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Il vero tema della sinfonia n. 2

Sibelius, o la strategia della tensione

Le ruote sono ormai in movimento.
Il movimento è quello del falso messaggio, che è partito.
Il falso messaggio è partito, Tam lo farà arrivare a destinazione, è lei il movimento.
Il falso messaggio è in movimento, Tam lo sta portando, e sa un piccolo pezzo della verità.
Il messaggio vuoto si muove verso i Servizi, ed è Tam, la bella Tam, a fare da postina; ho dovuto dirle che il messaggio non c’è, lei lo sa.
Il messaggio esca è sulla strada dei Servizi, che non sanno che noi sappiamo; Tam, la bionda Tam, lo farà scoprire; era sospettosa, ho dovuto rivelarle che è una trappola, una presa in giro.
Il messaggio trappola è in viaggio verso quegli incapaci che ci controllano ogni istante; Tam sarà presa col messaggio addosso. Qualcosa ho dovuto dirle, ma ormai sono io l’unico che conosce ogni dettaglio del piano. Lei sarà presa col messaggio addosso.
Il messaggio trappola è ormai quasi in mano agli inglesi, che ci sono sempre addosso; Tam la perquisiranno appena mette il naso fuori di casa, e troveranno il messaggio. Dirà che lo deve consegnare a Myk, a Regents’ Park, e prenderanno pure Myk. Lei sa, ma non sa tutto. Solo io so tutto, ormai.
E a quel punto, qualcosa dirà. Ci penserà il suo amante inglese a farla parlare.
Ma non avrà tempo.
Mi sarebbe piaciuto fare un po’ di movimento con te, per l’ultima volta, Tam. Bella Tam, povera Tam.
Ma avresti capito.

Jean Sibelius è, in questo percorso, una voce solitaria: non appartiene né alla tradizione tedesca né a quella francese, non risponde a Wagner né a Debussy, non fa parte di nessuna scuola. È finlandese, e la sua poetica, e così la sua matematica, è quella del paesaggio nordico: vasta, lenta, costruita su materiali tematici scarni che si accumulano con la pazienza di chi sa aspettare.

Ed è proprio l’attesa l’elemento che in alcuni dei suoi brani più celebri si può sperimentare. Un’attesa tonale, come spesso avviene nelle sinfonie di stampo ottocentesco, l’attesa di una risoluzione che non solo non arriva, ma ci fa spazientire per quanto la tensione si possa accumulare in questa aspettativa.

Non la dialettica di Beethoven, non l’accumulo di densità di Brahms, ma qualcosa
di più fisico e più elementare: quanto si può tendere l’elastico prima che la risoluzione diventi
inevitabile?

La Seconda sinfonia, in Re maggiore, è uno dei due esempi che vedremo. E in particolare, il finale, tanto per cambiare. Già l’arrivo di questo quarto movimento è preannunciato da figure di tre note ascendenti per gradi nella conclusione del tempo precedente. Non c’è soluzione di continuità: il modello di cellula melodica viene accumulato e ripetuto finché non risulta inevitabile partire con un tema che questo modello usa e ripete. Il blocco Re-Mi-Fa# è il cuore di questo movimento: apparentemente semplicissimo, ma nasconde un segreto.

Il tempo è in forma-sonata. C’è un secondo tema più lirico, c’è un ponte, importantissimo, e questo si riconosce perché è in minore. Si minore, facile da raggiungere, la relativa minore della tonalità d’impianto. Al ponte, la prima volta, si aggancia lo sviluppo, anche questo basato sulla cellula di tre note, ripetute all’infinito in diverse posizioni e tonalità. Finché si torna, con lo stesso tipo di costruzione di tensione già visto per l’inizio del movimento, al riepilogo.

Tutto come prima, ma l’orchestrazione è più ricca: l’accompagnamento ripete in modo ostinato (ossessivo si può dire?) le stesse figure. Ogni gruppo strumentale dice qualcosa a suo modo, intanto che i temi vengono ripresi e tutto torna come nell’esposizione. Ma il secondo tema finisce, stranamente, in una tonalità lontana, in Si bemolle maggiore. E da qui il ponte. In Re minore: Sibelius ha girato la sinfonia ed è finito nel secondo lato del nastro di Moebius.

E questo ponte non finisce più. Famiglia per famiglia, gli strumenti aggiungono strati di accompagnamento. La stessa ostinazione (ossessività?) nell’esecuzione qui linkata porta a quattro minuti il crescendo. Che è fisico, timbrico: non solo gli strumenti suonano sempre più forte, ma sempre più strumenti suonano a supporto. L’orchestra tutta raccoglie le forze per l’ultimo salto, vento di tempesta che accumula nubi.

