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Alcuni dei temi enunciati nel Quinto movimento della Quinta sinfonia

Mahler, o dei temi in cerca di polifonia

Cerchi, triangoli, vettori. E tra loro emersero i volti di Ermanno, di Chiara, di Ginevra, di Carlo, di Ivan e di Tam.
E vidi il mio, come in uno specchio, lo specchio dell’acqua calma del fiume.
E intanto che mi specchiavo, dietro di me vidi un volto nell’ombra, negli occhi curiosità. Mi girai, ma non c’era nessuno.
Forse sei tu. Forse stai leggendo. Stai seguendo il racconto, dai nomi riconosci le storie.
E se non le conosci, torna indietro, ti prego. Segui a ritroso la scia delle briciole fino all’inizio della serie. Riprendi da lì.
Perché è questa la storia, arrivata a questo punto, e non ancora al termine.
Ma se non sai quando finirà, da oggi sai come.

Gustav Mahler vive nella Vienna di Brahms, di von Bülow, di Bruckner. Di von Bülow è protetto e collega, divenendo anch’egli direttore d’orchestra di fama mondiale.

Scrive sinfonie, ma il dibattito ottocentesco tra i sostenitori della musica assoluta contrapposti ai fan della musica a programma gli è fondamentalmente indifferente. Nelle sue sinfonie ci sono indicazioni narrative, che poi scompaiono, in alcuni casi, oppure non ci sono. C’è il coro, a volte, ce ne sono tre, altre volte nessuno; ci sono cantanti solisti, uno, quattro, otto, quanti ne servono. C’è l’arpa, a volte due, quattro, sei, o nessuna. Violini accordati un tono sopra per farli suonare striduli: presenti. C’è il carillon, se serve. Ci sono i campanacci da bovino al pascolo. E anche un gigantesco maglio con cui, nella sua narrazione non-narrazione, il destino spezza la musica.

Nelle sinfonie Mahler inserisce romanzi (“Il Titano”, di Jean Paul), filastrocche (dalla raccolta “Des Knaben Wunderhorn”, “Il corno magico del fanciullo”, di Clemens Brentano e Achim von Arnim), un brano dallo Zarathustra di Nietzsche, inni sacri cattolici (la sequenza di Pentecoste “Veni creator Spiritus”) o luterani (“Aufersteh’n”, “Risorgerai”, di Klopstock; Mahler lo sente al funerale di von Bülow e capisce come terminare la Seconda sinfonia, quella che proprio von Bulow gli aveva stroncato coprendosi le orecchie e protestando – sono parole riportate da Mahler stesso -: “se questa è musica, io di musica non capisco più nulla. A confronto, il Tristan [und Isolde, di Wagner] sembra una sinfonia di Haydn”).

Mahler compone per cellule tematiche. Le monta e le smonta, le accosta, le unisce e le separa. Le fa entrare in gioco in un movimento, le riprende in quello successivo e spesso le riepiloga nel finale. Emblematico è il caso della Quarta sinfonia: il finale è il primo movimento che compone (anche perché pensava di montarlo nella Terza). E da quello estrae cellule che sviluppa nei primi tre movimenti.

I finali di Mahler sono spesso troncati. Theodor W. Adorno sostiene che potrebbe andare avanti all’infinito, e finisce quando vuole, semplicemente tagliando i fili che ha intessuto fino a quel momento. Ci sono eccezioni: la Quarta, la Nona, e il “Canto della Terra”, una sinfonia che Mahler non chiama sinfonia per scaramanzia (sarebbe stata questa la Nona, e Mahler conosce i casi di Beethoven, Schubert, Bruckner: tutti scrivono una Nona, nessuno arriva alla Decima). Queste terminano in dissolvenza, anche perché la narrazione che rappresentano parla di infinito, di eternità.

Una sinfonia paradigmatica per la logica Mahleriana è la Quinta. Divisa in cinque movimenti, ha una struttura tripartita. I primi due movimenti (“Trauermarsch”, marcia funebre, e “Stürmisch bewegt”,
mosso tempestoso) procedono nel segno dell’instabilità e si tramandano cellule tematiche. Il terzo, lo Scherzo centrale, è il perno della trasformazione della sinfonia, in Re maggiore. La terza parte comprende il famosissimo Adagietto (usato da Luchino Visconti nella sua resa di Morte a Venezia per la sua tenerezza al limite del morboso) e infine il Rondò-finale, che fagocita il materiale tematico dell’intera sinfonia costruendone un castello contrappuntistico.

