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Menuetto in canone: un omaggio di Mozart ai padri

Mozart e i suoi padri

(Canone)
Pronto, Ginevra? Sono Ermanno… No, sono fuori… Eh, ti racconterò.
Pronto, Wilma? Sono Chiara… No, non è lì, è uscito… Eh, ti racconterò.

No, senti, sto arrivando a Bologna… volentieri! Alle undici. Perfetto.
No, senti, io torno a Torino… davvero? A mezzogiorno? Perfetto.

Ti richiamo quando arrivo a Bologna. Ciao.
Richiamami quando arrivi a Bologna. Ciao.


(Canone al rovescio)
Ciao Manno… sei fortunato che oggi sono in smart, sei arrivato prima del previsto.
Ciao Chiara… ti è andata male, ero già ad Asti, Bologna non è dietro l’angolo.

Non sapevo foste in due… ok, camminiamo…
Credo di sapere cosa farà. Aspetta che mi fermo un secondo.

Quindi avete bisogno di un posto. In centro, o vicino. Ok.
Secondo me sa già dove andare. Io andrei in periferia, lontano dalla gente.

Fammi fare qualche telefonata, per il momento potete stare da me. Una notte o due.
Non so bene chi chiamare, dovrei cercare Ginevra, ma ci vorrà del tempo, qualche giorno.


(Canone)
Bene, qualcosa ho trovato, ragazzi.
Bene, Chiara, qualcosa ho trovato.

Esatto, qui vicino, a porta Saragozza.
Qui vicino, a porta Saragozza.

Andiamo subito?
Vado subito.

Wolfgang Amadeus Mozart. Bambino prodigio, tanti film ne parlano, non voglio tediare nessuno con aneddoti di scarso interesse.

C’è una lettera, tuttavia, che vale la pena, dal nostro punto di vista, analizzare. E’ una lettera che, nell’aprile 1782, ventiseienne a Vienna, scrive al padre (naturale) Leopold a Salisburgo. Vi si trovano due informazioni importanti.

Prima di tutto, gli comunica di aver iniziato a frequentare la casa del barone van Swieten in cui si ascolta molto Bach e Händel. E in secondo luogo gli chiede se ha sentito, per caso, della morte del “Bach inglese”, Johann Christian Bach, undicesimo figlio di Johann Sebastian, e compositore lui stesso, che Mozart aveva incontrato due volte, a Londra (Mozart aveva 8 anni) e più tardi a Parigi.

Perché è importante questa lettera? Perché in poche righe al padre naturale, Mozart cita tre nomi che sono fondamentali per la sua formazione e per una profonda crisi stilistica che lo coglie quell’anno. Possiamo dire, tre padri artistici e stilistici.

Il primo è il Bach inglese. Rimasto orfano di padre giovanissimo, non ebbe tempo di assimilare lo stile del padre. Andò a lezione dal fratello maggiore Carl Philipp Emanuel, che invece si era formato sulla musica del padre. Il giovane si orientò presto verso quello stile galante che rappresenta una reazione al contrappunto barocco: frasi semplici, melodie ampie e cantabili, armonie di supporto, quasi nessuna traccia degli intrecci di voci tipici del barocco. Mozart assorbe questo stile, e nel 1782 ne è ormai un maestro.

Ma nel 1782, il barone van Swieten ogni domenica ascolta l’altro Bach, e Händel: è prefetto della biblioteca imperiale, ha accesso a manoscritti che nessuno da decenni ha più eseguito, e di cui lui ha memoria dal periodo in cui era ambasciatore austriaco a Berlino.

La costruzione difficile, il rompicapo delle voci da stendere nella scrittura, e da dipanare nell’ascolto: cose che Mozart e Haydn hanno studiato sui manuali: ma ora ogni domenica Mozart le ascolta dal vivo. Ecco che trova altri “padri” stilistici: Bach il vecchio e il più brillante e aperto Händel, le due facce dello stesso rigore compositivo, della stessa maestria e genialità barocca nel tenere insieme tanti discorsi usando strutture.

Constanze, la moglie (causa della rottura di Wolfgang col padre Leopold, che l’ha cresciuto anche musicalmente), è ammaliata, e chiede a Mozart di comporre fughe.

Mozart si dedica quindi a studiare e a praticare atti di contrappunto, si potrebbe dire. Apertamente e con grande ampiezza (esempio clamoroso è la compiutissima doppia fuga del Kyrie del suo famoso e incompiuto Requiem K 626, nove anni dopo). Ma più spesso di nascosto: non perché se ne vergogni, ma perché quella è la cifra della sua poetica: la complessità necessaria nascosta sotto una superficie liscia e lucida.