E alla fine il nastro si gira di nuovo: torna il Fa#, il maggiore si fa risentire, e qui arriva la sorpresa. Il vero tema, quello di tutta la sinfonia esce qui. Tuba e timpani tengono un ritmo sincopato che accenta il secondo battito dei tre: una pulsazione rocciosa e scomoda. Anche i corni tengono il ritmo, ma sfasati di mezzo battito: tensione nascosta anche in queste poche battute finali. Un tappeto di tremolo d’archi, energia occultata nella nebbia. Trombe, tromboni e oboi cantano: una semplice linea melodica, gloriosa, eroica, il sole che splende. Il tricordo, che abbiamo sentito quasi ininterrottamente per tutto il movimento, e anche prima, si completa.

Diventa quadricordo, con il quarto grado, il Sol mancante, che apre il gioco relazionale della tonalità. E subito dopo, la cadenza finale, tre accordi e il silenzio. E si capisce il perché di quella escalation di tensione: era là che Sibelius voleva farci arrivare. Era là che voleva farci desiderare di arrivare. E quando ci siamo arrivati, non c’era più nulla da dire: era la sintesi.

La quinta sinfonia è forse meno elaborata, in termini di costruzione della tensione. Ancora il finale, ma questa volta è il terzo movimento. E la struttura è più semplice. Un’alternanza tra un andamento tremolante, condotto da archi e legni, e un tema più disteso, per quarte e quinte, anche questo in maggiore, svolto dagli ottoni.

Pare che in questo movimento Sibelius abbia voluto dipingere un’esperienza spirituale che aveva a che fare con uno stormo di sedici cigni. Il tema tremolante potrebbe far riferimento allo scintillio dell’acqua del lago, o comunque a qualche aspetto ambientale. Mentre il tema per quarte e quinte potrebbe rappresentare il canto ripetuto ed echeggiante dei cigni.

Un’alternanza breve, in realtà: ABAB. E anche qui è solo nel finale che il secondo tema prende il sopravvento, e appena lo fa, è ora di chiudere. Ma in questo caso, la tensione dell’attesa riguarda gli accordi finali, che sono sei, anzi meno, perché di questi tre non sono veri accordi.

Inizia con il Mi bemolle che è la tonica del movimento. Pausa. Sol minore, tonalità lontana, ottenuta facendo scivolare la nota tonica, il Mi bemolle, in basso di un semitono. Pausa. E qui entra un accordo fortemente dissonante, in cui si sentono La bemolle, Si bemolle e Do. L’armonia inizia a scricchiolare. Pausa. Bicordo di terza maggiore: Si bemolle-Re. Non è più un accordo, non c’è più l’intera armonia. La nota base, però, è ancora il Si bemolle basso che è rimasto fin dal secondo accordo. Pausa. Si bemolle all’unisono. Niente più armonia. Pausa. Mi bemolle all’unisono.

Sibelius spoglia l’armonia del finale, rimane solo con le note nude. E sono quelle che devono essere secondo la teoria armonica, secondo l’impianto tonale. Nel 1915 Sibelius riafferma, come se fosse una legge di natura indiscutibile, ciò che tutti i colleghi stanno demolendo. E lo fa nel modo più rivoluzionario: eliminando l’armonia, mantenendo solo le coordinate della cadenza I-V-I.

La tensione che accumula, però, non è negli accordi, o in ciò che ne resta. Sta tutta nel vuoto che le incornicia. Pause di 9 battiti, 11 battiti, 11 battiti, 9 battiti e 3 battiti: Sibelius dilata, accorcia, precipita.

Due strategie diverse per portare l’ascoltatore alla tensione di ciò che sta accadendo. In entrambi i casi, l’affermazione di un mondo tonale in cui i rapporti di forza tra le note non sono in discussione: è matematica e due più due fa sempre quattro. E ce lo fa capire attraverso l’aspettativa che con il crescendo e con le pause ingenera in noi mentre prende tempo e non conclude.

Ecco allora la consegna dell’esercizio di scrittura legato al brano con cui si apre questo post. Scegli un concetto-nucleo breve, che ricorrerà più volte lungo il testo, in modo semanticamente costante, ma se vuoi anche morfologicamente. Poi scegli una delle due strategie seguenti. [Accumulo] Ad ogni ripetizione del nucleo, circondalo di un’ornamentazione via via più ricca (un aggettivo, poi un inciso, poi una subordinata, poi un dettaglio sensoriale in più) che si accumula a ogni iterazione senza mai toccare il nucleo, che resta sempre riconoscibile in mezzo a un tessuto che si infittisce.

