che l’arbusto preferisce stare.

Fiori invisibili?

Io direi riservati, ma non insulsi. Umili, ma non insignificanti.

Non sono le superstar del momento; bisogna sapere che ci sono, cercarli al momento giusto e nel posto giusto, per poterli vedere, almeno qui dalle mie parti.

E’ un’idea di bellezza che mi piace. Una bellezza reale, colorata, dal profumo che non spicca ma si mescola, non facile da trovare, ma riconoscibile, non ricercata ma da ricercare, consapevole ma umile, umile come il rosmarino.

Lo spettacolo della bellezza

Con dedica a tutti quelli che proprio oggi hanno bisogno di un po’ di bellezza, a quelli che la cercheranno (mi ci metto anch’io), a quelli che la troveranno senza averla cercata.

26 Ottobre

La ho veduta, o Lorenzo, la divina fanciulla; e te ne ringrazio. La trovai seduta miniando il proprio ritratto. Si rizzò salutandomi come s’ella mi conoscesse, e ordinò a un servitore che andasse a cercar di suo padre. Egli non si sperava, mi diss’ella, che voi sareste venuto; sarà per la campagna; né starà molto a tornare. Una ragazzina le corse fra le ginocchia dicendole non so che all’orecchio. E’ un amico di Lorenzo, le rispose Teresa, è quello che il babbo andò a trovare l’altr’jeri. Tornò frattanto il signor T***: m’accoglieva famigliarmente, ringraziandomi che io mi fossi sovvenuto di lui. Teresa intanto, prendendo per mano la sua sorellina, partiva. Vedete, mi diss’egli, additandomi le sue figliuole che uscivano dalla stanza; eccoci tutti. Proferì, parmi, queste parole come se volesse farmi sentire che gli mancava sua moglie. Non la nominò. Si ciarlò lunga pezza. Mentr’io stava per congedarmi, tornò Teresa: Non siamo tanto lontani, mi disse; venite qualche sera a veglia con noi.

Io tornava a casa col cuore in festa. – Che? lo spettacolo della bellezza basta forse ad addormentare in noi tristi mortali tutti i dolori? vedi per me una sorgente di vita: unica certo, e chi sa! fatale. Ma se io sono predestinato ad avere l’anima perpetuamente in tempesta, non è tutt’uno?

(Ugo Foscolo, UldJO)