Il Rondò-finale è un puzzle di cellule tematiche. E può essere un gioco interessante il cercare di identificarne una (nella figura ce ne sono diverse) e provare a seguirla lungo tutto il brano. Alla fine un glorioso momento corale per un istante annulla la vocazione contrappuntistica del movimento, ma viene subito seguito da un giocoso precipitare delle cellule tematiche, che si aggrovigliano in un nodo che Mahler non si fa scrupolo a tagliare di netto.

Una sinfonia che inizia in una marcia funebre e termina con l’Adagietto, che la tradizione vuole sia una lettera d’amore alla moglie Alma, e infine con un girotondo che ha l’esuberanza della gioventù: il tempo sembra andare all’indietro, ma c’è tutta una vita, in un’ora di musica, in un’ora abbondante di caos organizzato, di ordine nascosto nell’apparente anarchia di temi che si specchiano, si travestono, si nascondono e riappaiono.

Questa la consegna per l’esercizio di scrittura, che questa volta è volutamente lacunoso. Questo perché in questo caso ho inteso la consegna come riferita all’intera serie di esercizi di scrittura di questi post. Le briciole da seguire sono, incidentalmente, i link sotto la lineetta in calce. Scegli sei personaggi e, prima di scrivere, costruisci la struttura di un racconto in cui si intrecciano di continuo — a due a due, a tre a tre, in combinazioni sempre diverse — fino a un momento di epifania in cui uno solo di loro vive un’esperienza decisiva.

La regola è che quel momento non coinvolga tutti allo stesso modo: ciascuno vi arriva con un destino diverso — chi lo vive in pieno, chi vi partecipa solo di sfuggita, chi ne resta fuori, chi c’è ma trasformato al punto da non riconoscersi più. Non decidere questi destini a caso: falli nascere da come i personaggi si sono intrecciati lungo il racconto.

E, se ci riesci, fa’ che a vivere l’epifania non sia quello che il lettore si aspettava: non il più presente, ma uno rimasto in ombra fino a quel momento. Poi scrivi il racconto, riempiendo di narrazione la struttura, e chiudilo con un breve paragrafo in cui tutti e sei ricompaiono, ciascuno secondo il proprio destino: non da pari, ma tutti in qualche misura partecipi.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il post precedente riguarda Bruckner. Quello successivo Sibelius.

Mozart e il finale dei finali

Mozart (3) e il finale dei finali

Ivan camminava col bastone a Hyde Park. (A)
Tam si sedette su una panchina. (B)

A ben guardarlo, Ivan stava parlando, come tra sé e sé. (C)
Anche Dima passeggiava nel parco.
Corrigan arrivò a una panchina e si accomodò.

Ivan si aggiustò l’auricolare. (D)
Tam si alzò e se ne andò a spasso per il parco.
Dima si fermò a sedere.
Corrigan parlava, anche lui come tra sé e sé.

Tam stava parlando da sola.
Dima evidentemente ascoltava grazie a un auricolare.
Ivan vide qualcosa che lo insospettì. (E)
Corrigan si mise a camminare nel parco.
Fletcher contemporaneamente si mise a sedere.

Ivan iniziò a parlare concitatamente.
Anche Tam aveva un auricolare.
Dima si rimise a passeggio.
Corrigan si sedette di nuovo.
Fletcher vide, a sua volta, qualcosa che lo insospettì.

Ivan evidentemente aveva un auricolare.
Tam si rimise a camminare nel parco.
Dima si fermò su una panchina.
Anche Corrigan vide ciò che aveva insospettito Fletcher.
Fletcher gli parlava concitatamente.

Ivan, Tam e Dima compresero e si dispersero nel parco.
Corrigan e Fletcher capirono e fecero immediatamente rapporto.

Ricordate che parlavamo della svolta contrappuntistica del 1782? Guardiamo alle sinfonie che Mozart compone negli anni successivi, per capire se ne troviamo traccia anche nel genere sinfonico.

La n. 35 (“Haffner”) è del 1782, nasce come serenata nobiliare, poco prima della svolta; viene poi riarrangiata come sinfonia alla fine dell’anno, ma è una sinfonia un po’ sui generis, non risente ancora della svolta.