L’ultima iterazione dev’essere la più densa e carica di tutto il testo. Subito dopo, non far tornare il nucleo uguale a se stesso: fallo invece sviluppare in una frase più ampia e compiuta, che nasca chiaramente da esso: stesso concetto-nucleo, ma portato a una scala più grande, o semanticamente più ampia, come se tutto l’accumulo precedente fosse servito a preparare questa crescita, non a spogliarla. È la rivelazione verso cui tutto l’arricchimento tendeva: non il seme nudo, ma il seme cresciuto.

[Rarefazione] Scrivi un testo che includa il concetto-nucleo e che lo ripeta in modo monotono e regolare. Il testo nella sua parte principale deve contenere una regolarità evidente. Il finale è invece spezzettato. Parole singole, che accrescano la tensione dando solo l’impressione di una frase che invece viene interrotta da silenzi (resi graficamente) e calcolati secondo una regola che avrai stabilito prima (ad es. sulla lunghezza delle sillabe delle parole e sullo spazio verticale che simboleggia il silenzio intercorrente.


Questo è un atto della serie sulle Matematica della musica. L’atto precedente riguardava Mahler. Il prossimo sarà ancora su Sibelius.

Alcuni dei temi enunciati nel Quinto movimento della Quinta sinfonia

Mahler, o dei temi in cerca di polifonia

Cerchi, triangoli, vettori. E tra loro emersero i volti di Ermanno, di Chiara, di Ginevra, di Carlo, di Ivan e di Tam.
E vidi il mio, come in uno specchio, lo specchio dell’acqua calma del fiume.
E intanto che mi specchiavo, dietro di me vidi un volto nell’ombra, negli occhi curiosità. Mi girai, ma non c’era nessuno.
Forse sei tu. Forse stai leggendo. Stai seguendo il racconto, dai nomi riconosci le storie.
E se non le conosci, torna indietro, ti prego. Segui a ritroso la scia delle briciole fino all’inizio della serie. Riprendi da lì.
Perché è questa la storia, arrivata a questo punto, e non ancora al termine.
Ma se non sai quando finirà, da oggi sai come.

Gustav Mahler vive nella Vienna di Brahms, di von Bülow, di Bruckner. Di von Bülow è protetto e collega, divenendo anch’egli direttore d’orchestra di fama mondiale.

Scrive sinfonie, ma il dibattito ottocentesco tra i sostenitori della musica assoluta contrapposti ai fan della musica a programma gli è fondamentalmente indifferente. Nelle sue sinfonie ci sono indicazioni narrative, che poi scompaiono, in alcuni casi, oppure non ci sono. C’è il coro, a volte, ce ne sono tre, altre volte nessuno; ci sono cantanti solisti, uno, quattro, otto, quanti ne servono. C’è l’arpa, a volte due, quattro, sei, o nessuna. Violini accordati un tono sopra per farli suonare striduli: presenti. C’è il carillon, se serve. Ci sono i campanacci da bovino al pascolo. E anche un gigantesco maglio con cui, nella sua narrazione non-narrazione, il destino spezza la musica.

Nelle sinfonie Mahler inserisce romanzi (“Il Titano”, di Jean Paul), filastrocche (dalla raccolta “Des Knaben Wunderhorn”, “Il corno magico del fanciullo”, di Clemens Brentano e Achim von Arnim), un brano dallo Zarathustra di Nietzsche, inni sacri cattolici (la sequenza di Pentecoste “Veni creator Spiritus”) o luterani (“Aufersteh’n”, “Risorgerai”, di Klopstock; Mahler lo sente al funerale di von Bülow e capisce come terminare la Seconda sinfonia, quella che proprio von Bulow gli aveva stroncato coprendosi le orecchie e protestando – sono parole riportate da Mahler stesso -: “se questa è musica, io di musica non capisco più nulla. A confronto, il Tristan [und Isolde, di Wagner] sembra una sinfonia di Haydn”).

Mahler compone per cellule tematiche. Le monta e le smonta, le accosta, le unisce e le separa. Le fa entrare in gioco in un movimento, le riprende in quello successivo e spesso le riepiloga nel finale. Emblematico è il caso della Quarta sinfonia: il finale è il primo movimento che compone (anche perché pensava di montarlo nella Terza). E da quello estrae cellule che sviluppa nei primi tre movimenti.