La Serenata K 388 è di quel fatidico 1782. In particolare, il Menuetto in canone mostra quel che aveva fatto in qualche Contrapunctus dell’Arte della Fuga il grande Johann Sebastian.

Un canone a due, poi a quattro voci, che si rimbalzano il tema, intanto che altre voci accompagnano. Nel Trio, addirittura, il canone è inverso, dove una voce sale l’altra scende; anzi, due salgono e due scendono. Ricordate dove abbiamo parlato delle trasformazioni geometriche?

Ma dove Bach l’aveva costruito come esercizio compositivo, Mozart intende il canone, la forma di contrappunto forse più semplice, anche se ci pensa poi lui a complicarla, come parte essenziale di una composizione di altro genere, una Serenata per fiati, a cui è tanto affezionato da trascriverla, in seguito come quintetto d’archi.

Ecco, quando ascoltiamo Mozart, specialmente musica successiva al 1782, dobbiamo ricordarci di questa svolta. Poi possiamo farci incantare dalla superficie levigata e perfetta delle note che ci arrivano: ma è importante sapere che questa perfezione è tale anche perché sotto ha un meccanismo contrappuntistico perfettamente funzionante, che solo cercandolo siamo in grado di apprezzare, proprio perché è così che Amadeus ci lascia la libertà di ascoltarlo.

Ed ecco la consegna per il piccolo esercizio di scrittura con cui si apre il post.

Scegli una situazione che possa essere raccontata da due punti di vista: due persone che vivono lo stesso momento da posizioni diverse. Scrivi il testo alternando le due voci, una riga ciascuna, a coppie — ogni coppia è un istante della storia. Il testo si articola in tre sezioni.

[Canone] — La seconda voce imita la prima: stessa struttura sintattica, stesso ritmo, stessa cadenza, ma applicata al proprio personaggio e alla propria situazione. Non ripete le parole, ripete la figura.

[Canone al rovescio] — La seconda voce continua a imitare la prima, capovolgendo però ogni movimento. Dove la prima sale, la seconda scende; dove si avvicina, si allontana; dove sa, ignora. Non è la negazione del senso: è la stessa figura riflessa, che conserva l’ampiezza e cambia direzione.

[Canone] — Si torna all’imitazione diritta. Le due voci possono avvicinarsi fino a coincidere quasi del tutto, purché sull’ultima riga tornino a distinguersi. Due vincoli valgono per l’intero testo. Ogni coppia di righe deve reggere insieme — le due frasi affiancate devono poter esistere nello stesso istante, perché è ciò che accade alle voci di un canone. E nessuna delle due voci deve dichiarare l’artificio: lette di seguito, devono sembrare due conversazioni qualsiasi. Segnala le tre sezioni con un’indicazione fra parentesi quadre, come in una partitura, e separa i blocchi con uno stacco più ampio di quello fra le coppie.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. Il post precedente riguardava Franz Joseph Haydn, il successivo sarà ancora su Mozart.