La n. 36 (“Linz”) è del 1783, è stata scritta in 4 giorni, quindi non è pensabile un grosso sforzo contrappuntistico, ma è la prima con introduzione lenta “alla Haydn”. Si sente aria di chiusura di un ciclo, e infatti poi per 3 anni nessuna sinfonia, tranne la n. 37, che però è un errore di catalogazione. Si tratta infatti di una sinfonia di Michael Haydn, fratello minore di Franz Joseph e musicista di corte a Salisburgo, a cui Mozart premette un’introduzione lenta e la usa per fare repertorio.

La n. 38 (“Praga”) è del 1786. Mozart qui riproduce le atmosfere brillanti ma venate d’ombra dell’opera Le nozze di Figaro (e in un caso pare riutilizzarne materiale tematico), che a Praga aveva avuto grande successo. Qui assistiamo alle prove generali dell’uso del contrappunto in una sinfonia. E’ una sinfonia particolare. E’ in tre movimenti, anziché nei quattro più canonici. Ciascuno dei movimenti è in forma-sonata, anche l’ultimo, che si potrebbe definire in forma-sonata con elementi di rondò (ABACADA…). E soprattutto, nel primo movimento, dopo l’introduzione lenta, c’è un lavoro finissimo, testimoniato anche dagli appunti ritrovati, su quattro linee tematiche che vengono trattate in un contrappunto molto complesso. Qui un’analisi dettagliata di Richard Atkinson.

La n. 39 è del 1788. Anche qui c’è un’introduzione lenta. Sembra qui di assistere al Mozart maturo che rilegge la sua giovinezza. Un primo tempo che ammicca allo stile galante, un secondo lirico e tipicamente mozartiano, un terzo che attinge alla danza contadina del Ländler, come ama fare Haydn, e ancora haydniano è il finale, con una forma-sonata/rondò monotematico e quel gioco di aspettative tradite tipico ancora di Haydn, con il tema finale che invece di chiudere in cadenza, sfugge via all’ultimo.

La n. 40, anch’essa del 1788, ha il primo tempo probabilmente più noto tra le sinfonie mozartiane. E’ l’unica sinfonia di questo gruppo in modo minore (Sol minore), e una delle due sole in modo minore composte da Mozart. Agitata e tempestosa, nel finale racchiude elementi contrappuntistici anche molto complessi, con il tema scomposto in frammenti lanciati tra le voci in un modo che non cessa di sorprendere quasi duecentocinquant’anni dopo.

E infine la n. 41 (“Jupiter”), l’ultima, anch’essa scritta nel 1788. Il finale, l’ultimo tempo, è un capolavoro di scrittura contrappuntistica. Un’analisi (sempre di Richard Atkinson) evidenza cinque linee tematiche, che Mozart presenta nel corso del movimento fino ad arrivare allo showdown finale. Nella coda: un contrappunto invertibile a cinque voci. I due temi principali vengono ripetuti, prima da soli, poi con il terzo, poi con il terzo e quarto, infine con tutti fino al quinto tema. Da quel punto Mozart manipola le linee in tre modi, usando cioè tre tipi di trasformazioni. Scambia materiale tematico tra le voci, traspone i temi su gradi diversi della scala, e inverte le voci, scambiandone la posizione verticale — quella che stava sopra passa sotto — secondo la tecnica del contrappunto invertibile, che aveva progettato fin dall’inizio perché ogni combinazione restasse armonicamente corretta.

E con questo finale, il finale dei finali, Mozart ci regala un gioiello contrappuntistico nascosto dentro una sinfonia. Precisione matematica, di cui l’ascoltatore ignaro può fare completamente a meno, perché è integrata senza cuciture nel tessuto di una musica grandiosa e perfetta. Chi però è in grado di coglierla, vede un motore silenziosissimo ma efficientissimo che anima il cuore di questa musica meravigliosa.

E siamo alla consegna di scrittura che ha causato il brano iniziale.

Definisci un piccolo repertorio di azioni — cinque, per restare fedeli al modello. Non appartengono a nessun personaggio in particolare: circolano, passano dall’uno all’altro. Introducili progressivamente. All’inizio solo due azioni, affidatr a due personaggi. Poi, un blocco alla volta, aggiungi una nuova azione e un nuovo personaggio, finché tutti e cinque i gesti e tutti i personaggi sono in scena. Da quel momento le azioni si ridistribuiscono: chi camminava si siede, etc. — purché ogni gesto sia sempre eseguito da qualcuno. Disponi il testo in blocchi.