I finali di Mahler sono spesso troncati. Theodor W. Adorno sostiene che potrebbe andare avanti all’infinito, e finisce quando vuole, semplicemente tagliando i fili che ha intessuto fino a quel momento. Ci sono eccezioni: la Quarta, la Nona, e il “Canto della Terra”, una sinfonia che Mahler non chiama sinfonia per scaramanzia (sarebbe stata questa la Nona, e Mahler conosce i casi di Beethoven, Schubert, Bruckner: tutti scrivono una Nona, nessuno arriva alla Decima). Queste terminano in dissolvenza, anche perché la narrazione che rappresentano parla di infinito, di eternità.

Una sinfonia paradigmatica per la logica Mahleriana è la Quinta. Divisa in cinque movimenti, ha una struttura tripartita. I primi due movimenti (“Trauermarsch”, marcia funebre, e “Stürmisch bewegt”,
mosso tempestoso) procedono nel segno dell’instabilità e si tramandano cellule tematiche. Il terzo, lo Scherzo centrale, è il perno della trasformazione della sinfonia, in Re maggiore. La terza parte comprende il famosissimo Adagietto (usato da Luchino Visconti nella sua resa di Morte a Venezia per la sua tenerezza al limite del morboso) e infine il Rondò-finale, che fagocita il materiale tematico dell’intera sinfonia costruendone un castello contrappuntistico.

Il Rondò-finale è un puzzle di cellule tematiche. E può essere un gioco interessante il cercare di identificarne una (nella figura ce ne sono diverse) e provare a seguirla lungo tutto il brano. Alla fine un glorioso momento corale per un istante annulla la vocazione contrappuntistica del movimento, ma viene subito seguito da un giocoso precipitare delle cellule tematiche, che si aggrovigliano in un nodo che Mahler non si fa scrupolo a tagliare di netto.

Una sinfonia che inizia in una marcia funebre e termina con l’Adagietto, che la tradizione vuole sia una lettera d’amore alla moglie Alma, e infine con un girotondo che ha l’esuberanza della gioventù: il tempo sembra andare all’indietro, ma c’è tutta una vita, in un’ora di musica, in un’ora abbondante di caos organizzato, di ordine nascosto nell’apparente anarchia di temi che si specchiano, si travestono, si nascondono e riappaiono.

Questa la consegna per l’esercizio di scrittura, che questa volta è volutamente lacunoso. Questo perché in questo caso ho inteso la consegna come riferita all’intera serie di esercizi di scrittura di questi post. Le briciole da seguire sono, incidentalmente, i link sotto la lineetta in calce. Scegli sei personaggi e, prima di scrivere, costruisci la struttura di un racconto in cui si intrecciano di continuo — a due a due, a tre a tre, in combinazioni sempre diverse — fino a un momento di epifania in cui uno solo di loro vive un’esperienza decisiva.

La regola è che quel momento non coinvolga tutti allo stesso modo: ciascuno vi arriva con un destino diverso — chi lo vive in pieno, chi vi partecipa solo di sfuggita, chi ne resta fuori, chi c’è ma trasformato al punto da non riconoscersi più. Non decidere questi destini a caso: falli nascere da come i personaggi si sono intrecciati lungo il racconto.

E, se ci riesci, fa’ che a vivere l’epifania non sia quello che il lettore si aspettava: non il più presente, ma uno rimasto in ombra fino a quel momento. Poi scrivi il racconto, riempiendo di narrazione la struttura, e chiudilo con un breve paragrafo in cui tutti e sei ricompaiono, ciascuno secondo il proprio destino: non da pari, ma tutti in qualche misura partecipi.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il post precedente riguarda Bruckner. Quello successivo Sibelius.

L'armonia ostinata della passacaglia

Brahms (3) e la prigione circolare

Sono fottuto. Se si viene a sapere che ho dato informazioni a una spia ucraina sono finito. Come Johnson l’anno scorso, che alla fine però se l’è cavata con una lavata di capo e una “ridistribuzione”. Idea: pezzarla prima che la notizia salti fuori. Dai, forza, spremi quel cervello, brutto idiota!

Ma anche il matrimonio. Se Jenny viene a sapere della relazione con la bionda, posso dire addio al matrimonio. È vero che al terzo posso dire di non avere molte aspettative d’amore eterno. Cosa posso inventare? Una lista di Barley? Plausible deniability? Cosa vuol dire in concreto? Lista di conseguenze, subito!