Lully: il basso del potere

Verso mezzanotte Carlo, approfittando di una pausa dell’orchestrina, si alzò dalla panca, salutò i suoi amici seduti allo stesso tavolo, raccolse con attenzione i resti della cena per buttarli nei contenitori all’ingresso della piazza e si diresse verso casa.
La pausa si protrasse abbastanza da permettergli di attraversare tutta la piazza e di salutare Mariangela, il cui compito era fare attenzione all’accesso lungo la strada principale. La musica riprese quando ormai Carlo camminava da solo verso casa.
Non si accorse, come se fosse in uno stato di sospensione di coscienza, che i suoi passi lo portavano automaticamente verso la destinazione, mentre la sua attenzione era rivolta ai rumori, al vento che soffiava tra le case e il bosco e nel quale sentiva a tratti la musica della sagra e i cori dell’eremo; tutto sembrava tranquillo quando giunse a casa.
Notò tuttavia da qualche metro di distanza, su un lato della cassetta della posta, un segno tracciato con un gessetto. Senza fermarsi frugò nella tasca, dove teneva, per abitudine, un frammento di gesso bianco. Intanto che apriva con attenzione la cassetta, che peraltro aveva già controllato al mattino, alla luce della torcia del cellulare tracciò un segno a fianco dell’altro, e riscontrò che questo era giallo, non bianco come il suo: l’illuminazione notturna richiedeva questa
prova. Fece per entrare in casa, e vide il secondo segno, più piccolo, a fianco del campanello.
Entrò e senza nemmeno fermarsi, si diresse alla sua camera, estrasse una borsa da sopra l’armadio, controllò alcuni oggetti, carte, denaro e li trasferì nella sua valigetta di scuola, vi aggiunse qualche capo di vestiario accuratamente selezionato dal suo guardaroba, la chiuse e, ripetendo con un amaro sorriso l’espressione “Moscow rules”, spense la luce in tutta l’abitazione e si mise in poltrona a riposare.
Non dormì, effettivamente, ma si rilassò a sufficienza per il viaggio che l’avrebbe aspettato l’indomani. Doveva raggiungere Bologna, considerò con precisione, dove avrebbe cercato il signor Luton. Il silenzio in tutto l’appartamento lo rassicurava.
In tasca aveva comunque qualcosa con cui difendersi, e non era il gessetto. Sapeva che questa pausa di qualche mese in questo paesino dell’Italia centrale sarebbe finita prima o poi. Durante le vacanze estive effettivamente era meglio, non doveva avvisare nessuno, aveva tempo di sistemare le questioni amministrative, se ce ne fosse stato bisogno. Quattro dei suoi sensi erano all’erta,
scandagliavano gli scricchiolii, i movimenti d’aria, le ombre nello spazio che lo circondava.
Giunta l’alba, interruppe il suo riposo e si alzò, come se fosse un giorno qualunque. Fece colazione con ciò che trovò in frigo, svuotò un’intera moka, si cambiò con cura, mettendo vestiti comodi per il viaggio, prese lo zaino e lasciò l’appartamento, salutandolo mentalmente: chissà quando, chissà se l’avrebbe rivisto.
Carlo percepì il contrasto tra la quiete di un mondo ancora sotto le coperte, in quello stato di grazia tra la sveglia e l’alzata in cui ci si permette di abbandonare la coscienza ad un sogno che comprende la sensazione del corpo che gode del letto, e l’attenzione acuta che lo animava nel tragitto tra casa e stazione ferroviaria.
Fu sul treno, quando potè finalmente chiudere gli occhi, abbassare il livello di tensione che aveva mantenuto invisibilmente elevato fin da quando era rientrato in casa la sera precedente.
E quando riaprì gli occhi, dopo una pausa di qualche minuto, si accorse, con un certo piacere e infinita curiosità, che due file davanti a lui sedeva il collega Ermanno.

Eccoci con un nuovo esercizio di scrittura. La consegna è questa: scegli tre parole: semplici, concrete, di uso comune. Scrivi un testo in prosa di almeno otto sezioni su un personaggio a tua scelta. Nelle prime due sezioni le tre parole devono comparire esplicitamente, con precisione. Nelle sezioni successive possono comparire come sinonimi, come parole dello stesso campo semantico, come allusioni incarnate in un gesto o in un dettaglio narrativo. In un massimo di due sezioni una delle tre parole può essere completamente assente, a condizione che la sezione regga comunque.

Riesci a individuare quali parole ho scelto io? Indizio: i primi due sono nomi astratti, il terzo è concreto.

A ben guardare sia la consegna che il risultato assomigliano molto a quelli del post su Monteverdi. Ma ci sono delle differenze, che rispecchiano qualche novità che l’italo-francese J.-B. Lully portò alla corte del Re Sole. E per apprezzarle si può ascoltare la Passacaille tratta dalla tragédie en musique “Armide” (ispirata ovviamente alla Gerusalemme Liberata).

Il basso si sente subito. E’, tra l’altro, un classico basso di lamento diatonico (Sol-Fa-Mi bemolle-Re). Ma non si sente sempre, a differenza di quanto avviene negli esempi precedenti. Eppure se proviamo a canticchiarlo, non facciamo fatica: ci starebbe benissimo anche dove manca. Questo perché il basso sta qui perdendo la sua qualità di “voce più bassa”, ma diventa il principio armonico su cui si basa tutta la passacaglia. Non è più la sequenza di note (il tetracordo discendente) ma la sequenza di accordi che questo tetracordo induce (Sol minore, Si bemolle maggiore, Do maggiore, Re maggiore, con i rivolti necessari) ad essere onnipresente, e seguita scrupolosamente ormai da tutte le voci presenti. La presenza della sequenza melodica del basso diventa superflua, e Lully può permettersi di mantenerla od ometterla a suo piacimento.