Ogni blocco è un istante: le righe ravvicinate al suo interno vanno immaginate simultanee, non successive — è il modo in cui la scrittura, che è per forza in sequenza, simula la compresenza verticale di più voci. Uno stacco più ampio separa un istante dal successivo. Nel finale i personaggi non devono necessariamente fare tutti la stessa cosa, né seguire la stessa sequenza: come nel finale della Jupiter, dove non tutta l’orchestra porta i temi e i corni tengono una funzione a parte, puoi dividere i personaggi in gruppi con ruoli diversi. La convergenza finale può quindi essere unica — tutti compiono insieme lo stesso gesto conclusivo — oppure biforcarsi, se i personaggi appartengono a schieramenti opposti che reagiscono in modo diverso allo stesso momento.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente era su Mozart, e anche il prossimo sarà su Mozart.

Menuetto in canone: un omaggio di Mozart ai padri

Mozart e i suoi padri

(Canone)
Pronto, Ginevra? Sono Ermanno… No, sono fuori… Eh, ti racconterò.
Pronto, Wilma? Sono Chiara… No, non è lì, è uscito… Eh, ti racconterò.

No, senti, sto arrivando a Bologna… volentieri! Alle undici. Perfetto.
No, senti, io torno a Torino… davvero? A mezzogiorno? Perfetto.

Ti richiamo quando arrivo a Bologna. Ciao.
Richiamami quando arrivi a Bologna. Ciao.


(Canone al rovescio)
Ciao Manno… sei fortunato che oggi sono in smart, sei arrivato prima del previsto.
Ciao Chiara… ti è andata male, ero già ad Asti, Bologna non è dietro l’angolo.

Non sapevo foste in due… ok, camminiamo…
Credo di sapere cosa farà. Aspetta che mi fermo un secondo.

Quindi avete bisogno di un posto. In centro, o vicino. Ok.
Secondo me sa già dove andare. Io andrei in periferia, lontano dalla gente.

Fammi fare qualche telefonata, per il momento potete stare da me. Una notte o due.
Non so bene chi chiamare, dovrei cercare Ginevra, ma ci vorrà del tempo, qualche giorno.


(Canone)
Bene, qualcosa ho trovato, ragazzi.
Bene, Chiara, qualcosa ho trovato.

Esatto, qui vicino, a porta Saragozza.
Qui vicino, a porta Saragozza.

Andiamo subito?
Vado subito.

Wolfgang Amadeus Mozart. Bambino prodigio, tanti film ne parlano, non voglio tediare nessuno con aneddoti di scarso interesse.

C’è una lettera, tuttavia, che vale la pena, dal nostro punto di vista, analizzare. E’ una lettera che, nell’aprile 1782, ventiseienne a Vienna, scrive al padre (naturale) Leopold a Salisburgo. Vi si trovano due informazioni importanti.

Prima di tutto, gli comunica di aver iniziato a frequentare la casa del barone van Swieten in cui si ascolta molto Bach e Händel. E in secondo luogo gli chiede se ha sentito, per caso, della morte del “Bach inglese”, Johann Christian Bach, undicesimo figlio di Johann Sebastian, e compositore lui stesso, che Mozart aveva incontrato due volte, a Londra (Mozart aveva 8 anni) e più tardi a Parigi.

Perché è importante questa lettera? Perché in poche righe al padre naturale, Mozart cita tre nomi che sono fondamentali per la sua formazione e per una profonda crisi stilistica che lo coglie quell’anno. Possiamo dire, tre padri artistici e stilistici.

Il primo è il Bach inglese. Rimasto orfano di padre giovanissimo, non ebbe tempo di assimilare lo stile del padre. Andò a lezione dal fratello maggiore Carl Philipp Emanuel, che invece si era formato sulla musica del padre. Il giovane si orientò presto verso quello stile galante che rappresenta una reazione al contrappunto barocco: frasi semplici, melodie ampie e cantabili, armonie di supporto, quasi nessuna traccia degli intrecci di voci tipici del barocco. Mozart assorbe questo stile, e nel 1782 ne è ormai un maestro.