Mi mandano a preparare il pranzo al sacco all’Asilo. Che, per la verità, sarebbe già un bel modo di mantenere la ciotola di riso. Se quello che le ho passato è disinformazione controllata, vuol dire che in realtà noi sappiamo altro. Ed è vero! Giusto ieri è entrato questo nuovo messaggio, di cui non sapevo nulla e di cui non le ho parlato! Questa è la via! Gli stiamo facendo capire che abbiamo scoperto il loro gioco, ma non sanno che sappiamo anche come stanno reagendo alla nostra scoperta!

O mi licenziano, se quella bomba scoppia da qualche parte. Se mi licenziano mi metto a scrivere libri come LeCarré e qualcosa ci guadagno. Il nuovo messaggio è la chiave. Chissà se il Joe italiano l’ha già visto… Devo sentire Luton e farglielo arrivare.

Mi spediscono alle Shetland come pastore per dieci anni. Mi va bene che da noi non è mai passato il vecchio metodo sovietico: un raffreddore, e del buon Stephson rimane solo una medaglia per il fedele servizio da consegnare alla moglie insieme a una piccola pensione. No, Luton lo lasciamo fuori. Ha sganciato il Joe, anche bruscamente, secondo me meglio se incarichiamo una seconda unità. Chi c’è in Italia? Dev’essere Crawley. Posso sentire lei, è giovane ma è in gamba.

Ma poi pensa lo sfottimento. Fregato dalla mia passione per le bionde… Anche se non mi potrei lamentare: il vecchio Stephson, chi l’avrebbe mai detto… un qualche orgoglio da pub mi rimarrebbe addosso. Crawley? Come va? Ti andrebbe di fare un salto a Bologna? Lasciamo stare Luton, vorrei ci pensassi tu. Un Joe, ha dato una mano a tradurre cose, poi l’abbiamo fatto sparire. No, Luton ci ha detto dov’è. Joe vorrebbe aiutare ancora, perché l’abbiamo fermato quando hanno iniziato a cercarlo. No, sembra di no. Certo, occhi aperti, ma pare l’abbiano mollato. C’è lavoro da dargli. Esatto, se stanno guardando, non devono vedere. Sotto il naso. Se c’è il naso. No, direttamente a me. L’handler sei tu. Ma perché sei rossa… lo sai che ho una passione per le rosse, Crawley.

L’impressione che il critico Hanslick riporta dopo aver assistito a un’esecuzione privata della Sinfonia n. 4 (in versione per due pianoforti) di Brahms, è di essere stato preso a ceffoni per un’ora da due persone molto intelligenti. Ed era il critico amico. Fa il paio con la lettura che Leonard Bernstein ne dà nella lezione introduttiva linkata nel post precedente, sul primo movimento.

Qui parleremo del quarto movimento, quello che conclude la produzione sinfonica del vecchio (ma non vecchissimo) Johannes. E assisteremo alla costruzione di una prigione circolare e a uno spettacolare quanto inutile tentativo di evasione.

Il quarto movimento ha una struttura peculiare. È una passacaglia. La passacaglia è una forma musicale (di cui avevamo parlato nel post su Lully) in cui c’è qualcosa che si ripete sempre uguale, mentre tutto il resto cambia. Nel caso di questo Allegro energico e passionato, c’è qualcosa che si ripete davvero e qualcosa che potrebbe ma non lo fa.

Ciò che si ripete davvero è la struttura armonica. La sequenza di otto accordi con cui si apre. Quella sì: si ripete per ben 30 volte. Tutto il resto gli gira intorno e cambia ogni volta. Intanto ricordiamoci che il tempo in chiave è un 3/4. Tempo ternario per eccellenza. Non ce ne accorgiamo nella prima enunciazione del tema: tutti gli accordi durano un’intera battuta e non c’è altro da dire. Appena iniziano le variazioni, però, il tempo ternario inizia a battere e non smette più.

È una struttura armonica strana. Il brano è, nominalmente, in Mi minore, si conclude in Mi minore, e termina una sinfonia in Mi minore. Eppure ciò che si ripete con ostinazione in questo brano è una sequenza centrata intorno a La minore (La minore – Fa#minore – Mi minore – La minore – Fa#maggiore 7 – Mi minore – sesta aumentata su Fa naturale – Mi maggiore), non Mi minore.

Brahms ci sta dicendo che casa non è casa. E poi ci intrappola in questa non-casa per trenta iterazioni.

