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La rosa bianca

Ieri sera, festa della musica, sotto i Portici del Grano hanno risonato le note gospel dei Cake & Pipe e una poesia di Attilio Bertolucci.

Per chi le ha perse, le prime non posso che invitare ad ascoltarle dal vivo in qualche altro concerto, di cui eventualmente darò notizia. La seconda la posto volentieri. Non ricordo di averla mai sentita prima. La trovo profumata e fresca, specchio del suo titolo.

Coglierò per te

l’ultima rosa del giardino,

la rosa bianca che fiorisce

nelle prime nebbie.

Le avide api l’hanno visitata

sino a ieri,

ma è ancora così dolce

che fa tremare.

E’ un ritratto di te a trent’anni,

un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Signora, il cui santuario

Un brandello di poesia che è anche altro, in un giorno che è l’ultimo di maggio, ma anche altro.

IV.

Signora, il cui santuario sta sul promontorio,

Prega per tutti quelli che sono sulle navi, quelli

La cui occupazione ha a che fare col pesce, e

Quelli impegnati in ogni traffico legittimo

E quelli che li guidano.

Ripeti una preghiera anche per

Le donne che hanno visto i loro figli o mariti

Partire, e non ritornare:

Figlia del tuo Figlio,

Regina del Cielo.

Prega anche per quelli che erano sulle navi, e

Terminarono il loro viaggio sulla sabbia, sulle labbra del mare

O nella scura gola che non li restituirà

O dovunque raggiungerli non può il suono dell’eterno angelus

Della campana del mare.

(T. S. Eliot, Quattro Quartetti, I Dry Salvages)

A me piacciono gli arbusti

… e le umili tamerici. Per questo ringrazio Pietro che, commentando su Facebook il mio ultimo post, mi ha fatto risonare con tre note di Pascoli. Eccole.

Temporale

Un bubbolio lontano…

 

Rosseggia l’orizzonte,

come affocato, a mare:

nero di pece, a monte,

stracci di nubi chiare:

tra il nero un casolare:

un’ala di gabbiano.

 

Il lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

 

la terra ansante, livida, in sussulto;

il cielo ingombro, tragico, disfatto:

bianca bianca nel tacito tumulto

una casa apparì sparì d’un tratto;

come un occhio, che, largo, esterrefatto,

s’aprì si chiuse, nella notte nera.

 

Il tuono

E nella notte nera come il nulla,

a un tratto, col fragor d’arduo dirupo

che frana, il tuono rimbombò di schianto:

rimbombò, rimbalzò, rotolò cupo,

e tacque, e poi rimareggiò rinfranto

e poi vanì. Soave allora un canto

s’udì di madre, e il moto di una culla.

Una doverosa spiegazione

Probabilmente occorre una spiegazione.

A fianco delle mie personalissime opinioni tratte da esperienze, letture o chissà che altro, in questo blog si trovano anche poesiole e racconti di fantasia. Ma perché mai questo fisico che di mestiere insegna matematica si mette a pubblicare su un blog anche poesiole e racconti di fantasia?

Intanto, non escludendo che per botta di fortuna possa una volta uscire qualcosa di decente, dichiaro che non è una finalità strettamente artistica a spingermi.

Sono giochi di parole e di storie; giochi a fini esplorativi.

Giochi di parole: perché? Perché giocare con le parole? Beh, ognuno gioca come può e perché può, con ciò che ha a disposizione. Io gioco così con le parole perché questo: mi permette di esplorare la mia lingua; mi permette di esplorare i concetti che la mia lingua mi permette di esplorare; mi permette di esplorare le forme che la mia lingua mi permette di esplorare; mi permette di esplorare i contenuti che la mia lingua e le forme che la mia lingua mi permette di esplorare, mi permettono di esplorare. E via dicendo, ovviamente. Volendo è un modo, in parte da autodidatta e in parte con maestri eccelsi, di imparare l’italiano, entrandoci dentro e sporcandomici le mani e il (virtuale) pennino.

Giochi di storie. Per scrivere storie io ho bisogno di ascoltarle prima. Ascoltare non mi è facile. Giocare con le storie è un modo per abituarmi ad ascoltare (o vedere, a seconda dei gusti, a me piace più il primo). Poi siamo tutti personaggi e fruitori di storie: le viviamo e le sogniamo, le leggiamo, le vediamo al cinema. A me le storie danno sempre qualcosa, spostano l’arredamento della mia vita, rendendo gli spazi interiori più abitabili. Giocare con le storie è quindi, per me, un prendermi un ruolo più attivo in questo mio processo di design d’interni e, forse, contribuire anche a quello di qualcun altro. E’ anche questo un modo di esplorare: me stesso, prima di tutto, ma anche le creature che misteriosamente acquistano istanti di vita quando vengono scritte.

Esplorare, quindi. Trovare regole, inventarne, vincolarmi ad esse o magari provare, chissà perché, eccezioni. E poi descrivere traiettorie possibili, o impossibili (e perché impossibili?), sempre con un occhio su una realtà che ha sempre ragione, ma non è mai completamente come me l’aspetterei. E allora, forse, scrivere poesiole e racconti, si perdonino le velleità, non è diverso da tante altre cose che faccio, per mestiere o per piacere, al lavoro o in famiglia; ovvero da quelle tante altre cose che sono io.