Ma nel 1782, il barone van Swieten ogni domenica ascolta l’altro Bach, e Händel: è prefetto della biblioteca imperiale, ha accesso a manoscritti che nessuno da decenni ha più eseguito, e di cui lui ha memoria dal periodo in cui era ambasciatore austriaco a Berlino.

La costruzione difficile, il rompicapo delle voci da stendere nella scrittura, e da dipanare nell’ascolto: cose che Mozart e Haydn hanno studiato sui manuali: ma ora ogni domenica Mozart le ascolta dal vivo. Ecco che trova altri “padri” stilistici: Bach il vecchio e il più brillante e aperto Händel, le due facce dello stesso rigore compositivo, della stessa maestria e genialità barocca nel tenere insieme tanti discorsi usando strutture.

Constanze, la moglie (causa della rottura di Wolfgang col padre Leopold, che l’ha cresciuto anche musicalmente), è ammaliata, e chiede a Mozart di comporre fughe.

Mozart si dedica quindi a studiare e a praticare atti di contrappunto, si potrebbe dire. Apertamente e con grande ampiezza (esempio clamoroso è la compiutissima doppia fuga del Kyrie del suo famoso e incompiuto Requiem K 626, nove anni dopo). Ma più spesso di nascosto: non perché se ne vergogni, ma perché quella è la cifra della sua poetica: la complessità necessaria nascosta sotto una superficie liscia e lucida.

La Serenata K 388 è di quel fatidico 1782. In particolare, il Menuetto in canone mostra quel che aveva fatto in qualche Contrapunctus dell’Arte della Fuga il grande Johann Sebastian.

Un canone a due, poi a quattro voci, che si rimbalzano il tema, intanto che altre voci accompagnano. Nel Trio, addirittura, il canone è inverso, dove una voce sale l’altra scende; anzi, due salgono e due scendono. Ricordate dove abbiamo parlato delle trasformazioni geometriche?

Ma dove Bach l’aveva costruito come esercizio compositivo, Mozart intende il canone, la forma di contrappunto forse più semplice, anche se ci pensa poi lui a complicarla, come parte essenziale di una composizione di altro genere, una Serenata per fiati, a cui è tanto affezionato da trascriverla, in seguito come quintetto d’archi.

Ecco, quando ascoltiamo Mozart, specialmente musica successiva al 1782, dobbiamo ricordarci di questa svolta. Poi possiamo farci incantare dalla superficie levigata e perfetta delle note che ci arrivano: ma è importante sapere che questa perfezione è tale anche perché sotto ha un meccanismo contrappuntistico perfettamente funzionante, che solo cercandolo siamo in grado di apprezzare, proprio perché è così che Amadeus ci lascia la libertà di ascoltarlo.

Ed ecco la consegna per il piccolo esercizio di scrittura con cui si apre il post.

Scegli una situazione che possa essere raccontata da due punti di vista: due persone che vivono lo stesso momento da posizioni diverse. Scrivi il testo alternando le due voci, una riga ciascuna, a coppie — ogni coppia è un istante della storia. Il testo si articola in tre sezioni.

[Canone] — La seconda voce imita la prima: stessa struttura sintattica, stesso ritmo, stessa cadenza, ma applicata al proprio personaggio e alla propria situazione. Non ripete le parole, ripete la figura.

[Canone al rovescio] — La seconda voce continua a imitare la prima, capovolgendo però ogni movimento. Dove la prima sale, la seconda scende; dove si avvicina, si allontana; dove sa, ignora. Non è la negazione del senso: è la stessa figura riflessa, che conserva l’ampiezza e cambia direzione.

[Canone] — Si torna all’imitazione diritta. Le due voci possono avvicinarsi fino a coincidere quasi del tutto, purché sull’ultima riga tornino a distinguersi. Due vincoli valgono per l’intero testo. Ogni coppia di righe deve reggere insieme — le due frasi affiancate devono poter esistere nello stesso istante, perché è ciò che accade alle voci di un canone. E nessuna delle due voci deve dichiarare l’artificio: lette di seguito, devono sembrare due conversazioni qualsiasi. Segnala le tre sezioni con un’indicazione fra parentesi quadre, come in una partitura, e separa i blocchi con uno stacco più ampio di quello fra le coppie.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della Musica. Il post precedente riguardava Franz Joseph Haydn, il successivo sarà ancora su Mozart.