Il fatto che tutti questi accordi abbiano la stessa durata, che non ci sia un indugio sull’ultimo o sul penultimo, che il ciclo successivo inizi subito alla fine del precedente senza distinzione di cicli potrebbe farci pensare a una ruota vera e propria, come quella del criceto: dove inizia una ruota? Sono le variazioni, le trenta iterazioni, una diversa dall’altra, a rendere perfettamente riconoscibili gli inizi e le fini della ruota.

Ciò che potrebbe ripetersi ogni volta, e non lo fa, è la melodia nascosta. Le note rosse della figura formano una linea melodica. Le note di cui è fatta sono parte degli accordi che si ripetono: potrebbero ripetersi anche loro ogni volta. Poi succede che gli accordi vengano rivoltati, o ridotti, o spostati in altri registri, e quindi quella melodia non emerge quasi mai. Eppure se la imparate bene, potreste cantarla ogni volta che sentite ripetere la struttura armonica. Ed è una melodia nella tonalità di Mi minore!

Questo doppio binario armonico, la voce superiore che “canta” in una tonalità, il corpo orchestrale che spinge in un’altra, è un “ceffone” (secondo Hanslick) di cui non ci si accorge, ma che l’orecchio percepisce, e il cervello registra. È un’ambiguità deliberatamente nascosta da Brahms per farci percepire anche la tonalità di “casa” (Mi minore) come “non-casa” (perché il brano è centrato su un’altra serie di armonie). Incidentalmente, questo scollamento tra voce esteriore e voce orchestrale verrà usato in seguito anche da altri compositori (ad esempio Puccini in diversi passaggi di opere come Bohème, Tosca, Turandot…).

Brahms ci toglie la casa, e ci getta in una serie di trenta iterazioni, un’eternità, in una prigione sempre uguale. Con una gamma emotiva estrema: dalla dolcezza più amorevole alla rabbia più nuda.

Qua e là, e soprattutto nella trentesima iterazione compare un motivo che saltella verso il basso di terza in terza: esatto, Brahms ci vuol ricordare che stiamo sempre parlando della stessa sinfonia, la quarta, il cui primo movimento era proprio stato costruito così.

Dopo trenta iterazioni accade qualcosa. C’è un indugio, un rallentamento, poco ritardando, qualche battuta strana come se si volesse prendere una rincorsa, e intanto il basso sprofonda di una terza; e poi inizia, Più allegro, la trentunesima. Ma già dal terzo accordo ci si accorge che c’è qualcosa che non torna. Chi stava cantando la melodia rossa non ci riesce più. Primo perché cambia anche il ritmo: ci sono degli stop. E poi perché l’armonia non segue lo schema della prigione circolare. Il cerchio si è rotto.

L’armonia sale verso il registro più alto, come se stesse accumulando tensione, come se una fionda stesse per farci evadere, e in tutto questo l’unico ritmo è dato dai colpi degli accordi che evolvono dal tema principale lungo una linea finalmente non più curva, ma rettilinea. L’evasione è riuscita, ma dove siamo finiti?

Quando emerge, nei tromboni, e poi nei legni e nei violini, un nuovo ritmo, è zoppo; è un ritmo binario in una struttura ternaria. Le trombe colpiscono ogni due-quattro quarti, mentre i legni suonano tutti i quarti, e li legano a volte a due a volte a tre. Finalmente sono gli archi e i tromboni a riprendere il ritmo ternario, e a condurre la danza alla sua drammatica conclusione: due battute terminali di un tragico valzer in Mi minore, che sprofonda e si conclude con due accordi secchi, una cadenza autentica: Si maggiore – Mi minore. Dopo tanta violenza non c’è altro da aggiungere.

C’è tanta innovazione in queste note, in questa sinfonia. Perché c’è una conoscenza perfetta della musica già scritta, e c’è tanta coraggiosa intelligenza (sì, quella che denunciava, tra una sberla e l’altra, il critico) nel rileggere, rivisitare, rinnovare ogni scelta compositiva: ogni accenno di melodia, ogni accostamento di armonie, ogni variazione ritmica, ogni assegnazione timbrica.

Qui la versione con spartito.

Come nel post precedente, le versioni di questa sinfonia che io preferisco sono quelle di Furtwangler, Bernstein e Kleiber. Quella di Furtwängler (con i Berliner Philarmoniker) è sorprendente per la varietà dinamica e per la coda furiosa. La versione di Bernstein (e dei Wiener Philarmoniker) è spettacolare. Quella di Kleiber (con l’orchestra della Radio Bavarese) è precisa e sofferta.