Non solo, può anche permettersi di arricchirla, di tanto in tanto, di cromatismi: qualche nota intermedia, che crea tensioni che poi si risolvono con l’armonia principale. O qualche sequenza in un basso ascendente, anziché discendente, sempre in precisa aderenza con la sequenza armonica.

L’idea del basso ostinato di Monteverdi viene messa a sistema (tra l’altro, un sistema di proporzioni decisamente più vaste: qui un’orchestra di dimensioni abbastanza ampie per l’epoca, coro e solista), a tal punto che non è più nemmeno necessario che sia esplicita, visibile o udibile direttamente.

Lully è il musicista di corte di Luigi XIV. Rende in musica il principio organizzatore della corte di Versailles, non solo una reggia ma una vera e propria macchina politica. Luigi XIV trasforma la corte in uno spazio in cui ogni gesto, ogni abito, ogni movimento del corpo è codificato secondo un sistema di regole precise che riflettono e riproducono la gerarchia del potere. Chi siede dove, chi si inchina a chi, come si cammina, come si danza: tutto è prescritto, tutto è visibile, tutto è politico. In questo sistema, la musica non è intrattenimento: è architettura sociale.

Lully è l’architetto di questa musica. Le suite di danze che compone per la corte — allemande, courante, sarabande, gighe, minuetti — non sono semplici pezzi da ballo: sono forme con proporzioni fisse che codificano il corpo e il comportamento. La sarabanda è lenta e solenne, adatta alla dignità dei grandi; la giga è veloce e irregolare, adatta alla vivacità dei giovani; il minuetto è equilibrato e simmetrico, adatta all’eleganza di tutti. Ogni danza ha il suo metro, il suo carattere, il suo posto nella gerarchia delle forme. Le suites (che più avanti verranno codificate come raccolte di brani ben precisi) di Lully sono sequenze di questi caratteri, con una ouverture iniziale e un percorso attraverso le emozioni e i comportamenti che la corte riconosce come propri.

La passacaglia/ciaccona si colloca al vertice di questa gerarchia: è la forma più ampia, più complessa, più rappresentativa. Non si balla necessariamente (e in effetti perderà col tempo questa caratteristica per rimanere una struttura compositiva pura): si può semplicemente ascoltare e ammirare. È la forma in cui il potere si rappresenta a se stesso nella sua massima grandiosità. Quando Bach scrive la Ciaccona per violino (Partita BWV 1004), un’opera solitaria, privata, priva di qualsiasi funzione sociale, prende la stessa struttura matematica e la svuota di ogni connotazione politica. Quando Brahms usa una passacaglia nel finale della Sinfonia n. 4, la trasforma in congedo. La struttura viaggia attraverso i secoli cambiando significato ogni volta, ma portando sempre con sé la memoria di ciò che è stata.


Questo è un atto della serie sulla Matematica nella musica. Il post precedente era quello su Frescobaldi, il successivo su Couperin.

Il tempo elastico

Frescobaldi: il tempo elastico

Clarke è seduto in ufficio, volge le spalle alla scrivania e guarda il Tamigi e la Tate Britain attraverso il filtro verde della vetrata.
Ha in mano una tazza di tè, che fa oscillare dolcemente e, di tanto in tanto, porta alla bocca.
Bussano alla porta; Clarke scatta, si volta, posa la tazza sul piattino e risponde.
Entra un uomo grasso, che saluta Clarke con un soprannome, avanza deciso verso un angolo della scrivania, sul quale va a sedersi.
È Stephson, della sezione Est Europa, entrato nei Servizi più o meno con Clarke: si conoscono bene, e si vede.
Clarke chiede come sta la famiglia, Stephson risponde goffamente con gesti e smorfie che dovrebbero essere rassicuranti.
Poi viene al dunque: pare che l’Ucraino sia in possesso della localizzazione di una risorsa sul campo e, per qualche motivo, stia cercando di farla uscire.
Risorsa? Di che tipo? chiede Clarke.
Un civile, italiano, bravino con i rompicapo, ha dato una mano al Doughnut ogni tanto; è uno a cui dobbiamo dare il tempo di sparire.
Vogliamo rimanere in contatto con lui o sparisce anche dai nostri radar? Chiede Clarke.
Clarkey, l’Ucraino la posizione l’ha avuta da qui dentro, risponde Stephson. Clarke ha capito, prende la cornetta, digita un interno.
Dolores? Come va il mercato oggi? Sì, per il momento uno, Hammersmith, l’ospedale, poi eventualmente Scotland Yard. Per i dettagli arriva Stephson. Immediato, grazie. Riaggancia.
Dovete dire al “vostro uomo all’Avana” di darsi alla macchia, dice Clarke.
Stephson si alza, ringrazia, e con passo impacciato se ne va.
Clarke prende la tazza tra le mani, è ancora calda; segna un appunto a matita sul foglio davanti a sé e poi gira di nuovo la sedia verso la vetrata smeraldina alle sue spalle, e riprende a gustare il tè e il panorama, pensando a un uomo in fuga, da qualche parte in Italia.