La consegna del tentativo di scrittura creativa all’inizio di questo post. Scegli una sequenza fissa di stati d’animo (ad es.: noia, speranza, paura, coraggio). Quest’ordine è il tuo basso ostinato: non una frase ma una struttura che ritorna, come la sequenza di accordi che in una passacaglia si ripete immutata sotto ogni variazione. Scrivi ora cinque o sei brevi iterazioni. Ognuna deve attraversare quegli stessi stati, nello stesso ordine, ma raccontando ogni volta una storia diversa: un altro giorno, un’altra persona, un’altra situazione. La sequenza emotiva non cambia mai; cambia tutto ciò che la incarna.

Le prime iterazioni tienile vicine, riconoscibili; poi lascia che le storie si facciano via via più diverse, più dense, più cariche: la struttura resta, ma sopra la tensione sale. Poi, all’ultima iterazione, spezza la sequenza. Dopo nove giri in cui l’ordine è sempre tornato, fa’ che questa volta non si completi: uno stato non lascia il posto al successivo, o irrompe qualcosa che la sequenza non prevedeva, e l’ostinato si rompe. Non dall’esterno: è la ripetizione stessa che, caricandosi giro dopo giro, alla fine cede. E quando è rotta, non chiudere in gloria. Il colmo è già passato, e quel che resta non è un altro giro, è solo ciò che avanza. Il cerchio non c’è più.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. Il precedente atto riguardava ancora Brahms. Il prossimo invece parlerà di un altro “reazionario” otto-novecentesco: Camille Saint-Saëns.

Mozart e il finale dei finali

Mozart (3) e il finale dei finali

Ivan camminava col bastone a Hyde Park. (A)
Tam si sedette su una panchina. (B)

A ben guardarlo, Ivan stava parlando, come tra sé e sé. (C)
Anche Dima passeggiava nel parco.
Corrigan arrivò a una panchina e si accomodò.

Ivan si aggiustò l’auricolare. (D)
Tam si alzò e se ne andò a spasso per il parco.
Dima si fermò a sedere.
Corrigan parlava, anche lui come tra sé e sé.

Tam stava parlando da sola.
Dima evidentemente ascoltava grazie a un auricolare.
Ivan vide qualcosa che lo insospettì. (E)
Corrigan si mise a camminare nel parco.
Fletcher contemporaneamente si mise a sedere.

Ivan iniziò a parlare concitatamente.
Anche Tam aveva un auricolare.
Dima si rimise a passeggio.
Corrigan si sedette di nuovo.
Fletcher vide, a sua volta, qualcosa che lo insospettì.

Ivan evidentemente aveva un auricolare.
Tam si rimise a camminare nel parco.
Dima si fermò su una panchina.
Anche Corrigan vide ciò che aveva insospettito Fletcher.
Fletcher gli parlava concitatamente.

Ivan, Tam e Dima compresero e si dispersero nel parco.
Corrigan e Fletcher capirono e fecero immediatamente rapporto.

Ricordate che parlavamo della svolta contrappuntistica del 1782? Guardiamo alle sinfonie che Mozart compone negli anni successivi, per capire se ne troviamo traccia anche nel genere sinfonico.

La n. 35 (“Haffner”) è del 1782, nasce come serenata nobiliare, poco prima della svolta; viene poi riarrangiata come sinfonia alla fine dell’anno, ma è una sinfonia un po’ sui generis, non risente ancora della svolta.

La n. 36 (“Linz”) è del 1783, è stata scritta in 4 giorni, quindi non è pensabile un grosso sforzo contrappuntistico, ma è la prima con introduzione lenta “alla Haydn”. Si sente aria di chiusura di un ciclo, e infatti poi per 3 anni nessuna sinfonia, tranne la n. 37, che però è un errore di catalogazione. Si tratta infatti di una sinfonia di Michael Haydn, fratello minore di Franz Joseph e musicista di corte a Salisburgo, a cui Mozart premette un’introduzione lenta e la usa per fare repertorio.