Un altro atto nel nostro percorso, il settimo. Questa volta la consegna era:

Scrivi un testo di quindici frasi su un tema che implica movimento — un viaggio, un inseguimento, un risveglio, una caduta. Il vincolo non riguarda il contenuto ma la velocità: stabilisci prima una sequenza di velocità per le tue frasi — per esempio lenta, lenta, veloce, veloce, veloce, lentissima, veloce, lenta, velocissima, ferma, lenta, veloce, lenta, lentissima, ferma — e rispettala senza deroghe. La velocità si ottiene con la lunghezza delle frasi, la densità delle parole, la presenza o assenza di punteggiatura. Obiettivo: sentire come la variazione controllata della velocità non sia ornamento ma struttura.

Questa struttura di controllo della velocità, se il metro della misura è costante, significa una struttura di controllo del tempo. Se la battuta contiene sempre la stessa quantità di musica, cambiare velocità significa cambiare il tempo in cui questa musica viene eseguita.

Colui che per primo si rende conto di questo e lo teorizza è Girolamo Frescobaldi (1583-1643). Nella prefazione al suo primo libro di toccate dice esplicitamente “al lettore”, che la sua musica “non deve stare soggetto a battuta”, ma deve adattarsi, come già avveniva nella prassi esecutiva dei madrigali dell’epoca, agli “affetti” o al “senso delle parole”. Il tempo non è più un metronomo che batte inesorabile, ma è quello che l’esecutore ritiene più adatto, frase per frase, per esprimere gli “affetti”.

Ci sarebbe tanto da dire su questi “affetti”. Non si parla qui delle emozioni del compositore, né di quelle dell’esecutore: per arrivare a questo genere di espressione ci vorranno ancora un paio di secoli. Gli affetti di cui, in questo periodo che si può già indicare come barocco, sono gli effetti interiori che autore ed esecutore intendono suscitare nell’ascoltatore. E che, più avanti in quel periodo, vengono codificati con particolari strutture musicali: per suscitare stupore è necessario che la musica abbia certe caratteristiche, per la malinconia altre.

Ecco, per ottenere questi effetti Frescobaldi ci dice che si può rallentare o accelerare il flusso della musica, tenere note in sospeso, precipitarne altre. La cinematica della musica acquista l’accelerazione e la decelerazione, e diventa varia.

Con qualche effetto di compensazione: se si accelera prima o poi sarà necessario rallentare, e viceversa, nell’ottica dell’equilibrio che già con la musica rinascimentale avevamo imparato ad apprezzare.


Questo post è un atto del percorso su Matematica e musica. Il post precedente riguarda Claudio Monteverdi, il successivo Jean-Baptiste Lully.

Il basso che guida

Monteverdi: il basso che guida

“Perspice, perpende, percipe, perage”.

Ermanno diede un’occhiata al foglietto che teneva in mano. Chiuse gli occhi per qualche secondo, ricordando il maestro che trent’anni prima gliel’aveva consegnato, quando era entrato nella comunità; li riaprì e adagiò il foglietto sul fondo del baule che aveva contenuto i suoi averi; chiuse il baule vuoto.

Si guardò intorno: la cella era vuota, a parte lui, in piedi, e il suo zaino, ai suoi piedi. Sentì gratitudine per la protezione che questi dodici metri quadrati gli avevano garantito negli ultimi anni. Ma era ora di lasciarla: si volse verso la porta, l’aprì, uscì nel corridoio buio mettendosi lo zaino in spalla, e infine la richiuse, spegnendo la luce.

Intorno a lui il silenzio e l’oscurità. Intanto che camminava per i corridoi, l’olfatto era l’unico tra i sensi a fornirgli stimoli; Ermanno salutò con emozione i ricordi che il suo passaggio evocava. Il suo dito si arrestò per un secondo sul pulsante rosso dell’elettroserratura del portone principale; infine lo premette ed uscì, richiudendo piano ma fino in fondo.