La n. 38 (“Praga”) è del 1786. Mozart qui riproduce le atmosfere brillanti ma venate d’ombra dell’opera Le nozze di Figaro (e in un caso pare riutilizzarne materiale tematico), che a Praga aveva avuto grande successo. Qui assistiamo alle prove generali dell’uso del contrappunto in una sinfonia. E’ una sinfonia particolare. E’ in tre movimenti, anziché nei quattro più canonici. Ciascuno dei movimenti è in forma-sonata, anche l’ultimo, che si potrebbe definire in forma-sonata con elementi di rondò (ABACADA…). E soprattutto, nel primo movimento, dopo l’introduzione lenta, c’è un lavoro finissimo, testimoniato anche dagli appunti ritrovati, su quattro linee tematiche che vengono trattate in un contrappunto molto complesso. Qui un’analisi dettagliata di Richard Atkinson.

La n. 39 è del 1788. Anche qui c’è un’introduzione lenta. Sembra qui di assistere al Mozart maturo che rilegge la sua giovinezza. Un primo tempo che ammicca allo stile galante, un secondo lirico e tipicamente mozartiano, un terzo che attinge alla danza contadina del Ländler, come ama fare Haydn, e ancora haydniano è il finale, con una forma-sonata/rondò monotematico e quel gioco di aspettative tradite tipico ancora di Haydn, con il tema finale che invece di chiudere in cadenza, sfugge via all’ultimo.

La n. 40, anch’essa del 1788, ha il primo tempo probabilmente più noto tra le sinfonie mozartiane. E’ l’unica sinfonia di questo gruppo in modo minore (Sol minore), e una delle due sole in modo minore composte da Mozart. Agitata e tempestosa, nel finale racchiude elementi contrappuntistici anche molto complessi, con il tema scomposto in frammenti lanciati tra le voci in un modo che non cessa di sorprendere quasi duecentocinquant’anni dopo.

E infine la n. 41 (“Jupiter”), l’ultima, anch’essa scritta nel 1788. Il finale, l’ultimo tempo, è un capolavoro di scrittura contrappuntistica. Un’analisi (sempre di Richard Atkinson) evidenza cinque linee tematiche, che Mozart presenta nel corso del movimento fino ad arrivare allo showdown finale. Nella coda: un contrappunto invertibile a cinque voci. I due temi principali vengono ripetuti, prima da soli, poi con il terzo, poi con il terzo e quarto, infine con tutti fino al quinto tema. Da quel punto Mozart manipola le linee in tre modi, usando cioè tre tipi di trasformazioni. Scambia materiale tematico tra le voci, traspone i temi su gradi diversi della scala, e inverte le voci, scambiandone la posizione verticale — quella che stava sopra passa sotto — secondo la tecnica del contrappunto invertibile, che aveva progettato fin dall’inizio perché ogni combinazione restasse armonicamente corretta.

E con questo finale, il finale dei finali, Mozart ci regala un gioiello contrappuntistico nascosto dentro una sinfonia. Precisione matematica, di cui l’ascoltatore ignaro può fare completamente a meno, perché è integrata senza cuciture nel tessuto di una musica grandiosa e perfetta. Chi però è in grado di coglierla, vede un motore silenziosissimo ma efficientissimo che anima il cuore di questa musica meravigliosa.

E siamo alla consegna di scrittura che ha causato il brano iniziale.

Definisci un piccolo repertorio di azioni — cinque, per restare fedeli al modello. Non appartengono a nessun personaggio in particolare: circolano, passano dall’uno all’altro. Introducili progressivamente. All’inizio solo due azioni, affidatr a due personaggi. Poi, un blocco alla volta, aggiungi una nuova azione e un nuovo personaggio, finché tutti e cinque i gesti e tutti i personaggi sono in scena. Da quel momento le azioni si ridistribuiscono: chi camminava si siede, etc. — purché ogni gesto sia sempre eseguito da qualcuno. Disponi il testo in blocchi.

Ogni blocco è un istante: le righe ravvicinate al suo interno vanno immaginate simultanee, non successive — è il modo in cui la scrittura, che è per forza in sequenza, simula la compresenza verticale di più voci. Uno stacco più ampio separa un istante dal successivo. Nel finale i personaggi non devono necessariamente fare tutti la stessa cosa, né seguire la stessa sequenza: come nel finale della Jupiter, dove non tutta l’orchestra porta i temi e i corni tengono una funzione a parte, puoi dividere i personaggi in gruppi con ruoli diversi. La convergenza finale può quindi essere unica — tutti compiono insieme lo stesso gesto conclusivo — oppure biforcarsi, se i personaggi appartengono a schieramenti opposti che reagiscono in modo diverso allo stesso momento.


Questo è un atto della serie sulla Matematica della musica. L’atto precedente era su Mozart, e anche il prossimo sarà su Mozart.