“Perspice, perpende, percipe, perage”.

Il bosco profumava di notte, la luce tenue e mobile dei lampioni tra i rami gli indicava la strada. Vedeva davanti a sé treni, il mare, il nord. Si voltò un’ultima volta, l’eremo era immerso nell’oscurità della foresta. Ermanno recitò mentalmente il salmo 91 intanto che s’incamminava. Al gloria si aggiustò gli spallacci e allungò il passo.

La strada era deserta, nella foresta, ma più giù, in fondo alla valle, qualche faro passava di quando in quando. Ermanno fece due calcoli: camminando speditamente sarebbe arrivato al paese all’alba. Avrebbe allora preso il primo treno, prima delle lodi. Il piano stava funzionando, tutto era in ordine. Ermanno si permise un sorriso. Tirò fuori dalla tasca un panino avvolto in un tovagliolo e lo addentò.

Il cielo iniziava a farsi chiaro quando arrivò in paese. Incontrò una panetteria aperta, l’unico segno del risveglio. Giunse infine alla stazione ferroviaria. Una corriera blu sostava davanti all’edificio. Il treno era fermo al binario, con il motore diesel acceso. Ermanno valutò: la corriera che prendeva tutti i giorni per andare a scuola, o il treno verso la sua nuova vita? Sorrise di nuovo: non c’erano dubbi. Andò verso la biglietteria automatica, acquistò il biglietto, e, senza voltarsi indietro, salì sul treno.

“Perspice, perpende, percipe, perage”.

Qual è, questa volta, la consegna di scrittura che ho cercato di rispettare?

Scegli una frase di quattro parole — semplice, concreta, neutra. Questa è la tua base: si ripeterà invariata a intervalli costanti. Tra una ripetizione e l’altra scrivi liberamente — puoi cambiare tono, registro, argomento, punto di vista. L’unico vincolo è che ogni sezione libera deve in qualche modo rispondere alla base, anche implicitamente.

A che musica assomiglia questa struttura? A quella che Claudio Monteverdi (1567-1643) propone nella sua musica, abbastanza generalmente. Alla base corrisponde il cosiddetto basso continuo, sul quale le varie voci si accordano.

In che modo questo è innovativo? L’armonia, ad esempio quella di Palestrina o di Allegri, emergeva dalla sovrapposizione delle varie voci. Qui invece abbiamo una linea armonica che non funge da “voce” a se stante. Essa fornisce il tappeto sul quale le voci melodiche si muovono in modo da risultare compatibili. Un vincolo (che in realtà può essere a sua volta determinato da una particolare linea melodica) che costringe la libertà melodica di tutte (le altre) voci.

Alcuni esempi da ascoltare? Zefiro torna (ciaccona su testo di Ottavio Rinuccini), in cui è evidentissimo il ruolo ritmico e armonico del basso.

Un altro esempio è il Lamento della ninfa, un madrigale in cui il basso continuo assume una caratteristica talmente peculiare da avere un nome specifico, il basso di lamento, ossia una linea discendente che richiama il pianto ed è usata, specialmente per brani drammatici e con il carattere, appunto, del lamento.

L’idea del basso continuo ebbe un successo clamoroso per tutto il ‘600 e diventò cruciale nella musica concertistica di tutto il periodo barocco e oltre. Il basso di lamento (qui un’analisi storica) viene ripreso ad esempio da Purcell, nell’aria del lamento di Didone, When I am laid in earth (Dido and Aeneas, 1689), da Bach nel Crucifixus del Credo (Messa in si minore, 1749), e avanti fino al ‘900 con, ad esempio, Ray Charles in Hit the road, Jack (1961) o i Led Zeppelin in Stairway to heaven (1971).

Ecco allora la consegna e il mio tentativo (perché non provi anche tu?): un elemento fondamentale di poche note che si ripetono, che creano una sequenza riconoscibile di per sé e riscontrabili secondariamente nelle altre narrazioni che, per potersi sovrapporre armonicamente ad esso, devono ad esso adeguarsi. C’è un perspice, in ogni riga, c’è un perpende, in ogni riga; c’è anche un percipe, in ogni riga, e in ogni riga c’è, finalmente, anche un perage.


Questo post fa parte della serie alla scoperta della matematica nel mondo musicale: la pagina iniziale è questa. L’atto precedente parla di Gregorio Allegri, quello successivo di Girolamo Frescobaldi.